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2018-05-23
L’idea della Maraini: «I gay servono a rendere il mondo meno affollato»
ANSA
Quando, nel 1996, uscì il suo romanzo Un clandestino a bordo, Dacia Maraini scatenò una focosa discussione nel piccolo universo femminista. Sulla rivista mondadoriana Nuovi Argomenti, allora diretta da Enzo Siciliano, pubblicò una lunga lettera autobiografica, in cui raccontò di aver subìto un aborto spontaneo all'età di 24 anni: prima, cioè, della sua relazione con Alberto Moravia. «L'aborto», spiegò la scrittrice, «sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. È l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro sé stesse e il figlio che si è concepito».
In realtà, la Maraini non ha mai contestato la legge 194, di cui proprio in questi giorni ricorre il quarantennale. Anzi, l'ha sempre apprezzata poiché, a suo parere, responsabile di avere eliminato gli aborti clandestini. Tuttavia, le sue riflessioni amare sull'interruzione di gravidanza suscitarono l'approvazione di un parte del mondo cattolico, a partire dai sacerdoti paolini. Dopo tutto, che un'autrice nota per le sue posizioni femministe e di sinistra osasse mettere in discussione il «diritto ad abortire» non era piccola cosa.
Da qualche tempo, però, la Dacia sembra aver cambiato nuovamente idea. Nel 2017, commentando le mosse dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti, dichiarò preoccupata: «I diritti si possono perdere. Non sono per sempre. Guardate l'America in questo momento, sta discutendo sui diritti della pace, la difesa dell'ambiente, l'aborto. Dopo aver faticato tanto per cambiare le cose arriva uno, votato - ma non è detto che il mondo porti avanti il migliore - e i diritti possono essere revocati. Bisogna difenderli». L'aborto, d'un tratto, era ritornato un diritto da difendere a tutti i costi. Ed è ugualmente un diritto, a parere della scrittrice, quello di morire. Dacia Maraini, infatti, ha appena dato alle stampe un libro-intervista, a cura di Claudio Volpe, che è un manifesto a favore dell'eutanasia (si intitola appunto Il diritto di morire, e lo pubblica Sem).
«La libertà di morire con dolcezza, e senza sofferenza, si scontra con i privilegi di chi vorrebbe imporre una legge divina superiore a quella umana», scrive la Maraini, «si scontra con i privilegi di una legge che pretende di guidare l'individuo anche nei suoi più segreti pensieri e volontà». La signora, ovviamente, è liberissima di pensarla come vuole, e non perderemo tempo, ora, a notare alcune profonde contraddizioni del suo pensiero in merito al suicidio assistito. Ci interessa molto di più esaminare ciò che la Maraini scrive a proposito dell'omosessualità. In quanto intellettuale militante, Dacia è favorevolissima alle unioni gay ed è molto critica sulle posizioni della Chiesa. «Mi chiedo, rileggendo il Vangelo, se Cristo sarebbe oggi così indignato contro chi proclama il diritto all'amore», scrisse sul Corriere della Sera nel 2016. «Dopo tutto anche la sua famiglia aveva poco di “naturale": non era nato da una vergine e da un uomo costretto alla castità?».
Negli ultimi anni, ha cambiato idea pure sull'utero in affitto. Inizialmente era contraria, e firmò pure un appello di Se non ora quando contro la gestazione per altri. Poi, nel 2016, confessò a Vanity Fair che la sua firma fu «un atto di fiducia verso una organizzazione che conoscevo da anni e di cui mi fido. Non sapevo che anche loro erano divise». Quindi illustrò il suo pensiero sull'utero in affitto: «Se fatto con amore, perché no? Il mondo cambia, nascono nuove realtà, nuove esigenze».
