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2023-03-22
Il Cremlino rilancia il piano di pace cinese: Xi-Zelensky più vicini
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Si è conclusa alle 16.37 di ieri la seconda giornata della visita del presidente cinese, Xi Jinping, in Russia. L’agenzia Ria Novosti ha reso noto che durante l’incontro al Cremlino, durato circa tre ore, «è stato firmato un accordo per lo sviluppo economico fino al 2030». Vladimir Putin ha dichiarato che con Xi c’è stato «uno scambio di opinioni franco e sostanzioso» e secondo il consigliere diplomatico del Cremlino, Yury Ushakov, il leader russo nel corso del 2023 si recherà in visita ufficiale in Cina.
Ma cosa c’è davvero nell’accordo siglato da russi e cinesi? Xi ne ha parlato all’agenzia Xinhua: «Siamo pronti a espandere la cooperazione con la Russia nei settori del commercio, degli investimenti, della catena degli approvvigionamenti, dei mega progetti, dell’energia e dell’alta tecnologia».
Putin ha anche affermato che «Russia e Cina possono diventare leader mondiali nel campo dell’Intelligenza artificiale», affermazioni che a Washington avranno registrato con molta preoccupazione. Lo stesso vale per un’altra dichiarazione del presidente russo, che ha reso noto che tra Cina e Russia c’è piena intesa per la costruzione del gasdotto Forza della Siberia 2 per l’esportazione di gas russo in Cina, che si aggiungerà al Forza della Siberia 1, già in attività. Chi temeva l’annuncio di una possibile cooperazione militare ha tirato un sospiro di sollievo, anche se la dichiarazione congiunta («La Federazione russa e la Cina intendono sostenere la tutela dei reciproci interessi, prima di tutto sovranità, integrità territoriale e sicurezza») non lascia molto tranquilli.
A proposito della possibilità che Xi Jinping e Volodymyr Zelensky si sentano telefonicamente durante il soggiorno moscovita del presidente cinese, Ushakov ha affermato che «in questo contesto, una tale conversazione è del tutto irrilevante. Non so nemmeno se la parte cinese abbia confermato o meno una tale possibilità». Silenzio di Pechino, ma è evidente che se Xi Jinping prenderà l’iniziativa lo farà una volta rientrato in patria. Da parte di Kiev, un funzionario ucraino citato dalla Cnn ha dichiarato che a proposito della telefonata «non è stato programmato nulla di concreto, ma si lavora per organizzarla».
Mentre a Mosca era in corso la seconda giornata del vertice, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, è arrivato a Kiev in treno dalla Polonia. Dopo aver visitato Bucha, il premier giapponese ha affermato all’agenzia Kyodo che «il Giappone continuerà con il massimo impegno per sostenere l’Ucraina e per ripristinare la pace». La visita del premier giapponese di ritorno da Nuova Delhi - dove ha annunciato il piano Indo Pacifico libero e aperto che serve principalmente a mitigare la crescente influenza della Cina nella regione - non è piaciuta ai cinesi, che attraverso Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri, hanno manifestato il loro fastidio: «Premier giapponese a Kiev? Serve una de-escalation, non il contrario. La comunità internazionale dovrebbe attenersi alla giusta direzione di promuovere colloqui di pace e creare le condizioni per una soluzione politica della crisi in Ucraina, anziché il contrario». Tra India e Giappone gli scambi commerciali sono stati pari a 20,57 miliardi di dollari nel 2021-2022, con l’India che ha importato beni giapponesi per un valore di 14,49 miliardi di dollari e con le recenti intese le parti hanno deciso di far crescere la partnership anche nei settori della Difesa (l’Italia è partner di entrambi) e nel coordinamento negli affari strategici, visto che la preoccupazione per le mosse della Cina è condivisa.
