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2022-05-05
Il Cremlino snobba l’offerta di Francesco. E Kirill lo attacca: «Usa i toni sbagliati»
Papa Francesco (Ansa)
Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.
Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato».
Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca.
Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina.
Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia
Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine.
Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto.
Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità.
Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso.
Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante.
Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
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La Russia gela il Vaticano: «Nessun accordo per un incontro». Il Patriarca: «Colloquio travisato». Critiche anche dalla Polonia.Minsk dà inizio alle esercitazioni. Helsinki: «Un elicottero russo nel nostro spazio».Lo speciale contiene due articoli.Il tentativo di papa Francesco di aprire il dialogo con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin è caduto sostanzialmente nel vuoto. I tempi non sono ancora maturi per arrivare a un incontro e davanti alle parole del Pontefice, che volevano aprire una breccia nel muro tra Russia e Occidente, Mosca si è chiusa a riccio.Al desiderio di un faccia a faccia con l presidente russo ha risposto inizialmente l’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: «In ogni situazione internazionale, il dialogo con Francesco è importante per Mosca», ha affermato il diplomatico all’agenzia russa Ria Novosti, definendo il Papa «un compagno gradito, un interlocutore desiderato». Dal Cremlino però è arrivata subito dopo una frenata: «Non ci sono, al momento, accordi su un incontro tra il presidente russo Putin e papa Francesco», ha sottolineato il il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ricordando che le iniziative diplomatiche come quella in oggetto «passano attraverso i servizi diplomatici», e dunque nulla è stato predisposto per far diventare realtà il sogno del Papa. Del resto, Francesco era consapevole che non avrebbe ottenuto subito un risultato, ma contava di poter aprire una «finestrina» per allontanare le armi e far tornare protagonista della scena i negoziati, dopo aver provato in ogni modo, compresa la Via Crucis del venerdì santo con due donne (una ucraina e una russa) a richiamare tutte le parti al dialogo. «Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo 20 giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento», aveva detto il Papa nella sua intervista al Corriere della Sera. Parole che non avevano entusiasmato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, che pur lodando le intenzioni di Bergoglio non ha mostrato alcuna fiducia nei possibili sviluppi. «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste», ha detto. Leggermente più positiva è stata la reazione della vicepremier ucraina, Iryna Vereshuchuk. «Saremmo ben contenti se il Papa aiutasse i colloqui tra noi e la Russia». La stessa vicepremier pone però un problema di «priorità»: «il Papa dovrebbe ascoltare le nostre ragioni di vittime aggredite». Ma la delusione più grande per il Vaticano è arrivata dalla Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill, spronato da Bergoglio in un recente incontro su Internet a svolgere un ruolo di promotore della pace nei confronti del presidente russo, pur ringraziandolo per il colloquio intrattenuto tra di loro, ha ritenuto che il Papa abbia «travisato la sua conversazione» e usato «un tono sbagliato» nel riferirla. «È improbabile che le affermazioni del Papa contribuiscano all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e quella russo ortodossa, in questo momento particolarmente necessario», ha detto in una nota il Patriarcato di Mosca. Papa Francesco aveva ricordato a Kirill che, tanto il Papa quanto il Patriarca, non sono chierici di Stato. «Non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare la via della pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». Questi i termini che hanno fatto «agitare» il Patriarca. Le dichiarazioni di papa Francesco hanno inevitabilmente creato «schieramenti» pro e contro la sua proposta di dialogo con la Russia. Bergoglio ha incassato il consenso e l’approvazione di Fumio Kishida, premier del Giappone. I due, in un incontro tenuto proprio ieri, «si sono dimostrati uniti nella determinazione a porre fine alla tragica invasione e a ristabilire la pace». Il premier giapponese ha espresso la sua «intenzione di collaborare con la Santa Sede per realizzare un mondo senza armi nucleari», citando il messaggio di pace e l’appello all’abolizione delle armi nucleari di papa Francesco, «rimasti profondamente impressi nel cuore di molti cittadini giapponesi». Papa Francesco è stato invece criticato in Polonia per la sua posizione sulla guerra. C’è un’irritazione diffusa per la strategia del Pontefice di mantenere equidistanza tra Russia e Ucraina e per il fatto che il Papa sia stato riluttante a condannare in modo netto ed esplicito sia Putin che l’aggressione russa contro l’Ucraina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cremlino-snobba-francesco-kirill-attacca-2657265953.