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2022-10-20
«Costano poco ma sono micidiali». I droni iraniani incendiano il fronte
Ansa
Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.
Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».
Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.
La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.
Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.
Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.
A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.
Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo
Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov.
Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo.
Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim.
Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento.
Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto.
«Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali.
In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
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I velivoli forniti da Teheran piegano le difese ucraine e scatenano la rabbia di Israele. L’Ue e gli Usa con le mani legate per gli accordi sul nucleare. E il Cremlino pensa a fabbricarsi gli aerei invisibili in casa.Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo. Mosca ordina una pioggia di missili e droni su infrastrutture e reti elettriche. Escalation nella regione di Kherson, dove si lavora all’evacuazione di 60.000 russi. «È in preparazione una carneficina». Vladimir Putin proclama la legge marziale nei territori annessi.Lo speciale comprende due articoli.Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/costano-poco-ma-sono-micidiali-i-droni-iraniani-incendiano-il-fronte-2658475968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scatta-loffensiva-per-lasciare-kiev-al-gelo" data-post-id="2658475968" data-published-at="1666207665" data-use-pagination="False"> Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov. Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo. Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim. Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento. Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto. «Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali. In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
A mettere nero su bianco qualche dato in grado di smontare le ultime illusioni sui vantaggi del motore a batteria, è l’Adiconsum che periodicamente fa un report sull’andamento delle tariffe di ricarica. Lo stato dell’infrastruttura è ancora carente. I punti di ricarica sono 70.272 di cui un 10% non è attivo. La maggioranza dei punti (53.000) è in corrente alternata (Ac) con potenza inferiore a 50 Kw mentre le ricariche ultra veloci sono meno di 5.000. Intraprendere un percorso in autostrada è da temerari: la copertura delle aree di servizio è ancora al 48% e ci sono solo 1.274 punti. Essere a secco di elettricità e beccare un paio di stazioni di servizio sprovviste di colonnine apre scenari da incubo. Quindi, nella pianificazione di un percorso, bisognerebbe anche avere contezza della distribuzione delle ricariche.
Ma veniamo ai costi. Il prezzo unico nazionale a novembre scorso era pari a 0,117 euro il Kwh, in aumento del 5% rispetto a ottobre 2025. I prezzi medi alla colonnina sono per la Ac (lenta e accelerata) di 0,63 euro al Kwh (in aumento di 1 centesimo rispetto a ottobre), per la veloce (Dc) di 0,75 euro /Kwh (+1 centesimo rispetto a ottobre) e per la ultra veloce (Hpc) di 0,76 euro/kwh (stazionario). Per le tariffe medie massime si arriva a 0,83 per ricariche Ac, 0,82 per la Dc e 1,01 per Hpc.
Il report di Adiconsum fa un confronto con i carburanti fossili e evidenza che la parità di costo con benzina e diesel si attesta mediamente tra 0,60 e 0,65 euro/kwh. Ma molte tariffe medie attuali, superano questa soglia di convenienza.
Inoltre esistono forti divergenze tra i prezzi minimi e massimi che nella ricarica ultra veloce possono arrivare fino a 1,01 euro /Kwh. L’associazione dei consumatori segnala tra le tariffe più convenienti per la Ac, Emobility (0,25 euro/Kwh) per la Dc, Evdc in roaming su Enel X Way (0,45 euro/Kwh) e per l’alta potenza, la Tesla Supercharger (0,32 euro/Kwh). La conclusione del report è che c’è un rincaro, anche se lieve delle ricariche più diffuse ovvero Ac e Dc e il consiglio dell’Adiconsum, è che a fronte dell’alta variabilità dei prezzi è fondamentale utilizzare le app dedicate per verificare quale operatore offre il prezzo più basso sulla singola colonnina.
