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2020-03-10
Conte prende atto del proprio fallimento. Ora tutta l’Italia finisce in zona rossa
Ansa
Nell'«ora più buia» Giuseppi ha battuto un colpo, prendendo atto di dover allargare la zona rossa e fermare lo sport italiano. Più che un annuncio da statista, un gesto disperato di un premier sopraffatto dagli eventi, che su Repubblica si era paragonato a Winston Churchill, ma che era uscito a pezzi dalla brutta figura del decreto annunciato sabato notte. Una decisione quella a cui si è piegato il governo giallorosso che in realtà dà ragione al leader della Lega, Matteo Salvini, che poco prima aveva dichiarato: «Momenti eccezionali richiedono scelte eccezionali, e visti i 9.000 contagi toccati serve applicare le misure più restrittive per persone e attività, a tutto il territorio nazionale, senza distinzione».
Lontano da Palazzo Chigi, intanto, l'Italia combatte una guerra che vede schierati in prima linea i dottori, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Lo sforzo è enorme, l'epidemia continua a espandersi e, probabilmente, il peggio non è ancora arrivato. L'ospedale Spallanzani di Roma si sta infatti organizzando per sostenere un eventuale picco epidemico, come ha dichiarato il direttore sanitario, Francesco Vaia: «I posti in terapia intensiva aumenteranno di 5 unità e tra 15 giorni aumenteranno di 10, fino ad arrivare a 34 posti letto». Il picco infatti, secondo una prima previsione teorica, potrebbe arrivare a metà aprile in Lombardia, con ondate successive nelle altre Regioni. A indicarlo è il modello sviluppato per la pandemia influenzale del 2009 e applicato al Covid-19 da Stefania Salmaso, l'epidemiologa che allora era a capo del Centro nazionale di epidemiologia dell'Iss. Ed è proprio quello della Lombardia lo scenario che spaventa di più. Ieri, l'assessore al Welfare della Regione, Giulio Gallera, nel consueto appuntamento, ha provato a tranquillizzare: «Il sistema sta reggendo. Siamo riusciti in tutto a recuperare 223 posti di terapia intensiva e altri 150 contiamo di aprirne in sette giorni. La nostra sfida è avere più posti di quanto necessario». L'assesore ha anche reso nota l'ipotesi di utilizzare gli spazi della Fiera di Milano e l'utilizzo di container per creare nuovi posti letto. I numeri dei ricoveri in Lombardia infatti salgono: secondo i dati di ieri sono infatti 2.802, di cui 440 in terapia intensiva (41 in più rispetto alle 24 ore precedenti), mentre le dimissioni sono a quota 646.
Recuperare posti letto è una corsa contro il tempo. Le sale operatorie vengono convertite in sale di terapia intensiva. E nella notte tra domenica e lunedì le ambulanze delle Misericordie della Toscana hanno trasferito i pazienti dalle terapie intensive degli ospedali della Lombardia a quelli delle Regioni confinanti per liberare più posti possibile.
In sintesi, tutti gli sforzi devono essere concentrati alla cura dei malati di Covid-19 per evitare che si arrivi al collasso, come ha spiegato Gallera: «Abbiamo bisogno di avere un sistema in grado di curare tutti, quelli che si ammalano di coronavirus e anche quelli che hanno un infarto, un ictus o un incidente. Abbiamo bisogno che il sistema rimanga solido. Se cresce come in queste due settimane, non saremo in grado per tempo di dare una risposta di qualità». Un avvertimento chiaro che, sebbene in termini meno drastici, rende comprensibili gli audio che stanno circolando in Rete di alcuni dottori, come quello di una cardiologa di terapia intensiva di Milano pubblicato da Dagospia. Nelle sue parole, si intravedono scenari simili a quelli di guerra: «Il problema vero è che tanta gente ha bisogno dell'assistenza ventilatoria e non ci sono ventilatori per tutti. Fondamentalmente ci hanno detto che dovremo cominciare a scegliere chi intubare, quindi privilegiamo i giovani e quelli senza altre patologie. Al Niguarda non intubano più oltre i 60 anni, che è veramente giovane come età». A confermare quanto detto dalla cardiologa, ci sarebbero le dichiarazioni di un anestesista del Niguarda: «Tutte le rianimazioni sono quasi piene, si sta pensando a un numero di triage dei rianimatori per distribuire i pazienti nei letti di rianimazione e decidere chi intubare e chi lasciar morire. Si aspettano anche 50 polmoniti al giorno. È drammatica la cosa e non la si dice in giro, bisogna assolutamente che la gente lo capisca». Dichiarazioni pesanti, a cui ha fatto riferimento l'assessore Gallera definendole «parole scorate di anestesisti che sono sul fronte, comprensibili perché c'è un afflusso oltre le aspettative», nel tentativo di rassicurare ed evitare il panico tra la popolazione. Tuttavia, nella mattinata di ieri, Gallera aveva riferito che, effettivamente, «in alcuni presidi, in alcuni momenti, bisogna fare una scelta se intubare o mettere una mascherina a chi invece dovrebbe essere intubato». Fino a ieri sera, l'ospedale Niguarda non aveva rilasciato una chiara smentita, invitando semplicemente a «non far trapelare informazioni errate attraverso Whatsapp o altre fonti non ufficiali».
