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2021-05-17
I martiri di cui nessuno parla. Ogni giorno uccisi 13 cristiani
Se si toglie all'uomo la possibilità di cercare la verità fino alla radice, quindi fino a misurarsi con Dio, dell'uomo resta ben poco. A meno che non si scambi per umano uno dei molti surrogati oggi alla moda, tutti prodotti però che offrono poche garanzie anche per una buona convivenza civile. L'uomo che non sente il dovere di porsi le domande ultime resta povero, rattrappito su sé stesso. Per questo la libertà religiosa, rettamente intesa, cioè rivolta alla ricerca del Dio vero e non una marmellata delle religioni, è da ritenersi fonte primaria dei cosiddetti diritti umani. Ostacolare questa libertà significa uccidere, non solo fisicamente. Eppure oggi la persecuzione, e specialmente quella a danno dei cristiani, è un dato di fatto. Una realtà che la pandemia ha addirittura amplificato, perché oltre ad aver aggravato le vulnerabilità sociali, culturali ed economiche, ha legittimato l'incremento di sorveglianza e delle restrizioni di governi totalitari o autoritari.
Nell'ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo della fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre, si registra che essa «è violata in quasi un terzo dei Paesi del mondo». Viene individuata una «zona rossa» di 26 Paesi dove le persecuzioni sono considerate «estreme», quasi la metà di questi si trova in Africa dove cresce l'espansione di reti jihadiste transnazionali che si diffondono lungo l'equatore e aspirano a essere «califfati» transcontinentali. In Asia, invece, la persecuzione dei gruppi religiosi è principalmente opera di dittature marxiste, come quelle della Corea del Nord e della Cina; in India il rischio arriva soprattutto da movimenti di nazionalismo etno religioso.
Poi ci sono 36 Paesi in zona «arancione» dove la persecuzione è meno estrema, ma la libertà religiosa di fatto non c'è. In questa fascia sono annoverati Stati del Medio Oriente, dell'Asia meridionale e centrale, nonché le ex Repubbliche sovietiche e le nazioni limitrofe, Paesi che hanno approvato leggi volte a impedire l'espansione di quelle che considerano religioni straniere e a vietare «l'islam non tradizionale». Poi c'è la persecuzione «educata», potremmo dire da zona «gialla», che nei Paesi occidentali si fonda soprattutto sull'ascesa di nuovi «diritti», nuove norme culturali create in base a valori in evoluzione, che consegnano le religioni «all'oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee». La World watch list 2021 di Open doors / Porte aperte ha registrato, nel periodo ottobre 2019-settembre 2020, ben 13 cristiani morti ammazzati nel mondo ogni giorno, a cui quotidianamente si devono aggiungere 12 chiese ed edifici connessi attaccati o chiusi, 11 cristiani arrestati senza processo e 4 rapiti.
La politica risponde a singhiozzo davanti a questa epidemia liberticida e anticristiana. «Dalla creazione di un'Alleanza internazionale per la libertà religiosa alla firma di ordini esecutivi che promuovono la libertà religiosa e la libertà di coscienza, l'amministrazione Trump», ha scritto il Wall Street journal, «ha elevato questi problemi in patria e all'estero come nessun altro. Joe Biden farebbe bene a costruire sull'eredità del suo predecessore». Ma il nuovo presidente, nonostante il recente riconoscimento del «genocidio» armeno, finora sembra orientato ad altre priorità. Anzi i cattolici americani, compresi i vescovi, discutono sulla figura del secondo presidente «cattolico» dopo John Kennedy, proprio per questioni etiche che rimandano all'obiezione di coscienza e quindi alla libertà religiosa.
In Italia recentemente è stata approvata in Commissione esteri alla Camera la risoluzione presentata da Andrea Delmastro Delle Vedove, capogruppo di Fdi, che prevede tra i criteri da valutare per la concessione dei fondi italiani per la cooperazione allo sviluppo anche il rispetto del diritto a professare liberamente la propria fede. Ma anche quando sono validi, questi restano spesso episodi isolati, segno che non si tratta di una vera priorità. La Commissione Ue ha impiegato un anno e mezzo dall'insediamento per nominare l'inviato speciale per la promozione e la protezione della libertà di religione o di credo fuori dell'Ue: il ritardo, per quanto motivato dalla pandemia, mostra lo scarso rilievo politico dato alla materia. Dopo la scadenza del precedente inviato speciale, lo slovacco Ján Figel, la Commissione aveva addirittura smantellato l'ufficio, per poi ripristinarlo nel luglio 2020 dopo le vibranti proteste di diverse associazioni, ma la nomina del nuovo inviato, il cipriota Christos Stylianides, è arrivata solo il 5 maggio scorso. E si spera che gli siano forniti più mezzi rispetto a quelli decisamente scarni assegnati a Figel nei suoi 4 anni di valido servizio.