Questo vuol dire che mentre all’estero, come ad esempio in Germania, si fa il pieno utilizzando semplicemente il bancomat o la carta di credito, come al self service dei distributori, in Italia bisogna scaricare una infinità di app, a seconda del fornitore o del gestore, con la complicazione delle informazioni di pagamento e della registrazione. Chi ha la ventura (o sventura) di aver scelto una full electric, deve fare la gimcana tra le varie app, studiando con la comparazione, la soluzione più vantaggiosa. Un bello stress.
Secondo i dati più recenti di Eurostat e Switcher.ie, mentre la media europea per un pieno si attesta intorno a 14 euro, in Italia la spesa media sale a circa 20,30 euro. Nel nostro Paese, come detto prima, la media di ricarica Ac è di 0,63 euro /Kwh, in Francia e Spagna si scende sotto gli 0,45-0,50 euro /Kwh. La ricarica ultra rapida che nelle nostre colonnine è di media 0,76 euro/Kwh con picchi sopra 1 euro, in Francia si mantiene mediamente intorno a 0,60 euro/Kwh. Il costo dell’energia all’ingrosso in Italia è tra i più alti d’Europa, inoltra l’Iva e le accise sull’energia elettrica ad uso di ricarica pubblica sono meno agevolate rispetto alla Francia dove l’Iva è al 5,5%. Inoltre l’Italia non prevede riduzioni degli oneri di sistema per le infrastrutture ad alta potenza.
C’è un altro elemento di divergenza tra l’Italia e il resto dell’Europa che non incentiva l’acquisto di un’auto elettrica, ed è la metodologia del pagamento. Il nostro Paese è il regno delle app e degli abbonamenti. La ricarica «spontanea» (senza registrazione) è rara e spesso molto costosa. In paesi come Olanda, Danimarca e Germania, il pieno è gestito più come un servizio di pubblica utilità «al volo». Con il regolamento europeo Afir, nel 2025 è diventato obbligatorio per le nuove colonnine fast permettere il pagamento con carta di credito/debito tramite Pos. In Nord Europa questa pratica è già la norma, riducendo la necessità di avere dieci app diverse sul telefono. Inoltre in Paesi tecnologicamente avanzati (Norvegia, Germania), è molto diffuso il sistema Plug & Charge: colleghi il cavo e l’auto comunica direttamente con la colonnina per il pagamento, senza bisogno di tessere o smartphone. In Italia, questa tecnologia è limitata quasi esclusivamente alla rete Tesla.
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Massimo Giannini (Ansa)
Se a destra la manifestazione dell’indipendenza di pensiero ha prodotto sconcerto e un filo d’irritazione, a sinistra ha causato brividi di sconcerto e profondo stupore. Particolarmente emozionato Massimo Giannini di Repubblica, il quale ha intuito di aver assistito a qualcosa di importante ma non ha capito bene di che si tratti. Il noto editorialista ieri ha pensato di parassitare il pensiero di Veneziani e di aggrapparsi ai commenti di altre voci libere come Mario Giordano, Franco Cardini e Giordano Bruno Guerri per sputare un po' di veleno sul governo. «Se rimettiamo insieme le parole e le opere della premier e della sua milizia», ha scritto Giannini, «qual è la svolta culturale che segna il cambio d’epoca? La Ducia Maior: qualche frasetta sciolta di Roger Scruton in Parlamento, qualche citazione a caso di Thomas Eliot al meeting di Rimini. I gerarchi minori: qualche intemerata su Peppa Pig da Mollicone, qualche pièce teatrale di Mellone. Per il resto, fuffa ideologica e poltronificio».
Liquidati i nemici politici, Giannini si è messo a parlare della sinistra, e lo ha fatto secondo il più classico copione della rampogna progressista. Funziona così: prima si ribadisce l’inevitabile superiorità morale, poi si finge di avanzare una critica per dimostrare d’essere fedelissimi ma pure un po' pensosi. «Nonostante le disfatte elettorali, la rive gauche è ancora popolata di scrittori e attori, registi e opinionisti», dice Giannini. «Ma con due differenze fondamentali rispetto all’altra sponda. La prima è che nessuno li alleva: non c’è più il Pci di Berlinguer, che organizzava gli stati generali della cultura convocando intellettuali di ogni ordine e grado. La seconda è che nessuno li criminalizza: se di qua sono di casa la critica distruttiva al Pd e la satira abrasiva sul campo largo, di là non capita mai nulla di simile».
