Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance saluta mentre sale a bordo dell'Air Force Two dopo i negoziati che si sono svolti a Islamabad (Getty Images)
Dopo oltre 20 ore di colloqui a Islamabad, nessun accordo tra Washington e Teheran. Vance accusa: manca un impegno sul nucleare. L’Iran respinge le richieste Usa ma non chiude alla diplomazia. Resta il nodo dello Stretto di Hormuz, mentre cresce la tensione nella regione.
Dopo oltre venti ore di colloqui a Islamabad, il negoziato tra Stati Uniti e Iran si chiude senza un accordo. La sesta settimana di guerra, iniziata il 28 febbraio con l’offensiva congiunta di Washington e Israele, si apre così con uno stallo diplomatico che conferma quanto la distanza tra le parti resti profonda, nonostante i tentativi di mediazione del Pakistan.
A certificare il fallimento è il vicepresidente americano J.D. Vance, che lascia il Paese con toni netti: «Non abbiamo raggiunto un accordo» e, soprattutto, «non c’è un impegno esplicito da parte dell’Iran a non sviluppare armi nucleari». È questo, nelle parole dell’amministrazione statunitense, il nodo centrale. Washington chiede una garanzia chiara e duratura sul programma atomico iraniano, ritenuto il punto non negoziabile dell’intera trattativa. «Devono capire che questa è la nostra offerta finale», aggiunge Vance, lasciando intendere margini ridotti per ulteriori concessioni. Da Teheran la lettura è opposta. La televisione di Stato parla di «richieste irragionevoli», mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei riconosce che un’intesa su alcuni punti è stata trovata, ma conferma divergenze su «due o tre questioni importanti», senza entrare nei dettagli. Il clima, segnato da quaranta giorni di conflitto, resta quello della diffidenza reciproca. «Nessuno si aspettava di raggiungere un accordo in un solo incontro», sottolinea Baghaei, lasciando però aperta la porta a un possibile proseguimento del dialogo: «La via della diplomazia non è chiusa».
Tra i dossier più sensibili rimane quello dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico globale e leva geopolitica nelle mani di Teheran. Una fonte della sicurezza iraniana chiarisce che la situazione non cambierà finché non verrà definito un quadro condiviso con gli Stati Uniti. Nelle stesse ore, segnali di tensione arrivano proprio dal mare: due superpetroliere dirette verso il Golfo Persico hanno invertito la rotta all’avvicinarsi alle acque controllate dall’Iran, mentre i Pasdaran ribadiscono che qualsiasi tentativo di attraversamento da parte di navi militari sarà contrastato. Il fallimento dei colloqui riapre anche il fronte delle opzioni sul tavolo di Washington. Donald Trump, intervenuto indirettamente rilanciando un’analisi sulla sua piattaforma, lascia intravedere la possibilità di un blocco navale contro l’Iran, sul modello di quanto già fatto in Venezuela. Un’ipotesi che, se confermata, segnerebbe un ulteriore salto di tensione in un’area già altamente instabile.
Nel frattempo, il conflitto continua a produrre effetti su scala regionale. Nuovi raid israeliani nel sud del Libano hanno causato almeno undici morti, mentre il bilancio complessivo delle vittime nel Paese, secondo le autorità locali, supera le duemila unità dall’inizio di marzo. Sul fronte iraniano, Teheran denuncia migliaia di feriti, tra cui oltre duemila minori, nei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele. In questo quadro, il Pakistan prova a mantenere aperto un canale di comunicazione. Il ministro degli Esteri Ishaq Dar invita entrambe le parti a rispettare il cessate il fuoco e ribadisce la disponibilità di Islamabad a proseguire il ruolo di mediatore. Ma, al di là delle dichiarazioni, il negoziato si è fermato su questioni strutturali: il nucleare, la sicurezza marittima, il rapporto di forza nella regione.
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Xi Jinping (Ansa)
Pechino smentisce, ma secondo Cnn darà sistemi antiaerei ai pasdaran. Lo scopo: impantanare gli Stati Uniti se il dialogo fallisse (e distoglierli da Taiwan). In caso di accordo, invece, potrà vantare il suo ruolo diplomatico.
Al tavolo di Islamabad c’è un convitato di pietra. Ha gli occhi a mandorla e un asso nella manica: gli armamenti che sarebbe in procinto di fornire all’Iran per neutralizzare gli attacchi statunitensi.
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.
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Donald Trump (Ansa)
La sua comunicazione è strategica: dribbla i media novecenteschi e spaesa il pubblico.