Sfogliando il suo nuovo libro, però, sorge il sospetto che la Maraini abbia di nuovo mutato opinione. Soprattutto, però, sconcerta un pochettino leggere ciò che teorizza: «Probabilmente», scrive, «in passato le comunità erano più deboli, la mortalità infantile era una realtà quotidiana, e quindi per la continuazione della specie era necessario che si facessero molti figli. [...] Per questo l'omosessualità era da considerarsi un delitto contro la comunità, un modo di interrompere la catena della procreazione». E adesso tenetevi forti, perché viene il bello. «Ora invece», prosegue la Maraini, «in tempi di sovrappopolazione, in un mondo che sta diventando pericolosamente ed eccessivamente affollato, con miliardi di esseri viventi che stanno già combattendo per la carenza d'acqua, di cibo e di energia, è comprensibile che l'omosessualità venga accettata e magari favorita. Nonostante le grandi teorie sul come vincere la denatalità incalzante, chi ha uno sguardo più ampio sul mondo e sul futuro sa che il mondo, arrivando a quasi dieci miliardi di persone da nutrire e curare, ha bisogno di limitare le nascite».
Chiaro, no? Su questo pianeta siamo in troppi, dunque è opportuno che ci siano sempre più omosessuali, così si riuscirà a tenere sotto controllo la popolazione. In pratica, l'essere gay è una sorta di anticoncezionale. Chissà che ne pensano gli attivisti Lgbti...
Purtroppo, però, nelle teorie di Dacia c'è una falla: con l'utero in affitto, anche i gay potranno riprodursi, dunque la popolazione mondiale continuerà ad aumentare. È vero che gli eterosessuali occidentali, ormai, di figli non fanno più. Ma è anche vero che nel Sud del mondo la crescita demografica è notevole.
Che fare, dunque? La Maraini, con il suo manifesto pro eutanasia, offre una parte della soluzione (spingere un po' di anziani e malati ad autoeliminarsi). Ma forse servono risposte più radicali. Chissà, magari il prossimo libro di Dacia sarà dedicato alla castrazione...
Riccardo Torrescura
La nuova moda: nomi asessuati per bambini «neutri»
In Ricomincio da tre, Massimo Troisi si domandava se chiamare il figlio Massimiliano avesse delle ripercussioni sull'educazione: «La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perché è troppo lungo». Molto meglio Ugo, sosteneva l'attore napoletano: breve, secco, il bambino lo sente subito ed è costretto a obbedire. Anche Blu è un nome breve, ma la coppia milanese che ha scelto di chiamare così la propria bambina non sembra aver seguito gli stessi criteri di praticità indicati da Troisi. Il fatto è che la scelta non rispetta neanche i criteri previsti dalla legge italiana. E infatti i genitori della piccola, che ha un anno e mezzo, sono stati convocati dalla Procura della Repubblica di Milano per rettificare l'atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, «sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia».
Per il nostro ordinamento, infatti, «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». E non sembra certo facile, di primo acchito, capire se Blu sia un lui o una lei. «Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore Blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», si legge nella lettera di convocazione in tribunale, «l'atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». In assenza di un'alternativa, sarà il giudice a decidere il nome della figlia.
Se le tempistiche del tribunale lasciano decisamente a desiderare (una bimba di un anno e mezzo ha già preso consapevolezza da molti mesi del proprio nome), la ratio della decisione sembra invece assolutamente condivisibile, anche se, ahinoi, decisamente fuori dallo spirito del tempo. Se già da qualche anno si vanno imponendo in giro per il mondo presunti pronomi «gender neutral» (hen, in svedese, zie, nel Regno Unito, o anche il plurale unisex they usato al posto dei singolari he o she), era solo questione di tempo prima che si arrivasse a rendere neutri pure i nomi di battesimo. Nella solita Svezia sono già stati approvati per legge 170 nomi unisex. La tendenza si sta imponendo spontaneamente anche in America, dove peraltro la cosa è favorita da una certa fluidità della lingua (i ragazzi degli anni Novanta ricorderanno ancora lo stupore provato quando apparve in tv il personaggio femminile del telefilm Beverly Hills 90210 di nome Andrea...).