A ben vedere, sono false entrambe le affermazioni. Vero che non esiste più il Pci con la sua cultura d’apparato, ma è vero pure che a intrupparsi i creativi sinistrorsi ci pensano da soli, seguendo alla lettera le indicazioni di un comitato centrale evanescente ma sempre autoritario che si è incistato nei loro cervelli: fedeli alla linea anche quando la linea non c’è. E infatti non appena qualcuno esce dal seminato, subito i rimasugli del progressismo intellettuale lo crocifiggono in sala mensa. Che si tratti di Massimo Cacciari, Giorgio Agamben, Carlo Rovelli, Lucio Caracciolo, Angelo D’Orsi, Luca Ricolfi o altri venerati maestri, poco importa: chi tradisce la paga cara, e solo dopo appropriata quarantena può tornare a dirsi presentabile.
Ed è esattamente qui che sta il punto. Giannini e gli altri del suo giro non hanno i galloni per fare la morale a chicchessia. S’attaccano alla stoffa altrui - quella di Veneziani nello specifico - perché difettano della propria. Se la destra non ha brillato per originalità, la sinistra in questi anni si è risvegliata dal coma soltanto per chiedere la censura di questo o quell’altro, per infangare e demonizzare, per appiccare roghi e costruire gogne. Infamie di cui hanno fatto le spese autori di ogni orientamento: di destra, soprattutto, ma pure di sinistra, se indipendenti e intellettualmente onesti.
Giannini resta comprensibilmente ammirato dalla tempra dei Veneziani, dei Cardini e dei Giordano perché dalle sue parti non esiste, e se esiste è avversata con ferocia (altro che le sfuriate infantili viste a destra negli ultimi giorni). E infatti l’editorialista di Repubblica che fa? Prende le parti del nemico solo nella misura in cui sono utili alla sua causa. Non celebra l’onestà e il piglio avventuroso: li perverte per metterli - per altro senza riuscirci - al servizio della sua ortodossia. Sfrutta l’indipendenza altrui per ribadire la propria servitù.
Tutto ciò sarebbe decisamente poco interessante se non donasse una lezione anche alla destra, ai patrioti e ai conservatori o sedicenti tali. Il problema, per usare un nannimorettismo oggi di moda, non è Giannini in sé, ma Giannini in noi. Tradotto: per imporre l’egemonia soffocando la libertà basta e avanza Repubblica. E se il carro dei vincitori somiglia a quello dei perdenti, tanto vale perdere, almeno ci si risparmia la spocchia.
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Giuseppe Cruciani (Ansa)
Il professor Lorenzo Castellani, ricercatore e docente di storia delle istituzioni politiche presso la Luiss di Roma, nonché autore di Eminenze grigie. Uomini all’ombra del potere (2024), su X sintetizza così: «Checco Zalone ha spianato i petulanti stand up comedian (quasi tutti «impegnati» a sinistra); Corona sfida i media tradizionali con un linguaggio da uomo qualunque e fa decine di milioni di visualizzazioni; la Zanzara riempie i teatri ed è la trasmissione più ascoltata del Paese. Si è detto per anni che la sinistra sia egemone nell’alta cultura (vero, diciamo, all’80%), ma la «non-sinistra» (non la chiamerei semplicemente destra) ha interamente in mano la cultura e il linguaggio popolare».
Professor Castellani, quindi vorrebbe dirci che la cultura non è più solo ad appannaggio della sinistra?
