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2021-05-09
Verso il coprifuoco alle 24 da metà mese. Presto in pensione anche il diktat dell’Rt
Ansa
«Io, come credo la maggior parte degli italiani, voglio riaprire»: un Mario Draghi tonico e determinato come non mai, da Oporto, pronuncia quelle frasi che gli italiani non vedevano l'ora di ascoltare. Soddisfatto e ciarliero, Draghi scherza per il canto di un pavone, che interrompe di continuo la sua conferenza stampa. Dopo una domanda sul coprifuoco, il premier sorride e dice, rivolgendosi al pennuto: «Ha risposto lui, vediamo che dice». La sensazione è che, anche se il premier non può esporsi più di tanto, per non creare altre fibrillazioni nella sua ampia e variegatissima maggioranza, il coprifuoco alle 22, come anticipato dalla Verità già due settimane fa, finirà nell'archivio dei brutti ricordi alla fine della prossima settimana. Eliminato del tutto o spostato alle 23 o a mezzanotte? Ancora non si sa: ciò che si sa è che Draghi lascia aperto più di qualche spiraglio: «Io voglio riaprire», sorride il premier, «voglio che le persone tornino fuori a lavorare, a divertirsi, a stare insieme, ma bisogna farlo in sicurezza, calcolando bene il rischio che si corre. I dati sono abbastanza incoraggianti. Se l'andamento dovesse continuare in questa direzione, la cabina di regia procederà con altre riaperture. È importante essere graduali», aggiunge Draghi, «anche per capire quali riaperture avranno più effetto sui contagi e quali meno». Il pavone, del resto, nella simbologia cristiana rappresenta la Resurrezione perché in primavera, dopo aver perso le piume, ne acquisisce di nuove ancora più belle. E si avvicina la Resurrezione di questa Italia afflitta da un anno e mezzo di pandemia, che vede finalmente la luce in fondo al tunnel. Non a caso anche il M5s si tuffa a pesce sull'imminente eliminazione, o comunque spostamento in avanti, del coprifuoco: «Il 16 maggio? Credo», dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a L'Aria che tira, su La7, «sia una data auspicabile per superare il coprifuoco, ma ovviamente non è un liberi tutti. Ci siamo passati altre volte». «I dati dei contagi», ribadisce il sottosegretario grillino all'Interno, Carlo Sibilia, a Rainews24, «sono in discesa. Serve ancora prudenza, ma penso ci siano le condizioni per slittare il coprifuoco a mezzanotte a partire da metà maggio, per venire incontro alle attività serali all'aperto. E in base ai dati valutare ulteriori riaperture».
Il coprifuoco alle 22 potrebbe dunque diventare un brutto ricordo tra sette giorni. La prossima settimana, infatti, dopo una riunione della cabina di regia con i capidelegazione dei partiti di maggioranza, il Consiglio dei ministri si riunirà per effettuare la programmata verifica sull'andamento dei contagi dopo le prime riaperture dello scorso 26 aprile. In quella sede, se i dati saranno confortanti, il Cdm adotterà una delibera per spostare o eliminare il coprifuoco, e se sarà possibile per dare il via libera ad eventuali altre riaperture. Sperano in qualche buona novità in particolare i gestori dei bar e dei ristoranti al chiuso, che ancora non hanno potuto tornare a lavorare.
Intanto, un altro dei totem della stagione più buia della pandemia sta per finire in soffitta: il famigerato Rt, l'indice di contagio, in base al quale viene deciso in quale fascia di rischio collocare le Regioni italiane. Il presidente della Conferenza delle Regioni, il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga della Lega, torna a chiedere di rivedere i parametri di rischio «ora che i numeri si sono ridotti. Insistere con l'Rt», dice Fedriga al Corriere della Sera, «rischia di essere discorsivo. Chiediamo nuovi parametri e su questo c'è condivisione. La prossima settimana incontreremo il ministro Speranza e lì esamineremo il lavoro che sta facendo su questo tema un tavolo tecnico. Va fatta una valutazione», aggiunge Fedriga, «sull'opportunità di anticipare anche le riaperture o la ripresa di attività previste per giugno e luglio. Mi riferisco alle palestre, ai parchi tematici, alla ristorazione al chiuso, ai centri commerciali nei weekend». Fedriga già l'altro ieri aveva articolato le sue critiche all'utilizzo dell'Rt: «Un indice da tenere in considerazione», aveva detto Fedriga a Sky Tg24, «è l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare segnale importante, e che non dà una visione distorta». L'Rt classico, in sostanza, soprattutto quando i nuovi contagi calano, rischia di non essere più attendibile rispetto al rischio reale, ma di oscillare in maniera consistente anche con pochissimi positivi, portando in zona arancione o rossa regioni con pochissimi ospedalizzati e con le terapie intensive semivuote. Anche l'Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute stanno studiando un nuovo modello di classificazione del rischio: «Siamo in fase di transizione», dice a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, e portavoce del Comitato tecnico scientifico, «e ci stiamo avvicinando verso un nuovo scenario dove il numero persone vaccinate e protette sta crescendo rapidamente. È chiaro che anche il modello di valutazione del rischio e dell'allerta deve essere modificato».
