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Paolo Petrecca (Imagoeconomica)
La telecronaca contestata del direttore di Rai Sport nasce perché ha sostituito il vice Bulbarelli, dopo le telefonate di fuoco del portavoce del Quirinale. Il motivo? Aver svelato la «sorpresa» di Re Sergio.
Una valanga di critiche ha seppellito il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. La sua telecronaca «imbarazzata» della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina è diventata un clamoroso caso politico. I giornali le hanno dedicato «fiumi di parole», ma a nessun cronista è saltato in mente di scrivere il nome proibito o ineffabile: non Jahvè, ma Quirinale.
Tutti hanno raccontato l’effetto (la telecronaca di Petrecca), nessuno ha osato citare la causa, ovvero le telefonate furiose provenienti dal Colle e riguardanti la voce titolare dell’evento, il vicedirettore di Rai Sport Auro Bulbarelli, reo di avere annunciato la «sorpresa clamorosa» del cameo attoriale di Sergio Mattarella programmato all’inizio dell’evento.
Il 30 gennaio Bulbarelli, pur senza rivelare i particolari, ne aveva parlato durante la conferenza stampa di presentazione della copertura Rai della cerimonia. Si era solo divertito a solleticare la fantasia dei presenti con un rimando alla performance in veste di agente segreto della Regina Elisabetta alle Olimpiadi di Londra del 2012.
A mente fredda quell’uscita poteva essere considerata una specie di spot per l’inaugurazione, un modo per aumentare l’attesa per uno spettacolo che, visti i costi (per le cerimonie di apertura e chiusura sono stati investiti circa 70 milioni di euro, 20 dei quali destinati al direttore creativo Marco Balich), aveva bisogno di un grande ritorno di pubblico. Che c’è stato, nonostante la telecronaca inadeguata di Petrecca: oltre 9 milioni di spettatori e 46,2 di share. Numeri sanremesi, come ha rivendicato lo stesso direttore.
Ma i politici di sinistra (Pd, Avs e 5 stelle) mentre sparavano su Petrecca con più determinazione dei cecchini del biathlon hanno dimenticato di chiedere al Quirinale se fosse vero quanto rivelato dal nostro giornale con tanto di conferma del Colle e cioè che gli uomini del presidente erano intervenuti con il comitato organizzatore e con i vertici della Rai per chiedere conto delle parole di Bulbarelli, che stavano, a loro dire, rischiando di rovinare la sorpresa del finto arrivo di Mattarella allo stadio di San Siro su un tram guidato dall’ex campione di motociclismo Valentino Rossi.
L’inaccettabile intromissione nelle dinamiche interne della Rai non ha scandalizzato nessuna delle associazioni di categoria che, sulla carta, sono chiamate a difendere l’autonomia del lavoro giornalistico e la dignità di chi lo svolge. Non ha fiatato la nuova suffragetta dei cronisti Elly Schlein, non ha protestato Giuseppe Conte, né ha fatto un plissé Matteo Renzi. Muto pure l’ex giornalista Rai ed europarlamentare dem Sandro Ruotolo, che ha, invece, abbondantemente esternato su Petrecca.
Eppure dopo la conferenza stampa l’ad Giampaolo Rossi e altri dirigenti, da quanto ci risulta, avevano chiesto a Bulbarelli ragguagli sull’annunciata sorpresa e l’avevano commentata divertiti. Quasi immediatamente il sito di Rainews aveva dato ampio spazio alla storia di Mattarella. Due ore dopo, però, l’articolo era già stato cancellato. Che cosa era successo nel frattempo? Sembra che a Rossi sia arrivata la telefonata infastidita (è un eufemismo) del portavoce di Mattarella Giovanni Grasso e, a quel punto, l’ad avrebbe completamente cambiato atteggiamento.
Forse perché dal Quirinale avevano minacciato di annullare lo sketch che sarebbe stato girato lunedì 2 febbraio dentro a un deposito dell’Atm di Milano.