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="assalto-finale-contro-lacciaieria-sfida-aerea-di-mosca-alla-finlandia" data-post-id="2657265953" data-published-at="1651706241" data-use-pagination="False"> Assalto finale contro l’acciaieria. Sfida aerea di Mosca alla Finlandia Dopo la pioggia di missili caduta nella notte su molte città e distretti dell’Ucraina, compresi sei scali ferroviari da Leopoli alla Transcarpazia, regione che si trova al confine con l’Ungheria (colpita per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa) il settantesimo giorno di guerra si è aperto con la certezza che il dramma di coloro che si sono asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol sta per concludersi e non ci sarà il lieto fine. Dopo che nella mattinata di ieri si erano persi i contatti con i militari del battaglione Azov, il giornalista ucraino Andriy Tsapliyenko, sul suo canale Telegram, ha scritto che «le forze russe hanno fatto irruzione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove ora sono in corso intensi combattimenti. L’esercito di Putin sta usando tutte le armi disponibili». La notizia è stata confermata anche dal sindaco della città, Vadim Boïtchenko, che ha precisato alla televisione ucraina «che l’attacco era partito pochi istanti dopo che Mosca aveva assicurato di non aver effettuato assalti al sito industriale», ma i russi hanno smentito l’assalto. Intanto sale l’attesa per il prossimo 9 maggio, giorno nel quale - almeno in linea teorica - Vladimir Putin durante la parata per il Giorno della vittoria, che si terrà come da tradizione sulla Piazza Rossa di Mosca, dovrebbe annunciare che la Russia passerà dall’«operazione militare speciale» alla «guerra totale» all’Ucraina. Lo farà oppure no? Nessuno lo può dire, ma secondo il Cremlino questa «è una notizia infondata». C’è da fidarsi? Mica tanto visto che anche poco prima di invadere l’Ucraina i russi avevano bollato come fake news questa eventualità. Altro segnale che va nella direzione della «guerra totale» è arrivato sempre ieri dalla Bielorussia, dove sono iniziate delle esercitazioni militari sul larga scala «che servono a verificare la preparazione dell’esercito per il combattimento». Secondo il ministero della Difesa di Minsk, gli ucraini possono dormire sonni tranquilli perché «le esercitazioni non sono una minaccia per Kiev», ma nessuno può crederci visto che le manovre sono state decise dopo una telefonata avvenuta lo scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e il presidente bielorusso (a vita) Alexander Lukashenko, divenuto ormai una marionetta nelle mani del Cremlino, al pari del suo collega ceceno Razman Kadyrov. Sempre a proposito di memoria, occorre ricordare che la mattina del 24 febbraio scorso i russi erano entrati in Ucraina dopo aver svolto esercitazioni congiunte con l’esercito bielorusso. Dato che in questa guerra i misteri e le provocazioni sono all’ordine del giorno, ieri mattina un elicottero militare russo ha violato lo spazio aereo della Finlandia, che non a caso sta per presentare la propria richiesta di adesione alla Nato al pari della Svezia. Un portavoce del ministero della Difesa finlandese ha dichiarato «che si è trattato di un elicottero Mi-17 e la profondità della presunta violazione era compresa tra quattro e cinque chilometri». Preoccupante e pericolosissimo il fatto che è la seconda volta in poche settimane che la Finlandia rileva la presenza di un caccia russo nel proprio spazio aereo. Lo stesso era accaduto il 2 marzo scorso, quando quattro caccia russi, due Su-27 e due Su-24, violarono lo spazio aereo della Svezia nei pressi dell’isola di Gotland, sul Mar Baltico. Stesso copione la mattina del 29 aprile scorso, con un aereo da ricognizione russo che ha violato lo spazio aereo svedese nei pressi di una base navale nel Sud del Paese. Ma cosa farebbero i russi al loro posto? Semplice, li abbatterebbero all’istante. Infine, nel tardo pomeriggio di ieri l’annuncio dell’inizio di un'esercitazione militare internazionale condotta in Finlandia con la partecipazione di Usa, Inghilterra, Estonia, Lettonia e Svezia.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.