In migliaia in piazza per chiedere il protocollo sulle cure domiciliari
Sono rimasti più di tre ore sotto il sole, a chiedere al governo terapie domiciliare precoci anti Covid. In piazza del Popolo a Roma, migliaia di persone (4-5.000 secondo gli organizzatori) arrivate da tutta Italia hanno testimoniato quanto serva un protocollo unico ma anche efficace. «Diciamo basta a Tachipirina e vigile attesa», denunciavano i lunghi striscioni preparati da tantissimi cittadini guariti dal coronavirus grazie a uno schema terapeutico, proposto sulla base delle evidenze raccolte dagli oltre mille medici in un anno di supporto a casa. Molti indossavano la maglietta «Sono stato curato».
Alla manifestazione, voluta dal Comitato cure domiciliari fondato dall'avvocato Erich Grimaldi e di cui fanno parte illustri specialisti come Luigi Cavanna e Andrea Mangiagalli, hanno partecipato anche i numerosi dottori di famiglia che non si sono mai tirati indietro, accettando fin dal primo momento il rischio Covid «perché le cure devono essere tempestive». «Ho curato 400 pazienti in tre mesi, solo quattro sono stati ospedalizzati», testimoniava dal palco uno dei tanti medici presenti con il camice, a sottolineare la professionalità dell'impegno profuso.
Hanno spiegato che cosa vuol dire curare persone a casa. «I pazienti hanno bisogno di sentire che rispondi al telefono, che vai nelle loro case», ripetevano a gran voce nei loro interventi. «“Hai due bambini, come fai a rischiare" mi diceva mio marito», raccontava Giuseppina, una dottoressa di Bergamo, la voce rotta dall'emozione. «Gli ho sempre risposto che se non lo facciamo noi dottori, chi altro dovrebbe farlo?». Gabriella, altro medico, ha detto che non c'è eroismo, ma impegno: «Cerchiamo di tamponare là dove la territorialità è venuto meno e quando mettiamo sul sito “contatto medico paziente avvenuto", per noi è la soddisfazione più grande». «Mi hanno dato uno schema terapeutico e l'ho applicato, i pazienti uscivano fuori dal tunnel», era la voce di un altro camice bianco.
Circa duecento tra sanitari e pazienti guariti dal coronavirus erano arrivati anche dalla provincia di Treviso, seguendo Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia di Piave e medico di famiglia impegnato fin dall'insorgere della pandemia a curare i suoi concittadini a casa. «Uso farmaci collaudati», sostiene il medico, «ho sempre fatto terapie a domicilio, ho avuto anche qualche ricovero ma i pazienti sono guariti». Lo scorso mese disse del Covid: «Come tante malattie è mortale, non ci sono malattie infettive non nocive. Dipende anche dal paziente, se ha interazioni particolari. Ho esperienza, so che si poteva fare meglio con una migliore cultura nei medici di base».
Presenti sul palco pure psicologi e psicoterapeuti, impegnati a combattere «la paura che questo virus ha generato». C'era anche Angela Camuso di Fuori dal coro, la trasmissione di Mario Giordano su Rete4 dove sono andati in onda ampi servizi sui medici italiani che, visitando a domicilio e con terapie appropriate, hanno salvato migliaia di vite umane. La giornalista non ha dubbi: «Tutti siamo stati ingannati all'inizio, ci è stato detto che questo virus non si poteva curare, che bisognava a stare a casa ad aspettare. Ma non è così». C'è stata una «gestione scellerata della pandemia», la verità si sta facendo strada. E bisogna parlare, informare «che mentre ci tolgono la vita chiudendoci in casa non curano i malati a domicilio», protesta la Camuso. «L'Italia ieri ha detto a gran voce che vuole cure efficaci e adeguate», commenta l'avvocato Grimaldi. «Adesso il ministro Speranza deve incontrarci e aggiornare i protocolli tenendo conto delle esperienze dei nostri medici, come è stato votato al Senato lo scorso 8 aprile».
