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2024-10-25
Cade il mito woke di Trudeau. Il partito cola a picco e i suoi lo vogliono cacciare
Justin Trudeau (Ansa)
Fisico, portamento, eloquio e sguardo «piacionico» (copyright Gigi Proietti) non gli bastano più: la stella di Justin Trudeau, il premier che ha trasformato il Canada nella terra promessa del woke, ha smesso di brillare. Una ventina di deputati liberali gli ha dato un ultimatum: entro il 28 ottobre, il primo ministro dovrà mollare la guida del partito, altrimenti il caucus gli si rivolterà contro. Il Guardian ha riferito che il belloccio della sinistra globale, l’altro ieri, ha incontrato i suoi onorevoli in una riunione a porte chiuse. Gli eletti nelle fila del Partito liberale sono 153 e, dunque, per il momento i rimostranti sono una fronda. Trudeau, in effetti, resiste e conferma di volersi ripresentare alle elezioni dell’autunno 2025. Ma ci sono le premesse per un tracollo politico. Di qui, l’urgenza di liquidarlo.
La malaparata s’è vista già alle suppletive della scorsa estate: i liberali, dopo 50 anni di dominio, hanno perso il collegio di LaSalle-Émard-Verdun, nell’ex Québec indipendentista che il papà di Justin, Pierre, era riuscito a domare. Solo pochi mesi prima, era sfuggito loro persino un seggio nel centro di Toronto, che credevano blindato. A settembre, il Nuovo partito democratico ha ritirato il sostegno esterno al governo di minoranza, inguaiando l’uomo che pianse chiedendo scusa per le purghe anti gay. La sua compagine, di scuse, non ne vuol sentire. Per i sondaggi, potrebbe precipitare 20 punti sotto i conservatori. Scivolerebbe così in terza posizione, dietro al Bloc Québécois dei redivivi federalisti francofoni.
Trudeau, magistrale venditore di sogni (o di fuffa, a seconda dei punti di vista), strenuo sostenitore del radicalismo Lgbt, della transessualità infantile e, naturalmente, delle restrizioni pandemiche, sta cadendo sotto i colpi della più prosaica delle crisi: il caro vita e la scarsità di alloggi a buon mercato. Ma dietro il malcontento dei canadesi ci sono anche le politiche migratorie oltremodo rilassate. Non a caso, il 2023 è stato l’anno con più ingressi di stranieri nella storia: 471.550 persone, l’1,2% della popolazione totale. Pure la furia ideologica woke ha manifestato effetti collaterali. Il Canda è l’utopia incarnata di un pensiero debole che, però, quando si è trattato di soffocare le resistenze del senso comune, è apparso decisamente dispotico.
Lo Stato degli aceri, ad esempio, punisce con severe ammende chiunque si permetta di attribuire il pronome «sbagliato» ai trans. E si rischia di finire in galera, qualora il «misgendering» venga interpretato dal giudice come una forma di discriminazione o molestia. A marzo, una compagnia di trasporti pesanti era stata condannata a versare 18.000 dollari a una donna che si identificava come uomo, ma cui i colleghi continuavano a rivolgersi al femminile.
Trudeau, che al G7 2023 si era detto preoccupato per i diritti Lgbt nell’Italia di Giorgia Meloni, considera un diritto inalienabile anche quello di utilizzare i bloccanti della pubertà per la transizione di genere dei minorenni. Il punto più basso, forse, il Canada l’ha toccato quando, nel 2020, una Corte aveva autorizzato una quindicenne a sottoporsi ai trattamenti ormonali senza il consenso del padre. Nei suoi confronti, il tribunale aveva emesso un’ordinanza: se si fosse ostinato a esercitare pressioni sulla figlia, sarebbe stato incriminato per violenze familiari.
Gli eccessi hanno esasperato la gente. Pochi giorni fa, in una scuola della Nuova Scozia, i genitori hanno dovuto portare via i loro bambini, di età compresa tra 7 e 9 anni. Gli alunni avevano manifestato «disagio» per la presenza della drag queen non binaria Teo Ferguson, invitata a tenere una lezione su orientamento sessuale e identità di genere.
Anche la normalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto il parossismo. Nel 2022, l’atleta paralimpica Christine Gautier dichiarò che un funzionario del dipartimento pubblico che si occupa dei veterani, alla sua richiesta di ricevere un montascale, le aveva risposto offrendole il suicidio assistito. La campionessa se ne era lamentata con lo stesso Trudeau, il quale, per solidarietà, si era fatto fotografare su una sedia a rotelle. Come se lui non c’entrasse niente con l’involuzione culturale del Canada ultraprogressista.
