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2026-03-21
Conventi e monasteri baluardi della fede (e della buona cucina)
Getty images
Ma c’è un ultimo baluardo che riporta le lancette dell’orologio indietro di qualche secolo, un posto che invita a rallentare i ritmi, a scegliere con cura gli ingredienti per le proprie ricette: i monasteri. Da luoghi sacri per eccellenza, roccaforti di mattoni e marmi in cui da secoli viene coltivata la fede in Dio, conventi e monasteri hanno gelosamente conservato dalle sfide dei tempi che cambiano anche l‘arte del mangiare bene, secondo i cicli delle stagioni e seguendo i tempi corretti di cottura. Non è un caso che, su giornali e tv, spopolino ricette e preparazioni che escono direttamente da pignatte e fuochi di questi «dinosauri» della fede e del tempo, che sono belli arzilli. Per esempio, stanno conoscendo un vero e proprio boom di telespettatori programmi come Le ricette del convento e La cucina delle monache, entrambe in onda su Food Network (canale 33) e su Discovery+. Propongono piatti della tradizione monastica, antichi sapori e ricette tramandate nei monasteri italiani. Protagonisti del primo cooking show con la tonaca sono don Salvatore, don Anselmo e don Riccardo dell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale (Palermo) mentre, nel secondo esempio, dominano la scena la preparazione e la calma di quattro suore benedettine del monastero di Sant’Anna a Bastia Umbra (Perugia), tra cui suor Myriam e madre Noemia. Una vera e propria rivoluzione culturale in un’epoca in cui programmi come Masterchef, Cucine da incubo e Bake off regalano come piatto principale delle puntate velocità di esecuzione, tecniche ai limiti dell’impossibilità, mix di gusti praticamente irreplicabili nella vita di tutti i giorni.
La tradizione monastica di preparare vini, tisane, liquori, mieli o dolci non è mai andata, per così dire, in pensione: le botteghe di questi luoghi religiosi sono rimaste sempre aperte, restando un punto di riferimento per residenti della zona, fedeli, pellegrini. Quello che viene riscoperta oggi è la routine culinaria degli ordini religiosi, che si distingue come uno dei capisaldi della cucina italiana ed è caratterizzata da alta qualità dei prodotti e l’amore con cui vengono cucinati. E anche mangiati. Si tratta di una cucina semplice, genuina e segreta: dentro a luoghi di silenzio, preghiera e contemplazione, questi segreti si collocano quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ma, una volta svelati, ci aiutano ad avvicinarci a una cucina naturale, ricca di sapori e genuinità fatta di ingredienti basici e della passione con cui monaci e suore spadellano nelle cucine.
La cucina dei monasteri presenta alcune linee guida comuni. Da un lato, risponde alle regole della necessità. Come spesso accadeva in Italia fino agli anni del Boom economico, si cucinava quello che offriva il territorio circostante, ovvero quei prodotti che oggi sono catalogati come tipici: avocado, ananas, acciughe del Cantabrico non c’erano. La coltivazione dell’orto e del giardino costituivano, già nel Medioevo, una fondamentale risorsa di sostentamento. Inoltre, la cucina di abbazie e monasteri viene ancora oggi influenzata dalle abitudini alimentari dei vari ordini monastici, spesso orientati alla frugalità. San Benedetto da Norcia, in alcuni capitoli della sua Regola, aveva posto dei limiti all’alimentazione: tenendo sempre a freno il vizio della gola, il Santo vietava il consumo della carne (tranne che per i malati e i debilitati). Il menu dei francescani si limitava spesso a minestroni, frutto della fantasia del frate-cuoco del momento. Queste limitazioni non hanno prodotto una cucina povera ma, al contrario, una tradizione vegetariana, spesso raffinata, ingegnosa e sana.
Oltre a produrre in proprio materie prime genuine, numerosi monasteri e abbazie offrono prelibati prodotti enogastronomici. Nel monastero di Camaldoli, per esempio, i Benedettini producono liquori (tra i quali spicca l’Elisir dell’eremita, a base di china) ma anche miele, tisane, cioccolata, confetture e caramelle. Nel monastero di Sant’Antonio abate, a Norcia, le monache Benedettine cassinesi hanno creato il tartufo monacale, un pesto utilizzato come condimento per la pasta oppure da spalmare sui crostini di pane. Nel monastero di Santa Caterina da Siene a Ripatransone, in provincia di Ascolti, le Domenicane preparano i tagliolini della Madonna della pace, la polenta con le cotiche e le frittelle di San Giuseppe. All’abbazia di Novacella, a Bolzano, i frati offrono piatti tipici del Tirolo e vino di loro produzione.
