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2023-11-24
Contro il governo si aggrappano alle bufale
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Errare è umano, perseverare è sinistro: il caso degli attacchi scomposti al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, colpevole di aver fatto il suo dovere di uomo delle istituzioni, è solo l’ultimo episodio della serie horror di critiche al governo non solo assolutamente infondate, ma pure controproducenti per la credibilità politica di Pd, Avs, renziani, grillini e compagnia urlante. Attacchi che hanno l’unico scopo di produrre un po’ di fuffa propagandistica, di creare baruffe social per un paio di giorni, ma che, basati sul nulla, dopo qualche giorno spariscono nel niente.
Il caso del treno di Lollobrigida è già stato ampiamente sviscerato: si accusa il ministro di essere sceso da un treno che aveva accumulato due ore di ritardo. Dal punto di vista formale, nessun problema: «La fermata a Ciampino», ha scritto Trenitalia in una nota ufficiale, «non ha comportato ulteriore ritardo per i viaggiatori, né ripercussioni sulla circolazione, né costi aggiuntivi per l’azienda. Il treno si è fermato poco dopo Roma Termini per quanto stava accadendo in linea e la deviazione via Cassino è stata decisa anche in virtù della fermata già prevista a Napoli Afragola. Dopo la ripartenza», ha aggiunto Trenitalia, «è stata disposta la fermata presso la stazione di Ciampino, dove sono scese le istituzioni presenti a bordo, per poter far fronte a impegni istituzionali».
Lollobrigida, come ormai noto, non era diretto verso Napoli per andare a mangiarsi una bella pizza con gli amici, ma era atteso a Caivano, comune dell’hinterland straziato dalla presenza della camorra, che il governo guidato da Giorgia Meloni sta cercando con ogni mezzo di riqualificare, dal punto di vista sociale, culturale, e pure architettonico. Lollobrigida doveva piantare un albero intitolato a Giovanni Falcone in un parco appena riqualificato, che fino a qualche settimana fa era una piazza di spaccio. Se fosse rimasto a bordo del treno, a Caivano sarebbe arrivato di notte, deludendo chi lo attendeva ma soprattutto lanciando un segnale devastante: un esponente del governo che si presenta con ore di ritardo a un appuntamento così importante. Siamo abbastanza certi che qualcuno da sinistra avrebbe detto: «Lollobrigida doveva scendere dal treno appena possibile e andare a Caivano con l’auto, evidentemente per lui la lotta alla camorra non è una priorità, si dimetta!». Potete scommetterci: sarebbe andata così.
Un altro caso di scuola della assoluta inconsistenza delle opposizioni è quanto accaduto a Matteo Salvini nelle ore immediatamente successive all’arresto di Filippo Turetta. «Bene. Se colpevole», scrive sui social Salvini, «nessuno sconto di pena e carcere a vita». Apriti cielo: quel «se colpevole» scatena una valanga di critiche nei confronti del leader della Lega, non si comprende per quale motivo, considerato che in Italia c’è una Costituzione che prevede che una persona possa essere giudicata colpevole solo da un tribunale. Se proprio vogliamo essere pignoli, ora potremmo anche toglierlo, quel «se colpevole», considerato che Turetta ha successivamente confessato di essere l’assassino della povera Giulia Cecchettin. Ma al momento dell’arresto, e del tweet di Salvini, un uomo delle istituzioni non poteva fare altro che esprimersi in forma dubitativa, altrimenti sarebbe stato accusato di ignorare la Costituzione. La valanga di critiche costringe Salvini a una precisazione: «Per gli assassini carcere a vita», scrive il vicepremier qualche ora dopo il primo post, «con lavoro obbligatorio. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti». Precisazione pleonastica, se non fossimo in un Paese dove le sparate propagandistiche delle opposizioni costringono gli esponenti del governo a dover sottolineare l’ovvio.
Altro giro, altra corsa: il Pnrr. Per mesi e mesi le opposizioni hanno accusato il governo di non essere in grado di definire i progetti, e quindi di essere colpevole di far perdere all’Italia i milioni messi a disposizione dall’Europa. Da cronisti avremo letto, e non esageriamo, alcune migliaia di dichiarazioni di piddini, grillini, renziani, calendini e sinistrini all’insegna del catastrofismo. E invece? E invece l’Europa ha dato l’ok a tutte le modifiche presentate dal ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, che ha gestito in maniera impeccabile un dossier molto complicato ed è riuscito a rimodulare il piano eliminando i progetti irrealizzabili previsti dai precedenti governi e interloquendo in maniera efficace e responsabile con la Commissione europea. Non lo diciamo noi: lo dice la Commissione europea, che, come ha scritto ieri La Stampa, «ha dato l’ok alla maxi revisione di 144 obiettivi del piano. In dirittura d’arrivo anche il pagamento della quarta rata da 16,5 miliardi». E le opposizioni? Nessun commento: quando i fatti parlano, del resto, le chiacchiere stanno a zero.
