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2022-10-20
«Costano poco ma sono micidiali». I droni iraniani incendiano il fronte
Ansa
Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.
Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».
Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.
La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.
Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.
Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.
A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.
Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo
Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov.
Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo.
Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim.
Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento.
Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto.
«Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali.
In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
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I velivoli forniti da Teheran piegano le difese ucraine e scatenano la rabbia di Israele. L’Ue e gli Usa con le mani legate per gli accordi sul nucleare. E il Cremlino pensa a fabbricarsi gli aerei invisibili in casa.Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo. Mosca ordina una pioggia di missili e droni su infrastrutture e reti elettriche. Escalation nella regione di Kherson, dove si lavora all’evacuazione di 60.000 russi. «È in preparazione una carneficina». Vladimir Putin proclama la legge marziale nei territori annessi.Lo speciale comprende due articoli.Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/costano-poco-ma-sono-micidiali-i-droni-iraniani-incendiano-il-fronte-2658475968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scatta-loffensiva-per-lasciare-kiev-al-gelo" data-post-id="2658475968" data-published-at="1666207665" data-use-pagination="False"> Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov. Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo. Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim. Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento. Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto. «Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali. In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
Fabio Uliana, curatore della mostra Marzo con Vivaldi, ci mostra in esclusiva i preziosissimi manoscritti autografi del Prete rosso, conservati dalla Biblioteca nazionale universitaria di Torino. Esposizione aperta e gratuita fino al 26 marzo.
(Getty Images)
Non è una sorpresa. La dipendenza energetica è una malattia cronica. Mai davvero curata. Solo tamponata. I numeri, come sempre, sono impietosi. Il settimanale tedesco Spiegel cita uno studio da cui emerge che l’Italia importa 9,8 miliardi di dollari dai Paesi del Golfo, una dipendenza robusta dal Qatar che è diventato il nuovo hub tra gas naturale liquefatto (4,4 miliardi) e propano (3.3 miliardi). Se Doha tossisce all’Italia viene la polmonite. In queste settimane il Qatar è fuori gioco, colpito dagli attacchi iraniani che hanno trasformato un fornitore affidabile in un’incognita strategica. Il risultato è una parola che torna a dominare il lessico: austerità energetica. Come spiega il Financial Times, quando c’è scarsità il mercato si trasforma in un suk. Non più prezzi, ma offerte da bazar. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin si muove come un ambasciatore del bisogno, parlando con tutti: Stati Uniti, Azerbaigian, Nordafrica. Una diplomazia del metano che somiglia sempre più a una tournée di elemosine, con l’Eni nel ruolo di braccio operativo e le mappe del mondo come catalogo. In questo grande giro del gas, l’Algeria torna protagonista. Vecchia conoscenza italiana, fornitore fedele nei momenti difficili, partner strategico che conosce bene il valore della propria posizione. Algeri è pronta ad aiutare, certo. Ma non gratis. Anzi, a prezzi raddoppiati. Perché nel nuovo ordine energetico non esistono amici, solo equilibri di convenienza. E la richiesta di vendere le forniture aggiuntive sul mercato spot - dove i prezzi corrono più veloci dell’inflazione - è il segnale più chiaro: il banco è cambiato, e chi vende detta le regole. È il trionfo della legge non scritta delle crisi: chi ha la materia prima detta il prezzo, chi ne ha bisogno paga e tace. E così l’Italia si ritrova a negoziare da una posizione di debolezza strutturale, mentre altri Paesi europei - Spagna in testa - bussano alla stessa porta algerina. Il risultato è una gara interna all’Unione che rischia di trasformare Bruxelles in un condominio litigioso, dove ciascuno cerca di assicurarsi il riscaldamento per l’inverno, anche a costo di far salire il conto per tutti. La visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri non è solo un viaggio istituzionale: è una tappa obbligata nella nuova geografia dell’energia, dove ogni incontro può tradursi in qualche metro cubo in più e qualche euro in meno - o viceversa. Ma il punto, quello vero, è che la crisi non è più un incidente temporaneo. È un cambio di paradigma. Gli attacchi alle infrastrutture del Qatar non si riparano in qualche settimana: potrebbero volerci anni. E questo trasforma lo shock in sistema, l’emergenza in normalità. È la fine dell’illusione che basti superare l’onda per tornare a galla. Qui l’onda è diventata mare.