Il primo ministro ha superato sé stesso durante il Covid: è stato capace di far congelare i conti sui quali i camionisti, responsabili dei blocchi stradali organizzati in protesta contro il green pass, ricevevano donazioni per finanziare la loro campagna. Non è strano se, dopo aver subìto tanto, i concittadini sono arcistufi del ciuffo castano e i compagni di partito insidiano lo scalpo.
San Giustino martire è il patrono dei filosofi. E per Justin Trudeau vale un antico motto da filosofi: sic semper tyrannis. Perché quasi mai chi fa il tiranno esce di scena da liberatore.
Kamala ora si aggrappa al fascismo
La campagna di Kamala Harris è entrata in una fase di difficoltà. E, per cercare di risalire la china, la candidata dem ha pensato di rispolverare un grande classico: la demonizzazione di Donald Trump. Mercoledì, ha annuito quando le è stato chiesto se considera il rivale un fascista. Alla base dell’accusa stanno le presunte rivelazioni dell’ex capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, secondo cui, quando era presidente, il tycoon avrebbe elogiato la lealtà dei generali tedeschi ad Adolf Hitler. Parliamo dello stesso Kelly che, già nel 2021, aveva attribuito a Trump la frase: «Hitler ha fatto molte cose buone».
Ora, al di là del fatto che l’ex presidente ha sempre smentito e che Kelly non ha mai fornito prove concrete delle sue accuse, spesso si dimentica di ricordare che costui lasciò la Casa Bianca nel 2019 a causa di forti tensioni con Trump. Kelly, da capo dello staff, commise vari errori, specialmente quando difese in un primo momento Rob Porter: un funzionario che era stato accusato di violenza domestica dalle ex mogli. Fu soprattutto quella crisi, secondo Cnn, a portarlo a essere de facto allontanato dalla Casa Bianca. Ragion per cui ha il dente avvelenato con il tycoon. Prima quindi di prendere per oro colato le sue «rivelazioni», bisognerebbe essere forse un poco più cauti.
Ma non è tutto. Lunedì, durante una call organizzata dal gruppo Survivors for Kamala, l’ex modella Stacey Williams ha affermato di essere stata palpeggiata da Trump nel 1993 alla presenza di Jeffrey Epstein. Si tratta di un’accusa che la campagna del candidato repubblicano ha smentito, tacciando l’ex modella di essere un’attivista pro Barack Obama. Va detto che il tycoon è in politica dal 2015, è stato presidente per quattro anni e si è ricandidato alla Casa Bianca nel novembre 2022. È onestamente un po’ strano che la Williams decida di raccontare questo presunto episodio soltanto a due settimane dalle prossime elezioni e, soprattutto, a un gruppo che sponsorizza la candidatura della Harris. Quella stessa Harris che, ad aprile 2019, disse di credere alle donne che avevano accusato Joe Biden di comportamenti inappropriati nei loro confronti: circostanza che non le impedì comunque di diventare la sua candidata vice appena un anno dopo.
Inoltre attenzione: l’accusa della Williams punta evidentemente a collegare Trump all’orrida figura di Epstein. Effettivamente i due erano stati amici. Il problema però risiede nel fatto che, secondo documenti processuali desecretati a inizio anno, i collegamenti più controversi Epstein li aveva con un altro suo storico amico: quel Bill Clinton che, negli scorsi giorni, ha fatto campagna elettorale per la Harris.
Che la vicepresidente sia in difficoltà, è chiaro. Secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il suo vantaggio nazionale è sceso dal +2,2% di inizio ottobre al +0,2% di ieri. La stessa media dà Trump leggermente in testa in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Georgia. Inoltre, stando al modello predittivo di The Hill, il tycoon ha al momento il 52% delle chances di vittoria. Questo poi non vuol dire che i giochi siano già fatti: in alcuni Stati, come la Georgia, si registrano alcune sacche di elettori indecisi che potrebbero rivelarsi alla fine dirimenti. È tuttavia chiaro che, al momento, è la Harris a dover rincorrere. E il fatto che non stia trovando molto di meglio che affidarsi alla demonizzazione del rivale, lascia intendere che, forse, la vicepresidente sia a corto di idee.
Chi considera Trump un mostro ha già deciso come votare dall’inizio. Difficilmente quindi la strategia della demonizzazione si rivelerà capace di spostare gli elettori indecisi. Elettori che chiederebbero, magari, più autenticità e chiarezza a una vicepresidente che non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata e fumosa. Basti pensare che, l’altro ieri, l’ex senior advisor di Obama, David Axelrod, ha criticato la Harris per la sua propensione alle risposte contorte. Parole pesanti, visto che sono arrivate a due settimane dal voto. Segno quindi che anche ai vertici dell’establishment dem si registra preoccupazione, se non irritazione, per come la vicepresidente sta conducendo la campagna. Oppure chissà: magari le alte sfere dell’Asinello stanno guardando al 2028. Nel qual caso la Harris dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto non stia già facendo.