Non è una malattia solo per vecchi. Galli: «Molti ragazzi in rianimazione»
È uscito ieri dalla terapia intensiva Mattia, 38 anni, sportivo e pieno di vita, primo caso di contagiato da coronavirus a Codogno, nel Lodigiano. Ma insieme alla bella notizia abbiamo scoperto che il Covid-19 non è solo un virus per «vecchi». Ieri a fare chiarezza ci ha pensato Massimo Galli, che dirige il reparto di malattie infettive dell'Ospedale Sacco di Milano, in un'intervista a Sky Tg24. «Ci sono dei giovani con problemi decisamente seri. Abbiamo dei trentenni in queste condizioni, in verità anche sotto i 30 anni. Pochi casi, non c'è proporzione ovviamente. Ma abbiamo casi anche in rianimazione».
Non basta quindi il dato anagrafico a salvare dal contagio del coronavirus tanto che lo stesso Galli aveva già lanciato un allarme ai giovanissimi: «Gli adolescenti si considerano immortali, ci siamo passati tutti. Ma così rischiano di avere la responsabilità di portare a nonni e genitori un cliente assai più dannoso che per loro. A costo di essere detestato dico che i locali e i punti di aggregazione vanno chiusi pure nelle regioni non ancora intensamente coinvolte dal problema». Qualcosa in più di un consiglio, che alla luce dei ricoveri di ventenni e trentenni fa capire la necessità della quarantena.
Anche Daniele Macchini, medico dell'Humanitas Gavazzeni di Bergamo, da settimane impegnato nell'assistenza dei pazienti affetti da Covid-19, aveva pubblicato su Facebook la «presa di coscienza» della gravità dell'epidemia accusando quelli che «sui social ancora si vantano di non aver paura ignorando le indicazioni, protestando perché le loro normali abitudini vengono messe temporaneamente in crisi. Ecco vi assicuro che quando vedete gente giovane che finisce in terapia intensiva intubata, pronata o peggio Ecmo (una macchina per i casi peggiori che estrae il sangue, lo riossigena e lo restituisce al corpo in attesa che l'organismo guarisca i propri polmoni), allora tutta la tranquillità per la giovane età vi passa».
Ieri anche l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, ha sottolineato che il 65% delle persone in terapia intensiva ha più di 65 anni, quindi il 35% ne ha meno. È vero che muoiono di più gli anziani ma nel momento in cui non c'è più posto in terapia intensiva anche il cinquantenne rischia».
Inoltre il virologo Galli, parlando dell'andamento dell'epidemia, ha ribadito: «Più informazioni di me le ha chi ha la visione dei dati a livello centrale. Seguendo i dati dall'esterno, mi viene da dire che purtroppo siamo solo all'inizio. E questo perché, dal punto di vista numerico, giovedì-venerdì scorso la nostra situazione era analoga a quella di Wuhan il 25-26 di gennaio. La condizione è diversa per un motivo: a Wuhan la concentrazione di 11 milioni di persone è in un'area molto più ristretta rispetto alla Lombardia, che ne ha 10 milioni molto più dispersi, ma con le sue aree metropolitane fitte». Secondo l'infettivologo però «questo ci dice che la possibilità di diffusione dell'infezione è reale, se non ti dai da fare per fermarla». E quindi diffusione non soltanto nella popolazione anziana soltanto. «Da noi come a Wuhan», ha aggiunto Galli, «l'infezione ha circolato sottotraccia per un periodo piuttosto lungo, tre o quattro settimane nell'area del Lodigiano. Abbiamo una serie di decessi che ti fanno pensare che il problema ci stia proprio premendo addosso in modo evidente».