E allora riaffiora il ricordo del 2022, quando l’Europa reagì all’invasione russa dell’Ucraina con una strategia a quattro mosse: sostituire le forniture, riempire gli stoccaggi, proteggere i consumatori, calmierare i prezzi. Funzionò. Ma a caro prezzo. La corsa globale al gas liquefatto fece esplodere i costi, lasciando a secco i Paesi più poveri, mentre i sussidi interni crearono una distorsione quasi paradossale: si chiedeva di consumare meno, ma si incentivava a farlo.
Oggi il rischio è ripetere lo stesso copione, ma con meno margine di manovra e più concorrenza. Perché il gas disponibile è meno, la domanda è più nervosa e la geopolitica è decisamente più instabile. In questo scenario, l’Italia parte svantaggiata. E quindi paga di più.
Ed è qui che entra in scena la ricetta dell’Agenzia internazionale dell’energia. Una ricetta che ha il sapore dell’austerità moderna, versione digitale e sostenibile. Più smart working, meno voli. Meno acceleratore, più treno. Più car sharing, meno auto private. Una sorta di decalogo del buon cittadino energetico, dove il sacrificio diventa virtù e il risparmio un dovere civico.
Lavorare da casa, rallentare in autostrada, usare i mezzi pubblici, alternare le targhe, condividere l’auto, ottimizzare la logistica, ridurre i voli, cambiare modo di cucinare, rendere più efficienti le industrie. Dieci comandamenti per un mondo che scopre, ancora una volta, di non avere energia infinita.
Ma dietro questa lista ordinata e razionale si nasconde una verità meno elegante: quando la politica non riesce a garantire l’offerta, scarica il problema sulla domanda. In altre parole: se il gas costa troppo, consumatene meno. È la versione contemporanea del «tirate la cinghia», con l’aggiunta di una connessione Internet e di una call su Zoom.
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Il luogo dell'esplosione al Casale de Sellaretto (Roma). Nel riquadro Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (Ansa)
Sotto i ruderi del Casale del Sellaretto, una antica casa cantoniera lungo la ferrovia Roma-Frascati voluta da papa Pio IX come primo tassello di una linea che avrebbe dovuto spingere i binari fino a Ceprano, ai confini dello Stato Pontificio, oltre i sentieri battuti dai runner, c’erano due corpi (sui quali è stata subito disposta un’autopsia). I nomi arrivano dopo l’analisi dei tatuaggi: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Due anarchici che negli archivi della Digos vengono indicati come appartenenti all’area anarco-insurrezionalista di Alfredo Cospito.
Tra le pietre venute giù dal tetto i dettagli si fanno strada: Mercogliano ha una mano saltata di netto che durante l’ispezione cadaverica viene definita una ferita da mutilazione traumatica e varie bruciature sul corpo. La donna porta addosso i segni del crollo. Gli investigatori si fermano su questi dettagli. Dentro quelle macerie si stava preparando un ordigno artigianale. È questa l’ipotesi. Ora bisognerà capire a quale azione servisse quell’esplosivo. Ma la prima valutazione che è venuta in mente agli investigatori è legata al luogo: il casale si trova a poca distanza dai binari dell’alta velocità ferroviaria, sulla linea Roma-Napoli. Una posizione isolata, ma comoda per raggiungere a piedi la ferrovia.
Ma non è l’unica pista. Nel mirino degli anarco-insurrezionalisti da tempo c’è Leonardo. Oltre a un possibile rilancio della campagna a sostegno di Cospito. Presa in considerazione anche l’ipotesi dell’azione dimostrativa prima del maxi corteo del 28 marzo prossimo, intitolato «Together», contro «i re e le loro guerre» e «pro Askatasuna» in programma a Roma. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pool di magistrati che si occupano di terrorismo. Per il momento il fascicolo è senza indagati. Mentre oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presiederà il Comitato di analisi antiterrorismo al Viminale. Le ricostruzioni prendono piede quando vengono tirati fuori dalle banche dati precedenti e segnalazioni allegate ai due nominativi. Mercogliano è stato processato a Torino per azioni a sfondo terroristico e in primo grado, due anni fa, aveva rimediato una condanna a 5 anni di carcere. Era dentro quella stagione delle «azioni dirette»: pacchi bomba, ordigni e plichi esplosivi destinati a politici, giornalisti ed esponenti delle Forze dell’ordine. Tra il 2005 e il 2006 rischiarono grosso i sindaci di Torino e Bologna, Sergio Chiamparino e Sergio Cofferati, il questore di Lecce, il giornalista Beppe Fossati (direttore del quotidiano Torino Cronaca). Seguirono le bombe contro una caserma dei carabinieri di Fossano, nei giardini della Crocetta a Torino e nel parco Ducale di Parma. Una