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2022-05-05
Il Cremlino snobba l’offerta di Francesco. E Kirill lo attacca: «Usa i toni sbagliati»
Papa Francesco (Ansa)
Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.
Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato».
Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca.
Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina.
Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia
Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine.
Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto.
Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità.
Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso.
Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante.
Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
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La Russia gela il Vaticano: «Nessun accordo per un incontro». Il Patriarca: «Colloquio travisato». Critiche anche dalla Polonia.Minsk dà inizio alle esercitazioni. Helsinki: «Un elicottero russo nel nostro spazio».Lo speciale contiene due articoli.Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato». Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca. Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cremlino-snobba-francesco-kirill-attacca-2657265953.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="assalto-finale-contro-lacciaieria-sfida-aerea-di-mosca-alla-finlandia" data-post-id="2657265953" data-published-at="1651706241" data-use-pagination="False"> Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine. Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto. Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità. Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso. Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante. Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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