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2024-10-25
Cade il mito woke di Trudeau. Il partito cola a picco e i suoi lo vogliono cacciare
Justin Trudeau (Ansa)
Fisico, portamento, eloquio e sguardo «piacionico» (copyright Gigi Proietti) non gli bastano più: la stella di Justin Trudeau, il premier che ha trasformato il Canada nella terra promessa del woke, ha smesso di brillare. Una ventina di deputati liberali gli ha dato un ultimatum: entro il 28 ottobre, il primo ministro dovrà mollare la guida del partito, altrimenti il caucus gli si rivolterà contro. Il Guardian ha riferito che il belloccio della sinistra globale, l’altro ieri, ha incontrato i suoi onorevoli in una riunione a porte chiuse. Gli eletti nelle fila del Partito liberale sono 153 e, dunque, per il momento i rimostranti sono una fronda. Trudeau, in effetti, resiste e conferma di volersi ripresentare alle elezioni dell’autunno 2025. Ma ci sono le premesse per un tracollo politico. Di qui, l’urgenza di liquidarlo.
La malaparata s’è vista già alle suppletive della scorsa estate: i liberali, dopo 50 anni di dominio, hanno perso il collegio di LaSalle-Émard-Verdun, nell’ex Québec indipendentista che il papà di Justin, Pierre, era riuscito a domare. Solo pochi mesi prima, era sfuggito loro persino un seggio nel centro di Toronto, che credevano blindato. A settembre, il Nuovo partito democratico ha ritirato il sostegno esterno al governo di minoranza, inguaiando l’uomo che pianse chiedendo scusa per le purghe anti gay. La sua compagine, di scuse, non ne vuol sentire. Per i sondaggi, potrebbe precipitare 20 punti sotto i conservatori. Scivolerebbe così in terza posizione, dietro al Bloc Québécois dei redivivi federalisti francofoni.
Trudeau, magistrale venditore di sogni (o di fuffa, a seconda dei punti di vista), strenuo sostenitore del radicalismo Lgbt, della transessualità infantile e, naturalmente, delle restrizioni pandemiche, sta cadendo sotto i colpi della più prosaica delle crisi: il caro vita e la scarsità di alloggi a buon mercato. Ma dietro il malcontento dei canadesi ci sono anche le politiche migratorie oltremodo rilassate. Non a caso, il 2023 è stato l’anno con più ingressi di stranieri nella storia: 471.550 persone, l’1,2% della popolazione totale. Pure la furia ideologica woke ha manifestato effetti collaterali. Il Canda è l’utopia incarnata di un pensiero debole che, però, quando si è trattato di soffocare le resistenze del senso comune, è apparso decisamente dispotico.
Lo Stato degli aceri, ad esempio, punisce con severe ammende chiunque si permetta di attribuire il pronome «sbagliato» ai trans. E si rischia di finire in galera, qualora il «misgendering» venga interpretato dal giudice come una forma di discriminazione o molestia. A marzo, una compagnia di trasporti pesanti era stata condannata a versare 18.000 dollari a una donna che si identificava come uomo, ma cui i colleghi continuavano a rivolgersi al femminile.
Trudeau, che al G7 2023 si era detto preoccupato per i diritti Lgbt nell’Italia di Giorgia Meloni, considera un diritto inalienabile anche quello di utilizzare i bloccanti della pubertà per la transizione di genere dei minorenni. Il punto più basso, forse, il Canada l’ha toccato quando, nel 2020, una Corte aveva autorizzato una quindicenne a sottoporsi ai trattamenti ormonali senza il consenso del padre. Nei suoi confronti, il tribunale aveva emesso un’ordinanza: se si fosse ostinato a esercitare pressioni sulla figlia, sarebbe stato incriminato per violenze familiari.
Gli eccessi hanno esasperato la gente. Pochi giorni fa, in una scuola della Nuova Scozia, i genitori hanno dovuto portare via i loro bambini, di età compresa tra 7 e 9 anni. Gli alunni avevano manifestato «disagio» per la presenza della drag queen non binaria Teo Ferguson, invitata a tenere una lezione su orientamento sessuale e identità di genere.
Anche la normalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto il parossismo. Nel 2022, l’atleta paralimpica Christine Gautier dichiarò che un funzionario del dipartimento pubblico che si occupa dei veterani, alla sua richiesta di ricevere un montascale, le aveva risposto offrendole il suicidio assistito. La campionessa se ne era lamentata con lo stesso Trudeau, il quale, per solidarietà, si era fatto fotografare su una sedia a rotelle. Come se lui non c’entrasse niente con l’involuzione culturale del Canada ultraprogressista.
