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2019-05-27
Cresce la Meloni, cade Forza Italia. Il Pd di Zingaretti sorpassa i grillini
Ansa
La Lega vola, il M5s affonda. Il Carroccio guidato da Matteo Salvini diventa il primo partito d'Italia, con il 34,1% dei voti supera ogni previsione raddoppiando il risultato delle politiche del marzo 2018: è questo il dato più importante, dal punto di vista politico e storico, delle elezioni europee che si sono svolte ieri. I dati che abbiamo a disposizione, alla chiusura del giornale, sono quelli delle proiezioni di Swg per La 7. Numeri che, in attesa della conclusione degli scrutini, certificano il ribaltamento totale dell'equilibrio tra i due alleati di maggioranza. Il M5s, con il 18% dei voti, è in crisi profondissima: perde più di 13 punti rispetto alle politiche dello scorso anno, mentre il Pd, con il 22%, incassa un buon risultato, e sorpassa il M5s. Molto deludente il risultato di Forza Italia, inchiodata all'8,5%, mentre Fratelli d'Italia con il 6,4% cresce di ben due punti rispetto a un anno fa, corroborando il successo oltre ogni previsione delle forze sovraniste.
La tendenza, al di là delle cautele del caso, sembra abbastanza chiara, e dunque si può già affermare con ragionevole certezza che Matteo Salvini, con il 34,1%, è riuscito in una impresa che 30 anni fa, quando Umberto Bossi fuse la Lega Lombarda, da lui fondata, con la Liga Veneta, non avrebbe mai immaginato. Esattamente tre decenni fa, nel giugno 1989, alle elezioni europee, i due partiti, uniti insieme ad altri movimenti regionalisti, ottenevano l'1,8% dei voti. Alle politiche del marzo 2018, la Lega aveva preso il 17,35% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, il Carroccio aveva ottenuto il 6,15% dei consensi.
Esulta la Lega, quindi. Salvini, in conferenza stampa, con il rosario in mano (nonostante le polemiche dei giorni scorsi con la Cei, il ministro dell'Interno è tornato anche a invocare il Cuore Immacolato di Maria), ha dichiarato: «Adesso si cambia in Europa». Il numero uno del Carroccio ha confermato che il governo andrà avanti, ma ha anche ribadito che ora sarà lui a dettare l'agenda: «Il nostro risultato ci dà più forza per mettere al centro i nostri temi». Non a caso, il M5s si lecca le ferite, dopo aver incassato una percentuale, il 18%, che rappresenta una batosta micidiale: rispetto al 4 marzo 2018, si sono invertiti i rapporti di forza tra i gialloblù. Un anno fa, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Non ha pagato in termini di consensi la vera e propria aggressione mediatica che nell'ultimo mese e mezzo il M5s ha orchestrato nei confronti della Lega. Le aspettative di chi aveva votato M5s, lo scorso anno, sono state deluse dall'azione di Luigi Di Maio e dei suoi fedelissimi al governo. Il M5s, per di più, sembra aver subito anche lo smacco del sorpasso da parte del Pd.
Pd che ottiene un risultato rispettabile: la nuova gestione targata Nicola Zingaretti porta a casa un buon 22%. Rispetto a un anno fa, l'esito delle europee di ieri può dirsi soddisfacente: alle politiche, il Pd di Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Sembrano passati cinque secoli, invece solo cinque anni fa il Pd by Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Cinque anni di governo del centrosinistra, hanno praticamente dimezzato il gradimento dei dem tra gli italiani. Sembra però eccessiva l'esultanza di Zingaretti: «La scelta della sinistra unitaria è stata vincente», «non c'è più il bipolarismo M5s-Lega, c'è un tripolarismo e c'è anche il Pd». Peccato che per raggiungere il 22%, i dem abbiano dovuto imbarcare gli ex fuoriusciti di Articolo 1. Insomma, per non affondare, la sinistra è costretta a resuscitare l'Ulivo.
Nel centrodestra, si registra un risultato assai deludente per Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi, infatti, ottiene una percentuale dell'8,5%. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. Non ha sortito l'effetto sperato il grande sforzo personale di Berlusconi, che nonostante i problemi di salute ha condotto una campagna elettorale alla sua maniera, con presenze a raffica in tv e anche qualche incontro pubblico. Il Cav aveva puntato tutto sulla esperienza di leader di governo, proponendo Forza Italia come componente moderata del centrodestra, saldamente all'interno del Partito popolare europeo.