La prima parte del video, quello in cui si vede il Capo dello Stato di spalle su un tram storico, era già stata girata con una controfigura, escamotage utilizzato anche dalla Regina Elisabetta, ma per una scena in cui avrebbe dovuto lanciarsi da un elicottero con il paracadute. Mancavano le riprese più importanti, quelle in cui Mattarella sorride a due bambine, consegna loro un peluche e, infine, stringe la mano a Valentino Rossi in versione tranviere.
«È stato fatto tutto in gran segreto perché era importante che non si sapesse nulla prima della messa in onda la sera della cerimonia» ha confessato ai giornali il centauro. Peccato che già lunedì scorso, al termine dei ciak sul tram, fosse stata consegnata alle televisioni una scaletta (sebbene con obbligo di embargo) con la descrizione nei dettagli (con tanto di disegni) della scenetta. Insomma il segreto di Pulcinella. Tanto che venerdì mattina La Verità ha anticipato l’intero sketch con le immagini tratte dal copione.
Ieri Corriere della sera e Repubblica hanno intervistato a tutta pagina Valentino Rossi sulla sua esperienza con il presidente, ma entrambi i quotidiani si sono ben guardati dal citare l’incidente della doppia telefonata del Quirinale che ha portato al passo indietro di Bulbarelli.
Secondo le nostre fonti, tra i più «agitati», dopo le dichiarazioni del vicedirettore in conferenza stampa, si sarebbe dimostrato Danilo Di Tommaso, vice capo missione per la delegazione italiana ai Giochi. Potente e abilissimo capo della Comunicazione e del Cerimoniale del Coni, per qualcuno, nel 2019, da esperto tessitore di rapporti qual è, sarebbe stato capace di calamitare i voti necessari a ottenere l’organizzazione delle Olimpiadi 2026. Nominato Cavaliere di Gran Croce al Quirinale nel giugno del 2022 («su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri», all’epoca di Mario Draghi), ha un’antica consuetudine con i più stretti collaboratori del presidente: con il portavoce Grasso (autore delle telefonate incriminate) e con gli uffici che pianificano gli spostamenti di Mattarella quando hanno a che fare con lo sport.
La notte tra venerdì e sabato Di Tommaso (pressato dal Colle?) avrebbe telefonato a Bulbarelli usando un tono concitato: «Ora salta tutto».
Poche ore prima, Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina (il comitato organizzatore dei Giochi) era intervenuto con durezza: «Le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate dal giornalista Rai Auro Bulbarelli in merito alla partecipazione del Presidente della Repubblica alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Milano Cortina 2026 sono destituite di ogni fondamento […]. Qualsiasi considerazione, con paragoni di cerimonie avvenute del passato, è frutto di fantasia».
Perché Malagò ha dovuto mentire così spudoratamente? È stato lui a ricevere la telefonata diretta al Comitato olimpico ammessa dal Quirinale? Ieri su questo punto l’ex presidente del Coni non ci ha risposto. Dalla Fondazione hanno solo ammesso che l’intervento è stato deciso dal comitato organizzatore per «tutelare la cerimonia».
Il sindacato dell’Usigrai, dopo avere diramato un primo durissimo comunicato contro Petrecca (già sfiduciato tre volte dalle sue redazioni), sabato sera, ha finalmente dedicato un pensiero a Bulbarelli: «L’Usigrai difende l’impegno e il lavoro di colleghe e colleghi della Rai che con professionalità stanno rendendo possibile il racconto di un evento sportivo di portata mondiale come le Olimpiadi e anche la dignità di chi, dopo le polemiche seguite alla conferenza stampa di presentazione, ha fatto un passo di lato rinunciando alla telecronaca».
Ma anche questa nota (un po’ come quando Fonzie, in Happy days, doveva dire «ho sbagliato») non riesce a chiamare in causa il Quirinale.
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Andrea Abodi (Imagoeconomica)
Il ministro dello Sport Andrea Abodi: «Gli atleti sono eroi positivi come gli uomini in divisa. Quest’anno daremo medaglie pure a chi li ha sostenuti».
