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2023-11-24
Contro il governo si aggrappano alle bufale
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Errare è umano, perseverare è sinistro: il caso degli attacchi scomposti al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, colpevole di aver fatto il suo dovere di uomo delle istituzioni, è solo l’ultimo episodio della serie horror di critiche al governo non solo assolutamente infondate, ma pure controproducenti per la credibilità politica di Pd, Avs, renziani, grillini e compagnia urlante. Attacchi che hanno l’unico scopo di produrre un po’ di fuffa propagandistica, di creare baruffe social per un paio di giorni, ma che, basati sul nulla, dopo qualche giorno spariscono nel niente.
Il caso del treno di Lollobrigida è già stato ampiamente sviscerato: si accusa il ministro di essere sceso da un treno che aveva accumulato due ore di ritardo. Dal punto di vista formale, nessun problema: «La fermata a Ciampino», ha scritto Trenitalia in una nota ufficiale, «non ha comportato ulteriore ritardo per i viaggiatori, né ripercussioni sulla circolazione, né costi aggiuntivi per l’azienda. Il treno si è fermato poco dopo Roma Termini per quanto stava accadendo in linea e la deviazione via Cassino è stata decisa anche in virtù della fermata già prevista a Napoli Afragola. Dopo la ripartenza», ha aggiunto Trenitalia, «è stata disposta la fermata presso la stazione di Ciampino, dove sono scese le istituzioni presenti a bordo, per poter far fronte a impegni istituzionali».
Lollobrigida, come ormai noto, non era diretto verso Napoli per andare a mangiarsi una bella pizza con gli amici, ma era atteso a Caivano, comune dell’hinterland straziato dalla presenza della camorra, che il governo guidato da Giorgia Meloni sta cercando con ogni mezzo di riqualificare, dal punto di vista sociale, culturale, e pure architettonico. Lollobrigida doveva piantare un albero intitolato a Giovanni Falcone in un parco appena riqualificato, che fino a qualche settimana fa era una piazza di spaccio. Se fosse rimasto a bordo del treno, a Caivano sarebbe arrivato di notte, deludendo chi lo attendeva ma soprattutto lanciando un segnale devastante: un esponente del governo che si presenta con ore di ritardo a un appuntamento così importante. Siamo abbastanza certi che qualcuno da sinistra avrebbe detto: «Lollobrigida doveva scendere dal treno appena possibile e andare a Caivano con l’auto, evidentemente per lui la lotta alla camorra non è una priorità, si dimetta!». Potete scommetterci: sarebbe andata così.
Un altro caso di scuola della assoluta inconsistenza delle opposizioni è quanto accaduto a Matteo Salvini nelle ore immediatamente successive all’arresto di Filippo Turetta. «Bene. Se colpevole», scrive sui social Salvini, «nessuno sconto di pena e carcere a vita». Apriti cielo: quel «se colpevole» scatena una valanga di critiche nei confronti del leader della Lega, non si comprende per quale motivo, considerato che in Italia c’è una Costituzione che prevede che una persona possa essere giudicata colpevole solo da un tribunale. Se proprio vogliamo essere pignoli, ora potremmo anche toglierlo, quel «se colpevole», considerato che Turetta ha successivamente confessato di essere l’assassino della povera Giulia Cecchettin. Ma al momento dell’arresto, e del tweet di Salvini, un uomo delle istituzioni non poteva fare altro che esprimersi in forma dubitativa, altrimenti sarebbe stato accusato di ignorare la Costituzione. La valanga di critiche costringe Salvini a una precisazione: «Per gli assassini carcere a vita», scrive il vicepremier qualche ora dopo il primo post, «con lavoro obbligatorio. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti». Precisazione pleonastica, se non fossimo in un Paese dove le sparate propagandistiche delle opposizioni costringono gli esponenti del governo a dover sottolineare l’ovvio.
Altro giro, altra corsa: il Pnrr. Per mesi e mesi le opposizioni hanno accusato il governo di non essere in grado di definire i progetti, e quindi di essere colpevole di far perdere all’Italia i milioni messi a disposizione dall’Europa. Da cronisti avremo letto, e non esageriamo, alcune migliaia di dichiarazioni di piddini, grillini, renziani, calendini e sinistrini all’insegna del catastrofismo. E invece? E invece l’Europa ha dato l’ok a tutte le modifiche presentate dal ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, che ha gestito in maniera impeccabile un dossier molto complicato ed è riuscito a rimodulare il piano eliminando i progetti irrealizzabili previsti dai precedenti governi e interloquendo in maniera efficace e responsabile con la Commissione europea. Non lo diciamo noi: lo dice la Commissione europea, che, come ha scritto ieri La Stampa, «ha dato l’ok alla maxi revisione di 144 obiettivi del piano. In dirittura d’arrivo anche il pagamento della quarta rata da 16,5 miliardi». E le opposizioni? Nessun commento: quando i fatti parlano, del resto, le chiacchiere stanno a zero.
