True
2021-12-08
Copasir: jihadismo come la pedopornografia
Ansa
A distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.
A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali.
«Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».
Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari
Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra.
Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio.
Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale».
Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
Continua a leggereRiduci
Un documento del Comitato parlamentare per la sicurezza chiede, ispirandosi all’azione di contrasto alla pedofilia, una norma per multare o arrestare chi possiede foto e video che inneggiano alla guerra santa. «È fondamentale intervenire tempestivamente»Nelle carceri non bastano i mediatori culturali, serve personale altamente qualificatoLo speciale contiene due articoliA distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali. «Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/copasir-jihadismo-come-la-pedopornografia-2655938760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-legge-dem-e-ancora-generica-e-si-occupa-poco-dei-penitenziari" data-post-id="2655938760" data-published-at="1638905398" data-use-pagination="False"> Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra. Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio. Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale». Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
Continua a leggereRiduci
Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
Continua a leggereRiduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
Continua a leggereRiduci