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2022-10-20
«Costano poco ma sono micidiali». I droni iraniani incendiano il fronte
Ansa
Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.
Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».
Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.
La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.
Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.
Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.
A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.
Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo
Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov.
Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo.
Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim.
Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento.
Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto.
«Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali.
In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
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I velivoli forniti da Teheran piegano le difese ucraine e scatenano la rabbia di Israele. L’Ue e gli Usa con le mani legate per gli accordi sul nucleare. E il Cremlino pensa a fabbricarsi gli aerei invisibili in casa.Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo. Mosca ordina una pioggia di missili e droni su infrastrutture e reti elettriche. Escalation nella regione di Kherson, dove si lavora all’evacuazione di 60.000 russi. «È in preparazione una carneficina». Vladimir Putin proclama la legge marziale nei territori annessi.Lo speciale comprende due articoli.Si intensifica l’uso dei droni militari iraniani da parte di Mosca in Ucraina. Come riferito dall’Associated press, questi armamenti vengono in particolare utilizzati per «eliminare centrali elettriche e altre infrastrutture chiave, schiacciare il morale e, infine, prosciugare il bottino di guerra e le armi del nemico». Non trascuriamo inoltre che i droni sono stati usati negli scorsi giorni anche per colpire la stessa città di Kiev.Secondo un’analisi pubblicata dalla Rivista italiana difesa, i droni suicidi «sono dotati di una carica bellica integrata e possono essere impiegati per l’attacco di obiettivi fissi (raffinerie, aeroporti e così via), ma anche per colpire le batterie antiaeree». Non solo: la stessa testata ha riferito che questi armamenti «hanno dimostrato tutta la loro costo-efficacia data dai bassissimi costi di acquisizione ed esercizio, a fronte della loro capacità di evadere le difese antiaeree tradizionali in virtù di dimensioni contenute».Si tratta di un fattore potenzialmente preoccupante per gli ucraini: il basso costo di questi armamenti ne rende l’approvvigionamento ai russi particolarmente agevole. Senza inoltre escludere del tutto l’ipotesi che il Cremlino possa un giorno acquisire il know-how necessario per produrseli addirittura da solo, sebbene Kiev abbia annunciato di aver abbattuto 223 droni iraniani dal 13 settembre e la Nato stia per fornirle appositi sistemi di difesa aerea.La collaborazione di Mosca con Teheran frattanto procede. Secondo Cnn, l’Iran ha infatti inviato proprio personale militare in Crimea per addestrare i soldati russi all’uso dei droni. Finora la Repubblica islamica avrebbe fornito (almeno) due tipologie di tali armamenti: lo Shahed (che esplode all’impatto e ha una portata fino a 1.000 miglia) e il Mohajer-6 (che può trasportare missili ed essere usato per la sorveglianza). Va tra l’altro rammentato che, come sottolineato dal New York Times, droni sono utilizzati anche dalle forze armate ucraine: in particolare, esse hanno fatto principalmente ricorso ai Bayraktar Tb2 di fabbricazione turca. Senza poi dimenticare gli Switchblade, forniti dagli Usa.Dal punto di vista politico, la questione si configura piuttosto aggrovigliata. Mentre ieri l’ayatollah Ali Khamenei affermava tronfiamente che i droni «portano onore all’Iran», Washington – due giorni fa – si era detta concorde con Londra e Parigi nel sostenere che la fornitura di tali armamenti a Mosca da parte di Teheran risulti una violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: risoluzione che, nel 2015, diede di fatto semaforo verde al controverso accordo sul nucleare con Teheran. Ieri è stata inoltre diffusa