Crosetto alla Festa dell’Esercito: «Mondo impazzito, pronti a tutto»

Sono passati 17 anni da quando il terremoto mise in ginocchio L’Aquila. Il sisma non risparmiò niente e nessuno, a cominciare dal Duomo, ridotto un cumulo di macerie. Della casa di Dio, che era pure quella degli uomini, rimase ben poco. Oggi, a distanza di 17 anni, la città è rinata, insieme a quella chiesa.
Non è quindi un caso che l’Esercito abbia deciso di celebrare i 165 anni della sua fondazione proprio qui. Come se fosse stato trascurato per troppo tempo e ora avesse bisogno di rinascere. «Portare qui la Festa dell’esercito è un segno di rispetto verso una comunità che ha saputo trasformare il dolore in rinascita, rialzarsi e ricostruire. Una comunità che, in quel percorso, non è mai stata sola: ha avuto accanto, da subito, l’esercito, le forze armate, lo Stato. Nelle difficoltà ciascuno di noi cerca una mano a cui aggrapparsi. E quella mano, molto spesso, è quella dei servitori delle istituzioni: donne e uomini che indossano un’uniforme che non significa prevaricazione, ma servizio; non distanza, ma responsabilità; non potere, ma dedizione. Ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi per i propri figli, per la propria famiglia. È naturale. Ma c’è una parte del Paese che ha giurato di fare qualcosa di ancora più grande: sacrificarsi per i figli degli altri, per le famiglie degli altri, per tutti noi. Questo è l’esercito italiano. Queste sono le forze armate», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il suo intervento.
Del resto, ha continuato poi il ministro, «abbiamo un mondo che è impazzito, all’interno del quale il nostro dovere è garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere e che non succederà mai, sia in grado di difendersi perché ci sono persone che si preparano ad ogni scenario possibile». Le oltre cinquanta guerre attive sono lì a dimostrarlo.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sottolineato come «il coraggio e il sacrificio dei soldati hanno scritto pagine decisive nella storia d’Italia per la libertà e la democrazia consegnandoci un’eredità che non possiamo permetterci di vanificare. In 165 anni di storia l’esercito ha sempre svolto un ruolo attivo nelle vicende del Paese stando sempre tra la gente, sul terreno perché è sulla terra che ogni conflitto trova il suo esito. I droni, i satelliti, le reti cibernetiche e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo di operare ma nessun sistema tecnologico potrà mai sostituire la capacità di giudizio, di empatia e di discernimento morale del soldato. È proprio questa umanità la cifra distintiva del soldato italiano: la qualità profonda che gli consente di operare - in Italia come nei teatri esteri - da presenza viva e responsabile in mezzo alle popolazioni locali, con quella dignità e quella professionalità fatta di senso dell’onore, spirito di sacrificio, attaccamento al Tricolore e amore verso la patria».
Per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale di Corpo d’armata, Carmine Masiello, l’esercito potrà progredire solamente se saprà preservare il proprio passato, arricchendolo con l’innovazione, soprattutto tecnologica, e un addestramento continuo: «La pace ha un costo e richiede anche un esercito e forze armate in grado di garantire una deterrenza concreta. Servono una formazione al passo con i tempi, innovazione tangibile e standard operativi elevati. In questa prospettiva, servire la patria significa assumersi responsabilità profonde, soprattutto nei momenti più difficili, continuando a evolversi per assicurare sicurezza e contribuire alla pace. Ogni miglioramento, ogni capacità acquisita, ha un unico scopo: tutelare la vita dei nostri solati». Per il capo di Sme è questa «la priorità più alta». Ed è per questo che «le risorse a esso destinate non possono mai venire meno». Le guerre cambiano, i droni la fanno da padroni ma, continua il generale Masiello, «il soldato è e resterà il principale sistema sul campo di battaglia. Non esistono scuse: gli standard fisici, morali e spirituali che definiamo sono la nostra firma e valgono per tutti, senza eccezioni».