«Lo sport è una difesa immunitaria contro i violenti, gli sbandati fuori controllo che vogliono trasformare il Paese in una giungla, e contro gli sbandamenti del disagio, delle dipendenze e delle devianze. Gli atleti sono esempi positivi, come gli uomini in divisa, che vanno rispettati, sostenuti, apprezzati e valorizzati quotidianamente, non solo quando accadono fatti inquietanti e criminali come quelli di Torino».
Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, racconta i primi giorni dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, segnati dall’allarme sicurezza: «Serve più fermezza. Certi personaggi pericolosi non vanno accolti nei cortei. E quando un violento viene arrestato l’importante è che non venga subito rilasciato dalla magistratura. Altrimenti stiamo giocando partite differenti. Lo Stato dev’essere un’unica squadra, ma spesso al suo interno ci sono più squadre non sempre in sintonia tra loro».
Una cerimonia d’apertura nel nome dello spirito italiano?
«Sì, è stato uno spettacolo che resterà nella memoria di tutti, e che ha rappresentato al meglio la storia, il talento, la creatività e l’ingegno italiano. L’armonia come filo conduttore, come auspicio futuro».
Cosa si aspetta dalla squadra azzurra?
«La certezza di comportamenti esemplari, di saper competere con onore, e tanta fiducia in chiave medaglie che ha già trovato conferma nelle prime giornate di gara. Dico soltanto che in questi quattro anni atleti e federazioni hanno seminato molto bene, noi abbiamo dato ogni supporto e siamo competitivi in tutte le discipline».
Non si sbilancia sul numero di medaglie?
«Se vogliamo parlare di medaglie, ci sono due novità. La prima è la detassazione dei premi per atlete e atleti azzurri che saliranno sul podio olimpico e paralimpico, perché siamo convinti che il merito sportivo non vada tassato».
E poi?
«E poi ci saranno molte più medaglie, perché premieremo anche quelli che ho definito i volti della medaglia, grazie all’iniziativa “backstage heroes”. Nessuno vince da solo».
Cioè?
«Ogni nostro medagliato di Milano-Cortina 2026 potrà indicare quattro persone grazie alle quali è stato raggiunto il traguardo olimpico. Saranno tecnici, fisioterapisti, ma anche familiari e amici. Chi è stato vicino ai nostri atleti, con la sua professionalità o semplicemente con il cuore, riceverà un riconoscimento, una medaglia. È un’iniziativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, al quale ho dato e darò ogni supporto, insieme al collega Giorgetti, che sarà d’esempio anche per altre nazioni».
È stato inflessibile quando ha impedito al cantante Ghali di lanciare messaggi politici sul palco. E l’interessato, alla vigilia della cerimonia, ha pubblicato un messaggio polemico: «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo… Un mio pensiero non può essere espresso».
«Chiariamo, io non ho impedito proprio nulla. È una polemica che non ho aperto e che considero comunque chiusa. Gli artisti sono saliti sul palco della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non di un loro concerto. La Fondazione Milano-Cortina ha applicato le regole del Comitato Olimpico Internazionale, che non ammette messaggi politici. E questa regola vale per tutti e per tutta la durata dei Giochi».
Giochi blindati dalla paura di attentati. Controlli anti terrorismo ad ogni angolo, zone rosse ovunque, ispezioni. Il ministro Tajani ha parlato di attacchi hacker, di matrice russa, contro il ministero degli Esteri e contro alcuni siti di Milano-Cortina.
«Più che blindati, Giochi con un grande sistema di sicurezza. Siamo dotati anche di efficaci strumenti contro la guerra ibrida che hanno già dimostrato la loro efficacia. Mi auguro che il richiamo alla tregua olimpica sottoscritto da 165 Paesi su 193 delle Nazioni unite riesca a far riflettere tutti e a responsabilizzare i pochi che decidono».
E la politica?
«Mi aspetto che parli con una voce sola contro i violenti. Quello che è accaduto a Torino è inquietante e drammatico, ma non è accaduto per caso».
Lei crede?
«È la conseguenza anche del modo di fare politica di tutti i giorni, del linguaggio che si usa, che va al di là del necessario e indispensabile confronto. Ricordo quando nella stagione drammatica del terrorismo rosso, a sinistra si parlava dei “compagni che sbagliano”».
