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2019-05-27
Cresce la Meloni, cade Forza Italia. Il Pd di Zingaretti sorpassa i grillini
Ansa
La Lega vola, il M5s affonda. Il Carroccio guidato da Matteo Salvini diventa il primo partito d'Italia, con il 34,1% dei voti supera ogni previsione raddoppiando il risultato delle politiche del marzo 2018: è questo il dato più importante, dal punto di vista politico e storico, delle elezioni europee che si sono svolte ieri. I dati che abbiamo a disposizione, alla chiusura del giornale, sono quelli delle proiezioni di Swg per La 7. Numeri che, in attesa della conclusione degli scrutini, certificano il ribaltamento totale dell'equilibrio tra i due alleati di maggioranza. Il M5s, con il 18% dei voti, è in crisi profondissima: perde più di 13 punti rispetto alle politiche dello scorso anno, mentre il Pd, con il 22%, incassa un buon risultato, e sorpassa il M5s. Molto deludente il risultato di Forza Italia, inchiodata all'8,5%, mentre Fratelli d'Italia con il 6,4% cresce di ben due punti rispetto a un anno fa, corroborando il successo oltre ogni previsione delle forze sovraniste.
La tendenza, al di là delle cautele del caso, sembra abbastanza chiara, e dunque si può già affermare con ragionevole certezza che Matteo Salvini, con il 34,1%, è riuscito in una impresa che 30 anni fa, quando Umberto Bossi fuse la Lega Lombarda, da lui fondata, con la Liga Veneta, non avrebbe mai immaginato. Esattamente tre decenni fa, nel giugno 1989, alle elezioni europee, i due partiti, uniti insieme ad altri movimenti regionalisti, ottenevano l'1,8% dei voti. Alle politiche del marzo 2018, la Lega aveva preso il 17,35% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, il Carroccio aveva ottenuto il 6,15% dei consensi.
Esulta la Lega, quindi. Salvini, in conferenza stampa, con il rosario in mano (nonostante le polemiche dei giorni scorsi con la Cei, il ministro dell'Interno è tornato anche a invocare il Cuore Immacolato di Maria), ha dichiarato: «Adesso si cambia in Europa». Il numero uno del Carroccio ha confermato che il governo andrà avanti, ma ha anche ribadito che ora sarà lui a dettare l'agenda: «Il nostro risultato ci dà più forza per mettere al centro i nostri temi». Non a caso, il M5s si lecca le ferite, dopo aver incassato una percentuale, il 18%, che rappresenta una batosta micidiale: rispetto al 4 marzo 2018, si sono invertiti i rapporti di forza tra i gialloblù. Un anno fa, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Non ha pagato in termini di consensi la vera e propria aggressione mediatica che nell'ultimo mese e mezzo il M5s ha orchestrato nei confronti della Lega. Le aspettative di chi aveva votato M5s, lo scorso anno, sono state deluse dall'azione di Luigi Di Maio e dei suoi fedelissimi al governo. Il M5s, per di più, sembra aver subito anche lo smacco del sorpasso da parte del Pd.
Pd che ottiene un risultato rispettabile: la nuova gestione targata Nicola Zingaretti porta a casa un buon 22%. Rispetto a un anno fa, l'esito delle europee di ieri può dirsi soddisfacente: alle politiche, il Pd di Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Sembrano passati cinque secoli, invece solo cinque anni fa il Pd by Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Cinque anni di governo del centrosinistra, hanno praticamente dimezzato il gradimento dei dem tra gli italiani. Sembra però eccessiva l'esultanza di Zingaretti: «La scelta della sinistra unitaria è stata vincente», «non c'è più il bipolarismo M5s-Lega, c'è un tripolarismo e c'è anche il Pd». Peccato che per raggiungere il 22%, i dem abbiano dovuto imbarcare gli ex fuoriusciti di Articolo 1. Insomma, per non affondare, la sinistra è costretta a resuscitare l'Ulivo.
Nel centrodestra, si registra un risultato assai deludente per Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi, infatti, ottiene una percentuale dell'8,5%. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. Non ha sortito l'effetto sperato il grande sforzo personale di Berlusconi, che nonostante i problemi di salute ha condotto una campagna elettorale alla sua maniera, con presenze a raffica in tv e anche qualche incontro pubblico. Il Cav aveva puntato tutto sulla esperienza di leader di governo, proponendo Forza Italia come componente moderata del centrodestra, saldamente all'interno del Partito popolare europeo.