storia che parte dal 2003, dalla nascita della Fai-Federazione anarchica informale, e attraversa anni di rivendicazioni e testi diffusi in rete sui siti d’area della «A» cerchiata. Ardizzone era, invece, in un altro procedimento: l’indagine Sibilla, imputata a Perugia con Cospito. Aveva parlato in aula durante l’udienza preliminare che si chiuse il 15 gennaio dello scorso anno con un «non luogo a procedere». Poche frasi. Nette. «Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato». E poi: «Sono nemica di ogni forma di governo di cui questo si dota, dal momento in cui la scelta tra democrazia e dittatura è solo quella più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa». Il proclama si concluse con: «Odio l’attuale ordine esistente e chi lo detiene, pertanto credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene e avverso chi le stringe». Prima, però, inscrisse il tutto nella battaglia degli anarchici contro il 41 bis, il regime di carcere duro dell’ordinamento penitenziario al quale Cospito è stato affidato per la sua detenzione (che terminerà il prossimo maggio): «Vedere un anarchico, in questo mio processo coindagato, in 41 bis (Cospito ndr) non è un deterrente alla convinzione nelle mie idee anzi è un rafforzativo». Nel casale della periferia romana è rimasta vittima della sua ideologia. È stato un passante a rompere il silenzio. Vede il crollo, si avvicina, distingue un corpo. Chiama il 112. Da lì comincia il movimento: polizia locale, agenti del commissariato della Romanina, Vigili del fuoco. Poi la Digos e i carabinieri. All’inizio l’ipotesi era la più semplice: due senza tetto finiti sotto il crollo. Poi i corpi vengono tirati fuori dalle macerie. E la storia cambia.
Intanto ieri, intorno alle 17.30, nel centro di Roma, in via delle Zoccolette, innanzi ad uno degli ingressi del ministero della Giustizia, è stata rivenuta una borsa sospetta con diversi oggetti tra cui in evidenza un grande foulard rosso con falce e martello. Sono in corso accertamenti a cura delle forze dell’ordine.
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Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Ansa)
E ieri sera a La7 (dove era ospite anche Elly Schlein, che ha detto «Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni di Dalmastro») il premier è tornata sull’argomento: «Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente... Se c’è stata una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum”, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustizia».
La Cinque forchette srl, fondata davanti ad un notaio di Biella il 16 dicembre 2024, aveva al suo interno altri esponenti biellesi di Fratelli d’Italia: la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di Fdi e assessore al Comune di Biella, Davide Eugenio Zappalà, consigliere Fdi in Regione, ognuno con il 5% delle quote. Con loro Donatella Pelle, impiegata, che deteneva il 10% della società (nessuno fra gli azionisti, al momento, risulta indagato). Delmastro possedeva il 25% delle quote, mentre il restante 50% era in mano a Miriam Caroccia, figlia appena diciottenne di Mauro Caroccia, che in un video del 2025 presente sui social della bisteccheria, pubblicizzava il locale, formalmente di proprietà della figlia che era anche l’amministratore della società. E due giorni fa era spuntata una foto, scattata nel 2023 in un altro ristorante gestito in precedenza da Caroccia senior, che ritraeva l’uomo accanto a Delmastro. Il sottosegretario aveva commentato: «La mia storia antimafia è chiara ed evidente». Poi aveva aggiunto: «Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”», sottolineando infine che, appena ha scoperto come stessero le cose, aveva «lasciato la società». Chiosando poi «L’ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue». Al momento della costituzione della società, Caroccia senior non aveva condanne essendo stato assolto in Appello nell’ambito dell’inchiesta «Affari di famiglia». La sentenza, però, era stata annullata con rinvio dalla Cassazione. E così, il 15 gennaio 2025, la Corte di appello di Roma condanna Caroccia e gli altri imputati. A novembre il sottosegretario vende il suo 25% della Cinque forchette alla G&G srl della quale detiene il 100% delle quote. Tre mesi dopo, il 19 febbraio scorso, la Cassazione conferma l’Appello bis e per Mauro Caroccia si aprono le porte del carcere. Otto giorni dopo, la G&G del sottosegretario passa il 25% alla Pelle. Il 5 marzo, tutti i soci cedono le loro quote alla giovane Carocci. Una foto pubblicata ieri sul sito del Domani rivela, però, che Delmastro sarebbe tornato nel locale a fine gennaio 2026.
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