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2018-05-23
L’idea della Maraini: «I gay servono a rendere il mondo meno affollato»
ANSA
Quando, nel 1996, uscì il suo romanzo Un clandestino a bordo, Dacia Maraini scatenò una focosa discussione nel piccolo universo femminista. Sulla rivista mondadoriana Nuovi Argomenti, allora diretta da Enzo Siciliano, pubblicò una lunga lettera autobiografica, in cui raccontò di aver subìto un aborto spontaneo all'età di 24 anni: prima, cioè, della sua relazione con Alberto Moravia. «L'aborto», spiegò la scrittrice, «sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. È l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro sé stesse e il figlio che si è concepito».
In realtà, la Maraini non ha mai contestato la legge 194, di cui proprio in questi giorni ricorre il quarantennale. Anzi, l'ha sempre apprezzata poiché, a suo parere, responsabile di avere eliminato gli aborti clandestini. Tuttavia, le sue riflessioni amare sull'interruzione di gravidanza suscitarono l'approvazione di un parte del mondo cattolico, a partire dai sacerdoti paolini. Dopo tutto, che un'autrice nota per le sue posizioni femministe e di sinistra osasse mettere in discussione il «diritto ad abortire» non era piccola cosa.
Da qualche tempo, però, la Dacia sembra aver cambiato nuovamente idea. Nel 2017, commentando le mosse dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti, dichiarò preoccupata: «I diritti si possono perdere. Non sono per sempre. Guardate l'America in questo momento, sta discutendo sui diritti della pace, la difesa dell'ambiente, l'aborto. Dopo aver faticato tanto per cambiare le cose arriva uno, votato - ma non è detto che il mondo porti avanti il migliore - e i diritti possono essere revocati. Bisogna difenderli». L'aborto, d'un tratto, era ritornato un diritto da difendere a tutti i costi. Ed è ugualmente un diritto, a parere della scrittrice, quello di morire. Dacia Maraini, infatti, ha appena dato alle stampe un libro-intervista, a cura di Claudio Volpe, che è un manifesto a favore dell'eutanasia (si intitola appunto Il diritto di morire, e lo pubblica Sem).
«La libertà di morire con dolcezza, e senza sofferenza, si scontra con i privilegi di chi vorrebbe imporre una legge divina superiore a quella umana», scrive la Maraini, «si scontra con i privilegi di una legge che pretende di guidare l'individuo anche nei suoi più segreti pensieri e volontà». La signora, ovviamente, è liberissima di pensarla come vuole, e non perderemo tempo, ora, a notare alcune profonde contraddizioni del suo pensiero in merito al suicidio assistito. Ci interessa molto di più esaminare ciò che la Maraini scrive a proposito dell'omosessualità. In quanto intellettuale militante, Dacia è favorevolissima alle unioni gay ed è molto critica sulle posizioni della Chiesa. «Mi chiedo, rileggendo il Vangelo, se Cristo sarebbe oggi così indignato contro chi proclama il diritto all'amore», scrisse sul Corriere della Sera nel 2016. «Dopo tutto anche la sua famiglia aveva poco di “naturale": non era nato da una vergine e da un uomo costretto alla castità?».
Negli ultimi anni, ha cambiato idea pure sull'utero in affitto. Inizialmente era contraria, e firmò pure un appello di Se non ora quando contro la gestazione per altri. Poi, nel 2016, confessò a Vanity Fair che la sua firma fu «un atto di fiducia verso una organizzazione che conoscevo da anni e di cui mi fido. Non sapevo che anche loro erano divise». Quindi illustrò il suo pensiero sull'utero in affitto: «Se fatto con amore, perché no? Il mondo cambia, nascono nuove realtà, nuove esigenze».