Anche la Lega critica Lollobrigida: «Sarebbe stato meglio evitare»
Perché sei tu Romeo? Nella competizione tra Lega e Fratelli d’Italia in prospettiva elezioni europee arriva la stoccata del capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, in relazione alla vicenda della fermata del treno a Ciampino: «Il comportamento di Lollobrigida», dice Romeo a Rai Radio 1, «credo sia una cosa che bisogna evitare, bisogna cercare di evitare di ingenerare polemiche anche se capisco che ci possono essere delle questioni istituzionali e dei momenti in cui ci sono cose da fare». Una presa di posizione che non sorprende gli osservatori della politica italiana: alle europee si vota con il proporzionale, e quindi lo spirito di coalizione viene messo da parte. Da parte sua, ieri il ministro è tornato nuovamente a commentare le polemiche sulla sua fermata a Ciampino: «Per quanto è di mia competenza», ha detto Lollobrigida a margine del Forum Coldiretti a Roma, rispondendo a chi gli chiedeva di un eventuale chiarimento in Aula, «farò tutto quello che è necessario. Non sono mai fuggito al confronto. Sono convinto di aver agito non solo nell’ambito della legalità e della norma, ma nell’interesse dello Stato e per rappresentarlo a Caivano. Quella discesa dal treno non era per andare in vacanza o andare a trovare la mia famiglia, ma per andare a fare il mio lavoro. Se intendo dimettermi? No. Per me il vero privilegio», ha aggiunto Lollobrigida, «è stato quello di stare tra i cittadini di Caivano, a cominciare dai bambini, che sono il nostro futuro e che oggi sono nelle condizioni di tornare a frequentare il parco, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e dell’esercito che in tempi velocissimi hanno ripulito quella che era una piazza di spaccio. Lo Stato c’è, in tempi celeri e non solo quando i riflettori erano accesi, ma anche nei giorni successivi. La fermata straordinaria è prevista dal regolamento Fs. Le porte si sono aperte quando era consentito e cioè a Ciampino. La mia richiesta era quella di un cittadino che voleva fare il proprio lavoro», ha ribadito Lollobrigida, «e non ci sono state violazioni di legge. Per quanto mi riguarda è valsa la pena essere a Caivano e ritengo sia dovere delle istituzioni garantire la propria presenza laddove serve». Non molla la presa il M5s: «No, ministro Lollobrigida», ha scritto Giuseppe Conte su X, «nessun normale cittadino può chiedere di far fermare il treno quando e dove più gli è comodo e scendere liberamente. Lo sanno bene milioni di pendolari. Allo stesso modo ogni cittadino non può scegliere se pagare o no una tassa come invece avete permesso di fare alle banche che accumulano ingenti extraprofitti, mentre i cittadini soccombono sotto le rate dei mutui alle stelle. Ma lo sappiamo, ormai, che con Giorgia Meloni e il suo governo il treno, come il Paese, all’incontrario va». A proposito del M5s, registriamo una precisazione dei pentastellati relativa a una infografica pubblicata ieri dal nostro giornale: «Nella grafica in questione», ci scrive l’ufficio comunicazione del M5s, «viene impropriamente richiamata, con tanto di immagine della diretta interessata, anche la vicenda relativa al presunto uso della scorta e dell’auto di servizio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte da parte della sua compagna Olivia Paladino. Il richiamo a questa vicenda del 2020 è del tutto strumentale e denigratorio, soprattutto nella misura in cui non si dà conto del fatto che la Procura di Roma archiviò subito l’indagine, avviata a seguito della denuncia di una cittadina, accertando che da parte della signora Paladino non vi era stato alcun utilizzo improprio né della scorta né dell’auto di servizio. È doveroso aggiungere», prosegue la nota, «che quella denuncia, priva di ogni fondamento e finita inevitabilmente in un nulla di fatto, venne presentata proprio da un’esponente del partito di Lollobrigida, Roberta Angelilli di Fratelli d’Italia. Partito in cui, evidentemente, si è pronti ad indignarsi a fasi alterne e solo per i casi (fasulli in questa ipotesi) altrui».