Restando nel centrodestra, è da registrare l'ottimo risultato di Fratelli d'Italia, che le proiezioni danno al 6,4%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito di Giorgia Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,67%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto una campagna elettorale molto aggressiva, proponendosi come seconda gamba di un futuro centrodestra sovranista Lega-Fdi: la somma dei due partiti raggiunge addirittura il 40,5%.
Gli ultrà europeisti di +Europa, fermi al 3,2%, non supererebbero la soglia di sbarramento del 4% per entrare nel Parlamento europeo. La Sinistra non va oltre l'1,7%. Europa Verde si ferma al 2,4%.
Interessante il dato della somma di Lega e M5s, i partiti di maggioranza. Alle politiche dello scorso anno, avevano raggiunto in totale il 50% esatto dei voti. Stando alle proiezioni, la somma delle forze politiche guidate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio si attesta al 52,1%. Dunque, il giudizio degli elettori italiani sull'azione dell'esecutivo rimane positivo, anche se è cambiato l'equilibrio tra i due contraenti del contratto di governo.
Il centrodestra unito (Lega, Forza Italia e Fdi) si attesta su una percentuale del 49%. Alle politiche di un anno fa, i partiti di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni avevano ottenuto in totale il 36% dei voti. Cinque anni fa, alle ultime europee, il 27%.
Piemonte verso il centrodestra: Cirio è in vantaggio
Dopo Friuli, Molise, Abruzzo, Sardegna e Trentino, anche il Piemonte potrebbe passare al centrodestra: secondo i primi exit poll di Consorzio opinio Italia per la Rai, infatti, il candidato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, Alberto Cirio sarebbe in netto vantaggio. È dato fra il 45 e il 49%, mentre il suo avversario il governatore uscente, candidato del centrosinistra, Sergio Chiamparino, sarebbe fermo fra il 36,5 e il 40,5%. Se confermato, sarebbe un dato significativo. Il Piemonte, infatti, si è dimostrato cruciale anche per gli equilibri politici nazionali. Lì, infatti, si sta giocando la partita tra Lega (più gli altri partiti di centrodestra) e grillini sulla Tav. Una vittoria di Cirio, oltre a indebolire l'opposizione a questa grande opera, rinvigorisce la sinergia tra le forze del centrodestra. E rafforza la Lega nel suo braccio di ferro con il M5s sul tema delle grandi opere. Il Piemonte, peraltro, sarebbe l'ultima Regione necessaria al centrodestra per completare la conquista di tutto il Nord produttivo, dopo Trentino, Friuli, Veneto, Lombardia e Liguria.
Intanto, da tutta Europa, tranne che dall'Italia, si segnalano dati di affluenza importanti: sono i più alti almeno da 20 anni. Da noi, invece, complice la «defezione» del Sud, ci si è fermati al 53,41% contro il 58,8% del 2014.
In Germania si è passati dal 24% al 29%, in Francia addirittura s'è registrato il numero più alto di sempre: già alle 17 di ieri aveva votato il 43,3% degli aventi diritto, l'8% in più delle precedenti elezioni europee. Anche in Danimarca c'è stato un 4% in più e in Romania segnalano un +6%.
Stessa musica in Polonia, ove il dato è addirittura raddoppiato, passando dal 7% al 14%. In Ungheria - alle 15 di ieri pomeriggio - l'affluenza era pari al 30,52%, già più alta di quella complessiva di cinque anni fa. Affluenza al 9,9% in Croazia: l'incremento rispetto al 2014 è del 2%. In Slovenia, invece, l'affluenza era dell'8,9% per cento alle 11 del mattino. Nel 2014, alla stessa ora, era dell'8,3%. Segno più anche in Estonia (3,77%), Lettonia (2,9% d'aumenti), e Cipro (0,8%). Anche in Olanda, dove le urne si erano già chiuse giovedì sera, i dati sull'affluenza sono stati positivi, più 3,88%.
Ma i numeri più imprevedibili li ha fatti la Spagna, dove l'affluenza del 34% ha fatto schizzare di 10 punti percentuali verso l'alto la statistica rispetto al 2014.
Dal 1979 al 2014 l'affluenza aveva registrato un calo costante. Se confermata, l'affluenza del 2019 invertirà il trend e segnerà il picco dal 1999.
Nel nostro Paese, si è votato molto di più in Trentino Alto Adige, oltre 10% d'incremento. In aumento anche l'Emilia Romagna e l'Umbria. Alto pure il dato del Veneto. Nel resto d'Italia, invece, numeri inferiori alla tornata elettorale di cinque anni fa.