Cosa si aspetta?
«Più fermezza e meno tolleranza. Perché la fermezza toglie ossigeno agli odiatori e va esercitata anche prima che gli eventi accadano. Non si possono accogliere nei cortei gruppi dai quali sono noti i comportamenti violenti e criminali. E non basta lo sdegno a posteriori. Con il servizio d’ordine del Partito comunista dell’altro secolo non sarebbero stati accolti».
Si aspetta più fermezza anche dalla magistratura?
«Quando certi soggetti vengono arrestati, l’importante è che non vengano rilasciati il giorno dopo dalla magistratura. Altrimenti giochiamo partite differenti. È paradossale ritrovarsi i violenti in piazza a commettere gli stessi crimini dopo pochi giorni».
Insomma, si aspetta che tutto lo Stato remi nella stessa direzione?
«La sicurezza è una responsabilità di un’unica squadra, che è quella dello Stato. A volte sembra invece che lo Stato abbia più squadre, non sempre in sintonia tra di loro».
L’opposizione chiede al governo di intervenire contro gli agenti americani dell’Ice di stanza ai Giochi. Che idea si è fatto di questa polemica?
«La collaborazione internazionale in questi casi c’è sempre stata ed è indispensabile. Peraltro, la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico è saldamente nelle mani del ministero dell’Interno e di quello della Difesa. Il resto è solo speculazione politica che non porta da nessuna parte».
I fatti di violenza che hanno come protagonisti minorenni, anche nelle scuole, fanno riflettere politici e psicoterapeuti. Lo sport è un antidoto?
«Finalmente sta crescendo la consapevolezza che lo sport svolga un servizio sociale e rappresenti una difesa immunitaria contro degrado e violenza. Più si diffonde lo spirito sportivo, l’educazione ai valori dello sport e la pratica delle varie discipline, meno spazio c’è per il peggio che la società purtroppo esprime».
La violenza giovanile si manifesta dove lo sport è assente?
«Direi di sì, ma è anche il frutto di modelli sbagliati. Penso agli esempi negativi che arrivano da certe serie televisive dove lo Stato non esiste e non c’è rispetto della sacralità della vita. E dove i conti certi personaggi-criminali se li regolano da soli, in una guerra per bande».
Risultato?
«Gli effetti li riscontriamo non solo nello stile di vita dei ragazzi, ma nelle scelte. Basta uno sguardo sbagliato per far partire una rissa, una coltellata o un colpo di pistola. Abbiamo bisogno di alleanze tra famiglia, scuola, cultura e sport. È necessario moltiplicare i progetti come Caivano, orientati all’offerta di incontro, ascolto e opportunità. Dobbiamo anche valorizzare la stragrande maggioranza dei giovani che ha voglia di fare, crescere e migliorare».
Dunque, punta il dito contro i «cattivi maestri»?
«Sì, contrapposti agli eroi positivi dello sport, che bisogna saper valorizzare perché abbiamo tutti bisogno di buoni esempi, dei quali siamo ricchi e che sono fonte di positiva ispirazione».
I costi di queste Olimpiadi si aggirano intorno ai 6 miliardi. Molti temono che non rientrerete dalle spese.
«Puntualizziamo. Due miliardi di euro per l’organizzazione e 3,5 miliardi per le infrastrutture, in grandissima parte destinati al miglioramento della viabilità su gomma e su ferro. Per le infrastrutture sportive posso assicurare che dopo le Olimpiadi non ci saranno cattedrali nel deserto. Abbiamo previsto strumenti per monitorare l’eredità dei Giochi, perché non ripeteremo gli errori commessi in passato. L’impatto di Milano-Cortina sarà di 5,3 miliardi di euro, secondo le Università Bocconi e Ca’ Foscari, diciamo fonti più che autorevoli e affidabili».
E sui conti?