Anche la Lega critica Lollobrigida: «Sarebbe stato meglio evitare»
Perché sei tu Romeo? Nella competizione tra Lega e Fratelli d’Italia in prospettiva elezioni europee arriva la stoccata del capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, in relazione alla vicenda della fermata del treno a Ciampino: «Il comportamento di Lollobrigida», dice Romeo a Rai Radio 1, «credo sia una cosa che bisogna evitare, bisogna cercare di evitare di ingenerare polemiche anche se capisco che ci possono essere delle questioni istituzionali e dei momenti in cui ci sono cose da fare». Una presa di posizione che non sorprende gli osservatori della politica italiana: alle europee si vota con il proporzionale, e quindi lo spirito di coalizione viene messo da parte. Da parte sua, ieri il ministro è tornato nuovamente a commentare le polemiche sulla sua fermata a Ciampino: «Per quanto è di mia competenza», ha detto Lollobrigida a margine del Forum Coldiretti a Roma, rispondendo a chi gli chiedeva di un eventuale chiarimento in Aula, «farò tutto quello che è necessario. Non sono mai fuggito al confronto. Sono convinto di aver agito non solo nell’ambito della legalità e della norma, ma nell’interesse dello Stato e per rappresentarlo a Caivano. Quella discesa dal treno non era per andare in vacanza o andare a trovare la mia famiglia, ma per andare a fare il mio lavoro. Se intendo dimettermi? No. Per me il vero privilegio», ha aggiunto Lollobrigida, «è stato quello di stare tra i cittadini di Caivano, a cominciare dai bambini, che sono il nostro futuro e che oggi sono nelle condizioni di tornare a frequentare il parco, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e dell’esercito che in tempi velocissimi hanno ripulito quella che era una piazza di spaccio. Lo Stato c’è, in tempi celeri e non solo quando i riflettori erano accesi, ma anche nei giorni successivi. La fermata straordinaria è prevista dal regolamento Fs. Le porte si sono aperte quando era consentito e cioè a Ciampino. La mia richiesta era quella di un cittadino che voleva fare il proprio lavoro», ha ribadito Lollobrigida, «e non ci sono state violazioni di legge. Per quanto mi riguarda è valsa la pena essere a Caivano e ritengo sia dovere delle istituzioni garantire la propria presenza laddove serve». Non molla la presa il M5s: «No, ministro Lollobrigida», ha scritto Giuseppe Conte su X, «nessun normale cittadino può chiedere di far fermare il treno quando e dove più gli è comodo e scendere liberamente. Lo sanno bene milioni di pendolari. Allo stesso modo ogni cittadino non può scegliere se pagare o no una tassa come invece avete permesso di fare alle banche che accumulano ingenti extraprofitti, mentre i cittadini soccombono sotto le rate dei mutui alle stelle. Ma lo sappiamo, ormai, che con Giorgia Meloni e il suo governo il treno, come il Paese, all’incontrario va». A proposito del M5s, registriamo una precisazione dei pentastellati relativa a una infografica pubblicata ieri dal nostro giornale: «Nella grafica in questione», ci scrive l’ufficio comunicazione del M5s, «viene impropriamente richiamata, con tanto di immagine della diretta interessata, anche la vicenda relativa al presunto uso della scorta e dell’auto di servizio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte da parte della sua compagna Olivia Paladino. Il richiamo a questa vicenda del 2020 è del tutto strumentale e denigratorio, soprattutto nella misura in cui non si dà conto del fatto che la Procura di Roma archiviò subito l’indagine, avviata a seguito della denuncia di una cittadina, accertando che da parte della signora Paladino non vi era stato alcun utilizzo improprio né della scorta né dell’auto di servizio. È doveroso aggiungere», prosegue la nota, «che quella denuncia, priva di ogni fondamento e finita inevitabilmente in un nulla di fatto, venne presentata proprio da un’esponente del partito di Lollobrigida, Roberta Angelilli di Fratelli d’Italia. Partito in cui, evidentemente, si è pronti ad indignarsi a fasi alterne e solo per i casi (fasulli in questa ipotesi) altrui».
