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2022-05-05
Il Cremlino snobba l’offerta di Francesco. E Kirill lo attacca: «Usa i toni sbagliati»
Papa Francesco (Ansa)
Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.
Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato».
Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca.
Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina.
Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia
Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine.
Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto.
Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità.
Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso.
Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante.
Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
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La Russia gela il Vaticano: «Nessun accordo per un incontro». Il Patriarca: «Colloquio travisato». Critiche anche dalla Polonia.Minsk dà inizio alle esercitazioni. Helsinki: «Un elicottero russo nel nostro spazio».Lo speciale contiene due articoli.Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato». Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca. Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cremlino-snobba-francesco-kirill-attacca-2657265953.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="assalto-finale-contro-lacciaieria-sfida-aerea-di-mosca-alla-finlandia" data-post-id="2657265953" data-published-at="1651706241" data-use-pagination="False"> Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine. Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto. Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità. Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso. Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante. Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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