«Più che i costi, a me interessa la partita doppia, cioè che siano Giochi a saldo positivo, che sia un evento a valore aggiunto. Pensare solo alla spesa, non comprendere il ritorno degli investimenti e degli impatti diretti, indiretti e indotti, significa fare ragionamenti superficiali e fuorvianti».
I Giochi saranno un volano economico, possiamo certificarlo?
«Il lavoro della Simico, Società Infrastrutture Milano-Cortina, sotto il coordinamento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, produrrà un lascito tangibile dei Giochi che migliorerà la qualità della vita delle persone che vivono nei 22.000 chilometri quadrati interessati dalle Olimpiadi. Quindi non vincerà solo lo sport, ma anche il lavoro, la cultura e il turismo italiano».
Intanto continua la corsa per arrivare pronti agli europei del 2032. Anche se questo non è oggi il suo primo pensiero.
«Ho tanti primi pensieri e tra questi ci sono gli stadi. Non c’è molto tempo e abbiamo un piano di lavoro di concerto con Uefa e Federcalcio per rispettare le tappe che prevedono una scadenza fondamentale a settembre di quest’anno».
Quale?
«L’indicazione da parte della Federcalcio all’Uefa dei cinque stadi che dovranno ospitare le partite in Italia, con i progetti definitivi e i piani economico-finanziari approvati. C’è una competizione in atto tra vari progetti e sono certo che faremo bene anche in questa occasione. Peraltro, vogliamo andare ben oltre perché pensiamo, più ambiziosamente, di contribuire all’ammodernamento generale degli stadi delle tre leghe professionistiche, collaborando con i comuni e i club».
Il generale Vannacci, dopo aver lasciato la Lega, giocherà nella serie B della politica?
«Ognuno è artefice del suo destino. Non mi permetto di esprimere giudizi, ma enuncio un principio cardine: chi ha responsabilità pubblica deve sempre farsi guidare dal senso dell’onore. Non solo a parole ma nei comportamenti concreti».
Lo sa che, oltre a Calenda, si fa il suo nome come sindaco di Roma?
«Grazie, ma non è un tema sul tavolo. Mi auguro solo che il nuovo sindaco abbia visione, contenuti, sentimenti e forza d’animo».
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Luca Barbareschi (Ansa)
Artista multiforme, dalla tv al cinema, oggi ci appioppa un late show all’americana «Allegro ma non troppo» (anche negli ascolti) La sua vocazione è il litigio: Ranucci, Martelli e molti altri (compreso il Cav). Dell’avventura politica lasciano il segno le sue assenze.
Cognome e nome: Barbareschi Luca Giorgio. Montevideo, 1956. Artista colto e dal multiforme ingegno: attore, regista e produttore cinematografico e teatrale, conduttore televisivo. Un dissipatore di talento (il suo).
In onda su Rai 3 con l’ennesima, noiosa, «spompa» rimasticatura del late show americano. Titolo: Allegro ma non troppo. Nelle prime cinque puntate del 2026, media di 345.000 telespettatori, share del 3,18. Ascolti non proprio allegrissimi, migliori comunque del precedente Se mi lasci non vale, copia «scrausa» di Temptation Island, chiuso dopo tre puntate «non essendo riuscito a superare il 2% di share medio» (Repubblica, 31 ottobre 2024).
Aldo Grasso, sul Corriere della Sera: «Il problema di questo talk, qualunque siano gli ospiti, è uno e uno solo: si chiama Luca Barbareschi. In un programma di interviste bisognerebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro, far parlare gli interlocutori e non mettersi sempre al centro dell’attenzione». Insomma, il principale nemico di Barbareschi è il suo ego ipertrofico, l’«io debordante».
Oltre naturalmente a Sigfrido Ranucci. Tra i due è partita una singolar tenzone. A dar fuoco alle polveri, l’11 gennaio, è stato Barbareschi: «Buonasera, vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi, gli basterebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro ma gli fa fatica, però non dovrebbe, visto che il suo consulente commerciale mi sta spiando da due anni, così ho letto sui giornali, e per questo sarà querelato, ma visto che mi spiate (mentre) io non spio voi, almeno ricordatevi il nome, no? Watch out, stai attento».