Ma come mai questi luoghi della fede sono diventati anche una vetrina per una cucina spesso anche di alto livello? Studi e ricerche hanno tentato, nel corso del tempo, a dare una risposta a questa domanda. Una soluzione potrebbe risiedere nell’ospitalità, la parola chiave per spiegare la proliferazione dell’arte gastronomica in abbazie e monasteri. Nel Medioevo, ad esempio, quando viaggiare era pericoloso, questi luoghi divennero delle mete in cui chiedere rifugio e ristoro durante i lunghi viaggi o i pellegrinaggi. La carità cristiana, l’abbondanza di viveri e di risorse, rese l’ospitalità quasi un dovere. «Pane e vino fanno il cammino», recita un antico detto spagnolo riferendosi ai pasti frugali che venivano offerti ai viandanti negli ospedali, negli ospizi e nei monasteri lungo il Cammino per Santiago di Compostela. La stessa cosa accadeva anche per le altre peregrinationes maiores, i sentieri che richiamavano migliaia di «romei» (i pellegrini diretti a Roma) e i «palmieri», coloro che raggiungevano Gerusalemme e che riportavano, poi, in patria la palma di Gerico. Proprio questo flusso costante di persone contribuì a forgiare le abitudini culinarie delle singole località e che, poi, sono giunte fino a oggi.
L’homo viator del primo Medioevo si accontentava di un tozzo di pane, un calice di vino, minestre di erbe e cereali. Piatti che oggi classifichiamo come «cucina povera», accanto ai quali, però, iniziano a nascere proposte più ricercate, frutto di quella mescolanza di idee e di sapori figlia di quell’andirivieni di fedeli lungo le vie Francigena, Tosolana o verso Santiago.
E così, nella canonica di San Pietro a Tuezolo (Amalfi), si preparano dei crostini di pollo con le alici. Proprio a questo monastero si deve la nascita della colatura di alici: i Cistercensi avevano l’abitudine di salare le alici, pescate in agosto, e di riporle in botti le cui doghe, scollate dal tempo, non erano più adatte per il vino. A inizio dicembre il sale delle alici faceva perdere loro il liquido, che colava dalle doghe. Accortisi del profumo di quel liquido, i monaci iniziarono a usarlo su verdure, carni, crostini. Nel monastero di Santa Chiara ad Atri, in provincia di Teramo, un piatto della tradizione è la pasta con le noci e il pangrattato, citato più volte nel libro dell’Amministrazione dei beni, compilato tra il 1800 e il 1803, in cui venivano elencati i menu dei pasti consumati dalla comunità monacale. Dal monastero di Santa Maria della neve a Torrechiara (Parma) arriva la ricetta della zuppa agli asparagi, già presente in un manoscritto di cucina risalente al Settecento ritrovato proprio nel monastero. Infine, dal monastero di Santa Croce o di Santa Chiara a Montefalco, a Perugia, ecco la parmigiana di carciofi. Si tratta di una delle numerose ricette tramandate dalle Agostiniane e di cui si è persa l’origine nel tempo, tanto sono antiche. Lo stesso monastero è antichissimo: nacque come reclusorio nel 1271, Santa Chiara della Croce da Montefalco ne divenne badessa nel 1291..
Insomma, fede e gola non sono in competizione. Grazie a monache e a frati, vanno a braccetto.
