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2021-08-31
Da domani vedremo i sorci verdi
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Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti.
Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.
Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta.
Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.
A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista.
Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare
Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco.
Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta.
Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere.
Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
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Scatta l'obbligo del documento in aule, atenei e mezzi a lunga percorrenza. Su stazioni e aeroporti incombe la minaccia di cortei e blocchi. Intanto, si bisticcia ancora sulla sua estensione a luoghi di lavoro e mense.Torture burocratiche per chi ha avuto due dosi con farmaci diversi, eppure si vede negato quello definitivo, o per chi ha anticorpi ma non ha mai ricevuto tamponi positivi.Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti. Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta. Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-domani-vedremo-sorci-verdi-2654844766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-vaccinati-con-leterologa-ai-guariti-senza-diagnosi-le-trappole-del-lasciapassare" data-post-id="2654844766" data-published-at="1630387029" data-use-pagination="False"> Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco. Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere. Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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