Il tema della libertà religiosa si può anche declinare come «cristianofobia», come evidenziano i ripetuti atti vandalici nei confronti di chiese (anche roghi, come sappiamo) che avvengono in Francia con periodicità costante. Secondo il ministero dell'Interno, nel 2018 sono stati censiti 1.063 «fatti anticristiani» e nel 2017 erano stati 1.038. Eppure, nulla accade nella vecchia Europa che ha rifiutato le sue radici cristiane, nessun «Christian lives matter», nessuna voce si alza dalle articolesse che contano. Anzi, come disse il professor Henry Jenkins, si conferma che «il nuovo anticattolicesimo rimane l'unico pregiudizio accettabile».
«Un figlio ucciso sotto i miei occhi per obbligarmi ad adorare Allah»
Se l'inferno esiste, non dev'essere molto diverso dall'esperienza toccata a Rebecca Bitrus. Sì, perché questa donna ha sperimentato l'esperienza di un rapimento, con tanto di sfruttamento e abusi sessuali, per mano nientemeno che degli uomini di Boko Haram, l'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria, nota anche come Gruppo della gente della sunna per la propaganda religiosa e il jihad, dal 2015 alleatasi con lo Stato islamico.
La Bitrus, sequestrata quando aveva solo 28 anni, ha vissuto un calvario lungo due anni. Tutto ebbe inizio il 28 agosto 2014, quando la giovane donna - appartenente alla comunità Dogon Ghukwu Kangarwan Bagi, situata al Nord dello Stato nigeriano del Borno, al confine tra Ciad e Niger - fu testimone dell'arrivo del terroristi. Al momento dell'attacco, aveva provato a fuggire con il marito e i figli, Zacarías e Jonatan. Il marito è però riuscito a scappare, lei no.
«Mi hanno trasformato in una schiava», ricorda la Bitrus ripensando a quel durissimo periodo, «ho lavorato per loro, ho cucinato, ho pulito e lavato i vestiti. Dopo un anno, mi hanno chiesto di diventare musulmana, ma non volevo rinunciare alla mia fede. Credo in Gesù e qualunque cosa mi facciano non cambierò la mia opinione». Inutile dire che, per un simile rifiuto, la donna poteva essere giustiziata da un momento all'altro. In effetti, spazientiti per l'attaccamento alla fede della donna, i terroristi, dopo circa un anno, avevano preso provvedimenti.
Così la Bitrus, a un certo punto, è stata rinchiusa una gabbia sottoterra per tre giorni, senza cibo né acqua. Siccome ancora non mollava, gli uomini di Boko Haram hanno inflitto alla donna il più atroce dolore che può vivere una madre: hanno preso Jonatan, il figlio di poco più di un anno, e lo hanno gettato nel fiume, dov'è annegato quasi immediatamente. Alla fine, la cristiana è riuscita a fuggire. Ha camminato per quasi un mese, mangiando erba. Tuttora il suo corpo porta i segni di quell'incredibile e terrificante esperienza.
A distanza di anni, e nonostante l'immenso dolore vissuto, Rebecca Bitrus ha deciso di condividere la sua esperienza, mettendo in luce come essa sia una prova, più che del male degli uomini, della grandezza del Signore: «Voglio raccontare la mia storia, la fede mi ha aiutato a sopravvivere e voglio dire a tutti che l'unica cosa che ci salva è Dio». Parole che lasciano senza fiato, per la forza e l'attaccamento alla vita di cui sono l'esempio.