Restando nel centrodestra, è da registrare l'ottimo risultato di Fratelli d'Italia, che le proiezioni danno al 6,4%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito di Giorgia Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,67%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto una campagna elettorale molto aggressiva, proponendosi come seconda gamba di un futuro centrodestra sovranista Lega-Fdi: la somma dei due partiti raggiunge addirittura il 40,5%.
Gli ultrà europeisti di +Europa, fermi al 3,2%, non supererebbero la soglia di sbarramento del 4% per entrare nel Parlamento europeo. La Sinistra non va oltre l'1,7%. Europa Verde si ferma al 2,4%.
Interessante il dato della somma di Lega e M5s, i partiti di maggioranza. Alle politiche dello scorso anno, avevano raggiunto in totale il 50% esatto dei voti. Stando alle proiezioni, la somma delle forze politiche guidate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio si attesta al 52,1%. Dunque, il giudizio degli elettori italiani sull'azione dell'esecutivo rimane positivo, anche se è cambiato l'equilibrio tra i due contraenti del contratto di governo.
Il centrodestra unito (Lega, Forza Italia e Fdi) si attesta su una percentuale del 49%. Alle politiche di un anno fa, i partiti di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni avevano ottenuto in totale il 36% dei voti. Cinque anni fa, alle ultime europee, il 27%.
Piemonte verso il centrodestra: Cirio è in vantaggio
Dopo Friuli, Molise, Abruzzo, Sardegna e Trentino, anche il Piemonte potrebbe passare al centrodestra: secondo i primi exit poll di Consorzio opinio Italia per la Rai, infatti, il candidato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, Alberto Cirio sarebbe in netto vantaggio. È dato fra il 45 e il 49%, mentre il suo avversario il governatore uscente, candidato del centrosinistra, Sergio Chiamparino, sarebbe fermo fra il 36,5 e il 40,5%. Se confermato, sarebbe un dato significativo. Il Piemonte, infatti, si è dimostrato cruciale anche per gli equilibri politici nazionali. Lì, infatti, si sta giocando la partita tra Lega (più gli altri partiti di centrodestra) e grillini sulla Tav. Una vittoria di Cirio, oltre a indebolire l'opposizione a questa grande opera, rinvigorisce la sinergia tra le forze del centrodestra. E rafforza la Lega nel suo braccio di ferro con il M5s sul tema delle grandi opere. Il Piemonte, peraltro, sarebbe l'ultima Regione necessaria al centrodestra per completare la conquista di tutto il Nord produttivo, dopo Trentino, Friuli, Veneto, Lombardia e Liguria.
Intanto, da tutta Europa, tranne che dall'Italia, si segnalano dati di affluenza importanti: sono i più alti almeno da 20 anni. Da noi, invece, complice la «defezione» del Sud, ci si è fermati al 53,41% contro il 58,8% del 2014.
In Germania si è passati dal 24% al 29%, in Francia addirittura s'è registrato il numero più alto di sempre: già alle 17 di ieri aveva votato il 43,3% degli aventi diritto, l'8% in più delle precedenti elezioni europee. Anche in Danimarca c'è stato un 4% in più e in Romania segnalano un +6%.
Stessa musica in Polonia, ove il dato è addirittura raddoppiato, passando dal 7% al 14%. In Ungheria - alle 15 di ieri pomeriggio - l'affluenza era pari al 30,52%, già più alta di quella complessiva di cinque anni fa. Affluenza al 9,9% in Croazia: l'incremento rispetto al 2014 è del 2%. In Slovenia, invece, l'affluenza era dell'8,9% per cento alle 11 del mattino. Nel 2014, alla stessa ora, era dell'8,3%. Segno più anche in Estonia (3,77%), Lettonia (2,9% d'aumenti), e Cipro (0,8%). Anche in Olanda, dove le urne si erano già chiuse giovedì sera, i dati sull'affluenza sono stati positivi, più 3,88%.
Ma i numeri più imprevedibili li ha fatti la Spagna, dove l'affluenza del 34% ha fatto schizzare di 10 punti percentuali verso l'alto la statistica rispetto al 2014.
Dal 1979 al 2014 l'affluenza aveva registrato un calo costante. Se confermata, l'affluenza del 2019 invertirà il trend e segnerà il picco dal 1999.
Nel nostro Paese, si è votato molto di più in Trentino Alto Adige, oltre 10% d'incremento. In aumento anche l'Emilia Romagna e l'Umbria. Alto pure il dato del Veneto. Nel resto d'Italia, invece, numeri inferiori alla tornata elettorale di cinque anni fa.