Sfogliando il suo nuovo libro, però, sorge il sospetto che la Maraini abbia di nuovo mutato opinione. Soprattutto, però, sconcerta un pochettino leggere ciò che teorizza: «Probabilmente», scrive, «in passato le comunità erano più deboli, la mortalità infantile era una realtà quotidiana, e quindi per la continuazione della specie era necessario che si facessero molti figli. [...] Per questo l'omosessualità era da considerarsi un delitto contro la comunità, un modo di interrompere la catena della procreazione». E adesso tenetevi forti, perché viene il bello. «Ora invece», prosegue la Maraini, «in tempi di sovrappopolazione, in un mondo che sta diventando pericolosamente ed eccessivamente affollato, con miliardi di esseri viventi che stanno già combattendo per la carenza d'acqua, di cibo e di energia, è comprensibile che l'omosessualità venga accettata e magari favorita. Nonostante le grandi teorie sul come vincere la denatalità incalzante, chi ha uno sguardo più ampio sul mondo e sul futuro sa che il mondo, arrivando a quasi dieci miliardi di persone da nutrire e curare, ha bisogno di limitare le nascite».
Chiaro, no? Su questo pianeta siamo in troppi, dunque è opportuno che ci siano sempre più omosessuali, così si riuscirà a tenere sotto controllo la popolazione. In pratica, l'essere gay è una sorta di anticoncezionale. Chissà che ne pensano gli attivisti Lgbti...
Purtroppo, però, nelle teorie di Dacia c'è una falla: con l'utero in affitto, anche i gay potranno riprodursi, dunque la popolazione mondiale continuerà ad aumentare. È vero che gli eterosessuali occidentali, ormai, di figli non fanno più. Ma è anche vero che nel Sud del mondo la crescita demografica è notevole.
Che fare, dunque? La Maraini, con il suo manifesto pro eutanasia, offre una parte della soluzione (spingere un po' di anziani e malati ad autoeliminarsi). Ma forse servono risposte più radicali. Chissà, magari il prossimo libro di Dacia sarà dedicato alla castrazione...
Riccardo Torrescura
La nuova moda: nomi asessuati per bambini «neutri»
In Ricomincio da tre, Massimo Troisi si domandava se chiamare il figlio Massimiliano avesse delle ripercussioni sull'educazione: «La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perché è troppo lungo». Molto meglio Ugo, sosteneva l'attore napoletano: breve, secco, il bambino lo sente subito ed è costretto a obbedire. Anche Blu è un nome breve, ma la coppia milanese che ha scelto di chiamare così la propria bambina non sembra aver seguito gli stessi criteri di praticità indicati da Troisi. Il fatto è che la scelta non rispetta neanche i criteri previsti dalla legge italiana. E infatti i genitori della piccola, che ha un anno e mezzo, sono stati convocati dalla Procura della Repubblica di Milano per rettificare l'atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, «sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia».
Per il nostro ordinamento, infatti, «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». E non sembra certo facile, di primo acchito, capire se Blu sia un lui o una lei. «Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore Blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», si legge nella lettera di convocazione in tribunale, «l'atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». In assenza di un'alternativa, sarà il giudice a decidere il nome della figlia.
Se le tempistiche del tribunale lasciano decisamente a desiderare (una bimba di un anno e mezzo ha già preso consapevolezza da molti mesi del proprio nome), la ratio della decisione sembra invece assolutamente condivisibile, anche se, ahinoi, decisamente fuori dallo spirito del tempo. Se già da qualche anno si vanno imponendo in giro per il mondo presunti pronomi «gender neutral» (hen, in svedese, zie, nel Regno Unito, o anche il plurale unisex they usato al posto dei singolari he o she), era solo questione di tempo prima che si arrivasse a rendere neutri pure i nomi di battesimo. Nella solita Svezia sono già stati approvati per legge 170 nomi unisex. La tendenza si sta imponendo spontaneamente anche in America, dove peraltro la cosa è favorita da una certa fluidità della lingua (i ragazzi degli anni Novanta ricorderanno ancora lo stupore provato quando apparve in tv il personaggio femminile del telefilm Beverly Hills 90210 di nome Andrea...).