Il primo ministro ha superato sé stesso durante il Covid: è stato capace di far congelare i conti sui quali i camionisti, responsabili dei blocchi stradali organizzati in protesta contro il green pass, ricevevano donazioni per finanziare la loro campagna. Non è strano se, dopo aver subìto tanto, i concittadini sono arcistufi del ciuffo castano e i compagni di partito insidiano lo scalpo.
San Giustino martire è il patrono dei filosofi. E per Justin Trudeau vale un antico motto da filosofi: sic semper tyrannis. Perché quasi mai chi fa il tiranno esce di scena da liberatore.
Kamala ora si aggrappa al fascismo
La campagna di Kamala Harris è entrata in una fase di difficoltà. E, per cercare di risalire la china, la candidata dem ha pensato di rispolverare un grande classico: la demonizzazione di Donald Trump. Mercoledì, ha annuito quando le è stato chiesto se considera il rivale un fascista. Alla base dell’accusa stanno le presunte rivelazioni dell’ex capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, secondo cui, quando era presidente, il tycoon avrebbe elogiato la lealtà dei generali tedeschi ad Adolf Hitler. Parliamo dello stesso Kelly che, già nel 2021, aveva attribuito a Trump la frase: «Hitler ha fatto molte cose buone».
Ora, al di là del fatto che l’ex presidente ha sempre smentito e che Kelly non ha mai fornito prove concrete delle sue accuse, spesso si dimentica di ricordare che costui lasciò la Casa Bianca nel 2019 a causa di forti tensioni con Trump. Kelly, da capo dello staff, commise vari errori, specialmente quando difese in un primo momento Rob Porter: un funzionario che era stato accusato di violenza domestica dalle ex mogli. Fu soprattutto quella crisi, secondo Cnn, a portarlo a essere de facto allontanato dalla Casa Bianca. Ragion per cui ha il dente avvelenato con il tycoon. Prima quindi di prendere per oro colato le sue «rivelazioni», bisognerebbe essere forse un poco più cauti.
Ma non è tutto. Lunedì, durante una call organizzata dal gruppo Survivors for Kamala, l’ex modella Stacey Williams ha affermato di essere stata palpeggiata da Trump nel 1993 alla presenza di Jeffrey Epstein. Si tratta di un’accusa che la campagna del candidato repubblicano ha smentito, tacciando l’ex modella di essere un’attivista pro Barack Obama. Va detto che il tycoon è in politica dal 2015, è stato presidente per quattro anni e si è ricandidato alla Casa Bianca nel novembre 2022. È onestamente un po’ strano che la Williams decida di raccontare questo presunto episodio soltanto a due settimane dalle prossime elezioni e, soprattutto, a un gruppo che sponsorizza la candidatura della Harris. Quella stessa Harris che, ad aprile 2019, disse di credere alle donne che avevano accusato Joe Biden di comportamenti inappropriati nei loro confronti: circostanza che non le impedì comunque di diventare la sua candidata vice appena un anno dopo.
Inoltre attenzione: l’accusa della Williams punta evidentemente a collegare Trump all’orrida figura di Epstein. Effettivamente i due erano stati amici. Il problema però risiede nel fatto che, secondo documenti processuali desecretati a inizio anno, i collegamenti più controversi Epstein li aveva con un altro suo storico amico: quel Bill Clinton che, negli scorsi giorni, ha fatto campagna elettorale per la Harris.
Che la vicepresidente sia in difficoltà, è chiaro. Secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il suo vantaggio nazionale è sceso dal +2,2% di inizio ottobre al +0,2% di ieri. La stessa media dà Trump leggermente in testa in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Georgia. Inoltre, stando al modello predittivo di The Hill, il tycoon ha al momento il 52% delle chances di vittoria. Questo poi non vuol dire che i giochi siano già fatti: in alcuni Stati, come la Georgia, si registrano alcune sacche di elettori indecisi che potrebbero rivelarsi alla fine dirimenti. È tuttavia chiaro che, al momento, è la Harris a dover rincorrere. E il fatto che non stia trovando molto di meglio che affidarsi alla demonizzazione del rivale, lascia intendere che, forse, la vicepresidente sia a corto di idee.
Chi considera Trump un mostro ha già deciso come votare dall’inizio. Difficilmente quindi la strategia della demonizzazione si rivelerà capace di spostare gli elettori indecisi. Elettori che chiederebbero, magari, più autenticità e chiarezza a una vicepresidente che non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata e fumosa. Basti pensare che, l’altro ieri, l’ex senior advisor di Obama, David Axelrod, ha criticato la Harris per la sua propensione alle risposte contorte. Parole pesanti, visto che sono arrivate a due settimane dal voto. Segno quindi che anche ai vertici dell’establishment dem si registra preoccupazione, se non irritazione, per come la vicepresidente sta conducendo la campagna. Oppure chissà: magari le alte sfere dell’Asinello stanno guardando al 2028. Nel qual caso la Harris dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto non stia già facendo.