Eravamo convinti degli argomenti neoisolazionisti in base ai quali - vale la pena ricordarlo - si stabilì quella convergenza generale del mondo Maga che portò lo stesso JD Vance a ricredersi su Donald Trump sino ad accettare la vicepresidenza e che fece individuare nella candidatura di Trump il momento di chiusura della visione neocon.
Ci eravamo sentiti dire che gli Stati Uniti, dopo le numerose e destabilizzanti operazioni in Medio Oriente, spesso dai risultati ambigui, avrebbero scelto di chiudere il Novecento e di muoversi in un’ottica multipolare senza rinunciare al proprio ruolo di preminenza. Qualcosa è intervenuto e ha portato gli Usa, dopo due operazioni rapide e di successo, a tornare al vecchio interventismo dal quale ora non si sa con chiarezza come uscire. Ma questo non può essere letto come semplice avventurismo né tantomeno con le vecchie categorie del «caos trumpiano» o con i patetici semplicismi del «matto che va fermato».
Per comprendere il quadro nel suo insieme, almeno per quanto riguarda il suo significato di massima, occorre considerare la strategia comunicativa di Donald Trump come indice della più grande operazione di disintermediazione della storia moderna, un’operazione che può essere letta come una vera e propria inversione della distinzione straussiana tra esoterico ed essoterico, operazione con la quale Trump rende pubblico il messaggio destinato agli interlocutori apicali e lascia le masse davanti a un testo che non possono decifrare, disinteressandosi della narrazione mediatica e anzi massimizzando l’incertezza e lo spaesamento prodotti. La dichiarazione sulla «imminente fine della civiltà» rimarrà nella storia delle forme di comunicazione politica ma non tanto per brutalità o scarsa cautela bensì perché, probabilmente per la prima volta nel mondo moderno, i messaggi e i toni che da sempre nella storia erano riservati alle stanze segrete delle trattative tra i capi dei Paesi in conflitto sono stati resi pubblici e utilizzati essi stessi come armi.
Secondo lo schema formale moderno, accettato implicitamente da tutti, il sovrano o il capo di Stato adoperava particolare attenzione nel costruire narrazioni che producessero consenso di massa così da risultare non solo «vincente» agli occhi del popolo ma soprattutto «giusto», «legittimo« e «animato da senso di responsabilità». Ma nelle segrete stanze tale esigenza veniva a mancare ed era lì che emergevano le mosse strategiche che dell’esigenza narrativa non avevano alcun bisogno. Tutto il Novecento si è giocato su questo tipo di rapporti tra Usa e Urss, fintamente minacciosi o fintamente amichevoli, salvo poi basarsi su narrazioni e retoriche del tutto differenti per ciò che concerneva il rapporto con i media e con il pubblico.
In questi giorni abbiamo, invece, assistito a una sorta di «inversione trumpiana» nell’ambito delle strategie comunicative, un’inversione per la quale le masse non sono più l’elemento da guidare, motivare e acquietare ma diventano semplici spettatrici di un linguaggio che non capiscono. E non stupisce affatto che le stesse élite che per vent’anni hanno teorizzato la preminenza delle narrazioni sulla realtà, secondo la lezione del post-strutturalismo, le stesse che conferivano il Nobel per la pace a Barack Obama mentre bombardava Libia e Siria, oggi si scandalizzino perché Trump non parla «in modo lineare». Il motivo della scelta di Trump non è soltanto dettato da una diversa concezione del negoziato e del suo uso strategico ma rappresenta altresì la risposta spiazzante nei confronti di un mondo dei media a lui quasi interamente ostile e nei confronti del quale si sarebbe trovato costantemente nel ruolo dell’inseguitore.
La tecnica del flooding - cioè il saturare i canali mediatici attraverso un sovraccarico di notizie - l’imprevedibilità dei tempi e soprattutto l’uso funzionale della contraddizione, hanno il preciso fine di rendere irrilevante l’intermediazione mediatica e di mantenere sempre il controllo della cornice narrativa. Ciò naturalmente a scapito del controllo dell’opinione pubblica che viene così relegata ad aspetto secondario da un politico che tale in realtà non è mai stato.
Trump non è affatto un’anomalia populista come i media novecenteschi e i loro lettori scandalizzati cercano di dire ma è il più postmoderno dei postmoderni, talmente fuori dagli schemi da rifarsi oggi più a Cesare Borgia che a Henry Kissinger. Per colmo di paradosso Trump sta facendo con i media globali la stessa cosa che gli iraniani stanno facendo con lui: una guerra talmente asimmetrica da risultare sorprendentemente efficace ma tra i tanti errori strategici che gli Usa stanno commettendo si farebbe un grave errore ad annoverare anche la comunicazione di Donald.