Passano pochi minuti e su Facebook Ranucci spara ad alzo zero: quello di Barbareschi è «un indegno sproloquio», frutto di una «campagna di fango esercitata dal Giornale contro Gian Gaetano Bellavia», vittima di un furto (di dati), «e che nessun organo giudiziario ha accusato di spionaggio o dossieraggio».
La domenica successiva Ranucci si scusa in diretta con Barbareschi per non aver promosso il suo programma. Quindi rimedia «lanciandolo» in modo decisamente originale. Infatti prima gli spiega che non è stato «spiato», e che «il suo errore in buona fede» è dipeso dall’essersi documentato sui giornali sbagliati, «quelli del gruppo Angelucci», colpevoli a suo dire di «aver orchestrato una campagna di fango», strumentalizzando la disavventura «informatica» patita da Bellavia, che per mestiere legge bilanci e fa visure camerali e catastali, quindi «nulla di eversivo».
Poi gli rammenta perché il suo nome sia in quell’archivio. Per i soldi pubblici ricevuti dal teatro Eliseo, chiuso dal 2020 e di cui Barbareschi è proprietario, 13 milioni in cinque anni, addirittura 8 ottenuti per il centenario del teatro grazie a un emendamento «bipartisan» (per la cronaca, il governo era quello «di scopo» targato Pd, premier Paolo Gentiloni) all’art. 22 punto 8 del decreto legge n. 50 del 24 aprile 2017. Un «aiutino» dichiarato illegittimo nel luglio 2022 dalla Corte costituzionale: sproporzionato, incongruo e irragionevole, in quanto accordava - all’Eliseo, cioè a Barbareschi - un trattamento di favore «con conseguente alterazione della concorrenzialità del mercato». Ergo: quegli 8 milioni andrebbero restituiti, il ministero della Cultura glieli avrebbe pure richiesti, ma nel frattempo Barbareschi ha promosso un’altra azione davanti al giudice civile, quindi si vedrà. Conclusione perfida di Ranucci: «Adesso Allegro ma non troppo può cominciare».
Replica di Barbareschi: «Milena Gabanelli faceva una bella trasmissione, lui no. È maleducato, il programma successivo si lancia sempre. Non gli voglio male. È uno dei tanti finti eroi che poi finiscono nel nulla. Lo sfido a duello. A cazzotti o con la spada, scelga lui».
«Catfight tra primedonne», l’ha liquidato Claudio Plazzotta su ItaliaOggi, il quotidiano economico diretto da Pierluigi Magnaschi, che però sulla salute economica della società di Barbareschi ha voluto andare a fondo. Plazzotta (a chi scrive): «La pulce nell’orecchio me l’hanno messa a un evento di Netflix, si parlava molto delle due fiction che Barbareschi avrebbe dovuto produrre per Rai: set fermi e riprese bloccate perché le banche hanno chiuso i rubinetti».
Come mai? In estrema e feroce sintesi: l’Eliseo Entertainment (già Casanova multimedia) va verso il concordato preventivo, «sepolta sotto una montagna di debiti: 40.200.000 milioni di euro alla fine dell’esercizio 2024, di cui ben 25.600.000 con le banche».
La domanda sorge spontanea: come è stato possibile che una persona sicuramente intelligente si sia ritrovata in queste sabbie mobili? Quando il gup di Roma lo rinvierà a giudizio con l’allora suocero, l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, per traffico di influenze illecite (per fare ottenere quei famosi dindi all’Eliseo: processo conclusosi con l’assoluzione di entrambi «perché il fatto non sussiste», in data 21 febbraio 2022) tuonò che questo era il ringraziamento per «aver regalato alla città di Roma un teatro con 12 milioni di euro propri», così Rainews del 27 novembre 2019. Ma santa pace: non poteva limitarsi a fare l’istrione sul palco? Cosa che gli riesce benissimo.
Trent’anni fa lo vidi interpretare a teatro un tosto testo di Eric Bogosian, Piantare i chiodi nel pavimento con la fronte, condito in salsa italiana: «Niente droga da nessuna parte, nessuno che si droghi, a parte i soliti noti, gli unici due che “tirano”: Gianni Agnelli e Franco Califano», bum!
