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2021-08-31
Da domani vedremo i sorci verdi
Getty Images
Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti.
Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.
Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta.
Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.
A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista.
Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare
Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco.
Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta.
Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere.
Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
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Scatta l'obbligo del documento in aule, atenei e mezzi a lunga percorrenza. Su stazioni e aeroporti incombe la minaccia di cortei e blocchi. Intanto, si bisticcia ancora sulla sua estensione a luoghi di lavoro e mense.Torture burocratiche per chi ha avuto due dosi con farmaci diversi, eppure si vede negato quello definitivo, o per chi ha anticorpi ma non ha mai ricevuto tamponi positivi.Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo. Da domani, primo settembre, si allarga ancora l'ambito di applicazione del green pass. Se dal 6 agosto scorso l'obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all'aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti. Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all'università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.Ma le complicazioni sono dietro l'angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all'interno dell'Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l'obbligo riguarda l'alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l'obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tutta evidenza, con la capienza all'80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l'assurdità di tutta questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta. Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un'altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l'arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.A rendere l'atmosfera ancora più incandescente, c'è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l'obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c'è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell'obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell'opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c'è chi non aspetta altro: un'ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l'occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-domani-vedremo-sorci-verdi-2654844766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-vaccinati-con-leterologa-ai-guariti-senza-diagnosi-le-trappole-del-lasciapassare" data-post-id="2654844766" data-published-at="1630387029" data-use-pagination="False"> Dai vaccinati con l’eterologa ai guariti senza diagnosi. Le trappole del lasciapassare Se il green pass è obbligatorio per fare qualunque cosa, una nazione seria avrebbe il dovere di mettere in condizione i cittadini di ottenerlo. Le lacune, le contraddizioni, i paradossi che trasformano in una vera e propria odissea la richiesta del certificato verde per migliaia e migliaia di cittadini italiani, invece, sono la fotografia del caos che sta caratterizzando queste settimane. Parliamo di persone che la vaccinazione l'hanno regolarmente effettuata, o che non hanno potuto effettuarla perché hanno contratto il Covid e dunque devono attendere, o ancora di uomini e donne che non si sono vaccinati semplicemente perché non possono ricevere il farmaco, in quanto affetti da patologie incompatibili con la somministrazione del vaccino. Il campionario di paradossi è molto ricco. Partiamo dai casi di cittadini che si sono sottoposti alla vaccinazione eterologa e non riescono a entrare in possesso del green pass. La vaccinazione eterologa, lo ricordiamo, è quella effettuata con due diversi tipi di vaccino: ad esempio, una prima dose di Astrazeneca e una seconda di Pfizer. Molti cittadini segnalano che quando richiedono il green pass in via telematica, il rilascio del certificato viene loro negato, in quanto entrambe le punture risultano «prime dosi». Incredibile ma vero, queste persone non riescono a entrare in possesso del certificato perché il sistema informatico li considera cittadini che hanno ricevuto non una prima e una seconda dose, ma due prime dosi. Inutile tentare di contattare via mail o telefono il ministero della Salute: non si ottiene alcuna risposta. Una insegnante ha scritto a Repubblica segnalando il suo caso: «Sono una docente a tempo determinato», ha raccontato la donna, «in una scuola pubblica della provincia di Varese. Il 31 agosto (oggi, ndr) il mio contratto scadrà e verrò poi riconvocata secondo graduatoria. O almeno così avveniva da sei anni. Quest'anno rischio seriamente di non poter insegnare a causa di un disguido dovuto al mio green pass. Ho 35 anni quindi dopo una dose di Astrazeneca a marzo, mi hanno somministrato la seconda di Pfizer a giugno, senza farmi scegliere. Benissimo in ogni caso l'eterologa. Ma quando provo a usare il mio green pass», ha aggiunto l'insegnante, «vengo bloccata perché entrambe le iniezioni risultano prime dosi». La malcapitata ha provato in tutti i modo a segnalare il suo caso alle autorità, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Al di là del dramma di chi rischia di perdere il lavoro per questi intoppi, a questo punto si apre davanti a noi un altro baratro burocratico: quello che riguarda chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma poi non si è presentato a farsi inoculare la seconda volta. Ricordiamo che a seconda del tipo di vaccino che viene inoculato, cambia il periodo di tempo che deve passare prima di ricevere la seconda iniezione: per Pfizer e Moderna sono tre settimane, mentre chi si è vaccinato con Astrazeneca lo scorso febbraio, ad esempio i docenti, ha ricevuto la seconda dose dopo tre mesi. Il green pass viene rilasciato anche a chi ha ricevuto solo la prima dose: «La certificazione verde Covid-19», si legge sul sito del governo, «per vaccinazione (prima dose) viene generata automaticamente dalla piattaforma nazionale dopo 12 giorni dalla somministrazione ed è valida dal 15° giorno dal vaccino fino alla data della seconda dose. La Certificazione dopo la seconda dose verrà rilasciata entro 24/48 ore dalla seconda somministrazione». Dunque, il sistema informatico dovrebbe automaticamente far scadere la validità del green pass a chi ha fatto la prima dose ma non si è presentato alla data fissata per la seconda. Ma un cittadino può avere mille validi motivi per non presentarsi all'appuntamento per la seconda dose al giorno e all'ora stabilita al momento della prima inoculazione. Un caso, in particolare, assilla migliaia di italiani: ci sono persone che dopo aver ricevuto la prima dose hanno accusato malori, reazioni avverse, e quindi è stata loro sconsigliata la seconda. Queste persone non avranno il green pass, e per accedere ai luoghi per i quali è necessario dovrebbero presentare un certificato di esenzione che i medici, di base, spesso e volentieri tardano a sottoscrivere. Un altro tranello burocratico riguarda chi ha avuto il Covid, ma essendo asintomatico non se ne è accorto. Poi, facendo un test sierologico, ha saputo dagli anticorpi alti di essere stato contagiato. Chi gli farà il certificato di guarigione, indispensabile per ottenere il green pass, se questo cittadino non è mai stato ufficialmente registrato tra gli ammalati? Domanda destinata a restare senza risposta. Ancora. Ci sono guariti dal Covid che si presentano agli hub vaccinali, riferiscono ai medici di avere ancora anticorpi altissimi e vengono rispediti a casa, senza aver ricevuto l'inoculazione: altro elemento di grande confusione. Sono solo alcuni esempi di quanto sia pasticciato l'intero sistema del green pass.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.