Secondo il sito Quartz, nel 1910 solo il 5% dei bambini americani di nome Charlie era di sesso femminile. Nel 2016, invece, c'erano più Charlie donne che uomini. Secondo il sito names.org (ne parla Francesco Dell'Acqua sul sito del Sole 24 ore) la percentuale di bambini con un nome gender neutral è passata dal 3,1% del 1880 al 15,4% del 2016. L'idea di base soggiacente alla moda dei nomi neutri è sempre la stessa: non condizionare il bambino, in modo che da grande possa decidere da solo cosa diventare, a partire dalla propria stessa identità di genere. Tutto questo come se chiamare una bambina Blu, Giuseppe o Spirito della Brughiera la esentasse dall'effetto degli estrogeni, dall'avere un seno prominente, dal ciclo mensile, dalla capacità di procreare o come se un bimbo chiamato con nomi femminili non subisse l'effetto del testosterone.
È la natura a definirci, a farci essere questo e non quest'altro, anche se talvolta l'impazzimento della cultura vorrebbe tentare l'esperimento della tabula rasa. Tanto varrebbe, allora, non dare alcun nome: perché imporre al bambino la «violenza» di un identificativo che egli non ha scelto e che riflette inevitabilmente i gusti e la cultura di riferimento dei genitori? Lasciamo direttamente i bimbi senza nome, saranno poi loro a sceglierlo al momento opportuno.
Sarebbe una follia, ma comunque coerente in massimo grado con l'ideologia del momento. Se non deve definire una persona, in un modo che è necessariamente arbitrario e imposto da altri, un nome non serve a niente. Ma queste sono le tesi che escono dai campus americani: un sogno di autofondazione assoluta, in cui l'uomo non è più erede di nulla: di nessuna tradizione, di nessuna cultura. Persino di nessun nome.
Adriano Scianca
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La celebre scrittrice pubblica un libro manifesto pro eutanasia. E spiega perché favorire l'omosessualità: «Limita le nascite».Intanto, a Milano una coppia di genitori chiama la figlia Blu, la Procura non approva: «Non corrisponde al sesso». Ma cresce la tendenza unisex. Quando, nel 1996, uscì il suo romanzo Un clandestino a bordo, Dacia Maraini scatenò una focosa discussione nel piccolo universo femminista. Sulla rivista mondadoriana Nuovi Argomenti, allora diretta da Enzo Siciliano, pubblicò una lunga lettera autobiografica, in cui raccontò di aver subìto un aborto spontaneo all'età di 24 anni: prima, cioè, della sua relazione con Alberto Moravia. «L'aborto», spiegò la scrittrice, «sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. È l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro sé stesse e il figlio che si è concepito». In realtà, la Maraini non ha mai contestato la legge 194, di cui proprio in questi giorni ricorre il quarantennale. Anzi, l'ha sempre apprezzata poiché, a suo parere, responsabile di avere eliminato gli aborti clandestini. Tuttavia, le sue riflessioni amare sull'interruzione di gravidanza suscitarono l'approvazione di un parte del mondo cattolico, a partire dai sacerdoti paolini. Dopo tutto, che un'autrice nota per le sue posizioni femministe e di sinistra osasse mettere in discussione il «diritto ad abortire» non era piccola cosa. Da qualche tempo, però, la Dacia sembra aver cambiato nuovamente idea. Nel 2017, commentando le mosse dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti, dichiarò preoccupata: «I diritti si possono perdere. Non sono per sempre. Guardate l'America in questo momento, sta discutendo sui diritti della pace, la difesa dell'ambiente, l'aborto. Dopo aver faticato tanto per cambiare le cose arriva uno, votato - ma non è detto che il mondo porti avanti il migliore - e i diritti possono essere revocati. Bisogna difenderli». L'aborto, d'un tratto, era ritornato un diritto da difendere a tutti i costi. Ed è ugualmente un diritto, a parere della scrittrice, quello di morire. Dacia Maraini, infatti, ha appena dato alle stampe un libro-intervista, a cura di Claudio Volpe, che è un manifesto a favore dell'eutanasia (si intitola appunto Il diritto di morire, e lo pubblica