la notizia, secondo cui il Consiglio europeo sarebbe intenzionato a comminare sanzioni a tre società e cinque individui iraniani in riferimento alla fornitura di droni alla Russia.Posizioni paradossali, visto che sia l’amministrazione Biden sia la Commissione europea hanno cercato di rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, trascurando non solo le preoccupazioni israeliane ma anche il fatto che Teheran non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca.A marzo, il ministero del petrolio iraniano rese noto che avrebbe aiutato il Cremlino a contrastare le sanzioni occidentali. Era invece luglio, quando la Repubblica islamica siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo: il Jerusalem Post riferì che, qualora l’intesa sul nucleare dovesse essere ripristinata, la società statale russa Rosatom potrebbe assicurarsi un contratto da 10 miliardi di dollari per espandere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Non è d’altronde un caso che Mosca abbia criticato Donald Trump nel 2018 per aver abbandonato l’intesa sul nucleare: un’intesa di contro sovente difesa dai dem americani e dai piani alti di Bruxelles. Con i risultati che stiamo vedendo. Tra l’altro, è proprio per questo suo tentativo di ripristinare quel controverso accordo che Joe Biden ha guastato i rapporti con l’Arabia saudita: un’Arabia saudita che si è vendicata, avvicinandosi a Russia e Cina e portando l’Opec Plus a tagliare recentemente la produzione di petrolio. Ma i problemi non mancano neppure a Vladimir Putin. È vero: i droni iraniani gli consentono di infliggere dei colpi all’Ucraina. Dall’altra parte, però, la fornitura di questi armamenti sta irritando considerevolmente Israele: Paese che, finora, ha evitato una rottura con Mosca, per salvaguardare il «meccanismo di deconflitto» vigente in Siria. Domenica, il ministro israeliano della Diaspora, Nichman Shai, aveva sostanzialmente chiesto che Gerusalemme inviasse aiuti militari all’Ucraina «come fanno gli Usa e i Paesi della Nato». A rispondergli è stato tuttavia ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Israele non invierà armi all’Ucraina in base ad una serie di considerazioni operative», ha dichiarato, promettendo di aiutare nello sviluppo di un sistema di allarme contro le minacce aeree. Insomma, cominciano a emergere fibrillazioni e distinguo nel governo israeliano. Anche perché, secondo il Times of Israel, Gerusalemme inizia a temere che i droni iraniani possano essere presto usati contro il proprio territorio. Per il Cremlino si prospetta quindi un dilemma di difficile soluzione: il raffreddamento dei rapporti con Israele è un rischio che Putin sa infatti di non potersi permettere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/costano-poco-ma-sono-micidiali-i-droni-iraniani-incendiano-il-fronte-2658475968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scatta-loffensiva-per-lasciare-kiev-al-gelo" data-post-id="2658475968" data-published-at="1666207665" data-use-pagination="False"> Scatta l’offensiva per lasciare Kiev al gelo Tra Russia e Ucraina si prepara una battaglia decisiva e senza esclusione di colpi. Scenario di questo nuovo Armageddon sarà la regione di Kherson, dove le forze armate ucraine «hanno iniziato un’offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d’assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», ha dichiarato il vice capo dell’amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov. Il nuovo comandante dell’esercito di Mosca in Ucraina, Sergei Surovikin, aveva già detto che la popolazione civile di Kherson sarebbe stata «reinsediata» altrove per evitare rischi, descrivendo la situazione militare come «tesa». Stremusov fa ora chiaramente intendere che si preparano giorni difficili, perché ognuna delle due parti è determinata a uno scontro all’ultimo sangue. «Ci sono molti droni ucraini a raggio intermedio e un aereo da ricognizione», ha detto Stremousov, «la battaglia per Kherson inizierà in un futuro molto prossimo. Si consiglia alla popolazione civile di lasciare l’area delle imminenti feroci ostilità, se possibile, per non esporsi a rischi inutili». Le autorità filorusse della regione di Kherson hanno in programma di evacuare circa 50.000-60.000 persone sulla riva sinistra del fiume