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Silvio Brusaferro (Iss) ammette: «L'indice si può cambiare». Il premier lascia intendere l'arrivo di nuovi allentamenti: «Voglio riaprire».Medici e pazienti contro «Tachipirina e attesa». Erich Grimaldi: «Ora Speranza ci incontri».Lo speciale contiene due articoli. «Io, come credo la maggior parte degli italiani, voglio riaprire»: un Mario Draghi tonico e determinato come non mai, da Oporto, pronuncia quelle frasi che gli italiani non vedevano l'ora di ascoltare. Soddisfatto e ciarliero, Draghi scherza per il canto di un pavone, che interrompe di continuo la sua conferenza stampa. Dopo una domanda sul coprifuoco, il premier sorride e dice, rivolgendosi al pennuto: «Ha risposto lui, vediamo che dice». La sensazione è che, anche se il premier non può esporsi più di tanto, per non creare altre fibrillazioni nella sua ampia e variegatissima maggioranza, il coprifuoco alle 22, come anticipato dalla Verità già due settimane fa, finirà nell'archivio dei brutti ricordi alla fine della prossima settimana. Eliminato del tutto o spostato alle 23 o a mezzanotte? Ancora non si sa: ciò che si sa è che Draghi lascia aperto più di qualche spiraglio: «Io voglio riaprire», sorride il premier, «voglio che le persone tornino fuori a lavorare, a divertirsi, a stare insieme, ma bisogna farlo in sicurezza, calcolando bene il rischio che si corre. I dati sono abbastanza incoraggianti. Se l'andamento dovesse continuare in questa direzione, la cabina di regia procederà con altre riaperture. È importante essere graduali», aggiunge Draghi, «anche per capire quali riaperture avranno più effetto sui contagi e quali meno». Il pavone, del resto, nella simbologia cristiana rappresenta la Resurrezione perché in primavera, dopo aver perso le piume, ne acquisisce di nuove ancora più belle. E si avvicina la Resurrezione di questa Italia afflitta da un anno e mezzo di pandemia, che vede finalmente la luce in fondo al tunnel. Non a caso anche il M5s si tuffa a pesce sull'imminente eliminazione, o comunque spostamento in avanti, del coprifuoco: «Il 16 maggio? Credo», dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a L'Aria che tira, su La7, «sia una data auspicabile per superare il coprifuoco, ma ovviamente non è un liberi tutti. Ci siamo passati altre volte». «I dati dei contagi», ribadisce il sottosegretario grillino all'Interno, Carlo Sibilia, a Rainews24, «sono in discesa. Serve ancora prudenza, ma penso ci siano le condizioni per slittare il coprifuoco a mezzanotte a partire da metà maggio, per venire incontro alle attività serali all'aperto. E in base ai dati valutare ulteriori riaperture». Il coprifuoco alle 22 potrebbe dunque diventare un brutto ricordo tra sette giorni. La prossima settimana, infatti, dopo una riunione della cabina di regia con i capidelegazione dei partiti di maggioranza, il Consiglio dei ministri si riunirà per effettuare la programmata verifica sull'andamento dei contagi dopo le prime riaperture dello scorso 26 aprile. In quella sede, se i dati saranno confortanti, il Cdm adotterà una delibera per spostare o eliminare il coprifuoco, e se sarà possibile per dare il via libera ad eventuali altre riaperture. Sperano in qualche buona novità in particolare i gestori dei bar e dei ristoranti al chiuso, che ancora non hanno potuto tornare a lavorare. Intanto, un altro dei totem della stagione più buia della pandemia sta per finire in soffitta: il famigerato Rt, l'indice di contagio, in base al quale viene deciso in quale fascia di rischio collocare le Regioni italiane. Il presidente della Conferenza delle Regioni, il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga della Lega, torna a chiedere di rivedere i parametri di rischio «ora che i numeri si sono ridotti. Insistere con l'Rt», dice Fedriga al Corriere della Sera, «rischia di essere discorsivo. Chiediamo nuovi parametri e su questo c'è condivisione. La prossima settimana incontreremo il ministro Speranza e lì esamineremo il lavoro che sta facendo su questo tema un tavolo tecnico. Va fatta una valutazione», aggiunge Fedriga, «sull'opportunità di anticipare anche le riaperture o la ripresa di attività previste per giugno e luglio. Mi riferisco alle palestre, ai parchi tematici, alla ristorazione al chiuso, ai centri commerciali nei weekend». Fedriga già l'altro ieri aveva articolato le sue critiche all'utilizzo dell'Rt: «Un indice da tenere in considerazione», aveva detto Fedriga a Sky Tg24, «è