A proposito di una possibile fine del conflitto, Putin a Ria Novosti ha dichiarato che «il piano di pace della Cina può essere preso come base per un accordo in Ucraina, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti». Intanto dagli Usa sono arrivate pesanti accuse alla Cina, che in articolo del New York Times viene incolpata di aver fornito alla Russia droni per un valore di 12 milioni di dollari, attraverso una serie di triangolazione societarie e doganali. Pronta la risposta del portavoce di Wang Wenbin: «La Cina non è né creatrice, né parte della crisi in Ucraina, né ha fornito armi ad alcuna delle due parti in conflitto».
Fin qui la guerra delle parole e le stilettate della diplomazia, ma sul campo ucraini e russi continuano a combattersi ferocemente. Ieri mattina il ministero della Difesa di Mosca ha fatto sapere che un suo caccia Su-35 ha intercettato sul Mar Baltico due bombardieri strategici B-52H Usa che volavano in direzione del confine russo: il jet è rientrato dopo che i bombardieri si sono allontanati. Mosca ha precisato che «non è stata consentita alcuna violazione del confine di Stato della Russia». Successivamente, il ministero della Difesa ucraino su Telegram ha dichiarato che un’esplosione nella città di Dzhankoi, nel Nord della Crimea, ha portato alla distruzione di missili da crociera russi destinati alla loro flotta nel Mar Nero: «Un’esplosione nella città di Dzhankoi, nel Nord della Crimea temporaneamente occupata, ha distrutto i missili da crociera russi Kalibr che venivano trasportati su treni a rotaia», mentre le forze armate russe hanno lanciato attacchi (senza vittime) contro tre centri nell’Oblast di Sumy.
Infine Volodymyr Zelensky, in una conferenza stampa, ha detto «di aver invitato la Cina al dialogo e di aspettare una risposta. Abbiamo offerto alla Cina di diventare un partner nell’attuazione della formula di pace. Abbiamo trasmesso la nostra formula su tutti i canali. Vi invitiamo al dialogo. Aspettiamo la vostra risposta». Al momento non è ancora arrivata, a parte «dei segnali, ma nulla di concreto».
Grillini e dem si sfidano a «Chi vuol essere pacifista?»
Via libera del Senato alla risoluzione proposta dalla maggioranza, dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del prossimo Consiglio europeo di domani e dopodomani. Ieri a Palazzo Madama il dibattito ha fatto emergere un dato politico su tutti: è finito il tempo degli slogan, i dem targati Elly Schlein tornano ad allinearsi alla dottrina del tanto vituperato Enrico Letta, basata sull’appiattimento totale ai desiderata di Usa e Ue, in sintonia con il Terzo polo. La nuova leader del Pd si è già «normalizzata». Si sgancia, invece, Giuseppe Conte, che vuole riaccendere i riflettori sul M5s, libero di dire «basta» all’invio di armi in Ucraina con una propria risoluzione.
«Siamo un membro della Nato», sottolinea la Meloni, «e condividiamo la sua posizione sull’aggressione della Russia all’Ucraina: sappiamo che in quest’Aula ci sono partiti che auspicano un accordo con la Cina o una resa di Kiev. Noi non siamo di questo avviso». La Meloni ribadisce il «pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina in ogni ambito. L’aiuto militare è necessario per garantire la legittima difesa di una regione aggredita e significa proteggere la vita dei civili. Questo governo non ha mai fatto mistero di voler aumentare i propri stanziamenti in spese militari», sottolinea ancora la Meloni, «come hanno fatto i governi precedenti, magari di soppiatto, senza il coraggio di metterci la faccia. Noi invece crediamo che su queste cose bisogna mettercela. Rispettare gli impegni è vitale per tutelare la sovranità nazionale».
La Meloni poi attacca Conte: «Ho sentito dire che andrei in Europa a prendere ordini. Lo diranno i fatti. Non mi vedrete mai fare questo. Io preferisco dimettermi», argomenta la Meloni, «piuttosto che presentarmi al cospetto di un mio omologo europeo con i toni con i quali Conte andò da Angela Merkel, a dirle che il M5s erano ragazzi che avevano paura di scendere nei consensi ma alla fine avrebbero fatto quello che l’Europa chiedeva». Il Pd si accuccia: «La nostra posizione è chiara», sottolinea il senatore dem Alessandro Alfieri, «mai equidistanza, sempre dalla parte delle democrazie liberali, dalla parte del popolo ucraino e del suo legittimo diritto a difendersi».