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I deputati gli intimano di lasciare la leadership e non candidarsi nel 2025. Lui resiste, ma il caro vita e le fisse Lgbt (incluse le drag queen mandate nelle scuole) lo affossano.In difficoltà nei sondaggi, Kamala Harris rispolvera la frase del tycoon sui «generali di Hitler», nota dal 2021 ma mai confermata. Poi spunta l’ex modella: «Trump mi molestò nel ‘93».Lo speciale contiene due articoli.Fisico, portamento, eloquio e sguardo «piacionico» (copyright Gigi Proietti) non gli bastano più: la stella di Justin Trudeau, il premier che ha trasformato il Canada nella terra promessa del woke, ha smesso di brillare. Una ventina di deputati liberali gli ha dato un ultimatum: entro il 28 ottobre, il primo ministro dovrà mollare la guida del partito, altrimenti il caucus gli si rivolterà contro. Il Guardian ha riferito che il belloccio della sinistra globale, l’altro ieri, ha incontrato i suoi onorevoli in una riunione a porte chiuse. Gli eletti nelle fila del Partito liberale sono 153 e, dunque, per il momento i rimostranti sono una fronda. Trudeau, in effetti, resiste e conferma di volersi ripresentare alle elezioni dell’autunno 2025. Ma ci sono le premesse per un tracollo politico. Di qui, l’urgenza di liquidarlo.La malaparata s’è vista già alle suppletive della scorsa estate: i liberali, dopo 50 anni di dominio, hanno perso il collegio di LaSalle-Émard-Verdun, nell’ex Québec indipendentista che il papà di Justin, Pierre, era riuscito a domare. Solo pochi mesi prima, era sfuggito loro persino un seggio nel centro di Toronto, che credevano blindato. A settembre, il Nuovo partito democratico ha ritirato il sostegno esterno al governo di minoranza, inguaiando l’uomo che pianse chiedendo scusa per le purghe anti gay. La sua compagine, di scuse, non ne vuol sentire. Per i sondaggi, potrebbe precipitare 20 punti sotto i conservatori. Scivolerebbe così in terza posizione, dietro al Bloc Québécois dei redivivi federalisti francofoni.Trudeau, magistrale venditore di sogni (o di fuffa, a seconda dei punti di vista), strenuo sostenitore del radicalismo Lgbt, della transessualità infantile e, naturalmente, delle restrizioni pandemiche, sta cadendo sotto i colpi della più prosaica delle crisi: il caro vita e la scarsità di alloggi a buon mercato. Ma dietro il malcontento dei canadesi ci sono anche le politiche migratorie oltremodo rilassate. Non a caso, il 2023 è stato l’anno con più ingressi di stranieri nella storia: 471.550 persone, l’1,2% della popolazione totale. Pure la furia ideologica woke ha manifestato effetti collaterali. Il Canda è l’utopia incarnata di un pensiero debole che, però, quando si è trattato di soffocare le resistenze del senso comune, è apparso decisamente dispotico.Lo Stato degli aceri, ad esempio, punisce con severe ammende chiunque si permetta di attribuire il pronome «sbagliato» ai trans. E si rischia di finire in galera, qualora il «misgendering» venga interpretato dal giudice come una forma di discriminazione o molestia. A marzo, una compagnia di trasporti pesanti era stata condannata a versare 18.000 dollari a una donna che si identificava come uomo, ma cui i colleghi continuavano a rivolgersi al femminile. Trudeau, che al G7 2023 si era detto preoccupato per i diritti Lgbt nell’Italia di Giorgia Meloni, considera un diritto inalienabile anche quello di utilizzare i bloccanti della pubertà per la transizione di genere dei minorenni. Il punto più basso, forse, il Canada l’ha toccato quando, nel 2020, una Corte aveva autorizzato una quindicenne a sottoporsi ai trattamenti ormonali senza il consenso del padre. Nei suoi confronti, il tribunale aveva emesso un’ordinanza: se si fosse ostinato a esercitare pressioni sulla figlia, sarebbe stato incriminato per violenze familiari.Gli eccessi hanno esasperato la gente. Pochi giorni fa, in una scuola della Nuova Scozia, i genitori hanno dovuto portare via i loro bambini, di età compresa tra 7 e 9 anni. Gli alunni avevano manifestato «disagio» per la presenza della drag queen non binaria Teo Ferguson, invitata a tenere una lezione su orientamento sessuale e identità di genere.Anche la normalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto il parossismo. Nel 2022, l’atleta paralimpica Christine Gautier dichiarò che un funzionario del dipartimento pubblico che si occupa dei veterani, alla sua richiesta di ricevere un montascale, le aveva risposto offrendole il suicidio assistito. La campionessa se ne era lamentata con lo stesso Trudeau, il quale, per solidarietà, si era fatto fotografare su una sedia a rotelle. Come se lui non c’entrasse niente con l’involuzione culturale del Canada ultraprogressista.Il primo ministro ha superato sé stesso durante il Covid: è stato capace di far congelare i conti sui quali i camionisti, responsabili dei blocchi stradali organizzati in protesta contro il green pass, ricevevano donazioni per finanziare la loro campagna. Non è strano se, dopo aver subìto tanto, i concittadini sono arcistufi del ciuffo castano e i compagni di partito insidiano lo scalpo. San Giustino martire è il patrono dei filosofi. E per Justin Trudeau vale un antico motto da filosofi: sic semper tyrannis. 