Sem). «La libertà di morire con dolcezza, e senza sofferenza, si scontra con i privilegi di chi vorrebbe imporre una legge divina superiore a quella umana», scrive la Maraini, «si scontra con i privilegi di una legge che pretende di guidare l'individuo anche nei suoi più segreti pensieri e volontà». La signora, ovviamente, è liberissima di pensarla come vuole, e non perderemo tempo, ora, a notare alcune profonde contraddizioni del suo pensiero in merito al suicidio assistito. Ci interessa molto di più esaminare ciò che la Maraini scrive a proposito dell'omosessualità. In quanto intellettuale militante, Dacia è favorevolissima alle unioni gay ed è molto critica sulle posizioni della Chiesa. «Mi chiedo, rileggendo il Vangelo, se Cristo sarebbe oggi così indignato contro chi proclama il diritto all'amore», scrisse sul Corriere della Sera nel 2016. «Dopo tutto anche la sua famiglia aveva poco di “naturale": non era nato da una vergine e da un uomo costretto alla castità?». Negli ultimi anni, ha cambiato idea pure sull'utero in affitto. Inizialmente era contraria, e firmò pure un appello di Se non ora quando contro la gestazione per altri. Poi, nel 2016, confessò a Vanity Fair che la sua firma fu «un atto di fiducia verso una organizzazione che conoscevo da anni e di cui mi fido. Non sapevo che anche loro erano divise». Quindi illustrò il suo pensiero sull'utero in affitto: «Se fatto con amore, perché no? Il mondo cambia, nascono nuove realtà, nuove esigenze». Sfogliando il suo nuovo libro, però, sorge il sospetto che la Maraini abbia di nuovo mutato opinione. Soprattutto, però, sconcerta un pochettino leggere ciò che teorizza: «Probabilmente», scrive, «in passato le comunità erano più deboli, la mortalità infantile era una realtà quotidiana, e quindi per la continuazione della specie era necessario che si facessero molti figli. [...] Per questo l'omosessualità era da considerarsi un delitto contro la comunità, un modo di interrompere la catena della procreazione». E adesso tenetevi forti, perché viene il bello. «Ora invece», prosegue la Maraini, «in tempi di sovrappopolazione, in un mondo che sta diventando pericolosamente ed eccessivamente affollato, con miliardi di esseri viventi che stanno già combattendo per la carenza d'acqua, di cibo e di energia, è comprensibile che l'omosessualità venga accettata e magari favorita. Nonostante le grandi teorie sul come vincere la denatalità incalzante, chi ha uno sguardo più ampio sul mondo e sul futuro sa che il mondo, arrivando a quasi dieci miliardi di persone da nutrire e curare, ha bisogno di limitare le nascite».Chiaro, no? Su questo pianeta siamo in troppi, dunque è opportuno che ci siano sempre più omosessuali, così si riuscirà a tenere sotto controllo la popolazione. In pratica, l'essere gay è una sorta di anticoncezionale. Chissà che ne pensano gli attivisti Lgbti... Purtroppo, però, nelle teorie di Dacia c'è una falla: con l'utero in affitto, anche i gay potranno riprodursi, dunque la popolazione mondiale continuerà ad aumentare. È vero che gli eterosessuali occidentali, ormai, di figli non fanno più. Ma è anche vero che nel Sud del mondo la crescita demografica è notevole. Che fare, dunque? La Maraini, con il suo manifesto pro eutanasia, offre una parte della soluzione (spingere un po' di anziani e malati ad autoeliminarsi). Ma forse servono risposte più radicali. Chissà, magari il prossimo libro di Dacia sarà dedicato alla castrazione...Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dacia-maraini-il-diritto-di-morire-2571085484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-moda-nomi-asessuati-per-bambini-neutri" data-post-id="2571085484" data-published-at="1774929675" data-use-pagination="False"> La nuova moda: nomi asessuati per bambini «neutri» In Ricomincio da tre, Massimo Troisi si domandava se chiamare il figlio Massimiliano avesse delle ripercussioni sull'educazione: «La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perché è troppo lungo». Molto meglio Ugo, sosteneva l'attore napoletano: breve, secco, il bambino lo sente