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Nei chiostri si può incontrare Dio ma pure ottime paste e zuppe. Gli antichi ricettari spopolano in televisione grazie a frati e suore.In un’epoca in cui è tutto fast, dalle connessioni al lavoro, dai rapporti personali ai mezzi di trasporto, il cibo non poteva certo sfuggire a questa regola. Fast food, grandi catene di ristoranti, cibo già pronto nei banchi del supermercato: tutto è già inscatolato, etichettato e standardizzato.Ma c’è un ultimo baluardo che riporta le lancette dell’orologio indietro di qualche secolo, un posto che invita a rallentare i ritmi, a scegliere con cura gli ingredienti per le proprie ricette: i monasteri. Da luoghi sacri per eccellenza, roccaforti di mattoni e marmi in cui da secoli viene coltivata la fede in Dio, conventi e monasteri hanno gelosamente conservato dalle sfide dei tempi che cambiano anche l‘arte del mangiare bene, secondo i cicli delle stagioni e seguendo i tempi corretti di cottura. Non è un caso che, su giornali e tv, spopolino ricette e preparazioni che escono direttamente da pignatte e fuochi di questi «dinosauri» della fede e del tempo, che sono belli arzilli. Per esempio, stanno conoscendo un vero e proprio boom di telespettatori programmi come Le ricette del convento e La cucina delle monache, entrambe in onda su Food Network (canale 33) e su Discovery+. Propongono piatti della tradizione monastica, antichi sapori e ricette tramandate nei monasteri italiani. Protagonisti del primo cooking show con la tonaca sono don Salvatore, don Anselmo e don Riccardo dell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale (Palermo) mentre, nel secondo esempio, dominano la scena la preparazione e la calma di quattro suore benedettine del monastero di Sant’Anna a Bastia Umbra (Perugia), tra cui suor Myriam e madre Noemia. Una vera e propria rivoluzione culturale in un’epoca in cui programmi come Masterchef, Cucine da incubo e Bake off regalano come piatto principale delle puntate velocità di esecuzione, tecniche ai limiti dell’impossibilità, mix di gusti praticamente irreplicabili nella vita di tutti i giorni.La tradizione monastica di preparare vini, tisane, liquori, mieli o dolci non è mai andata, per così dire, in pensione: le botteghe di questi luoghi religiosi sono rimaste sempre aperte, restando un punto di riferimento per residenti della zona, fedeli, pellegrini. Quello che viene riscoperta oggi è la routine culinaria degli ordini religiosi, che si distingue come uno dei capisaldi della cucina italiana ed è caratterizzata da alta qualità dei prodotti e l’amore con cui vengono cucinati. E anche mangiati. Si tratta di una cucina semplice, genuina e segreta: dentro a luoghi di silenzio, preghiera e contemplazione, questi segreti si collocano quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ma, una volta svelati, ci aiutano ad avvicinarci a una cucina naturale, ricca di sapori e genuinità fatta di ingredienti basici e della passione con cui monaci e suore spadellano nelle cucine.La cucina dei monasteri presenta alcune linee guida comuni. Da un lato, risponde alle regole della necessità. Come spesso accadeva in Italia fino agli anni del Boom economico, si cucinava quello che offriva il territorio circostante, ovvero quei prodotti che oggi sono catalogati come tipici: avocado, ananas, acciughe del Cantabrico non c’erano. La coltivazione dell’orto e del giardino costituivano, già nel Medioevo, una fondamentale risorsa di sostentamento. Inoltre, la cucina di abbazie e monasteri viene ancora oggi influenzata dalle abitudini alimentari dei vari ordini monastici, spesso orientati alla frugalità. San Benedetto da Norcia, in alcuni capitoli della sua Regola, aveva posto dei limiti all’alimentazione: tenendo sempre a freno il vizio della gola, il Santo vietava il consumo della carne (tranne che per i malati e i debilitati). Il menu dei francescani si limitava spesso a minestroni, frutto della fantasia del frate-cuoco del momento. Queste limitazioni non hanno prodotto una cucina povera ma, al contrario, una tradizione vegetariana, spesso raffinata, ingegnosa e sana.Oltre a produrre in proprio