In Sardegna e Sicilia, partecipazione sotto al 40%, superato solamente di poco in Calabria e Basilicata. In Campania e Puglia affluenza al 45%, in Abruzzo e Molise poco più del 50%.
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Matteo Salvini parla nella notte con un rosario in mano: «Il governo va avanti, però al centro ci saranno i nostri temi». I democratici si fermano al 22%, ma riscattano il tonfo di Matteo Renzi nel 2018. Emma Bonino non supera la soglia del 4%. Piemonte verso il centrodestra: Alberto Cirio è in vantaggio. Sergio Chiamparino (centrosinistra) è dato tra il 36,5 e il 40,5. Il suo avversario al 45-49. Affluenza boom in Europa, da noi inferiore al 2014. Lo speciale comprende due articoli. La Lega vola, il M5s affonda. Il Carroccio guidato da Matteo Salvini diventa il primo partito d'Italia, con il 34,1% dei voti supera ogni previsione raddoppiando il risultato delle politiche del marzo 2018: è questo il dato più importante, dal punto di vista politico e storico, delle elezioni europee che si sono svolte ieri. I dati che abbiamo a disposizione, alla chiusura del giornale, sono quelli delle proiezioni di Swg per La 7. Numeri che, in attesa della conclusione degli scrutini, certificano il ribaltamento totale dell'equilibrio tra i due alleati di maggioranza. Il M5s, con il 18% dei voti, è in crisi profondissima: perde più di 13 punti rispetto alle politiche dello scorso anno, mentre il Pd, con il 22%, incassa un buon risultato, e sorpassa il M5s. Molto deludente il risultato di Forza Italia, inchiodata all'8,5%, mentre Fratelli d'Italia con il 6,4% cresce di ben due punti rispetto a un anno fa, corroborando il successo oltre ogni previsione delle forze sovraniste. La tendenza, al di là delle cautele del caso, sembra abbastanza chiara, e dunque si può già affermare con ragionevole certezza che Matteo Salvini, con il 34,1%, è riuscito in una impresa che 30 anni fa, quando Umberto Bossi fuse la Lega Lombarda, da lui fondata, con la Liga Veneta, non avrebbe mai immaginato. Esattamente tre decenni fa, nel giugno 1989, alle elezioni europee, i due partiti, uniti insieme ad altri movimenti regionalisti, ottenevano l'1,8% dei voti. Alle politiche del marzo 2018, la Lega aveva preso il 17,35% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, il Carroccio aveva ottenuto il 6,15% dei consensi. Esulta la Lega, quindi. Salvini, in conferenza stampa, con il rosario in mano (nonostante le polemiche dei giorni scorsi con la Cei, il ministro dell'Interno è tornato anche a invocare il Cuore Immacolato di Maria), ha dichiarato: «Adesso si cambia in Europa». Il numero uno del Carroccio ha confermato che il governo andrà avanti, ma ha anche ribadito che ora sarà lui a dettare l'agenda: «Il nostro risultato ci dà più forza per mettere al centro i nostri temi». Non a caso, il M5s si lecca le ferite, dopo aver incassato una percentuale, il 18%, che rappresenta una batosta micidiale: rispetto al 4 marzo 2018, si sono invertiti i rapporti di forza tra i gialloblù. Un anno fa, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Non ha pagato in termini di consensi la vera e propria aggressione mediatica che nell'ultimo mese e mezzo il M5s ha orchestrato nei confronti della Lega. Le aspettative di chi aveva votato M5s, lo scorso anno, sono state deluse dall'azione di Luigi Di Maio e dei suoi fedelissimi al governo. Il M5s, per di più, sembra aver subito anche lo smacco del sorpasso da parte del Pd. Pd che ottiene un risultato rispettabile: la nuova gestione targata Nicola Zingaretti porta a casa un buon 22%. Rispetto a un anno fa, l'esito delle europee di ieri può dirsi soddisfacente: alle politiche, il Pd di Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Sembrano passati cinque secoli, invece solo cinque anni fa il Pd by Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Cinque anni di governo del centrosinistra, hanno praticamente dimezzato il gradimento dei dem tra gli italiani. Sembra però eccessiva l'esultanza di Zingaretti: «La scelta della sinistra unitaria è stata vincente», «non c'è più il bipolarismo M5s-Lega, c'è un tripolarismo e c'è anche il Pd». Peccato che per raggiungere il 22%, i dem abbiano dovuto imbarcare gli ex fuoriusciti di Articolo 1. Insomma, per non affondare, la sinistra è costretta a resuscitare l'Ulivo. Nel centrodestra, si registra un risultato assai deludente per Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi, infatti, ottiene una percentuale dell'8,5%. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. Non ha sortito l'effetto sperato il grande sforzo personale di Berlusconi, che nonostante i problemi di salute ha condotto una campagna elettorale alla sua maniera, con presenze a raffica in tv e anche qualche incontro pubblico. Il Cav aveva puntato tutto sulla esperienza di leader di governo, proponendo Forza Italia come componente moderata del centrodestra, saldamente all'interno del Partito popolare europeo. Restando nel centrodestra, è da registrare l'ottimo risultato di Fratelli d'Italia, che le proiezioni danno al 6,4%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito di Giorgia Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,67%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto una campagna elettorale molto aggressiva, proponendosi come seconda gamba di un futuro centrodestra sovranista Lega-Fdi: la somma dei due partiti raggiunge addirittura il 40,5%. Gli ultrà europeisti di +Europa, fermi al 3,2%, non supererebbero la soglia di sbarramento del 4% per entrare nel Parlamento europeo. La Sinistra non va oltre l'1,7%. Europa Verde si ferma al 2,4%. Interessante il dato della somma di Lega e M5s, i partiti di maggioranza. Alle politiche dello scorso anno, avevano raggiunto in totale il 50% esatto dei voti. Stando alle proiezioni, la somma delle forze politiche guidate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio si attesta al 52,1%. Dunque, il giudizio degli elettori italiani sull'azione dell'esecutivo rimane positivo, anche se è cambiato l'equilibrio tra i due contraenti del contratto di governo. Il centrodestra unito (Lega, Forza Italia e Fdi) si attesta su una percentuale del 49%. Alle politiche di un anno fa, i partiti di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni avevano ottenuto in totale il 36% dei voti. 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Il Piemonte, infatti, si è dimostrato cruciale anche per gli equilibri politici nazionali. Lì, infatti, si sta giocando la partita tra Lega (più gli altri partiti di centrodestra) e grillini sulla Tav. Una vittoria di Cirio, oltre a indebolire l'opposizione a questa grande opera, rinvigorisce la sinergia tra le forze del centrodestra. E rafforza la Lega nel suo braccio di ferro con il M5s sul tema delle grandi opere. Il Piemonte, peraltro, sarebbe l'ultima Regione necessaria al centrodestra per completare la conquista di tutto il Nord produttivo, dopo Trentino, Friuli, Veneto, Lombardia e Liguria. Intanto, da tutta Europa, tranne che dall'Italia, si segnalano dati di affluenza importanti: sono i più alti almeno da 20 anni. Da noi, invece, complice la «defezione» del Sud, ci si è fermati al 53,41% contro il 58,8% del 2014. In Germania si è passati dal 24% al 29%, in Francia addirittura s'è registrato il numero più alto di sempre: già alle 17 di ieri aveva votato il 43,3% degli aventi diritto, l'8% in più delle precedenti elezioni europee. Anche in Danimarca c'è stato un 4% in più e in Romania segnalano un +6%. Stessa musica in Polonia, ove il dato è addirittura raddoppiato, passando dal 7% al 14%. In Ungheria - alle 15 di ieri pomeriggio - l'affluenza era pari al 30,52%, già più alta di quella complessiva di cinque anni fa. Affluenza al 9,9% in Croazia: l'incremento rispetto al 2014 è del 2%. In Slovenia, invece, l'affluenza era dell'8,9% per cento alle 11 del mattino. Nel 2014, alla stessa ora, era dell'8,3%. Segno più anche in Estonia (3,77%), Lettonia (2,9% d'aumenti), e Cipro (0,8%). Anche in Olanda, dove le urne si erano già chiuse giovedì sera, i dati sull'affluenza sono stati positivi, più 3,88%. Ma i numeri più imprevedibili li ha fatti la Spagna, dove l'affluenza del 34% ha fatto schizzare di 10 punti percentuali verso l'alto la statistica rispetto al 2014. Dal 1979 al 2014 l'affluenza aveva registrato un calo costante. Se confermata, l'affluenza del 2019 invertirà il trend e segnerà il picco dal 1999. Nel nostro Paese, si è votato molto di più in Trentino Alto Adige, oltre 10% d'incremento. In aumento anche l'Emilia Romagna e l'Umbria. Alto pure il dato del Veneto. Nel resto d'Italia, invece, numeri inferiori alla tornata elettorale di cinque anni fa. In Sardegna e Sicilia, partecipazione sotto al 40%, superato solamente di poco in Calabria e Basilicata. In Campania e Puglia affluenza al 45%, in Abruzzo e Molise poco più del 50%.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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