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I deputati gli intimano di lasciare la leadership e non candidarsi nel 2025. Lui resiste, ma il caro vita e le fisse Lgbt (incluse le drag queen mandate nelle scuole) lo affossano.In difficoltà nei sondaggi, Kamala Harris rispolvera la frase del tycoon sui «generali di Hitler», nota dal 2021 ma mai confermata. Poi spunta l’ex modella: «Trump mi molestò nel ‘93».Lo speciale contiene due articoli.Fisico, portamento, eloquio e sguardo «piacionico» (copyright Gigi Proietti) non gli bastano più: la stella di Justin Trudeau, il premier che ha trasformato il Canada nella terra promessa del woke, ha smesso di brillare. Una ventina di deputati liberali gli ha dato un ultimatum: entro il 28 ottobre, il primo ministro dovrà mollare la guida del partito, altrimenti il caucus gli si rivolterà contro. Il Guardian ha riferito che il belloccio della sinistra globale, l’altro ieri, ha incontrato i suoi onorevoli in una riunione a porte chiuse. Gli eletti nelle fila del Partito liberale sono 153 e, dunque, per il momento i rimostranti sono una fronda. Trudeau, in effetti, resiste e conferma di volersi ripresentare alle elezioni dell’autunno 2025. Ma ci sono le premesse per un tracollo politico. Di qui, l’urgenza di liquidarlo.La malaparata s’è vista già alle suppletive della scorsa estate: i liberali, dopo 50 anni di dominio, hanno perso il collegio di LaSalle-Émard-Verdun, nell’ex Québec indipendentista che il papà di Justin, Pierre, era riuscito a domare. Solo pochi mesi prima, era sfuggito loro persino un seggio nel centro di Toronto, che credevano blindato. A settembre, il Nuovo partito democratico ha ritirato il sostegno esterno al governo di minoranza, inguaiando l’uomo che pianse chiedendo scusa per le purghe anti gay. La sua compagine, di scuse, non ne vuol sentire. Per i sondaggi, potrebbe precipitare 20 punti sotto i conservatori. Scivolerebbe così in terza posizione, dietro al Bloc Québécois dei redivivi federalisti francofoni.Trudeau, magistrale venditore di sogni (o di fuffa, a seconda dei punti di vista), strenuo sostenitore del radicalismo Lgbt, della transessualità infantile e, naturalmente, delle restrizioni pandemiche, sta cadendo sotto i colpi della più prosaica delle crisi: il caro vita e la scarsità di alloggi a buon mercato. Ma dietro il malcontento dei canadesi ci sono anche le politiche migratorie oltremodo rilassate. Non a caso, il 2023 è stato l’anno con più ingressi di stranieri nella storia: 471.550 persone, l’1,2% della popolazione totale. Pure la furia ideologica woke ha manifestato effetti collaterali. Il Canda è l’utopia incarnata di un pensiero debole che, però, quando si è trattato di soffocare le resistenze del senso comune, è apparso decisamente dispotico.Lo Stato degli aceri, ad esempio, punisce con severe ammende chiunque si permetta di attribuire il pronome «sbagliato» ai trans. E si rischia di finire in galera, qualora il «misgendering» venga interpretato dal giudice come una forma di discriminazione o molestia. A marzo, una compagnia di trasporti pesanti era stata condannata a versare 18.000 dollari a una donna che si identificava come uomo, ma cui i colleghi continuavano a rivolgersi al femminile. Trudeau, che al G7 2023 si era detto preoccupato per i diritti Lgbt nell’Italia di Giorgia Meloni, considera un diritto inalienabile anche quello di utilizzare i bloccanti della pubertà per la transizione di genere dei minorenni. Il punto più basso, forse, il Canada l’ha toccato quando, nel 2020, una Corte aveva autorizzato una quindicenne a sottoporsi ai trattamenti ormonali senza il consenso del padre. Nei suoi confronti, il tribunale aveva emesso un’ordinanza: se si fosse ostinato a esercitare pressioni sulla figlia, sarebbe stato incriminato per violenze familiari.Gli eccessi hanno esasperato la gente. Pochi giorni fa, in una scuola della Nuova Scozia, i genitori hanno dovuto portare via i loro bambini, di età compresa tra 7 e 9 anni. Gli alunni avevano manifestato «disagio» per la presenza della drag queen non binaria Teo Ferguson, invitata a tenere una lezione su orientamento sessuale e identità di genere.Anche la normalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto il parossismo. Nel 2022, l’atleta paralimpica Christine Gautier dichiarò che un funzionario del dipartimento pubblico che si occupa dei veterani, alla sua richiesta di ricevere un montascale, le aveva risposto offrendole il suicidio assistito. La campionessa se ne era lamentata con lo stesso Trudeau, il quale, per solidarietà, si era fatto fotografare su una sedia a rotelle. Come se lui non c’entrasse niente con l’involuzione culturale del Canada ultraprogressista.Il primo ministro ha superato sé stesso durante il Covid: è stato capace di far congelare i conti sui quali i camionisti, responsabili dei blocchi stradali organizzati in protesta contro il green pass, ricevevano donazioni per finanziare la loro campagna. Non è strano se, dopo aver subìto tanto, i concittadini sono arcistufi del ciuffo castano e i compagni di partito insidiano lo scalpo. San Giustino martire è il patrono dei filosofi. E per Justin Trudeau vale un antico motto da filosofi: sic semper tyrannis. 