materie prime genuine, numerosi monasteri e abbazie offrono prelibati prodotti enogastronomici. Nel monastero di Camaldoli, per esempio, i Benedettini producono liquori (tra i quali spicca l’Elisir dell’eremita, a base di china) ma anche miele, tisane, cioccolata, confetture e caramelle. Nel monastero di Sant’Antonio abate, a Norcia, le monache Benedettine cassinesi hanno creato il tartufo monacale, un pesto utilizzato come condimento per la pasta oppure da spalmare sui crostini di pane. Nel monastero di Santa Caterina da Siene a Ripatransone, in provincia di Ascolti, le Domenicane preparano i tagliolini della Madonna della pace, la polenta con le cotiche e le frittelle di San Giuseppe. All’abbazia di Novacella, a Bolzano, i frati offrono piatti tipici del Tirolo e vino di loro produzione.Ma come mai questi luoghi della fede sono diventati anche una vetrina per una cucina spesso anche di alto livello? Studi e ricerche hanno tentato, nel corso del tempo, a dare una risposta a questa domanda. Una soluzione potrebbe risiedere nell’ospitalità, la parola chiave per spiegare la proliferazione dell’arte gastronomica in abbazie e monasteri. Nel Medioevo, ad esempio, quando viaggiare era pericoloso, questi luoghi divennero delle mete in cui chiedere rifugio e ristoro durante i lunghi viaggi o i pellegrinaggi. La carità cristiana, l’abbondanza di viveri e di risorse, rese l’ospitalità quasi un dovere. «Pane e vino fanno il cammino», recita un antico detto spagnolo riferendosi ai pasti frugali che venivano offerti ai viandanti negli ospedali, negli ospizi e nei monasteri lungo il Cammino per Santiago di Compostela. La stessa cosa accadeva anche per le altre peregrinationes maiores, i sentieri che richiamavano migliaia di «romei» (i pellegrini diretti a Roma) e i «palmieri», coloro che raggiungevano Gerusalemme e che riportavano, poi, in patria la palma di Gerico. Proprio questo flusso costante di persone contribuì a forgiare le abitudini culinarie delle singole località e che, poi, sono giunte fino a oggi.L’homo viator del primo Medioevo si accontentava di un tozzo di pane, un calice di vino, minestre di erbe e cereali. Piatti che oggi classifichiamo come «cucina povera», accanto ai quali, però, iniziano a nascere proposte più ricercate, frutto di quella mescolanza di idee e di sapori figlia di quell’andirivieni di fedeli lungo le vie Francigena, Tosolana o verso Santiago.E così, nella canonica di San Pietro a Tuezolo (Amalfi), si preparano dei crostini di pollo con le alici. Proprio a questo monastero si deve la nascita della colatura di alici: i Cistercensi avevano l’abitudine di salare le alici, pescate in agosto, e di riporle in botti le cui doghe, scollate dal tempo, non erano più adatte per il vino. A inizio dicembre il sale delle alici faceva perdere loro il liquido, che colava dalle doghe. Accortisi del profumo di quel liquido, i monaci iniziarono a usarlo su verdure, carni, crostini. Nel monastero di Santa Chiara ad Atri, in provincia di Teramo, un piatto della tradizione è la pasta con le noci e il pangrattato, citato più volte nel libro dell’Amministrazione dei beni, compilato tra il 1800 e il 1803, in cui venivano elencati i menu dei pasti consumati dalla comunità monacale. Dal monastero di Santa Maria della neve a Torrechiara (Parma) arriva la ricetta della zuppa agli asparagi, già presente in un manoscritto di cucina risalente al Settecento ritrovato proprio nel monastero. Infine, dal monastero di Santa Croce o di Santa Chiara a Montefalco, a Perugia, ecco la parmigiana di carciofi. Si tratta di una delle numerose ricette tramandate dalle Agostiniane e di cui si è persa l’origine nel tempo, tanto sono antiche. Lo stesso monastero è antichissimo: nacque come reclusorio nel 1271, Santa Chiara della Croce da Montefalco ne divenne badessa nel 1291..Insomma, fede e gola non sono in competizione. Grazie a monache e a frati, vanno a braccetto.
Fabio Uliana, curatore della mostra Marzo con Vivaldi, ci mostra in esclusiva i preziosissimi manoscritti autografi del Prete rosso, conservati dalla Biblioteca nazionale universitaria di Torino. Esposizione aperta e gratuita fino al 26 marzo.