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Prima distorcono le parole di Matteo Salvini, poi ignorano Trenitalia che scagiona il «cognato della Meloni», infine piangono per la vittoria di Raffaele Fitto sul nuovo Pnrr: questa sinistra, ormai alla frutta, non sa davvero più cosa inventarsi per picconare un esecutivo in salute. Il ministro Francesco Lollobrigida non cede: «Nessun abuso o privilegio, treno fermato seguendo la legge».Lo speciale contiene due articoli.Errare è umano, perseverare è sinistro: il caso degli attacchi scomposti al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, colpevole di aver fatto il suo dovere di uomo delle istituzioni, è solo l’ultimo episodio della serie horror di critiche al governo non solo assolutamente infondate, ma pure controproducenti per la credibilità politica di Pd, Avs, renziani, grillini e compagnia urlante. Attacchi che hanno l’unico scopo di produrre un po’ di fuffa propagandistica, di creare baruffe social per un paio di giorni, ma che, basati sul nulla, dopo qualche giorno spariscono nel niente. Il caso del treno di Lollobrigida è già stato ampiamente sviscerato: si accusa il ministro di essere sceso da un treno che aveva accumulato due ore di ritardo. Dal punto di vista formale, nessun problema: «La fermata a Ciampino», ha scritto Trenitalia in una nota ufficiale, «non ha comportato ulteriore ritardo per i viaggiatori, né ripercussioni sulla circolazione, né costi aggiuntivi per l’azienda. Il treno si è fermato poco dopo Roma Termini per quanto stava accadendo in linea e la deviazione via Cassino è stata decisa anche in virtù della fermata già prevista a Napoli Afragola. Dopo la ripartenza», ha aggiunto Trenitalia, «è stata disposta la fermata presso la stazione di Ciampino, dove sono scese le istituzioni presenti a bordo, per poter far fronte a impegni istituzionali». Lollobrigida, come ormai noto, non era diretto verso Napoli per andare a mangiarsi una bella pizza con gli amici, ma era atteso a Caivano, comune dell’hinterland straziato dalla presenza della camorra, che il governo guidato da Giorgia Meloni sta cercando con ogni mezzo di riqualificare, dal punto di vista sociale, culturale, e pure architettonico. Lollobrigida doveva piantare un albero intitolato a Giovanni Falcone in un parco appena riqualificato, che fino a qualche settimana fa era una piazza di spaccio. Se fosse rimasto a bordo del treno, a Caivano sarebbe arrivato di notte, deludendo chi lo attendeva ma soprattutto lanciando un segnale devastante: un esponente del governo che si presenta con ore di ritardo a un appuntamento così importante. Siamo abbastanza certi che qualcuno da sinistra avrebbe detto: «Lollobrigida doveva scendere dal treno appena possibile e andare a Caivano con l’auto, evidentemente per lui la lotta alla camorra non è una priorità, si dimetta!». Potete scommetterci: sarebbe andata così.Un altro caso di scuola della assoluta inconsistenza delle opposizioni è quanto accaduto a Matteo Salvini nelle ore immediatamente successive all’arresto di Filippo Turetta. «Bene. Se colpevole», scrive sui social Salvini, «nessuno sconto di pena e carcere a vita». Apriti cielo: quel «se colpevole» scatena una valanga di critiche nei confronti del leader della Lega, non si comprende per quale motivo, considerato che in Italia c’è una Costituzione che prevede che una persona possa essere giudicata colpevole solo da un tribunale. Se proprio vogliamo essere pignoli, ora potremmo anche toglierlo, quel «se colpevole», considerato che Turetta ha successivamente confessato di essere l’assassino della povera Giulia Cecchettin. Ma al momento dell’arresto, e del tweet di Salvini, un uomo delle istituzioni non poteva fare altro che esprimersi in forma dubitativa, altrimenti sarebbe stato accusato di ignorare la Costituzione. La valanga di critiche costringe Salvini a una precisazione: «Per gli assassini carcere a vita», scrive il vicepremier qualche ora dopo il primo post, «con lavoro obbligatorio. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti». Precisazione pleonastica, se non fossimo in un Paese dove le sparate propagandistiche delle opposizioni costringono gli esponenti del governo a dover sottolineare l’ovvio. Altro giro, altra corsa: il Pnrr. Per mesi e mesi le opposizioni hanno accusato il governo di non essere in grado di definire i progetti, e quindi di essere colpevole di far perdere all’Italia i milioni messi a disposizione dall’Europa. Da cronisti avremo letto, e non esageriamo, alcune migliaia di dichiarazioni di piddini, grillini, renziani, calendini e sinistrini all’insegna del catastrofismo. E invece? E invece l’Europa ha dato l’ok a tutte le modifiche presentate dal ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, che ha gestito in maniera impeccabile un dossier molto complicato ed è riuscito a rimodulare il piano eliminando i progetti irrealizzabili previsti dai precedenti governi e interloquendo in maniera efficace e responsabile con la Commissione europea. Non lo diciamo noi: lo dice la Commissione europea, che, come ha scritto ieri La Stampa, «ha dato l’ok alla maxi revisione di 144 obiettivi del piano. In dirittura d’arrivo anche il pagamento della quarta rata da 16,5 miliardi». E le opposizioni? Nessun commento: quando i fatti parlano, del resto, le chiacchiere stanno a zero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contro-governo-bufale-2666344489.