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Parliamo dello stesso Kelly che, già nel 2021, aveva attribuito a Trump la frase: «Hitler ha fatto molte cose buone». Ora, al di là del fatto che l’ex presidente ha sempre smentito e che Kelly non ha mai fornito prove concrete delle sue accuse, spesso si dimentica di ricordare che costui lasciò la Casa Bianca nel 2019 a causa di forti tensioni con Trump. Kelly, da capo dello staff, commise vari errori, specialmente quando difese in un primo momento Rob Porter: un funzionario che era stato accusato di violenza domestica dalle ex mogli. Fu soprattutto quella crisi, secondo Cnn, a portarlo a essere de facto allontanato dalla Casa Bianca. Ragion per cui ha il dente avvelenato con il tycoon. Prima quindi di prendere per oro colato le sue «rivelazioni», bisognerebbe essere forse un poco più cauti. Ma non è tutto. Lunedì, durante una call organizzata dal gruppo Survivors for Kamala, l’ex modella Stacey Williams ha affermato di essere stata palpeggiata da Trump nel 1993 alla presenza di Jeffrey Epstein. Si tratta di un’accusa che la campagna del candidato repubblicano ha smentito, tacciando l’ex modella di essere un’attivista pro Barack Obama. Va detto che il tycoon è in politica dal 2015, è stato presidente per quattro anni e si è ricandidato alla Casa Bianca nel novembre 2022. È onestamente un po’ strano che la Williams decida di raccontare questo presunto episodio soltanto a due settimane dalle prossime elezioni e, soprattutto, a un gruppo che sponsorizza la candidatura della Harris. Quella stessa Harris che, ad aprile 2019, disse di credere alle donne che avevano accusato Joe Biden di comportamenti inappropriati nei loro confronti: circostanza che non le impedì comunque di diventare la sua candidata vice appena un anno dopo. Inoltre attenzione: l’accusa della Williams punta evidentemente a collegare Trump all’orrida figura di Epstein. Effettivamente i due erano stati amici. Il problema però risiede nel fatto che, secondo documenti processuali desecretati a inizio anno, i collegamenti più controversi Epstein li aveva con un altro suo storico amico: quel Bill Clinton che, negli scorsi giorni, ha fatto campagna elettorale per la Harris. Che la vicepresidente sia in difficoltà, è chiaro. Secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il suo vantaggio nazionale è sceso dal +2,2% di inizio ottobre al +0,2% di ieri. La stessa media dà Trump leggermente in testa in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Georgia. Inoltre, stando al modello predittivo di The Hill, il tycoon ha al momento il 52% delle chances di vittoria. Questo poi non vuol dire che i giochi siano già fatti: in alcuni Stati, come la Georgia, si registrano alcune sacche di elettori indecisi che potrebbero rivelarsi alla fine dirimenti. È tuttavia chiaro che, al momento, è la Harris a dover rincorrere. E il fatto che non stia trovando molto di meglio che affidarsi alla demonizzazione del rivale, lascia intendere che, forse, la vicepresidente sia a corto di idee. Chi considera Trump un mostro ha già deciso come votare dall’inizio. Difficilmente quindi la strategia della demonizzazione si rivelerà capace di spostare gli elettori indecisi. Elettori che chiederebbero, magari, più autenticità e chiarezza a una vicepresidente che non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata e fumosa. Basti pensare che, l’altro ieri, l’ex senior advisor di Obama, David Axelrod, ha criticato la Harris per la sua propensione alle risposte contorte. Parole pesanti, visto che sono arrivate a due settimane dal voto. Segno quindi che anche ai vertici dell’establishment dem si registra preoccupazione, se non irritazione, per come la vicepresidente sta conducendo la campagna. Oppure chissà: magari le alte sfere dell’Asinello stanno guardando al 2028. Nel qual caso la Harris dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto non stia già facendo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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