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2021-05-09
Verso il coprifuoco alle 24 da metà mese. Presto in pensione anche il diktat dell’Rt
Ansa
«Io, come credo la maggior parte degli italiani, voglio riaprire»: un Mario Draghi tonico e determinato come non mai, da Oporto, pronuncia quelle frasi che gli italiani non vedevano l'ora di ascoltare. Soddisfatto e ciarliero, Draghi scherza per il canto di un pavone, che interrompe di continuo la sua conferenza stampa. Dopo una domanda sul coprifuoco, il premier sorride e dice, rivolgendosi al pennuto: «Ha risposto lui, vediamo che dice». La sensazione è che, anche se il premier non può esporsi più di tanto, per non creare altre fibrillazioni nella sua ampia e variegatissima maggioranza, il coprifuoco alle 22, come anticipato dalla Verità già due settimane fa, finirà nell'archivio dei brutti ricordi alla fine della prossima settimana. Eliminato del tutto o spostato alle 23 o a mezzanotte? Ancora non si sa: ciò che si sa è che Draghi lascia aperto più di qualche spiraglio: «Io voglio riaprire», sorride il premier, «voglio che le persone tornino fuori a lavorare, a divertirsi, a stare insieme, ma bisogna farlo in sicurezza, calcolando bene il rischio che si corre. I dati sono abbastanza incoraggianti. Se l'andamento dovesse continuare in questa direzione, la cabina di regia procederà con altre riaperture. È importante essere graduali», aggiunge Draghi, «anche per capire quali riaperture avranno più effetto sui contagi e quali meno». Il pavone, del resto, nella simbologia cristiana rappresenta la Resurrezione perché in primavera, dopo aver perso le piume, ne acquisisce di nuove ancora più belle. E si avvicina la Resurrezione di questa Italia afflitta da un anno e mezzo di pandemia, che vede finalmente la luce in fondo al tunnel. Non a caso anche il M5s si tuffa a pesce sull'imminente eliminazione, o comunque spostamento in avanti, del coprifuoco: «Il 16 maggio? Credo», dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a L'Aria che tira, su La7, «sia una data auspicabile per superare il coprifuoco, ma ovviamente non è un liberi tutti. Ci siamo passati altre volte». «I dati dei contagi», ribadisce il sottosegretario grillino all'Interno, Carlo Sibilia, a Rainews24, «sono in discesa. Serve ancora prudenza, ma penso ci siano le condizioni per slittare il coprifuoco a mezzanotte a partire da metà maggio, per venire incontro alle attività serali all'aperto. E in base ai dati valutare ulteriori riaperture».
Il coprifuoco alle 22 potrebbe dunque diventare un brutto ricordo tra sette giorni. La prossima settimana, infatti, dopo una riunione della cabina di regia con i capidelegazione dei partiti di maggioranza, il Consiglio dei ministri si riunirà per effettuare la programmata verifica sull'andamento dei contagi dopo le prime riaperture dello scorso 26 aprile. In quella sede, se i dati saranno confortanti, il Cdm adotterà una delibera per spostare o eliminare il coprifuoco, e se sarà possibile per dare il via libera ad eventuali altre riaperture. Sperano in qualche buona novità in particolare i gestori dei bar e dei ristoranti al chiuso, che ancora non hanno potuto tornare a lavorare.
Intanto, un altro dei totem della stagione più buia della pandemia sta per finire in soffitta: il famigerato Rt, l'indice di contagio, in base al quale viene deciso in quale fascia di rischio collocare le Regioni italiane. Il presidente della Conferenza delle Regioni, il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga della Lega, torna a chiedere di rivedere i parametri di rischio «ora che i numeri si sono ridotti. Insistere con l'Rt», dice Fedriga al Corriere della Sera, «rischia di essere discorsivo. Chiediamo nuovi parametri e su questo c'è condivisione. La prossima settimana incontreremo il ministro Speranza e lì esamineremo il lavoro che sta facendo su questo tema un tavolo tecnico. Va fatta una valutazione», aggiunge Fedriga, «sull'opportunità di anticipare anche le riaperture o la ripresa di attività previste per giugno e luglio. Mi riferisco alle palestre, ai parchi tematici, alla ristorazione al chiuso, ai centri commerciali nei weekend». Fedriga già l'altro ieri aveva articolato le sue critiche all'utilizzo dell'Rt: «Un indice da tenere in considerazione», aveva detto Fedriga a Sky Tg24, «è l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare segnale importante, e che non dà una visione distorta». L'Rt classico, in sostanza, soprattutto quando i nuovi contagi calano, rischia di non essere più attendibile rispetto al rischio reale, ma di oscillare in maniera consistente anche con pochissimi positivi, portando in zona arancione o rossa regioni con pochissimi ospedalizzati e con le terapie intensive semivuote. Anche l'Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute stanno studiando un nuovo modello di classificazione del rischio: «Siamo in fase di transizione», dice a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, e portavoce del Comitato tecnico scientifico, «e ci stiamo avvicinando verso un nuovo scenario dove il numero persone vaccinate e protette sta crescendo rapidamente. È chiaro che anche il modello di valutazione del rischio e dell'allerta deve essere modificato».