Dnepr entro una settimana, come ha dichiarato il governatore ad interim Volodymyr Saldo. Inizialmente si era detto che i russi stavano evacuando la regione perché preoccupati della controffensiva ucraina, ma tutto lascia presumere che saranno i russi stessi ad attaccare massicciamente, bloccando così le iniziative di Kiev. «Le truppe russe stanno evacuando Kherson perché sono pronte a bombardare la città», ha scritto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale di Mykolaiv. «Tenendo conto delle dichiarazioni dei russi che, dicono, evacuano, perché le forze armate ucraine spareranno su Kherson, si ha l’impressione che si stiano preparando ad attaccare la città. Ci sono informazioni che gli invasori russi stanno preparando fortificazioni nell’area di Chaplynka e stanno raccogliendo artiglieria nella zona», ha scritto Kim. Nella stessa direzione portano le dichiarazioni del generale russo Surovikin, che prosegue nella campagna aerea di bombardamenti a tappeto sulle città ucraine: la situazione «è già abbastanza difficile», ha detto, «non sono da escludere decisioni difficili». E mentre a Kherson si procede verso uno scontro da apocalisse, a Mosca Vladimir Putin ha firmato il decreto con cui introduce la legge marziale nelle quattro regioni annesse - Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, appunto. La legge marziale imposta nelle quattro regioni potrà essere estesa a qualsiasi altra parte del territorio della Federazione russa «se sarà necessario», come prevede lo stesso documento. Nel suo intervento al Consiglio di sicurezza russo, il presidente Putin ha poi emesso un ulteriore decreto che limita i movimenti dentro e fuori otto regioni confinanti con l’Ucraina. Le misure si applicano alle regioni meridionali di Krasnodar, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov e ai territori di Crimea e Sebastopoli, che la Russia ha annesso nel 2014. Intanto Dnipro, nell’Ucraina centrale, è stata colpita «tutta la notte» da attacchi russi, che hanno causato interruzioni di corrente nelle città e nei villaggi. «I russi hanno colpito la regione con varie armi», ha detto Valentyn Reznichenko, capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipro. «Due distretti, Kryvyi Rih e Nikopol, sono stati bombardati. L’infrastruttura energetica nel distretto di Kryvyi Rih è stata colpita da razzi che hanno provocato danni ingenti. Non c’è elettricità e ci sono state interruzioni idriche nelle città e nei villaggi di Apostolove, Zelenodolsk, Shyroke e Sofiivka e in uno dei distretti di Kryvyi Rih». Ed è proprio questo l’obiettivo russo: colpire infrastrutture e centrali energetiche per rendere impossibile agli ucraini affrontare l’inverno che arriva e che da quelle parti è particolarmente rigido, per costringerli alla resa. Sarà il freddo il vero nemico dell’Ucraina, un nemico contro il quale la fornitura di armi non servirà a molto. «Questi sono atti di puro terrore. Attacchi mirati contro le infrastrutture civili con il chiaro obiettivo di privare uomini, donne e bambini di acqua, elettricità e riscaldamento con l’arrivo dell’inverno», ha tuonato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Sul campo la situazione è tesa ormai in tutto il territorio. L’allarme aereo si è sentito in queste ore da Kiev a Odessa. Le sirene stanno risuonando anche a Mykolaiv e Poltava, Chernihiv, Zaporozhzhia, Kirovograd e Cherkasy. I vertici militari russi annunciano di aver eliminato una forza d’assalto ucraina vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, uccidendo più di 90 soldati e distruggendo 14 imbarcazioni: sottolineano però che alla centrale non ci sono state vittime o danni e che i livelli di radioattività sono normali. In precedenza le autorità russe avevano sventato due tentativi ucraini di prendere il controllo dell’impianto. Sul fronte dei tentativi di mediazione, Erdogan prova a rilanciare i negoziati. «La Turchia è pronta a offrire qualsiasi contributo utile a mettere fine alla guerra attraverso negoziati che abbiano come scopo una soluzione diplomatica del conflitto», ha detto il presidente turco nel corso di una telefonata al leader ucraino Zelensky. Erdogan e Zelensky hanno parlato degli ultimi sviluppi della guerra.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.