l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare segnale importante, e che non dà una visione distorta». L'Rt classico, in sostanza, soprattutto quando i nuovi contagi calano, rischia di non essere più attendibile rispetto al rischio reale, ma di oscillare in maniera consistente anche con pochissimi positivi, portando in zona arancione o rossa regioni con pochissimi ospedalizzati e con le terapie intensive semivuote. Anche l'Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute stanno studiando un nuovo modello di classificazione del rischio: «Siamo in fase di transizione», dice a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, e portavoce del Comitato tecnico scientifico, «e ci stiamo avvicinando verso un nuovo scenario dove il numero persone vaccinate e protette sta crescendo rapidamente. 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In piazza del Popolo a Roma, migliaia di persone (4-5.000 secondo gli organizzatori) arrivate da tutta Italia hanno testimoniato quanto serva un protocollo unico ma anche efficace. «Diciamo basta a Tachipirina e vigile attesa», denunciavano i lunghi striscioni preparati da tantissimi cittadini guariti dal coronavirus grazie a uno schema terapeutico, proposto sulla base delle evidenze raccolte dagli oltre mille medici in un anno di supporto a casa. Molti indossavano la maglietta «Sono stato curato». Alla manifestazione, voluta dal Comitato cure domiciliari fondato dall'avvocato Erich Grimaldi e di cui fanno parte illustri specialisti come Luigi Cavanna e Andrea Mangiagalli, hanno partecipato anche i numerosi dottori di famiglia che non si sono mai tirati indietro, accettando fin dal primo momento il rischio Covid «perché le cure devono essere tempestive». «Ho curato 400 pazienti in tre mesi, solo quattro sono stati ospedalizzati», testimoniava dal palco uno dei tanti medici presenti con il camice, a sottolineare la professionalità dell'impegno profuso. Hanno spiegato che cosa vuol dire curare persone a casa. «I pazienti hanno bisogno di sentire che rispondi al telefono, che vai nelle loro case», ripetevano a gran voce nei loro interventi. «“Hai due bambini, come fai a rischiare" mi diceva mio marito», raccontava Giuseppina, una dottoressa di Bergamo, la voce rotta dall'emozione. «Gli ho sempre risposto che se non lo facciamo noi dottori, chi altro dovrebbe farlo?». Gabriella, altro medico, ha detto che non c'è eroismo, ma impegno: «Cerchiamo di tamponare là dove la territorialità è venuto meno e quando mettiamo sul sito “contatto medico paziente avvenuto", per noi è la soddisfazione più grande». «Mi hanno dato uno schema terapeutico e l'ho applicato, i pazienti uscivano fuori dal tunnel», era la voce di un altro camice bianco. Circa duecento tra sanitari e pazienti guariti dal coronavirus erano arrivati anche dalla provincia di Treviso, seguendo Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia di Piave e medico di famiglia impegnato fin dall'insorgere della pandemia a curare i suoi concittadini a casa. «Uso farmaci collaudati», sostiene il medico, «ho sempre fatto terapie a domicilio, ho avuto anche qualche ricovero ma i pazienti sono guariti». Lo scorso mese disse del Covid: «Come tante malattie è mortale, non ci sono malattie infettive non nocive. Dipende anche dal paziente, se ha interazioni particolari. Ho esperienza, so che si poteva fare meglio con una migliore cultura nei medici di base». Presenti sul palco pure psicologi e psicoterapeuti, impegnati a combattere «la paura che questo virus ha generato». C'era anche Angela Camuso di Fuori dal coro, la trasmissione di Mario Giordano su Rete4 dove sono andati in onda ampi servizi sui medici italiani che, visitando a domicilio e con terapie appropriate, hanno salvato migliaia di vite umane. La giornalista non ha dubbi: «Tutti siamo stati ingannati all'inizio, ci è stato detto che questo virus non si poteva curare, che bisognava a stare a casa ad aspettare. Ma non è così». C'è stata una «gestione scellerata della pandemia», la verità si sta facendo strada. E bisogna parlare, informare «che mentre ci tolgono la vita chiudendoci in casa non curano i malati a domicilio», protesta la Camuso. «L'Italia ieri ha detto a gran voce che vuole cure efficaci e adeguate», commenta l'avvocato Grimaldi. «Adesso il ministro Speranza deve incontrarci e aggiornare i protocolli tenendo conto delle esperienze dei nostri medici, come è stato votato al Senato lo scorso 8 aprile».
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.