«Se guardiamo alle istituzioni della cultura ovvero ai luoghi ufficiali della stessa è sempre la sinistra a primeggiare. Ma se guardiamo alla cultura in senso ampio, allora cambia tutto. L’alta cultura è predominante nelle istituzioni ufficiali della sinistra ma in altri ambiti l’ideologia di sinistra viene sconfitta da altre manifestazioni culturali che incontrano di più i gusti del Paese».
Si riferisce a Zalone?
«Certo, anche. Zalone è sempre stato apolitico, non ha mai ceduto al politicamente corretto. Fa un cinema che fa riflettere e non vuole indottrinare nessuno, non fa moralismi a senso unico come capita ad altri tipi di comicità di sinistra».
Sanremo è di destra o di sinistra? A volte legare la politica a certe forme di spettacolo non fa scadere nel ridicolo?
«Anche a Sanremo non c’è più una forma di piena differenziazione tra alta cultura e cultura nazionale popolare. A me piace parlare di cultura in senso ampio, non solo di alta cultura, la “Kultur alla tedesca”, che permea nel popolo e permette riflessioni ampie».
Di che tipo?
«Sembra sempre ci sia questa contrapposizione tra il mondo dell’alta cultura, cinema, teatri, fondazioni, fiere del libro, case editrici, think tank nelle università, dove c’è oggettivamente sempre il predominio della sinistra, del mondo progressista, nelle sue varie sfaccettature, e grandi fenomeni di cultura di massa dove prevale l’esatto contrario rispetto all’etica progressista e a quell’atteggiamento pedagogico-educativo e moralistico che il mondo di sinistra tende ad avere nei confronti del popolo. L’idea di fondo della sinistra è stata sempre quella che bisogna civilizzare gli italiani e portarli con la mano come bimbi verso comportamenti più virtuosi».
Ma oggi non è più così. Ci sono vari altri casi giusto?
«Esatto, abbiamo un Fabrizio Corona che su YouTube, con un linguaggio molto politicamente scorretto, attacca il potere in tutte le sue forme e ha un successo enorme. Lo fa in maniera qualunquistica ma è questo che piace alla gente. Si occupa di questioni di cultura di massa, fenomeni che riguardano il crime, il trash, che non rientrano certamente nell’alta cultura ma che creano fenomeni di massa che hanno più visibilità e rilevanza di certi argomenti che trattano tv o giornali».
E non è il solo.
«La Zanzara, che adesso riempie anche i teatri e che offre un interessante esperimento sociale. Cruciani e Parenzo sostengono tutto il contrario del catechismo del politicamente corretto, sicuramente molto al di fuori dei perimetri della cultura ufficiale di sinistra. Ma per questo funziona ed è un fenomeno molto partecipato».
Anche dalla sinistra stessa presumo.
«Certo. Io ci sono andato ed è pieno di studenti della mia università, dirigenti d’azienda, professori, è un fenomeno trasversale che ha conquistato pezzi della classe dirigente».
Insomma, la presunta alta cultura della sinistra è in crisi perché risulta noiosa al grande pubblico?
«Sicuramente la cultura in senso ampio arriva di più alla gente».
Un po’ come in politica?
«Certi politici usano linguaggi più semplici e diretti e vengono capiti più facilmente. È quello che succedeva a Grillo e oggi alla Meloni. Ci sono fenomeni di massa che vengono seguiti da milioni persone e che rigettano l’idea che ci sia una rigida morale comportamentale linguistica da seguire che invece appartiene alla sinistra».
Anche nella musica?
«Certo, le canzoni che hanno avuto più successo negli ultimi anni sono quelle vicine al genere trap, che parlano di consumismo, esaltano il machismo, usano linguaggi volgari e una completa assenza di morale, nulla a che fare con il mondo progressista. Però quelle canzoni arrivano e funzionano. Tanto è vero che anche Sorrentino nel suo ultimo film ha dato un ruolo centrale a Gue Pequeno e alle sue canzoni che fa cantare anche a Servillo».
Quindi la cultura appartenuta da sempre alla sinistra è in caduta perché non arriva più alla gente comune?