I pentastellati, contrari all’invio di altre armi, attaccano governo e Pd: «Quella che doveva essere la patriota», dice in Aula la senatrice del M5s Alessandra Maiorino, «si è fatta dettare la politica economica da Bruxelles e la politica estera da Washington. Dobbiamo essere franchi», sottolinea la Maiorino, «e questo lo dico anche agli amici del Pd: chi è per l’escalation militare non può essere anche per un percorso diplomatico che porti alla pace. Delle due l’una. Basta ipocrisie». «Con il Pd», commenta Conte, «non si rompe nulla perché la posizione del Pd è stata sempre questa, di grande convinzione per quanto riguarda questa strategia che sta perseguendo un’escalation militare». Contraria a ulteriori invii di armi anche l’Alleanza Verdi e Sinistra, come sottolinea il capogruppo a Palazzo Madama Peppe De Cristofaro.
Opposizioni divise e maggioranza compatta, dunque, anche se il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, qualche parola di riflessione la spende: «Comunichiamo il voto favorevole alla risoluzione della maggioranza», dice in Aula Romeo, «ma esprimiamo forte preoccupazione per come stanno andando le cose. L’obiettivo della cessazione delle ostilità sembra più una dichiarazione di principio, anzi si sente parlare costantemente di offensiva. Il problema non è il sostegno militare, ma la corsa ad armamenti sempre più potenti, con il rischio di un incidente da cui non si può tornare indietro».
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Kiev conferma: «Possibile telefonata tra i leader». La missione in Ucraina del premier giapponese scatena l’ira di Pechino.Via libera del Senato alla risoluzione della maggioranza sugli aiuti agli invasi. Il M5s provoca il Pd: «O diplomazia o escalation».Lo speciale contiene due articoli.Si è conclusa alle 16.37 di ieri la seconda giornata della visita del presidente cinese, Xi Jinping, in Russia. L’agenzia Ria Novosti ha reso noto che durante l’incontro al Cremlino, durato circa tre ore, «è stato firmato un accordo per lo sviluppo economico fino al 2030». Vladimir Putin ha dichiarato che con Xi c’è stato «uno scambio di opinioni franco e sostanzioso» e secondo il consigliere diplomatico del Cremlino, Yury Ushakov, il leader russo nel corso del 2023 si recherà in visita ufficiale in Cina. Ma cosa c’è davvero nell’accordo siglato da russi e cinesi? Xi ne ha parlato all’agenzia Xinhua: «Siamo pronti a espandere la cooperazione con la Russia nei settori del commercio, degli investimenti, della catena degli approvvigionamenti, dei mega progetti, dell’energia e dell’alta tecnologia». Putin ha anche affermato che «Russia e Cina possono diventare leader mondiali nel campo dell’Intelligenza artificiale», affermazioni che a Washington avranno registrato con molta preoccupazione. Lo stesso vale per un’altra dichiarazione del presidente russo, che ha reso noto che tra Cina e Russia c’è piena intesa per la costruzione del gasdotto Forza della Siberia 2 per l’esportazione di gas russo in Cina, che si aggiungerà al Forza della Siberia 1, già in attività. Chi temeva l’annuncio di una possibile cooperazione militare ha tirato un sospiro di sollievo, anche se la dichiarazione congiunta («La Federazione russa e la Cina intendono sostenere la tutela dei reciproci interessi, prima di tutto sovranità, integrità territoriale e sicurezza») non lascia molto tranquilli. A proposito della possibilità che Xi Jinping e Volodymyr Zelensky si sentano telefonicamente durante il soggiorno moscovita del presidente cinese, Ushakov ha affermato che «in questo contesto, una tale conversazione è del tutto irrilevante. Non so nemmeno se la parte cinese abbia confermato o meno una tale possibilità». Silenzio di Pechino, ma è evidente che se Xi Jinping prenderà l’iniziativa lo farà una volta rientrato in patria. Da parte di Kiev, un funzionario ucraino citato