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-lega-critica-lollobrigida-sarebbe-stato-meglio-evitare" data-post-id="2666344489" data-published-at="1700776647" data-use-pagination="False"> Anche la Lega critica Lollobrigida: «Sarebbe stato meglio evitare» Perché sei tu Romeo? Nella competizione tra Lega e Fratelli d’Italia in prospettiva elezioni europee arriva la stoccata del capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, in relazione alla vicenda della fermata del treno a Ciampino: «Il comportamento di Lollobrigida», dice Romeo a Rai Radio 1, «credo sia una cosa che bisogna evitare, bisogna cercare di evitare di ingenerare polemiche anche se capisco che ci possono essere delle questioni istituzionali e dei momenti in cui ci sono cose da fare». Una presa di posizione che non sorprende gli osservatori della politica italiana: alle europee si vota con il proporzionale, e quindi lo spirito di coalizione viene messo da parte. Da parte sua, ieri il ministro è tornato nuovamente a commentare le polemiche sulla sua fermata a Ciampino: «Per quanto è di mia competenza», ha detto Lollobrigida a margine del Forum Coldiretti a Roma, rispondendo a chi gli chiedeva di un eventuale chiarimento in Aula, «farò tutto quello che è necessario. Non sono mai fuggito al confronto. Sono convinto di aver agito non solo nell’ambito della legalità e della norma, ma nell’interesse dello Stato e per rappresentarlo a Caivano. Quella discesa dal treno non era per andare in vacanza o andare a trovare la mia famiglia, ma per andare a fare il mio lavoro. Se intendo dimettermi? No. Per me il vero privilegio», ha aggiunto Lollobrigida, «è stato quello di stare tra i cittadini di Caivano, a cominciare dai bambini, che sono il nostro futuro e che oggi sono nelle condizioni di tornare a frequentare il parco, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e dell’esercito che in tempi velocissimi hanno ripulito quella che era una piazza di spaccio. Lo Stato c’è, in tempi celeri e non solo quando i riflettori erano accesi, ma anche nei giorni successivi. La fermata straordinaria è prevista dal regolamento Fs. Le porte si sono aperte quando era consentito e cioè a Ciampino. La mia richiesta era quella di un cittadino che voleva fare il proprio lavoro», ha ribadito Lollobrigida, «e non ci sono state violazioni di legge. Per quanto mi riguarda è valsa la pena essere a Caivano e ritengo sia dovere delle istituzioni garantire la propria presenza laddove serve». Non molla la presa il M5s: «No, ministro Lollobrigida», ha scritto Giuseppe Conte su X, «nessun normale cittadino può chiedere di far fermare il treno quando e dove più gli è comodo e scendere liberamente. Lo sanno bene milioni di pendolari. Allo stesso modo ogni cittadino non può scegliere se pagare o no una tassa come invece avete permesso di fare alle banche che accumulano ingenti extraprofitti, mentre i cittadini soccombono sotto le rate dei mutui alle stelle. Ma lo sappiamo, ormai, che con Giorgia Meloni e il suo governo il treno, come il Paese, all’incontrario va». A proposito del M5s, registriamo una precisazione dei pentastellati relativa a una infografica pubblicata ieri dal nostro giornale: «Nella grafica in questione», ci scrive l’ufficio comunicazione del M5s, «viene impropriamente richiamata, con tanto di immagine della diretta interessata, anche la vicenda relativa al presunto uso della scorta e dell’auto di servizio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte da parte della sua compagna Olivia Paladino. Il richiamo a questa vicenda del 2020 è del tutto strumentale e denigratorio, soprattutto nella misura in cui non si dà conto del fatto che la Procura di Roma archiviò subito l’indagine, avviata a seguito della denuncia di una cittadina, accertando che da parte della signora Paladino non vi era stato alcun utilizzo improprio né della scorta né dell’auto di servizio. È doveroso aggiungere», prosegue la nota, «che quella denuncia, priva di ogni fondamento e finita inevitabilmente in un nulla di fatto, venne presentata proprio da un’esponente del partito di Lollobrigida, Roberta Angelilli di Fratelli d’Italia. Partito in cui, evidentemente, si è pronti ad indignarsi a fasi alterne e solo per i casi (fasulli in questa ipotesi) altrui».
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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