Secondo il sito Quartz, nel 1910 solo il 5% dei bambini americani di nome Charlie era di sesso femminile. Nel 2016, invece, c'erano più Charlie donne che uomini. Secondo il sito names.org (ne parla Francesco Dell'Acqua sul sito del Sole 24 ore) la percentuale di bambini con un nome gender neutral è passata dal 3,1% del 1880 al 15,4% del 2016. L'idea di base soggiacente alla moda dei nomi neutri è sempre la stessa: non condizionare il bambino, in modo che da grande possa decidere da solo cosa diventare, a partire dalla propria stessa identità di genere. Tutto questo come se chiamare una bambina Blu, Giuseppe o Spirito della Brughiera la esentasse dall'effetto degli estrogeni, dall'avere un seno prominente, dal ciclo mensile, dalla capacità di procreare o come se un bimbo chiamato con nomi femminili non subisse l'effetto del testosterone.
È la natura a definirci, a farci essere questo e non quest'altro, anche se talvolta l'impazzimento della cultura vorrebbe tentare l'esperimento della tabula rasa. Tanto varrebbe, allora, non dare alcun nome: perché imporre al bambino la «violenza» di un identificativo che egli non ha scelto e che riflette inevitabilmente i gusti e la cultura di riferimento dei genitori? Lasciamo direttamente i bimbi senza nome, saranno poi loro a sceglierlo al momento opportuno.
Sarebbe una follia, ma comunque coerente in massimo grado con l'ideologia del momento. Se non deve definire una persona, in un modo che è necessariamente arbitrario e imposto da altri, un nome non serve a niente. Ma queste sono le tesi che escono dai campus americani: un sogno di autofondazione assoluta, in cui l'uomo non è più erede di nulla: di nessuna tradizione, di nessuna cultura. Persino di nessun nome.
Adriano Scianca
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La celebre scrittrice pubblica un libro manifesto pro eutanasia. E spiega perché favorire l'omosessualità: «Limita le nascite».Intanto, a Milano una coppia di genitori chiama la figlia Blu, la Procura non approva: «Non corrisponde al sesso». Ma cresce la tendenza unisex. Quando, nel 1996, uscì il suo romanzo Un clandestino a bordo, Dacia Maraini scatenò una focosa discussione nel piccolo universo femminista. Sulla rivista mondadoriana Nuovi Argomenti, allora diretta da Enzo Siciliano, pubblicò una lunga lettera autobiografica, in cui raccontò di aver subìto un aborto spontaneo all'età di 24 anni: prima, cioè, della sua relazione con Alberto Moravia. «L'aborto», spiegò la scrittrice, «sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. È l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro sé stesse e il figlio che si è concepito». In realtà, la Maraini non ha mai contestato la legge 194, di cui proprio in questi giorni ricorre il quarantennale. Anzi, l'ha sempre apprezzata poiché, a suo parere, responsabile di avere eliminato gli aborti clandestini. Tuttavia, le sue riflessioni amare sull'interruzione di gravidanza suscitarono l'approvazione di un parte del mondo cattolico, a partire dai sacerdoti paolini. Dopo tutto, che un'autrice nota per le sue posizioni femministe e di sinistra osasse mettere in discussione il «diritto ad abortire» non era piccola cosa. Da qualche tempo, però, la Dacia sembra aver cambiato nuovamente idea. Nel 2017, commentando le mosse dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti, dichiarò preoccupata: «I diritti si possono perdere. Non sono per sempre. Guardate l'America in questo momento, sta discutendo sui diritti della pace, la difesa dell'ambiente, l'aborto. Dopo aver faticato tanto per cambiare le cose arriva uno, votato - ma non è detto che il mondo porti avanti il migliore - e i diritti possono essere revocati. Bisogna difenderli». L'aborto, d'un tratto, era ritornato un diritto da difendere a tutti i costi. Ed è ugualmente un diritto, a parere della scrittrice, quello di morire. Dacia Maraini, infatti, ha appena dato alle stampe un libro-intervista, a cura di Claudio Volpe, che è un manifesto a favore