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Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance parla ai giornalisti n un discorso televisivo prima di lasciare Islamabad (Ansa)
- Vance tratta con Ghalibaf e Araghchi. Al Jazeera: «Progressi». Il Financial Times: «È stallo» Verso un secondo round. Teheran nega il blitz nello Stretto: «Il nemico è fuggito».
- Hezbollah boicotta il vertice con Netanyahu. Alla Verità, il capogruppo parlamentare del Partito di Dio spiega che i colloqui con Tel Aviv «violano la Costituzione». E gli islamisti minacciano rivolte in Libano.
Lo speciale contiene due articoli.
Prova a prendere slancio l’iniziativa diplomatica americana per porre fine al conflitto iraniano. Ieri, il team negoziale di Washington si è incontrato a Islamabad con quello di Teheran alla presenza di alti funzionari pakistani. In particolare, la squadra americana era composta da JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre quella della Repubblica islamica era capitanata dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, nonché dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Per Islamabad era invece presente il capo delle Forze di difesa pakistane, il generale Asim Munir.
Ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, gli incontri non si erano ancora conclusi. Secondo l’agenzia iraniana (legata ai pasdaran) Tasnim, i colloqui erano tuttavia entrati nella fase tecnica. La stessa testata, nel pomeriggio italiano, riferiva che le discussioni avrebbero potuto protrarsi per un’altra giornata. In questo quadro, Al Jazeera, in serata, riferiva che, nel corso delle prime ore di trattativa, sarebbero stati «compiuti alcuni progressi sulle questioni degli attacchi israeliani in Libano, dello sblocco dei beni di cui l’Iran ha disperatamente bisogno, dello Stretto di Hormuz e di altre cose ancora». Poco dopo, il Financial Times parlava tuttavia di una fase di «stallo» proprio sulla questione di Hormuz: una circostanza, questa, confermata da Tasnim, che ha parlato di un «grave disaccordo» sul tema dello Stretto, accusando inoltre Washington di avanzare delle «richieste eccessive».
«L’alta delegazione iraniana presente in Pakistan tutela con tutto il cuore gli interessi dell’Iran e negozierà con coraggio», ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Donald Trump, dal canto suo, ha ammesso di «non avere idea» di come si sarebbero conclusi i colloqui, specificando al contempo di voler capire se gli iraniani avrebbero negoziato in buona fede. Come noto, i nodi sul tavolo sono molteplici. Washington vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, limiti il proprio programma missilistico, liberi i cittadini statunitensi detenuti, apra lo Stretto di Hormuz e cessi di finanziare i suoi pericolosi proxy regionali. Il regime khomeinista, dal canto suo, esige che gli Usa sblocchino gli asset iraniani congelati e revochino le sanzioni.
Poco prima che i colloqui iniziassero, una fonte di Teheran aveva affermato che Washington avrebbe acconsentito a scongelare i fondi della Repubblica islamica bloccati in banche estere: una circostanza che, secondo la Cbs, è stata tuttavia smentita poco dopo da un funzionario statunitense. Non solo. Sempre ieri, Axios ha riferito che alcune navi della Marina statunitense, per la prima volta dall’inizio del conflitto, avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz in una mossa non coordinata con l’Iran. «Si è trattato di un’operazione incentrata sulla libertà di navigazione nelle acque internazionali», ha dichiarato a tal proposito un funzionario statunitense.
Nelle stesse ore, Trump, su Truth, sosteneva che le forze americane avevano iniziato le operazioni di sminamento nello Stretto, dichiarando: «Stiamo iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri». Tutto questo, mentre l’Iran ha negato che le navi statunitensi avessero attraversato Hormuz, per poi aggiungere che una di esse sarebbe addirittura tornata indietro dopo una minaccia di attacco da parte della Repubblica islamica. Dal canto suo, Centcom ha tuttavia confermato il passaggio di due cacciatorpediniere statunitensi per condurre attività di sminamento nell’area.
