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2021-12-08
Copasir: jihadismo come la pedopornografia
Ansa
A distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.
A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali.
«Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».
Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari
Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra.
Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio.
Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale».
Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
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Un documento del Comitato parlamentare per la sicurezza chiede, ispirandosi all’azione di contrasto alla pedofilia, una norma per multare o arrestare chi possiede foto e video che inneggiano alla guerra santa. «È fondamentale intervenire tempestivamente»Nelle carceri non bastano i mediatori culturali, serve personale altamente qualificatoLo speciale contiene due articoliA distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali. «Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/copasir-jihadismo-come-la-pedopornografia-2655938760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-legge-dem-e-ancora-generica-e-si-occupa-poco-dei-penitenziari" data-post-id="2655938760" data-published-at="1638905398" data-use-pagination="False"> Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra. Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio. Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale». Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 marzo 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega a che punto sono i negoziati per un cessate il fuoco in Iran.