dell'eutanasia (si intitola appunto Il diritto di morire, e lo pubblica Sem). «La libertà di morire con dolcezza, e senza sofferenza, si scontra con i privilegi di chi vorrebbe imporre una legge divina superiore a quella umana», scrive la Maraini, «si scontra con i privilegi di una legge che pretende di guidare l'individuo anche nei suoi più segreti pensieri e volontà». La signora, ovviamente, è liberissima di pensarla come vuole, e non perderemo tempo, ora, a notare alcune profonde contraddizioni del suo pensiero in merito al suicidio assistito. Ci interessa molto di più esaminare ciò che la Maraini scrive a proposito dell'omosessualità. In quanto intellettuale militante, Dacia è favorevolissima alle unioni gay ed è molto critica sulle posizioni della Chiesa. «Mi chiedo, rileggendo il Vangelo, se Cristo sarebbe oggi così indignato contro chi proclama il diritto all'amore», scrisse sul Corriere della Sera nel 2016. «Dopo tutto anche la sua famiglia aveva poco di “naturale": non era nato da una vergine e da un uomo costretto alla castità?». Negli ultimi anni, ha cambiato idea pure sull'utero in affitto. Inizialmente era contraria, e firmò pure un appello di Se non ora quando contro la gestazione per altri. Poi, nel 2016, confessò a Vanity Fair che la sua firma fu «un atto di fiducia verso una organizzazione che conoscevo da anni e di cui mi fido. Non sapevo che anche loro erano divise». Quindi illustrò il suo pensiero sull'utero in affitto: «Se fatto con amore, perché no? Il mondo cambia, nascono nuove realtà, nuove esigenze». Sfogliando il suo nuovo libro, però, sorge il sospetto che la Maraini abbia di nuovo mutato opinione. Soprattutto, però, sconcerta un pochettino leggere ciò che teorizza: «Probabilmente», scrive, «in passato le comunità erano più deboli, la mortalità infantile era una realtà quotidiana, e quindi per la continuazione della specie era necessario che si facessero molti figli. [...] Per questo l'omosessualità era da considerarsi un delitto contro la comunità, un modo di interrompere la catena della procreazione». E adesso tenetevi forti, perché viene il bello. «Ora invece», prosegue la Maraini, «in tempi di sovrappopolazione, in un mondo che sta diventando pericolosamente ed eccessivamente affollato, con miliardi di esseri viventi che stanno già combattendo per la carenza d'acqua, di cibo e di energia, è comprensibile che l'omosessualità venga accettata e magari favorita. Nonostante le grandi teorie sul come vincere la denatalità incalzante, chi ha uno sguardo più ampio sul mondo e sul futuro sa che il mondo, arrivando a quasi dieci miliardi di persone da nutrire e curare, ha bisogno di limitare le nascite».Chiaro, no? Su questo pianeta siamo in troppi, dunque è opportuno che ci siano sempre più omosessuali, così si riuscirà a tenere sotto controllo la popolazione. In pratica, l'essere gay è una sorta di anticoncezionale. Chissà che ne pensano gli attivisti Lgbti... Purtroppo, però, nelle teorie di Dacia c'è una falla: con l'utero in affitto, anche i gay potranno riprodursi, dunque la popolazione mondiale continuerà ad aumentare. È vero che gli eterosessuali occidentali, ormai, di figli non fanno più. Ma è anche vero che nel Sud del mondo la crescita demografica è notevole. Che fare, dunque? La Maraini, con il suo manifesto pro eutanasia, offre una parte della soluzione (spingere un po' di anziani e malati ad autoeliminarsi). Ma forse servono risposte più radicali. Chissà, magari il prossimo libro di Dacia sarà dedicato alla castrazione...Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dacia-maraini-il-diritto-di-morire-2571085484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-moda-nomi-asessuati-per-bambini-neutri" data-post-id="2571085484" data-published-at="1771979947" data-use-pagination="False"> La nuova moda: nomi asessuati per bambini «neutri» In Ricomincio da tre, Massimo Troisi si domandava se chiamare il figlio Massimiliano avesse delle ripercussioni sull'educazione: «La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perché è troppo lungo». Molto meglio Ugo, sosteneva l'attore napoletano: breve, secco, il bambino lo sente subito ed è costretto a obbedire. Anche Blu è un nome breve, ma la coppia milanese che ha scelto di chiamare così la propria bambina non sembra aver seguito gli stessi criteri di praticità indicati da Troisi. Il fatto è che la scelta non rispetta neanche i criteri previsti dalla legge italiana. E infatti i genitori della piccola, che ha un anno e mezzo, sono stati convocati dalla Procura della Repubblica di Milano per rettificare l'atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, «sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia». Per il nostro ordinamento, infatti, «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». E non sembra certo facile, di primo acchito, capire se Blu sia un lui o una lei. «Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore Blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», si legge nella lettera di convocazione in tribunale, «l'atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». In assenza di un'alternativa, sarà il giudice a decidere il nome della figlia. Se le tempistiche del tribunale lasciano decisamente a desiderare (una bimba di un anno e mezzo ha già preso consapevolezza da molti mesi del proprio nome), la ratio della decisione sembra invece assolutamente condivisibile, anche se, ahinoi, decisamente fuori dallo spirito del tempo. Se già da qualche anno si vanno imponendo in giro per il mondo presunti pronomi «gender neutral» (hen, in svedese, zie, nel Regno Unito, o anche il plurale unisex they usato al posto dei singolari he o she), era solo questione di tempo prima che si arrivasse a rendere neutri pure i nomi di battesimo. Nella solita Svezia sono già stati approvati per legge 170 nomi unisex. La tendenza si sta imponendo spontaneamente anche in America, dove peraltro la cosa è favorita da una certa fluidità della lingua (i ragazzi degli anni Novanta ricorderanno ancora lo stupore provato quando apparve in tv il personaggio femminile del telefilm Beverly Hills 90210 di nome Andrea...). Secondo il sito Quartz, nel 1910 solo il 5% dei bambini americani di nome Charlie era di sesso femminile. Nel 2016, invece, c'erano più Charlie donne che uomini. Secondo il sito names.org (ne parla Francesco Dell'Acqua sul sito del Sole 24 ore) la percentuale di bambini con un nome gender neutral è passata dal 3,1% del 1880 al 15,4% del 2016. L'idea di base soggiacente alla moda dei nomi neutri è sempre la stessa: non condizionare il bambino, in modo che da grande possa decidere da solo cosa diventare, a partire dalla propria stessa identità di genere. Tutto questo come se chiamare una bambina Blu, Giuseppe o Spirito della Brughiera la esentasse dall'effetto degli estrogeni, dall'avere un seno prominente, dal ciclo mensile, dalla capacità di procreare o come se un bimbo chiamato con nomi femminili non subisse l'effetto del testosterone. È la natura a definirci, a farci essere questo e non quest'altro, anche se talvolta l'impazzimento della cultura vorrebbe tentare l'esperimento della tabula rasa. Tanto varrebbe, allora, non dare alcun nome: perché imporre al bambino la «violenza» di un identificativo che egli non ha scelto e che riflette inevitabilmente i gusti e la cultura di riferimento dei genitori? Lasciamo direttamente i bimbi senza nome, saranno poi loro a sceglierlo al momento opportuno. Sarebbe una follia, ma comunque coerente in massimo grado con l'ideologia del momento. Se non deve definire una persona, in un modo che è necessariamente arbitrario e imposto da altri, un nome non serve a niente. Ma queste sono le tesi che escono dai campus americani: un sogno di autofondazione assoluta, in cui l'uomo non è più erede di nulla: di nessuna tradizione, di nessuna cultura. Persino di nessun nome. Adriano Scianca
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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