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Il premier si prepara a estendere le restrizioni del Nord al resto del Paese. Allarme ospedali: in Lombardia pazienti nei container.L'infettivologo del Sacco di Milano, Massimo Galli: «Anche i trentenni stanno avendo problemi seri».Lo speciale contiene due articoli.Nell'«ora più buia» Giuseppi ha battuto un colpo, prendendo atto di dover allargare la zona rossa e fermare lo sport italiano. Più che un annuncio da statista, un gesto disperato di un premier sopraffatto dagli eventi, che su Repubblica si era paragonato a Winston Churchill, ma che era uscito a pezzi dalla brutta figura del decreto annunciato sabato notte. Una decisione quella a cui si è piegato il governo giallorosso che in realtà dà ragione al leader della Lega, Matteo Salvini, che poco prima aveva dichiarato: «Momenti eccezionali richiedono scelte eccezionali, e visti i 9.000 contagi toccati serve applicare le misure più restrittive per persone e attività, a tutto il territorio nazionale, senza distinzione». Lontano da Palazzo Chigi, intanto, l'Italia combatte una guerra che vede schierati in prima linea i dottori, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Lo sforzo è enorme, l'epidemia continua a espandersi e, probabilmente, il peggio non è ancora arrivato. L'ospedale Spallanzani di Roma si sta infatti organizzando per sostenere un eventuale picco epidemico, come ha dichiarato il direttore sanitario, Francesco Vaia: «I posti in terapia intensiva aumenteranno di 5 unità e tra 15 giorni aumenteranno di 10, fino ad arrivare a 34 posti letto». Il picco infatti, secondo una prima previsione teorica, potrebbe arrivare a metà aprile in Lombardia, con ondate successive nelle altre Regioni. A indicarlo è il modello sviluppato per la pandemia influenzale del 2009 e applicato al Covid-19 da Stefania Salmaso, l'epidemiologa che allora era a capo del Centro nazionale di epidemiologia dell'Iss. Ed è proprio quello della Lombardia lo scenario che spaventa di più. Ieri, l'assessore al Welfare della Regione, Giulio Gallera, nel consueto appuntamento, ha provato a tranquillizzare: «Il sistema sta reggendo. Siamo riusciti in tutto a recuperare 223 posti di terapia intensiva e altri 150 contiamo di aprirne in sette giorni. La nostra sfida è avere più posti di quanto necessario». L'assesore ha anche reso nota l'ipotesi di utilizzare gli spazi della Fiera di Milano e l'utilizzo di container per creare nuovi posti letto. I numeri dei ricoveri in Lombardia infatti salgono: secondo i dati di ieri sono infatti 2.802, di cui 440 in terapia intensiva (41 in più rispetto alle 24 ore precedenti), mentre le dimissioni sono a quota 646. Recuperare posti letto è una corsa contro il tempo. Le sale operatorie vengono convertite in sale di terapia intensiva. E nella notte tra domenica e lunedì le ambulanze delle Misericordie della Toscana hanno trasferito i pazienti dalle terapie intensive degli ospedali della Lombardia a quelli delle Regioni confinanti per liberare più posti possibile. In sintesi, tutti gli sforzi devono essere concentrati alla cura dei malati di Covid-19 per evitare che si arrivi al collasso, come ha spiegato Gallera: «Abbiamo bisogno di avere un sistema in grado di curare tutti, quelli che si ammalano di coronavirus e anche quelli che hanno un infarto, un ictus o un incidente. Abbiamo bisogno che il sistema rimanga solido. Se cresce come in queste due settimane, non saremo in grado per tempo di dare una risposta di qualità». Un avvertimento chiaro che, sebbene in termini meno drastici, rende comprensibili gli audio che stanno circolando in Rete di alcuni dottori, come quello di una cardiologa di terapia intensiva di Milano pubblicato da Dagospia. Nelle sue parole, si intravedono scenari simili a quelli di guerra: «Il problema vero è che tanta gente ha bisogno dell'assistenza ventilatoria e non ci sono ventilatori per tutti. Fondamentalmente ci hanno detto che dovremo cominciare a scegliere chi intubare, quindi privilegiamo i giovani e quelli senza altre patologie. Al Niguarda non intubano più oltre i 60 anni, che è veramente giovane come età». A confermare quanto detto dalla cardiologa, ci sarebbero le dichiarazioni di un anestesista del Niguarda: «Tutte le rianimazioni sono quasi piene, si sta pensando a un numero di triage dei rianimatori per distribuire i pazienti nei letti di