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Prima distorcono le parole di Matteo Salvini, poi ignorano Trenitalia che scagiona il «cognato della Meloni», infine piangono per la vittoria di Raffaele Fitto sul nuovo Pnrr: questa sinistra, ormai alla frutta, non sa davvero più cosa inventarsi per picconare un esecutivo in salute. Il ministro Francesco Lollobrigida non cede: «Nessun abuso o privilegio, treno fermato seguendo la legge».Lo speciale contiene due articoli.Errare è umano, perseverare è sinistro: il caso degli attacchi scomposti al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, colpevole di aver fatto il suo dovere di uomo delle istituzioni, è solo l’ultimo episodio della serie horror di critiche al governo non solo assolutamente infondate, ma pure controproducenti per la credibilità politica di Pd, Avs, renziani, grillini e compagnia urlante. Attacchi che hanno l’unico scopo di produrre un po’ di fuffa propagandistica, di creare baruffe social per un paio di giorni, ma che, basati sul nulla, dopo qualche giorno spariscono nel niente. Il caso del treno di Lollobrigida è già stato ampiamente sviscerato: si accusa il ministro di essere sceso da un treno che aveva accumulato due ore di ritardo. Dal punto di vista formale, nessun problema: «La fermata a Ciampino», ha scritto Trenitalia in una nota ufficiale, «non ha comportato ulteriore ritardo per i viaggiatori, né ripercussioni sulla circolazione, né costi aggiuntivi per l’azienda. Il treno si è fermato poco dopo Roma Termini per quanto stava accadendo in linea e la deviazione via Cassino è stata decisa anche in virtù della fermata già prevista a Napoli Afragola. Dopo la ripartenza», ha aggiunto Trenitalia, «è stata disposta la fermata presso la stazione di Ciampino, dove sono scese le istituzioni presenti a bordo, per poter far fronte a impegni istituzionali». Lollobrigida, come ormai noto, non era diretto verso Napoli per andare a mangiarsi una bella pizza con gli amici, ma era atteso a Caivano, comune dell’hinterland straziato dalla presenza della camorra, che il governo guidato da Giorgia Meloni sta cercando con ogni mezzo di riqualificare, dal punto di vista sociale, culturale, e pure architettonico. Lollobrigida doveva piantare un albero intitolato a Giovanni Falcone in un parco appena riqualificato, che fino a qualche settimana fa era una piazza di spaccio. Se fosse rimasto a bordo del treno, a Caivano sarebbe arrivato di notte, deludendo chi lo attendeva ma soprattutto lanciando un segnale devastante: un esponente del governo che si presenta con ore di ritardo a un appuntamento così importante. Siamo abbastanza certi che qualcuno da sinistra avrebbe detto: «Lollobrigida doveva scendere dal treno appena possibile e andare a Caivano con l’auto, evidentemente per lui la lotta alla camorra non è una priorità, si dimetta!». Potete scommetterci: sarebbe andata così.Un altro caso di scuola della assoluta inconsistenza delle opposizioni è quanto accaduto a Matteo Salvini nelle ore immediatamente successive all’arresto di Filippo Turetta. «Bene. Se colpevole», scrive sui social Salvini, «nessuno sconto di pena e carcere a vita». Apriti cielo: quel «se colpevole» scatena una valanga di critiche nei confronti del leader della Lega, non si comprende per quale motivo, considerato che in Italia c’è una Costituzione che prevede che una persona possa essere giudicata colpevole solo da un tribunale. Se proprio vogliamo essere pignoli, ora potremmo anche toglierlo, quel «se colpevole», considerato che Turetta ha successivamente confessato di essere l’assassino della povera Giulia Cecchettin. Ma al momento dell’arresto, e del tweet di Salvini, un uomo delle istituzioni non poteva fare altro che esprimersi in forma dubitativa, altrimenti sarebbe stato accusato di ignorare la Costituzione. La valanga di critiche costringe Salvini a una precisazione: «Per gli assassini carcere a vita», scrive il vicepremier qualche ora dopo il primo post, «con lavoro obbligatorio. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti». Precisazione pleonastica, se non fossimo in un Paese dove le sparate propagandistiche delle opposizioni costringono gli esponenti del governo a dover sottolineare l’ovvio. Altro giro, altra corsa: il Pnrr. Per mesi e mesi le opposizioni hanno accusato il governo di non essere in grado di definire i progetti, e quindi di essere colpevole di far perdere all’Italia i milioni messi a disposizione dall’Europa. Da cronisti avremo letto, e non esageriamo, alcune migliaia di dichiarazioni di piddini, grillini, renziani, calendini e sinistrini all’insegna del catastrofismo. E invece? E invece l’Europa ha dato l’ok a tutte le modifiche presentate dal ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, che ha gestito in maniera impeccabile un dossier molto complicato ed è riuscito a rimodulare il piano eliminando i progetti irrealizzabili previsti dai precedenti governi e interloquendo in maniera efficace e responsabile con la Commissione europea. Non lo diciamo noi: lo dice la Commissione europea, che, come ha scritto ieri La Stampa, «ha dato l’ok alla maxi revisione di 144 obiettivi del piano. In dirittura d’arrivo anche il pagamento della quarta rata da 16,5 miliardi». E le opposizioni? 