subito ed è costretto a obbedire. Anche Blu è un nome breve, ma la coppia milanese che ha scelto di chiamare così la propria bambina non sembra aver seguito gli stessi criteri di praticità indicati da Troisi. Il fatto è che la scelta non rispetta neanche i criteri previsti dalla legge italiana. E infatti i genitori della piccola, che ha un anno e mezzo, sono stati convocati dalla Procura della Repubblica di Milano per rettificare l'atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, «sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia». Per il nostro ordinamento, infatti, «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». E non sembra certo facile, di primo acchito, capire se Blu sia un lui o una lei. «Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore Blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», si legge nella lettera di convocazione in tribunale, «l'atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». In assenza di un'alternativa, sarà il giudice a decidere il nome della figlia. Se le tempistiche del tribunale lasciano decisamente a desiderare (una bimba di un anno e mezzo ha già preso consapevolezza da molti mesi del proprio nome), la ratio della decisione sembra invece assolutamente condivisibile, anche se, ahinoi, decisamente fuori dallo spirito del tempo. Se già da qualche anno si vanno imponendo in giro per il mondo presunti pronomi «gender neutral» (hen, in svedese, zie, nel Regno Unito, o anche il plurale unisex they usato al posto dei singolari he o she), era solo questione di tempo prima che si arrivasse a rendere neutri pure i nomi di battesimo. Nella solita Svezia sono già stati approvati per legge 170 nomi unisex. La tendenza si sta imponendo spontaneamente anche in America, dove peraltro la cosa è favorita da una certa fluidità della lingua (i ragazzi degli anni Novanta ricorderanno ancora lo stupore provato quando apparve in tv il personaggio femminile del telefilm Beverly Hills 90210 di nome Andrea...). Secondo il sito Quartz, nel 1910 solo il 5% dei bambini americani di nome Charlie era di sesso femminile. Nel 2016, invece, c'erano più Charlie donne che uomini. Secondo il sito names.org (ne parla Francesco Dell'Acqua sul sito del Sole 24 ore) la percentuale di bambini con un nome gender neutral è passata dal 3,1% del 1880 al 15,4% del 2016. L'idea di base soggiacente alla moda dei nomi neutri è sempre la stessa: non condizionare il bambino, in modo che da grande possa decidere da solo cosa diventare, a partire dalla propria stessa identità di genere. Tutto questo come se chiamare una bambina Blu, Giuseppe o Spirito della Brughiera la esentasse dall'effetto degli estrogeni, dall'avere un seno prominente, dal ciclo mensile, dalla capacità di procreare o come se un bimbo chiamato con nomi femminili non subisse l'effetto del testosterone. È la natura a definirci, a farci essere questo e non quest'altro, anche se talvolta l'impazzimento della cultura vorrebbe tentare l'esperimento della tabula rasa. Tanto varrebbe, allora, non dare alcun nome: perché imporre al bambino la «violenza» di un identificativo che egli non ha scelto e che riflette inevitabilmente i gusti e la cultura di riferimento dei genitori? Lasciamo direttamente i bimbi senza nome, saranno poi loro a sceglierlo al momento opportuno. Sarebbe una follia, ma comunque coerente in massimo grado con l'ideologia del momento. Se non deve definire una persona, in un modo che è necessariamente arbitrario e imposto da altri, un nome non serve a niente. Ma queste sono le tesi che escono dai campus americani: un sogno di autofondazione assoluta, in cui l'uomo non è più erede di nulla: di nessuna tradizione, di nessuna cultura. Persino di nessun nome. Adriano Scianca
Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
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La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
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Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
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