In migliaia in piazza per chiedere il protocollo sulle cure domiciliari
Sono rimasti più di tre ore sotto il sole, a chiedere al governo terapie domiciliare precoci anti Covid. In piazza del Popolo a Roma, migliaia di persone (4-5.000 secondo gli organizzatori) arrivate da tutta Italia hanno testimoniato quanto serva un protocollo unico ma anche efficace. «Diciamo basta a Tachipirina e vigile attesa», denunciavano i lunghi striscioni preparati da tantissimi cittadini guariti dal coronavirus grazie a uno schema terapeutico, proposto sulla base delle evidenze raccolte dagli oltre mille medici in un anno di supporto a casa. Molti indossavano la maglietta «Sono stato curato».
Alla manifestazione, voluta dal Comitato cure domiciliari fondato dall'avvocato Erich Grimaldi e di cui fanno parte illustri specialisti come Luigi Cavanna e Andrea Mangiagalli, hanno partecipato anche i numerosi dottori di famiglia che non si sono mai tirati indietro, accettando fin dal primo momento il rischio Covid «perché le cure devono essere tempestive». «Ho curato 400 pazienti in tre mesi, solo quattro sono stati ospedalizzati», testimoniava dal palco uno dei tanti medici presenti con il camice, a sottolineare la professionalità dell'impegno profuso.
Hanno spiegato che cosa vuol dire curare persone a casa. «I pazienti hanno bisogno di sentire che rispondi al telefono, che vai nelle loro case», ripetevano a gran voce nei loro interventi. «“Hai due bambini, come fai a rischiare" mi diceva mio marito», raccontava Giuseppina, una dottoressa di Bergamo, la voce rotta dall'emozione. «Gli ho sempre risposto che se non lo facciamo noi dottori, chi altro dovrebbe farlo?». Gabriella, altro medico, ha detto che non c'è eroismo, ma impegno: «Cerchiamo di tamponare là dove la territorialità è venuto meno e quando mettiamo sul sito “contatto medico paziente avvenuto", per noi è la soddisfazione più grande». «Mi hanno dato uno schema terapeutico e l'ho applicato, i pazienti uscivano fuori dal tunnel», era la voce di un altro camice bianco.
Circa duecento tra sanitari e pazienti guariti dal coronavirus erano arrivati anche dalla provincia di Treviso, seguendo Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia di Piave e medico di famiglia impegnato fin dall'insorgere della pandemia a curare i suoi concittadini a casa. «Uso farmaci collaudati», sostiene il medico, «ho sempre fatto terapie a domicilio, ho avuto anche qualche ricovero ma i pazienti sono guariti». Lo scorso mese disse del Covid: «Come tante malattie è mortale, non ci sono malattie infettive non nocive. Dipende anche dal paziente, se ha interazioni particolari. Ho esperienza, so che si poteva fare meglio con una migliore cultura nei medici di base».
Presenti sul palco pure psicologi e psicoterapeuti, impegnati a combattere «la paura che questo virus ha generato». C'era anche Angela Camuso di Fuori dal coro, la trasmissione di Mario Giordano su Rete4 dove sono andati in onda ampi servizi sui medici italiani che, visitando a domicilio e con terapie appropriate, hanno salvato migliaia di vite umane. La giornalista non ha dubbi: «Tutti siamo stati ingannati all'inizio, ci è stato detto che questo virus non si poteva curare, che bisognava a stare a casa ad aspettare. Ma non è così». C'è stata una «gestione scellerata della pandemia», la verità si sta facendo strada. E bisogna parlare, informare «che mentre ci tolgono la vita chiudendoci in casa non curano i malati a domicilio», protesta la Camuso. «L'Italia ieri ha detto a gran voce che vuole cure efficaci e adeguate», commenta l'avvocato Grimaldi. «Adesso il ministro Speranza deve incontrarci e aggiornare i protocolli tenendo conto delle esperienze dei nostri medici, come è stato votato al Senato lo scorso 8 aprile».