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Parliamo dello stesso Kelly che, già nel 2021, aveva attribuito a Trump la frase: «Hitler ha fatto molte cose buone». Ora, al di là del fatto che l’ex presidente ha sempre smentito e che Kelly non ha mai fornito prove concrete delle sue accuse, spesso si dimentica di ricordare che costui lasciò la Casa Bianca nel 2019 a causa di forti tensioni con Trump. Kelly, da capo dello staff, commise vari errori, specialmente quando difese in un primo momento Rob Porter: un funzionario che era stato accusato di violenza domestica dalle ex mogli. Fu soprattutto quella crisi, secondo Cnn, a portarlo a essere de facto allontanato dalla Casa Bianca. Ragion per cui ha il dente avvelenato con il tycoon. Prima quindi di prendere per oro colato le sue «rivelazioni», bisognerebbe essere forse un poco più cauti. Ma non è tutto. Lunedì, durante una call organizzata dal gruppo Survivors for Kamala, l’ex modella Stacey Williams ha affermato di essere stata palpeggiata da Trump nel 1993 alla presenza di Jeffrey Epstein. Si tratta di un’accusa che la campagna del candidato repubblicano ha smentito, tacciando l’ex modella di essere un’attivista pro Barack Obama. Va detto che il tycoon è in politica dal 2015, è stato presidente per quattro anni e si è ricandidato alla Casa Bianca nel novembre 2022. È onestamente un po’ strano che la Williams decida di raccontare questo presunto episodio soltanto a due settimane dalle prossime elezioni e, soprattutto, a un gruppo che sponsorizza la candidatura della Harris. Quella stessa Harris che, ad aprile 2019, disse di credere alle donne che avevano accusato Joe Biden di comportamenti inappropriati nei loro confronti: circostanza che non le impedì comunque di diventare la sua candidata vice appena un anno dopo. Inoltre attenzione: l’accusa della Williams punta evidentemente a collegare Trump all’orrida figura di Epstein. Effettivamente i due erano stati amici. Il problema però risiede nel fatto che, secondo documenti processuali desecretati a inizio anno, i collegamenti più controversi Epstein li aveva con un altro suo storico amico: quel Bill Clinton che, negli scorsi giorni, ha fatto campagna elettorale per la Harris. Che la vicepresidente sia in difficoltà, è chiaro. Secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il suo vantaggio nazionale è sceso dal +2,2% di inizio ottobre al +0,2% di ieri. La stessa media dà Trump leggermente in testa in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Georgia. Inoltre, stando al modello predittivo di The Hill, il tycoon ha al momento il 52% delle chances di vittoria. Questo poi non vuol dire che i giochi siano già fatti: in alcuni Stati, come la Georgia, si registrano alcune sacche di elettori indecisi che potrebbero rivelarsi alla fine dirimenti. È tuttavia chiaro che, al momento, è la Harris a dover rincorrere. E il fatto che non stia trovando molto di meglio che affidarsi alla demonizzazione del rivale, lascia intendere che, forse, la vicepresidente sia a corto di idee. Chi considera Trump un mostro ha già deciso come votare dall’inizio. Difficilmente quindi la strategia della demonizzazione si rivelerà capace di spostare gli elettori indecisi. Elettori che chiederebbero, magari, più autenticità e chiarezza a una vicepresidente che non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata e fumosa. Basti pensare che, l’altro ieri, l’ex senior advisor di Obama, David Axelrod, ha criticato la Harris per la sua propensione alle risposte contorte. Parole pesanti, visto che sono arrivate a due settimane dal voto. Segno quindi che anche ai vertici dell’establishment dem si registra preoccupazione, se non irritazione, per come la vicepresidente sta conducendo la campagna. Oppure chissà: magari le alte sfere dell’Asinello stanno guardando al 2028. Nel qual caso la Harris dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto non stia già facendo.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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