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2021-12-08
Copasir: jihadismo come la pedopornografia
Ansa
A distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.
A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali.
«Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».
Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari
Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra.
Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio.
Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale».
Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
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Un documento del Comitato parlamentare per la sicurezza chiede, ispirandosi all’azione di contrasto alla pedofilia, una norma per multare o arrestare chi possiede foto e video che inneggiano alla guerra santa. «È fondamentale intervenire tempestivamente»Nelle carceri non bastano i mediatori culturali, serve personale altamente qualificatoLo speciale contiene due articoliA distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali. «Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/copasir-jihadismo-come-la-pedopornografia-2655938760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-legge-dem-e-ancora-generica-e-si-occupa-poco-dei-penitenziari" data-post-id="2655938760" data-published-at="1638905398" data-use-pagination="False"> Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra. Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio. Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale». Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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