(Getty Images)
Non è una sorpresa. La dipendenza energetica è una malattia cronica. Mai davvero curata. Solo tamponata. I numeri, come sempre, sono impietosi. Il settimanale tedesco Spiegel cita uno studio da cui emerge che l’Italia importa 9,8 miliardi di dollari dai Paesi del Golfo, una dipendenza robusta dal Qatar che è diventato il nuovo hub tra gas naturale liquefatto (4,4 miliardi) e propano (3.3 miliardi). Se Doha tossisce all’Italia viene la polmonite. In queste settimane il Qatar è fuori gioco, colpito dagli attacchi iraniani che hanno trasformato un fornitore affidabile in un’incognita strategica. Il risultato è una parola che torna a dominare il lessico: austerità energetica. Come spiega il Financial Times, quando c’è scarsità il mercato si trasforma in un suk. Non più prezzi, ma offerte da bazar. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin si muove come un ambasciatore del bisogno, parlando con tutti: Stati Uniti, Azerbaigian, Nordafrica. Una diplomazia del metano che somiglia sempre più a una tournée di elemosine, con l’Eni nel ruolo di braccio operativo e le mappe del mondo come catalogo. In questo grande giro del gas, l’Algeria torna protagonista. Vecchia conoscenza italiana, fornitore fedele nei momenti difficili, partner strategico che conosce bene il valore della propria posizione. Algeri è pronta ad aiutare, certo. Ma non gratis. Anzi, a prezzi raddoppiati. Perché nel nuovo ordine energetico non esistono amici, solo equilibri di convenienza. E la richiesta di vendere le forniture aggiuntive sul mercato spot - dove i prezzi corrono più veloci dell’inflazione - è il segnale più chiaro: il banco è cambiato, e chi vende detta le regole. È il trionfo della legge non scritta delle crisi: chi ha la materia prima detta il prezzo, chi ne ha bisogno paga e tace. E così l’Italia si ritrova a negoziare da una posizione di debolezza strutturale, mentre altri Paesi europei - Spagna in testa - bussano alla stessa porta algerina. Il risultato è una gara interna all’Unione che rischia di trasformare Bruxelles in un condominio litigioso, dove ciascuno cerca di assicurarsi il riscaldamento per l’inverno, anche a costo di far salire il conto per tutti. La visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri non è solo un viaggio istituzionale: è una tappa obbligata nella nuova geografia dell’energia, dove ogni incontro può tradursi in qualche metro cubo in più e qualche euro in meno - o viceversa. Ma il punto, quello vero, è che la crisi non è più un incidente temporaneo. È un cambio di paradigma. Gli attacchi alle infrastrutture del Qatar non si riparano in qualche settimana: potrebbero volerci anni. E questo trasforma lo shock in sistema, l’emergenza in normalità. È la fine dell’illusione che basti superare l’onda per tornare a galla. Qui l’onda è diventata mare.
E allora riaffiora il ricordo del 2022, quando l’Europa reagì all’invasione russa dell’Ucraina con una strategia a quattro mosse: sostituire le forniture, riempire gli stoccaggi, proteggere i consumatori, calmierare i prezzi. Funzionò. Ma a caro prezzo. La corsa globale al gas liquefatto fece esplodere i costi, lasciando a secco i Paesi più poveri, mentre i sussidi interni crearono una distorsione quasi paradossale: si chiedeva di consumare meno, ma si incentivava a farlo.
Oggi il rischio è ripetere lo stesso copione, ma con meno margine di manovra e più concorrenza. Perché il gas disponibile è meno, la domanda è più nervosa e la geopolitica è decisamente più instabile. In questo scenario, l’Italia parte svantaggiata. E quindi paga di più.
Ed è qui che entra in scena la ricetta dell’Agenzia internazionale dell’energia. Una ricetta che ha il sapore dell’austerità moderna, versione digitale e sostenibile. Più smart working, meno voli. Meno acceleratore, più treno. Più car sharing, meno auto private. Una sorta di decalogo del buon cittadino energetico, dove il sacrificio diventa virtù e il risparmio un dovere civico.
Lavorare da casa, rallentare in autostrada, usare i mezzi pubblici, alternare le targhe, condividere l’auto, ottimizzare la logistica, ridurre i voli, cambiare modo di cucinare, rendere più efficienti le industrie. Dieci comandamenti per un mondo che scopre, ancora una volta, di non avere energia infinita.
Ma dietro questa lista ordinata e razionale si nasconde una verità meno elegante: quando la politica non riesce a garantire l’offerta, scarica il problema sulla domanda. In altre parole: se il gas costa troppo, consumatene meno. È la versione contemporanea del «tirate la cinghia», con l’aggiunta di una connessione Internet e di una call su Zoom.
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