dalla Cnn ha dichiarato che a proposito della telefonata «non è stato programmato nulla di concreto, ma si lavora per organizzarla». Mentre a Mosca era in corso la seconda giornata del vertice, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, è arrivato a Kiev in treno dalla Polonia. Dopo aver visitato Bucha, il premier giapponese ha affermato all’agenzia Kyodo che «il Giappone continuerà con il massimo impegno per sostenere l’Ucraina e per ripristinare la pace». La visita del premier giapponese di ritorno da Nuova Delhi - dove ha annunciato il piano Indo Pacifico libero e aperto che serve principalmente a mitigare la crescente influenza della Cina nella regione - non è piaciuta ai cinesi, che attraverso Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri, hanno manifestato il loro fastidio: «Premier giapponese a Kiev? Serve una de-escalation, non il contrario. La comunità internazionale dovrebbe attenersi alla giusta direzione di promuovere colloqui di pace e creare le condizioni per una soluzione politica della crisi in Ucraina, anziché il contrario». Tra India e Giappone gli scambi commerciali sono stati pari a 20,57 miliardi di dollari nel 2021-2022, con l’India che ha importato beni giapponesi per un valore di 14,49 miliardi di dollari e con le recenti intese le parti hanno deciso di far crescere la partnership anche nei settori della Difesa (l’Italia è partner di entrambi) e nel coordinamento negli affari strategici, visto che la preoccupazione per le mosse della Cina è condivisa. A proposito di una possibile fine del conflitto, Putin a Ria Novosti ha dichiarato che «il piano di pace della Cina può essere preso come base per un accordo in Ucraina, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti». Intanto dagli Usa sono arrivate pesanti accuse alla Cina, che in articolo del New York Times viene incolpata di aver fornito alla Russia droni per un valore di 12 milioni di dollari, attraverso una serie di triangolazione societarie e doganali. Pronta la risposta del portavoce di Wang Wenbin: «La Cina non è né creatrice, né parte della crisi in Ucraina, né ha fornito armi ad alcuna delle due parti in conflitto». Fin qui la guerra delle parole e le stilettate della diplomazia, ma sul campo ucraini e russi continuano a combattersi ferocemente. Ieri mattina il ministero della Difesa di Mosca ha fatto sapere che un suo caccia Su-35 ha intercettato sul Mar Baltico due bombardieri strategici B-52H Usa che volavano in direzione del confine russo: il jet è rientrato dopo che i bombardieri si sono allontanati. Mosca ha precisato che «non è stata consentita alcuna violazione del confine di Stato della Russia». Successivamente, il ministero della Difesa ucraino su Telegram ha dichiarato che un’esplosione nella città di Dzhankoi, nel Nord della Crimea, ha portato alla distruzione di missili da crociera russi destinati alla loro flotta nel Mar Nero: «Un’esplosione nella città di Dzhankoi, nel Nord della Crimea temporaneamente occupata, ha distrutto i missili da crociera russi Kalibr che venivano trasportati su treni a rotaia», mentre le forze armate russe hanno lanciato attacchi (senza vittime) contro tre centri nell’Oblast di Sumy. Infine Volodymyr Zelensky, in una conferenza stampa, ha detto «di aver invitato la Cina al dialogo e di aspettare una risposta. Abbiamo offerto alla Cina di diventare un partner nell’attuazione della formula di pace. Abbiamo trasmesso la nostra formula su tutti i canali. Vi invitiamo al dialogo. Aspettiamo la vostra risposta». Al momento non è ancora arrivata, a parte «dei segnali, ma nulla di concreto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cremlino-rilancia-piano-pace-cinese-2659633146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillini-e-dem-si-sfidano-a-chi-vuol-essere-pacifista" data-post-id="2659633146" data-published-at="1679448736" data-use-pagination="False"> Grillini