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Nella competizione tra Lega e Fratelli d’Italia in prospettiva elezioni europee arriva la stoccata del capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, in relazione alla vicenda della fermata del treno a Ciampino: «Il comportamento di Lollobrigida», dice Romeo a Rai Radio 1, «credo sia una cosa che bisogna evitare, bisogna cercare di evitare di ingenerare polemiche anche se capisco che ci possono essere delle questioni istituzionali e dei momenti in cui ci sono cose da fare». Una presa di posizione che non sorprende gli osservatori della politica italiana: alle europee si vota con il proporzionale, e quindi lo spirito di coalizione viene messo da parte. Da parte sua, ieri il ministro è tornato nuovamente a commentare le polemiche sulla sua fermata a Ciampino: «Per quanto è di mia competenza», ha detto Lollobrigida a margine del Forum Coldiretti a Roma, rispondendo a chi gli chiedeva di un eventuale chiarimento in Aula, «farò tutto quello che è necessario. Non sono mai fuggito al confronto. Sono convinto di aver agito non solo nell’ambito della legalità e della norma, ma nell’interesse dello Stato e per rappresentarlo a Caivano. Quella discesa dal treno non era per andare in vacanza o andare a trovare la mia famiglia, ma per andare a fare il mio lavoro. Se intendo dimettermi? No. Per me il vero privilegio», ha aggiunto Lollobrigida, «è stato quello di stare tra i cittadini di Caivano, a cominciare dai bambini, che sono il nostro futuro e che oggi sono nelle condizioni di tornare a frequentare il parco, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e dell’esercito che in tempi velocissimi hanno ripulito quella che era una piazza di spaccio. Lo Stato c’è, in tempi celeri e non solo quando i riflettori erano accesi, ma anche nei giorni successivi. La fermata straordinaria è prevista dal regolamento Fs. Le porte si sono aperte quando era consentito e cioè a Ciampino. La mia richiesta era quella di un cittadino che voleva fare il proprio lavoro», ha ribadito Lollobrigida, «e non ci sono state violazioni di legge. Per quanto mi riguarda è valsa la pena essere a Caivano e ritengo sia dovere delle istituzioni garantire la propria presenza laddove serve». Non molla la presa il M5s: «No, ministro Lollobrigida», ha scritto Giuseppe Conte su X, «nessun normale cittadino può chiedere di far fermare il treno quando e dove più gli è comodo e scendere liberamente. Lo sanno bene milioni di pendolari. Allo stesso modo ogni cittadino non può scegliere se pagare o no una tassa come invece avete permesso di fare alle banche che accumulano ingenti extraprofitti, mentre i cittadini soccombono sotto le rate dei mutui alle stelle. Ma lo sappiamo, ormai, che con Giorgia Meloni e il suo governo il treno, come il Paese, all’incontrario va». A proposito del M5s, registriamo una precisazione dei pentastellati relativa a una infografica pubblicata ieri dal nostro giornale: «Nella grafica in questione», ci scrive l’ufficio comunicazione del M5s, «viene impropriamente richiamata, con tanto di immagine della diretta interessata, anche la vicenda relativa al presunto uso della scorta e dell’auto di servizio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte da parte della sua compagna Olivia Paladino. Il richiamo a questa vicenda del 2020 è del tutto strumentale e denigratorio, soprattutto nella misura in cui non si dà conto del fatto che la Procura di Roma archiviò subito l’indagine, avviata a seguito della denuncia di una cittadina, accertando che da parte della signora Paladino non vi era stato alcun utilizzo improprio né della scorta né dell’auto di servizio. È doveroso aggiungere», prosegue la nota, «che quella denuncia, priva di ogni fondamento e finita inevitabilmente in un nulla di fatto, venne presentata proprio da un’esponente del partito di Lollobrigida, Roberta Angelilli di Fratelli d’Italia. Partito in cui, evidentemente, si è pronti ad indignarsi a fasi alterne e solo per i casi (fasulli in questa ipotesi) altrui».
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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