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Silvio Brusaferro (Iss) ammette: «L'indice si può cambiare». Il premier lascia intendere l'arrivo di nuovi allentamenti: «Voglio riaprire».Medici e pazienti contro «Tachipirina e attesa». Erich Grimaldi: «Ora Speranza ci incontri».Lo speciale contiene due articoli. «Io, come credo la maggior parte degli italiani, voglio riaprire»: un Mario Draghi tonico e determinato come non mai, da Oporto, pronuncia quelle frasi che gli italiani non vedevano l'ora di ascoltare. Soddisfatto e ciarliero, Draghi scherza per il canto di un pavone, che interrompe di continuo la sua conferenza stampa. Dopo una domanda sul coprifuoco, il premier sorride e dice, rivolgendosi al pennuto: «Ha risposto lui, vediamo che dice». La sensazione è che, anche se il premier non può esporsi più di tanto, per non creare altre fibrillazioni nella sua ampia e variegatissima maggioranza, il coprifuoco alle 22, come anticipato dalla Verità già due settimane fa, finirà nell'archivio dei brutti ricordi alla fine della prossima settimana. Eliminato del tutto o spostato alle 23 o a mezzanotte? Ancora non si sa: ciò che si sa è che Draghi lascia aperto più di qualche spiraglio: «Io voglio riaprire», sorride il premier, «voglio che le persone tornino fuori a lavorare, a divertirsi, a stare insieme, ma bisogna farlo in sicurezza, calcolando bene il rischio che si corre. I dati sono abbastanza incoraggianti. Se l'andamento dovesse continuare in questa direzione, la cabina di regia procederà con altre riaperture. È importante essere graduali», aggiunge Draghi, «anche per capire quali riaperture avranno più effetto sui contagi e quali meno». Il pavone, del resto, nella simbologia cristiana rappresenta la Resurrezione perché in primavera, dopo aver perso le piume, ne acquisisce di nuove ancora più belle. E si avvicina la Resurrezione di questa Italia afflitta da un anno e mezzo di pandemia, che vede finalmente la luce in fondo al tunnel. Non a caso anche il M5s si tuffa a pesce sull'imminente eliminazione, o comunque spostamento in avanti, del coprifuoco: «Il 16 maggio? Credo», dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a L'Aria che tira, su La7, «sia una data auspicabile per superare il coprifuoco, ma ovviamente non è un liberi tutti. Ci siamo passati altre volte». «I dati dei contagi», ribadisce il sottosegretario grillino all'Interno, Carlo Sibilia, a Rainews24, «sono in discesa. Serve ancora prudenza, ma penso ci siano le condizioni per slittare il coprifuoco a mezzanotte a partire da metà maggio, per venire incontro alle attività serali all'aperto. E in base ai dati valutare ulteriori riaperture». Il coprifuoco alle 22 potrebbe dunque diventare un brutto ricordo tra sette giorni. La prossima settimana, infatti, dopo una riunione della cabina di regia con i capidelegazione dei partiti di maggioranza, il Consiglio dei ministri si riunirà per effettuare la programmata verifica sull'andamento dei contagi dopo le prime riaperture dello scorso 26 aprile. In quella sede, se i dati saranno confortanti, il Cdm adotterà una delibera per spostare o eliminare il coprifuoco, e se sarà possibile per dare il via libera ad eventuali altre riaperture. Sperano in qualche buona novità in particolare i gestori dei bar e dei ristoranti al chiuso, che ancora non hanno potuto tornare a lavorare. Intanto, un altro dei totem della stagione più buia della pandemia sta per finire in soffitta: il famigerato Rt, l'indice di contagio, in base al quale viene deciso in quale fascia di rischio collocare le Regioni italiane. Il presidente della Conferenza delle Regioni, il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga della Lega, torna a chiedere di rivedere i parametri di rischio «ora che i numeri si sono ridotti. Insistere con l'Rt», dice Fedriga al Corriere della Sera, «rischia di essere discorsivo. Chiediamo nuovi parametri e su questo c'è condivisione. La prossima settimana incontreremo il ministro Speranza e lì esamineremo il lavoro che sta facendo su questo tema un tavolo tecnico. Va fatta una valutazione», aggiunge Fedriga, «sull'opportunità di anticipare anche le riaperture o la ripresa di attività previste per giugno e luglio. Mi riferisco alle palestre, ai parchi tematici, alla ristorazione al chiuso, ai centri commerciali nei weekend». Fedriga già l'altro ieri aveva articolato le sue critiche all'utilizzo dell'Rt: «Un indice da tenere in considerazione», aveva detto Fedriga a Sky Tg24, «è l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare segnale importante, e che non dà una visione distorta». L'Rt classico, in sostanza, soprattutto quando i nuovi contagi calano, rischia di non essere più attendibile rispetto al rischio reale, ma di oscillare in maniera consistente anche con pochissimi positivi, portando in zona arancione o rossa regioni con pochissimi ospedalizzati e con le terapie intensive semivuote. Anche l'Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute stanno studiando un nuovo modello di classificazione del rischio: «Siamo in fase di transizione», dice a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, e portavoce del Comitato tecnico scientifico, «e ci stiamo avvicinando verso un nuovo scenario dove il numero persone vaccinate e protette sta crescendo rapidamente. È chiaro che anche il modello di valutazione del rischio e dell'allerta deve essere modificato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/coprifuoco-24-pensione-diktat-dellrt-2652926929.