e dem si sfidano a «Chi vuol essere pacifista?» Via libera del Senato alla risoluzione proposta dalla maggioranza, dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del prossimo Consiglio europeo di domani e dopodomani. Ieri a Palazzo Madama il dibattito ha fatto emergere un dato politico su tutti: è finito il tempo degli slogan, i dem targati Elly Schlein tornano ad allinearsi alla dottrina del tanto vituperato Enrico Letta, basata sull’appiattimento totale ai desiderata di Usa e Ue, in sintonia con il Terzo polo. La nuova leader del Pd si è già «normalizzata». Si sgancia, invece, Giuseppe Conte, che vuole riaccendere i riflettori sul M5s, libero di dire «basta» all’invio di armi in Ucraina con una propria risoluzione. «Siamo un membro della Nato», sottolinea la Meloni, «e condividiamo la sua posizione sull’aggressione della Russia all’Ucraina: sappiamo che in quest’Aula ci sono partiti che auspicano un accordo con la Cina o una resa di Kiev. Noi non siamo di questo avviso». La Meloni ribadisce il «pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina in ogni ambito. L’aiuto militare è necessario per garantire la legittima difesa di una regione aggredita e significa proteggere la vita dei civili. Questo governo non ha mai fatto mistero di voler aumentare i propri stanziamenti in spese militari», sottolinea ancora la Meloni, «come hanno fatto i governi precedenti, magari di soppiatto, senza il coraggio di metterci la faccia. Noi invece crediamo che su queste cose bisogna mettercela. Rispettare gli impegni è vitale per tutelare la sovranità nazionale». La Meloni poi attacca Conte: «Ho sentito dire che andrei in Europa a prendere ordini. Lo diranno i fatti. Non mi vedrete mai fare questo. Io preferisco dimettermi», argomenta la Meloni, «piuttosto che presentarmi al cospetto di un mio omologo europeo con i toni con i quali Conte andò da Angela Merkel, a dirle che il M5s erano ragazzi che avevano paura di scendere nei consensi ma alla fine avrebbero fatto quello che l’Europa chiedeva». Il Pd si accuccia: «La nostra posizione è chiara», sottolinea il senatore dem Alessandro Alfieri, «mai equidistanza, sempre dalla parte delle democrazie liberali, dalla parte del popolo ucraino e del suo legittimo diritto a difendersi». I pentastellati, contrari all’invio di altre armi, attaccano governo e Pd: «Quella che doveva essere la patriota», dice in Aula la senatrice del M5s Alessandra Maiorino, «si è fatta dettare la politica economica da Bruxelles e la politica estera da Washington. Dobbiamo essere franchi», sottolinea la Maiorino, «e questo lo dico anche agli amici del Pd: chi è per l’escalation militare non può essere anche per un percorso diplomatico che porti alla pace. Delle due l’una. Basta ipocrisie». «Con il Pd», commenta Conte, «non si rompe nulla perché la posizione del Pd è stata sempre questa, di grande convinzione per quanto riguarda questa strategia che sta perseguendo un’escalation militare». Contraria a ulteriori invii di armi anche l’Alleanza Verdi e Sinistra, come sottolinea il capogruppo a Palazzo Madama Peppe De Cristofaro. Opposizioni divise e maggioranza compatta, dunque, anche se il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, qualche parola di riflessione la spende: «Comunichiamo il voto favorevole alla risoluzione della maggioranza», dice in Aula Romeo, «ma esprimiamo forte preoccupazione per come stanno andando le cose. L’obiettivo della cessazione delle ostilità sembra più una dichiarazione di principio, anzi si sente parlare costantemente di offensiva. Il problema non è il sostegno militare, ma la corsa ad armamenti sempre più potenti, con il rischio di un incidente da cui non si può tornare indietro».
La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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