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Nel mondo ogni giorno 13 morti, soprattutto nei regimi comunisti e islamici. Donald Trump aveva denunciato le violenze mentre Joe Biden si defila. E l'Europa, disconosciute le proprie radici, adesso tace.L'odissea di Rebecca Bitrus rapita, abusata e ridotta in schiavitù nel Nord della Nigeria dai terroristi di Boko Haram: «Chiusa tre giorni in una gabbia sotto terra senza cibo, sopravvissuta grazie alla fede».Lo speciale contiene due articoli.Se si toglie all'uomo la possibilità di cercare la verità fino alla radice, quindi fino a misurarsi con Dio, dell'uomo resta ben poco. A meno che non si scambi per umano uno dei molti surrogati oggi alla moda, tutti prodotti però che offrono poche garanzie anche per una buona convivenza civile. L'uomo che non sente il dovere di porsi le domande ultime resta povero, rattrappito su sé stesso. Per questo la libertà religiosa, rettamente intesa, cioè rivolta alla ricerca del Dio vero e non una marmellata delle religioni, è da ritenersi fonte primaria dei cosiddetti diritti umani. Ostacolare questa libertà significa uccidere, non solo fisicamente. Eppure oggi la persecuzione, e specialmente quella a danno dei cristiani, è un dato di fatto. Una realtà che la pandemia ha addirittura amplificato, perché oltre ad aver aggravato le vulnerabilità sociali, culturali ed economiche, ha legittimato l'incremento di sorveglianza e delle restrizioni di governi totalitari o autoritari.Nell'ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo della fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre, si registra che essa «è violata in quasi un terzo dei Paesi del mondo». Viene individuata una «zona rossa» di 26 Paesi dove le persecuzioni sono considerate «estreme», quasi la metà di questi si trova in Africa dove cresce l'espansione di reti jihadiste transnazionali che si diffondono lungo l'equatore e aspirano a essere «califfati» transcontinentali. In Asia, invece, la persecuzione dei gruppi religiosi è principalmente opera di dittature marxiste, come quelle della Corea del Nord e della Cina; in India il rischio arriva soprattutto da movimenti di nazionalismo etno religioso. Poi ci sono 36 Paesi in zona «arancione» dove la persecuzione è meno estrema, ma la libertà religiosa di fatto non c'è. In questa fascia sono annoverati Stati del Medio Oriente, dell'Asia meridionale e centrale, nonché le ex Repubbliche sovietiche e le nazioni limitrofe, Paesi che hanno approvato leggi volte a impedire l'espansione di quelle che considerano religioni straniere e a vietare «l'islam non tradizionale». Poi c'è la persecuzione «educata», potremmo dire da zona «gialla», che nei Paesi occidentali si fonda soprattutto sull'ascesa di nuovi «diritti», nuove norme culturali create in base a valori in evoluzione, che consegnano le religioni «all'oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee». La World watch list 2021 di Open doors / Porte aperte ha registrato, nel periodo ottobre 2019-settembre 2020, ben 13 cristiani morti ammazzati nel mondo ogni giorno, a cui quotidianamente si devono aggiungere 12 chiese ed edifici connessi attaccati o chiusi, 11 cristiani arrestati senza processo e 4 rapiti.La politica risponde a singhiozzo davanti a questa epidemia liberticida e anticristiana. «Dalla creazione di un'Alleanza internazionale per la libertà religiosa alla firma di ordini esecutivi che promuovono la libertà religiosa e la libertà di coscienza, l'amministrazione Trump», ha scritto il Wall Street journal, «ha elevato questi problemi in patria e all'estero come nessun altro. Joe Biden farebbe bene a costruire sull'eredità del suo predecessore». Ma il nuovo presidente, nonostante il recente riconoscimento del «genocidio» armeno, finora sembra orientato ad altre priorità. Anzi i cattolici americani, compresi i vescovi, discutono sulla figura del secondo presidente «cattolico» dopo John Kennedy, proprio per questioni etiche che rimandano all'obiezione di coscienza e quindi alla libertà religiosa. In Italia recentemente è stata approvata in Commissione esteri alla Camera la risoluzione presentata da Andrea Delmastro Delle Vedove, capogruppo di Fdi, che prevede tra i criteri da valutare per la concessione dei fondi italiani per la cooperazione allo sviluppo anche il rispetto del diritto a professare liberamente la propria fede. Ma anche quando sono validi, questi