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-migliaia-in-piazza-per-chiedere-il-protocollo-sulle-cure-domiciliari" data-post-id="2652926929" data-published-at="1620527825" data-use-pagination="False"> In migliaia in piazza per chiedere il protocollo sulle cure domiciliari Sono rimasti più di tre ore sotto il sole, a chiedere al governo terapie domiciliare precoci anti Covid. In piazza del Popolo a Roma, migliaia di persone (4-5.000 secondo gli organizzatori) arrivate da tutta Italia hanno testimoniato quanto serva un protocollo unico ma anche efficace. «Diciamo basta a Tachipirina e vigile attesa», denunciavano i lunghi striscioni preparati da tantissimi cittadini guariti dal coronavirus grazie a uno schema terapeutico, proposto sulla base delle evidenze raccolte dagli oltre mille medici in un anno di supporto a casa. Molti indossavano la maglietta «Sono stato curato». Alla manifestazione, voluta dal Comitato cure domiciliari fondato dall'avvocato Erich Grimaldi e di cui fanno parte illustri specialisti come Luigi Cavanna e Andrea Mangiagalli, hanno partecipato anche i numerosi dottori di famiglia che non si sono mai tirati indietro, accettando fin dal primo momento il rischio Covid «perché le cure devono essere tempestive». «Ho curato 400 pazienti in tre mesi, solo quattro sono stati ospedalizzati», testimoniava dal palco uno dei tanti medici presenti con il camice, a sottolineare la professionalità dell'impegno profuso. Hanno spiegato che cosa vuol dire curare persone a casa. «I pazienti hanno bisogno di sentire che rispondi al telefono, che vai nelle loro case», ripetevano a gran voce nei loro interventi. «“Hai due bambini, come fai a rischiare" mi diceva mio marito», raccontava Giuseppina, una dottoressa di Bergamo, la voce rotta dall'emozione. «Gli ho sempre risposto che se non lo facciamo noi dottori, chi altro dovrebbe farlo?». Gabriella, altro medico, ha detto che non c'è eroismo, ma impegno: «Cerchiamo di tamponare là dove la territorialità è venuto meno e quando mettiamo sul sito “contatto medico paziente avvenuto", per noi è la soddisfazione più grande». «Mi hanno dato uno schema terapeutico e l'ho applicato, i pazienti uscivano fuori dal tunnel», era la voce di un altro camice bianco. Circa duecento tra sanitari e pazienti guariti dal coronavirus erano arrivati anche dalla provincia di Treviso, seguendo Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia di Piave e medico di famiglia impegnato fin dall'insorgere della pandemia a curare i suoi concittadini a casa. «Uso farmaci collaudati», sostiene il medico, «ho sempre fatto terapie a domicilio, ho avuto anche qualche ricovero ma i pazienti sono guariti». Lo scorso mese disse del Covid: «Come tante malattie è mortale, non ci sono malattie infettive non nocive. Dipende anche dal paziente, se ha interazioni particolari. Ho esperienza, so che si poteva fare meglio con una migliore cultura nei medici di base». Presenti sul palco pure psicologi e psicoterapeuti, impegnati a combattere «la paura che questo virus ha generato». C'era anche Angela Camuso di Fuori dal coro, la trasmissione di Mario Giordano su Rete4 dove sono andati in onda ampi servizi sui medici italiani che, visitando a domicilio e con terapie appropriate, hanno salvato migliaia di vite umane. La giornalista non ha dubbi: «Tutti siamo stati ingannati all'inizio, ci è stato detto che questo virus non si poteva curare, che bisognava a stare a casa ad aspettare. Ma non è così». C'è stata una «gestione scellerata della pandemia», la verità si sta facendo strada. E bisogna parlare, informare «che mentre ci tolgono la vita chiudendoci in casa non curano i malati a domicilio», protesta la Camuso. «L'Italia ieri ha detto a gran voce che vuole cure efficaci e adeguate», commenta l'avvocato Grimaldi. «Adesso il ministro Speranza deve incontrarci e aggiornare i protocolli tenendo conto delle esperienze dei nostri medici, come è stato votato al Senato lo scorso 8 aprile».
Il ministro dal Consiglio Agrifish della Ue: «L’Italia non ha paura di affrontare fasi di dibattito e di dialogo anche rispetto a regolamenti che si sono dimostrati non capaci di garantire». Ha poi aggiunto: «Ci interessa il modello di informazione puntuale alle persone che acquistano e consumano».
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.