In Sardegna e Sicilia, partecipazione sotto al 40%, superato solamente di poco in Calabria e Basilicata. In Campania e Puglia affluenza al 45%, in Abruzzo e Molise poco più del 50%.
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Matteo Salvini parla nella notte con un rosario in mano: «Il governo va avanti, però al centro ci saranno i nostri temi». I democratici si fermano al 22%, ma riscattano il tonfo di Matteo Renzi nel 2018. Emma Bonino non supera la soglia del 4%. Piemonte verso il centrodestra: Alberto Cirio è in vantaggio. Sergio Chiamparino (centrosinistra) è dato tra il 36,5 e il 40,5. Il suo avversario al 45-49. Affluenza boom in Europa, da noi inferiore al 2014. Lo speciale comprende due articoli. La Lega vola, il M5s affonda. Il Carroccio guidato da Matteo Salvini diventa il primo partito d'Italia, con il 34,1% dei voti supera ogni previsione raddoppiando il risultato delle politiche del marzo 2018: è questo il dato più importante, dal punto di vista politico e storico, delle elezioni europee che si sono svolte ieri. I dati che abbiamo a disposizione, alla chiusura del giornale, sono quelli delle proiezioni di Swg per La 7. Numeri che, in attesa della conclusione degli scrutini, certificano il ribaltamento totale dell'equilibrio tra i due alleati di maggioranza. Il M5s, con il 18% dei voti, è in crisi profondissima: perde più di 13 punti rispetto alle politiche dello scorso anno, mentre il Pd, con il 22%, incassa un buon risultato, e sorpassa il M5s. Molto deludente il risultato di Forza Italia, inchiodata all'8,5%, mentre Fratelli d'Italia con il 6,4% cresce di ben due punti rispetto a un anno fa, corroborando il successo oltre ogni previsione delle forze sovraniste. La tendenza, al di là delle cautele del caso, sembra abbastanza chiara, e dunque si può già affermare con ragionevole certezza che Matteo Salvini, con il 34,1%, è riuscito in una impresa che 30 anni fa, quando Umberto Bossi fuse la Lega Lombarda, da lui fondata, con la Liga Veneta, non avrebbe mai immaginato. Esattamente tre decenni fa, nel giugno 1989, alle elezioni europee, i due partiti, uniti insieme ad altri movimenti regionalisti, ottenevano l'1,8% dei voti. Alle politiche del marzo 2018, la Lega aveva preso il 17,35% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, il Carroccio aveva ottenuto il 6,15% dei consensi. Esulta la Lega, quindi. Salvini, in conferenza stampa, con il rosario in mano (nonostante le polemiche dei giorni scorsi con la Cei, il ministro dell'Interno è tornato anche a invocare il Cuore Immacolato di Maria), ha dichiarato: «Adesso si cambia in Europa». Il numero uno del Carroccio ha confermato che il governo andrà avanti, ma ha anche ribadito che ora sarà lui a dettare l'agenda: «Il nostro risultato ci dà più forza per mettere al centro i nostri temi». Non a caso, il M5s si lecca le ferite, dopo aver incassato una percentuale, il 18%, che rappresenta una batosta micidiale: rispetto al 4 marzo 2018, si sono invertiti i rapporti di forza tra i gialloblù. Un anno fa, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Non ha pagato in termini di consensi la vera e propria aggressione mediatica che nell'ultimo mese e mezzo il M5s ha orchestrato nei confronti della Lega. Le aspettative di chi aveva votato M5s, lo scorso anno, sono state deluse dall'azione di Luigi Di Maio e dei suoi fedelissimi al governo. Il M5s, per di più, sembra aver subito anche lo smacco del sorpasso da parte del Pd. Pd che ottiene un risultato rispettabile: la nuova gestione targata Nicola Zingaretti porta a casa un buon 22%. Rispetto a un anno fa, l'esito delle europee di ieri può dirsi soddisfacente: alle politiche, il Pd di Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Sembrano passati cinque secoli, invece solo cinque anni fa il Pd by Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Cinque anni di governo del centrosinistra, hanno praticamente dimezzato il gradimento dei dem tra gli italiani. Sembra però eccessiva l'esultanza di Zingaretti: «La scelta della sinistra unitaria è stata vincente», «non c'è più il bipolarismo M5s-Lega, c'è un tripolarismo e c'è anche il Pd». Peccato che per raggiungere il 22%, i dem abbiano dovuto imbarcare gli ex fuoriusciti di Articolo 1. Insomma, per non affondare, la sinistra è costretta a resuscitare l'Ulivo. Nel centrodestra, si registra un risultato assai deludente per Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi, infatti, ottiene una percentuale dell'8,5%. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. Non ha sortito l'effetto sperato il grande sforzo personale di Berlusconi, che nonostante i problemi di salute ha condotto una campagna elettorale alla sua maniera, con presenze a raffica in tv e anche qualche incontro pubblico. Il Cav aveva puntato tutto sulla esperienza di leader di governo, proponendo Forza Italia come componente moderata del centrodestra, saldamente all'interno del Partito popolare europeo. Restando nel centrodestra, è da registrare l'ottimo risultato di Fratelli d'Italia, che le proiezioni danno al 6,4%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito di Giorgia Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,67%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto una campagna elettorale molto aggressiva, proponendosi come seconda gamba di un futuro centrodestra sovranista Lega-Fdi: la somma dei due partiti raggiunge addirittura il 40,5%. Gli ultrà europeisti di +Europa, fermi al 3,2%, non supererebbero la soglia di sbarramento del 4% per entrare nel Parlamento europeo. La Sinistra non va oltre l'1,7%. Europa Verde si ferma al 2,4%. Interessante il dato della somma di Lega e M5s, i partiti di maggioranza. Alle politiche dello scorso anno, avevano raggiunto in totale il 50% esatto dei voti. Stando alle proiezioni, la somma delle forze politiche guidate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio si attesta al 52,1%. Dunque, il giudizio degli elettori italiani sull'azione dell'esecutivo rimane positivo, anche se è cambiato l'equilibrio tra i due contraenti del contratto di governo. Il centrodestra unito (Lega, Forza Italia e Fdi) si attesta su una percentuale del 49%. Alle politiche di un anno fa, i partiti di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni avevano ottenuto in totale il 36% dei voti. 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Il Piemonte, infatti, si è dimostrato cruciale anche per gli equilibri politici nazionali. Lì, infatti, si sta giocando la partita tra Lega (più gli altri partiti di centrodestra) e grillini sulla Tav. Una vittoria di Cirio, oltre a indebolire l'opposizione a questa grande opera, rinvigorisce la sinergia tra le forze del centrodestra. E rafforza la Lega nel suo braccio di ferro con il M5s sul tema delle grandi opere. Il Piemonte, peraltro, sarebbe l'ultima Regione necessaria al centrodestra per completare la conquista di tutto il Nord produttivo, dopo Trentino, Friuli, Veneto, Lombardia e Liguria. Intanto, da tutta Europa, tranne che dall'Italia, si segnalano dati di affluenza importanti: sono i più alti almeno da 20 anni. Da noi, invece, complice la «defezione» del Sud, ci si è fermati al 53,41% contro il 58,8% del 2014. In Germania si è passati dal 24% al 29%, in Francia addirittura s'è registrato il numero più alto di sempre: già alle 17 di ieri aveva votato il 43,3% degli aventi diritto, l'8% in più delle precedenti elezioni europee. Anche in Danimarca c'è stato un 4% in più e in Romania segnalano un +6%. Stessa musica in Polonia, ove il dato è addirittura raddoppiato, passando dal 7% al 14%. In Ungheria - alle 15 di ieri pomeriggio - l'affluenza era pari al 30,52%, già più alta di quella complessiva di cinque anni fa. Affluenza al 9,9% in Croazia: l'incremento rispetto al 2014 è del 2%. In Slovenia, invece, l'affluenza era dell'8,9% per cento alle 11 del mattino. Nel 2014, alla stessa ora, era dell'8,3%. Segno più anche in Estonia (3,77%), Lettonia (2,9% d'aumenti), e Cipro (0,8%). Anche in Olanda, dove le urne si erano già chiuse giovedì sera, i dati sull'affluenza sono stati positivi, più 3,88%. Ma i numeri più imprevedibili li ha fatti la Spagna, dove l'affluenza del 34% ha fatto schizzare di 10 punti percentuali verso l'alto la statistica rispetto al 2014. Dal 1979 al 2014 l'affluenza aveva registrato un calo costante. Se confermata, l'affluenza del 2019 invertirà il trend e segnerà il picco dal 1999. Nel nostro Paese, si è votato molto di più in Trentino Alto Adige, oltre 10% d'incremento. In aumento anche l'Emilia Romagna e l'Umbria. Alto pure il dato del Veneto. Nel resto d'Italia, invece, numeri inferiori alla tornata elettorale di cinque anni fa. In Sardegna e Sicilia, partecipazione sotto al 40%, superato solamente di poco in Calabria e Basilicata. In Campania e Puglia affluenza al 45%, in Abruzzo e Molise poco più del 50%.
Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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