restano spesso episodi isolati, segno che non si tratta di una vera priorità. La Commissione Ue ha impiegato un anno e mezzo dall'insediamento per nominare l'inviato speciale per la promozione e la protezione della libertà di religione o di credo fuori dell'Ue: il ritardo, per quanto motivato dalla pandemia, mostra lo scarso rilievo politico dato alla materia. Dopo la scadenza del precedente inviato speciale, lo slovacco Ján Figel, la Commissione aveva addirittura smantellato l'ufficio, per poi ripristinarlo nel luglio 2020 dopo le vibranti proteste di diverse associazioni, ma la nomina del nuovo inviato, il cipriota Christos Stylianides, è arrivata solo il 5 maggio scorso. E si spera che gli siano forniti più mezzi rispetto a quelli decisamente scarni assegnati a Figel nei suoi 4 anni di valido servizio.Il tema della libertà religiosa si può anche declinare come «cristianofobia», come evidenziano i ripetuti atti vandalici nei confronti di chiese (anche roghi, come sappiamo) che avvengono in Francia con periodicità costante. Secondo il ministero dell'Interno, nel 2018 sono stati censiti 1.063 «fatti anticristiani» e nel 2017 erano stati 1.038. Eppure, nulla accade nella vecchia Europa che ha rifiutato le sue radici cristiane, nessun «Christian lives matter», nessuna voce si alza dalle articolesse che contano. Anzi, come disse il professor Henry Jenkins, si conferma che «il nuovo anticattolicesimo rimane l'unico pregiudizio accettabile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cristiani-perseguitati-nuovi-martiri-2653005033.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-figlio-ucciso-sotto-i-miei-occhi-per-obbligarmi-ad-adorare-allah" data-post-id="2653005033" data-published-at="1621180433" data-use-pagination="False"> «Un figlio ucciso sotto i miei occhi per obbligarmi ad adorare Allah» Se l'inferno esiste, non dev'essere molto diverso dall'esperienza toccata a Rebecca Bitrus. Sì, perché questa donna ha sperimentato l'esperienza di un rapimento, con tanto di sfruttamento e abusi sessuali, per mano nientemeno che degli uomini di Boko Haram, l'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria, nota anche come Gruppo della gente della sunna per la propaganda religiosa e il jihad, dal 2015 alleatasi con lo Stato islamico. La Bitrus, sequestrata quando aveva solo 28 anni, ha vissuto un calvario lungo due anni. Tutto ebbe inizio il 28 agosto 2014, quando la giovane donna - appartenente alla comunità Dogon Ghukwu Kangarwan Bagi, situata al Nord dello Stato nigeriano del Borno, al confine tra Ciad e Niger - fu testimone dell'arrivo del terroristi. Al momento dell'attacco, aveva provato a fuggire con il marito e i figli, Zacarías e Jonatan. Il marito è però riuscito a scappare, lei no. «Mi hanno trasformato in una schiava», ricorda la Bitrus ripensando a quel durissimo periodo, «ho lavorato per loro, ho cucinato, ho pulito e lavato i vestiti. Dopo un anno, mi hanno chiesto di diventare musulmana, ma non volevo rinunciare alla mia fede. Credo in Gesù e qualunque cosa mi facciano non cambierò la mia opinione». Inutile dire che, per un simile rifiuto, la donna poteva essere giustiziata da un momento all'altro. In effetti, spazientiti per l'attaccamento alla fede della donna, i terroristi, dopo circa un anno, avevano preso provvedimenti. Così la Bitrus, a un certo punto, è stata rinchiusa una gabbia sottoterra per tre giorni, senza cibo né acqua. Siccome ancora non mollava, gli uomini di Boko Haram hanno inflitto alla donna il più atroce dolore che può vivere una madre: hanno preso Jonatan, il figlio di poco più di un anno, e lo hanno gettato nel fiume, dov'è annegato quasi immediatamente. Alla fine, la cristiana è riuscita a fuggire. Ha camminato per quasi un mese, mangiando erba. Tuttora il suo corpo porta i segni di quell'incredibile e terrificante esperienza. A distanza di anni, e nonostante l'immenso dolore vissuto, Rebecca Bitrus ha deciso di condividere la sua esperienza, mettendo in luce come essa sia una prova, più che del male degli uomini, della grandezza del Signore: «Voglio raccontare la mia storia, la fede mi ha aiutato a sopravvivere e voglio dire a tutti che l'unica cosa che ci salva è Dio». Parole che lasciano senza fiato, per la forza e l'attaccamento alla vita di cui sono l'esempio.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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