Il fatto è che lui nelle polemiche ci sguazza che è un piacere, come se fosse animato da un cupio dissolvi. È perfino riuscito a farsi licenziare da Silvio Berlusconi.
5 dicembre 1996, il Manifesto: «Barbareschi cacciato da Mediaset. È finita sul tavolo del pretore del lavoro di Roma la vertenza tra il conduttore e Mediaset che, come dice l’attore, l’ha “cacciato” dalla trasmissione di Canale 5 I Guastafeste, dopo che lui aveva invitato una signora presente tra il pubblico a non pagare la tassa per l’Europa».
2002. Va ospite del programma di Piero Chiambretti su Rai 2, Chiambretti c’è, fa un’intemerata sui politici, denunciando il boicottaggio del suo film Il Trasformista, e Claudio Martelli, presente in studio, lo fulmina: «Scusa, Luca, ma perché queste cose non me le hai dette quando venivi a fare anticamera a via del Corso?», storica sede del Psi.
Il critico Marco Giusti (da Dagospia del 25 novembre 2002): «Lo scazzo in diretta tv è da blob primi anni Novanta, sotto gli occhi della compagnia di giro Platinette - Alfonso Signorini - Gianfranco Funari, chiuso con un magistrale «“A Barbare’ ma che cazzo stai a dì?”, detta dallo stesso Funari, incapace di pronunciare perfettamente la parola “trasformista” per evidenti problemi di dentiera», però.
Parlamentare (una sola legislatura, 2008-2013), eletto con il Pdl del Cavaliere, poi in Futuro e libertà di Gianfranco Fini, infine al gruppo Misto, non brillava per le assidue presenze: nel giugno 2012, per esempio, risulterà assente il 100% delle volte.
Pizzicato da Giuseppe Cruciani alla Zanzara, ammetterà: «Ci sono stato poco perché ho dovuto fare giri per la mia fondazione, cose molto interessanti, iniziative contro la pedofilia» (ha più volte raccontato di aver subito molestie dai 9 ai 13 anni da un prete dell’istituto Leone XIII di Milano). Cruciani gli fa notare che le sue attività «cosmopolitiche» non sono annoverabili tra le missioni, chiedendogli della sua trasferta oltre la Grande Muraglia per il suo film Something Good. Barbareschi sbotta: «In Cina? Ma saranno affari miei. Forse ci sono stato qualche giorno, un sacco di avanti e indietro con l’Italia, ma non solo lì, anche in America, in Spagna... non solo per gli affari miei, anche per il Paese», ma certo.
Filippo Ceccarelli, in Invano (Feltrinelli, 2018): «Barbareschi approdato al periglioso, ma forse promettente porto di An dai devastati lidi craxiani, sfogò la sua delusione protestando contro l’inefficacia della linea del partito in Rai: «Siamo stati capaci solo di portare in video delle zoccole», alè (il #metoo era ancora di là da venire).
Quando il citato film Something Good non fu accettato alla Mostra del Cinema di Venezia, spiegò di aver telefonato al direttore artistico del festival, il biellese Alberto Barbera, per testimoniargli stima e amicizia: «Sei un portatore sano di forfora, quando tu ti facevi le se... a Torino, io chia... Naomi Campbell, pippavo con Lou Reed a Kansas City, aravo con il ca... il mondo e guadagnavo miliardi, hai capito? Non voglio essere amico tuo, testa di ca...», ecco.
Aprile 2022. A Sutri, in quel di Viterbo, dove è ospite del sindaco Vittorio Sgarbi, osserva che «non è essere gay il problema», bensì «la mafia dei fr..., degli omosessuali e delle lesbiche. Io dovrei fare un film in cui c’è sempre un nano, un transgender, un cinese. L’inclusività è la cosa più stupida del mondo».
Sarà per questo che non lo includono: «Sono il miglior attore italiano e nessuno mi chiama». Barbareschi, marzullianamente: si faccia una domanda e sia dia una risposta.
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