«Non credo che la destra debba sfidare la sinistra sull’alta cultura. Però penso che siano in atto nella cultura popolare di massa delle forme di anti-progressismo e anarchismo, dei movimenti spontanei che sono in contrasto con l’alta cultura principalmente di sinistra e che vengono maggiormente capiti dalla gente e da qui il loro enorme successo. C’è questo contrasto tra cultura ufficiale e quella di massa nazional popolare; due mondi che sembrano non parlarsi.
Per la sinistra è come un boomerang?
«In effetti il tentativo di indottrinare della sinistra ha prodotto una reazione ancor più forte nella destra. Più la sinistra ha cercato di catechizzare la gente, più questi fenomeni sono cresciuti. La regola di doversi comportare in un certo modo, oggi è più fallita che mai».
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Ignazio La Russa (Ansa)
È appena il caso di ricordare che La Russa nel 1971, ovvero la bellezza di 54 anni fa, era già responsabile a Milano del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Msi. «Era il 1946, il Natale era passato da un giorno», dice La Russa nel video, «la guerra era finita da poco più di un anno e un gruppo di uomini, che erano sconfitti dalla storia, dalla guerra, nella loro militanza che era stata per l'Italia in guerra, l'Italia fascista, non si arresero, ma non chiesero neanche per un attimo di tornare indietro. E pensarono al futuro, non tentarono di sovvertire con la forza ciò che peraltro sarebbe stato impossibile sovvertire. Accettarono il sistema democratico e fondarono un partito, il Movimento sociale italiano, che guardava al futuro. I fondatori ebbero come parola d'ordine un motto che posso riassumere brevemente: dissero non rinnegare, cioè non rinnegavano il loro passato, ma anche non restaurare, cioè non tornare indietro. Non volevano ripetere quello che era stato, volevano un'Italia che marciasse verso il futuro».
«Quello che è importante ricordare oggi», aggiunge ancora La Russa, «è che allora, 26 dicembre 1946, scelsero come simbolo la fiamma. La fiamma tricolore, la fiamma con il verde, il bianco e il rosso. Sono passati molti anni, sono mutate moltissime cose, è maturata, migliorata, cambiata la visione degli uomini che si sono succeduti, che hanno raccolto il loro testimone, anche con fratture importanti nel modo di pensare, ma quel simbolo è rimasto, un simbolo di continuità e anche un simbolo di amore, di resilienza si direbbe oggi, un simbolo che guarda all’Italia del domani e non a quella di ieri, senza dimenticare la nostra storia».
Un modo come un altro per far felici gli elettori di Fdi che sono rimasti fedeli al partito da sempre, e che magari non si ritrovano pienamente nel nuovo corso della destra italiana, soprattutto in politica estera, ma anche su alcuni aspetti della strategia economica e sociale del governo. Per garantire una buona presenza sui media del messaggio nostalgico di La Russa, occorreva però qualche attacco da sinistra, che è subito caduta nella trappola: «Assurdo. Il presidente del Senato e seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa», attacca il deputato del Pd Stefano Vaccari, «rivendica la nascita, nel 1946, del Movimento sociale italiano. Addirittura il senatore La Russa parla di continuità di quella storia evocando la fiamma tricolore, simbolo ben evidente nel logo di Fratelli d'Italia, il suo partito. Sapevamo delle difficoltà del presidente La Russa a fare i conti con il suo passato, visti i busti di Mussolini ben visibili nella sua casa, ma che arrivasse ad una sfrontatezza simile non era immaginabile». Sulla stessa lunghezza d’onda altri parlamentari dem come Federico Fornaro, Irene Manzi e Andrea De Maria, il deputato di Avs Filiberto Zaratti. Missione compiuta: La Russa è riuscito nel suo intento di riscaldare (con la fiamma) il cuore dei vecchi militanti missini, e di trascinare la sinistra nell’ennesima polemica completamente a vuoto.
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