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2021-12-08
Copasir: jihadismo come la pedopornografia
Ansa
A distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.
A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali.
«Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».
Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari
Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra.
Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio.
Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale».
Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
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Un documento del Comitato parlamentare per la sicurezza chiede, ispirandosi all’azione di contrasto alla pedofilia, una norma per multare o arrestare chi possiede foto e video che inneggiano alla guerra santa. «È fondamentale intervenire tempestivamente»Nelle carceri non bastano i mediatori culturali, serve personale altamente qualificatoLo speciale contiene due articoliA distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all'arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali. «Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/copasir-jihadismo-come-la-pedopornografia-2655938760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-legge-dem-e-ancora-generica-e-si-occupa-poco-dei-penitenziari" data-post-id="2655938760" data-published-at="1638905398" data-use-pagination="False"> Ma la legge dem è ancora generica e si occupa poco dei penitenziari Lo scorso 29 novembre è iniziata alla Camera dei Deputati la discussione della nuova proposta di legge sulla deradicalizzazione e sulla prevenzione del terrorismo. Si tratta del testo presentato all’inizio della legislatura da Emanuele Fiano (Pd) che ricalca quello preparato da Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso in quella passata quando fu approvato alla Camera ma non al Senato a causa della caduta dell’esecutivo. La proposta di legge che è stata presentata lo scorso 25 novembre nella sede del gruppo Pd della Camera è il risultato della mediazione avvenuta con il parlamentare di Forza Italia Matteo Perego Di Cremnago che aveva messo l’accento nella sua proposta anche sugli estremismi di destra e di sinistra. Se durante il dibattito non ci saranno particolari difficoltà, la Camera potrebbe approvare la nuova legge entro metà dicembre, giusto prima della discussione sulla legge di Bilancio. Chi si aspettava una nuova legge che ad esempio tenesse conto di quanto ha recentemente auspicato il Copasir nel suo documento finale approvato nella seduta del 26 ottobre 2021 che nelle conclusioni recita: «È auspicabile che si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600-quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico» probabilmente resterà deluso. Nei 12 articoli delle proposta di legge questo non c’è e si parla di creare un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) che dovrebbe essere in grado di monitorare il fenomeno e di poter disporre ogni anno di un piano per contrastare il fenomeno grazie anche a delle basi sui territorio in modo da rendere il contrasto al fondamentalismo più diffuso perfino in realtà particolarmente sensibili, come le carceri, le scuole e il web. Altre strutture saranno collocate presso «le prefetture-uffici territoriali del Governo dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), con il compito di dare attuazione al Piano strategico nazionale». Scorrendo la proposta di legge la sensazione è che si tratti di un testo molto generico, in parte contraddittorio, specie per quanto attiene alle carceri dove non si può certo immaginare di affidare il recupero sociale, culturale, giuridico, lavorativo di persone detenute a figure non altamente specializzate, o semplicemente a mediatori culturali. È assolutamente necessario che siano capaci di gestire la pericolosità sociale dei soggetti detenuti per terrorismo, anche in custodia cautelare, come pure di quelli vulnerabili alla radicalizzazione, attraverso programmi e metodologie multidisciplinari attuate da professionisti di settore. Infine, colpisce - ma non troppo visto il Partito dalla quale questa legge nasce - il passaggio nel quale si parla di «islamofobia, in coerenza con quanto già previsto dal Decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». Come dovrebbe essere ormai noto a tutti l’islamofobia è il cavallo di battaglia della Fratellanza musulmana che con questo termine tende a vittimizzare i musulmani ai quali chiede di non integrarsi con tutti i disastri che abbiamo davanti agli occhi. Ma forse non è successo ancora abbastanza, non è stato versato abbastanza sangue per occuparsi di loro, dei loro finanziamenti e della loro presenza delle istituzioni. Mala tempora currunt.
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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