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2021-08-31
Da domani vedremo i sorci verdi
Getty Images
Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti.
Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.
Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta.
Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.
A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista.
Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare
Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco.
Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta.
Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere.
Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
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Scatta l'obbligo del documento in aule, atenei e mezzi a lunga percorrenza. Su stazioni e aeroporti incombe la minaccia di cortei e blocchi. Intanto, si bisticcia ancora sulla sua estensione a luoghi di lavoro e mense.Torture burocratiche per chi ha avuto due dosi con farmaci diversi, eppure si vede negato quello definitivo, o per chi ha anticorpi ma non ha mai ricevuto tamponi positivi.Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti. Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta. Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-domani-vedremo-sorci-verdi-2654844766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-vaccinati-con-leterologa-ai-guariti-senza-diagnosi-le-trappole-del-lasciapassare" data-post-id="2654844766" data-published-at="1630387029" data-use-pagination="False"> Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco. Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere. Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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