Nel frattempo, temendo di ritrovarsi ulteriormente marginalizzato, Emmanuel Macron ha cercato di acquisire un qualche ruolo nel processo diplomatico mediorientale. Ieri, l’inquilino dell’Eliseo si è infatti sentito sia con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sia con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Con entrambi, il leader francese ha affermato di auspicare non solo il cessate il fuoco in Libano ma anche il ripristino della libera navigazione a Hormuz. Un tema, quello di Hormuz, di cui Macron ha successivamente parlato anche con Pezeshkian. Al contempo, mentre gli incontri di Islamabad erano in corso, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la campagna contro l’Iran «non è finita», tornando così de facto a mostrare scetticismo per l’approccio diplomatico attualmente promosso dalla Casa Bianca. «Li abbiamo colpiti, ma dobbiamo ancora fare di più», ha proseguito il premier israeliano.
In tutto questo, i colloqui di ieri certificano ulteriormente il crescente peso del Pakistan. È da maggio dell’anno scorso che Islamabad e Washington si sono notevolmente avvicinate. In particolare, Trump sta rafforzando sempre più la sponda con Munir, da lui definito a ottobre il suo «feldmaresciallo preferito». Si tratta di una svolta con cui l’inquilino della Casa Bianca mira a conseguire vari obiettivi. Innanzitutto punta a controbilanciare l’Inda: un Paese con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, Trump sta cercando di indebolire i rapporti tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non meno importante, la Casa Bianca guarda con interesse alle risorse minerarie del Pakistan: un Pakistan che, l’anno scorso, aveva candidato Trump al Nobel per la Pace. Islamabad, dal canto suo, ha interesse sia a ricucire i rapporti con Washington dopo anni difficili sia, più nell’immediato, a sbloccare Hormuz. Il Pakistan importa infatti gran parte del greggio e del gas proprio dal Medio Oriente.
Hezbollah boicotta il vertice con Netanyahu
I colloqui per il cessate il fuoco fra Israele e Libano, che si apriranno martedì a Washington, rischiano di non ottenere nessun risultato concreto. Tel Aviv si è infatti rifiutata di trattare con Hezbollah, il movimento sciita fedele all’Iran che domina il Sud e suoi rappresentanti parlamentari stanno già cercando di boicottare le trattative.
Il Partito di Dio ha pubblicamente dichiarato che continuerà a combattere finché Israele non sarà sconfitto, che nessun accordo preso dal governo del premier Nawaf Salam sarà ritenuto vincolante e che continueranno gli attacchi in tutto il Nord israeliano. Venerdì, alcune decine di sostenitori di Hezbollah, sventolando la bandiera del gruppo e quella dell’Iran, hanno manifestato davanti alla sede del governo per protestare contro l’imminente summit.
Intanto le incursioni israeliane hanno raggiunto dodici diverse località, provocando il crollo di un edificio la morte di tre persone all’interno del distretto di Nabatiyeh. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che gli ultimi raid hanno provocato la morte di dieci persone nel Sud del paese: le vittime dall’inizio della guerra sono 1.940. Lo stesso ministero ha affermato che tra esse figurano un membro della Protezione civile e due paramedici del Comitato sanitario islamico, associazione affiliata a Hezbollah, che Tel Aviv accusa di nascondere nelle ambulanze miliziano armati per facilitarne gli spostamenti.
A Washington, Beirut chiederà il ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese, mentre Israele ha presentato i colloqui come un passo verso la formalizzazione della pace con il Libano, con il quale è tecnicamente in stato di guerra da decenni.
Hassan Fadlallah è il capogruppo dei deputati di Hezbollah nel Parlamento libanese e vanta una lunga esperienza anche come giornalista, avendo diretto al Manar la tv del Partito di Dio. «Rifiutiamo con forza i negoziati che si stanno per aprire tra Israele e Libano», dice alla Verità. «Questa decisione di avviare colloqui diretti rappresenta una palese violazione del Patto nazionale, della Costituzione e delle leggi libanesi. La decisione del governo aumenta le divisioni interne in un momento in cui il Libano ha estremo bisogno di solidarietà e unità interna per affrontare l’aggressione israeliana e preservare la pace civile. Il primo ministro Salam non è riuscito a proteggere il proprio popolo e non ci si può fidare che tuteli la sovranità nazionale».
L’esercito ha messo in guardia contro qualsiasi azione che possa mettere in pericolo la stabilità, affermando che le sue forze interverranno per prevenire qualsiasi danno alla stabilità interna, una chiara minaccia riferita a Hezbollah. Fadlallah ha accusato direttamente il premier: «Salam dovrebbe sapere che ignorare il ruolo della resistenza eroica di Hezbollah esporrà il Libano a rischi irreparabili, la sua stabilità si basa esclusivamente sulla coesione tra il governo e la resistenza».
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