rianimazione e decidere chi intubare e chi lasciar morire. Si aspettano anche 50 polmoniti al giorno. È drammatica la cosa e non la si dice in giro, bisogna assolutamente che la gente lo capisca». Dichiarazioni pesanti, a cui ha fatto riferimento l'assessore Gallera definendole «parole scorate di anestesisti che sono sul fronte, comprensibili perché c'è un afflusso oltre le aspettative», nel tentativo di rassicurare ed evitare il panico tra la popolazione. Tuttavia, nella mattinata di ieri, Gallera aveva riferito che, effettivamente, «in alcuni presidi, in alcuni momenti, bisogna fare una scelta se intubare o mettere una mascherina a chi invece dovrebbe essere intubato». Fino a ieri sera, l'ospedale Niguarda non aveva rilasciato una chiara smentita, invitando semplicemente a «non far trapelare informazioni errate attraverso Whatsapp o altre fonti non ufficiali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-prende-atto-del-proprio-fallimento-ora-tutta-litalia-finisce-in-zona-rossa-2645444137.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-una-malattia-solo-per-vecchi-galli-molti-ragazzi-in-rianimazione" data-post-id="2645444137" data-published-at="1768976853" data-use-pagination="False"> Non è una malattia solo per vecchi. Galli: «Molti ragazzi in rianimazione» È uscito ieri dalla terapia intensiva Mattia, 38 anni, sportivo e pieno di vita, primo caso di contagiato da coronavirus a Codogno, nel Lodigiano. Ma insieme alla bella notizia abbiamo scoperto che il Covid-19 non è solo un virus per «vecchi». Ieri a fare chiarezza ci ha pensato Massimo Galli, che dirige il reparto di malattie infettive dell'Ospedale Sacco di Milano, in un'intervista a Sky Tg24. «Ci sono dei giovani con problemi decisamente seri. Abbiamo dei trentenni in queste condizioni, in verità anche sotto i 30 anni. Pochi casi, non c'è proporzione ovviamente. Ma abbiamo casi anche in rianimazione». Non basta quindi il dato anagrafico a salvare dal contagio del coronavirus tanto che lo stesso Galli aveva già lanciato un allarme ai giovanissimi: «Gli adolescenti si considerano immortali, ci siamo passati tutti. Ma così rischiano di avere la responsabilità di portare a nonni e genitori un cliente assai più dannoso che per loro. A costo di essere detestato dico che i locali e i punti di aggregazione vanno chiusi pure nelle regioni non ancora intensamente coinvolte dal problema». Qualcosa in più di un consiglio, che alla luce dei ricoveri di ventenni e trentenni fa capire la necessità della quarantena. Anche Daniele Macchini, medico dell'Humanitas Gavazzeni di Bergamo, da settimane impegnato nell'assistenza dei pazienti affetti da Covid-19, aveva pubblicato su Facebook la «presa di coscienza» della gravità dell'epidemia accusando quelli che «sui social ancora si vantano di non aver paura ignorando le indicazioni, protestando perché le loro normali abitudini vengono messe temporaneamente in crisi. Ecco vi assicuro che quando vedete gente giovane che finisce in terapia intensiva intubata, pronata o peggio Ecmo (una macchina per i casi peggiori che estrae il sangue, lo riossigena e lo restituisce al corpo in attesa che l'organismo guarisca i propri polmoni), allora tutta la tranquillità per la giovane età vi passa». Ieri anche l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, ha sottolineato che il 65% delle persone in terapia intensiva ha più di 65 anni, quindi il 35% ne ha meno. È vero che muoiono di più gli anziani ma nel momento in cui non c'è più posto in terapia intensiva anche il cinquantenne rischia». Inoltre il virologo Galli, parlando dell'andamento dell'epidemia, ha ribadito: «Più informazioni di me le ha chi ha la visione dei dati a livello centrale. Seguendo i dati dall'esterno, mi viene da dire che purtroppo siamo solo all'inizio. E questo perché, dal punto di vista numerico, giovedì-venerdì scorso la nostra situazione era analoga a quella di Wuhan il 25-26 di gennaio. La condizione è diversa per un motivo: a Wuhan la concentrazione di 11 milioni di persone è in un'area molto più ristretta rispetto alla Lombardia, che ne ha 10 milioni molto più dispersi, ma con le sue aree metropolitane fitte». Secondo l'infettivologo però «questo ci dice che la possibilità di diffusione dell'infezione è reale, se non ti dai da fare per fermarla». E quindi diffusione non soltanto nella popolazione anziana soltanto. «Da noi come a Wuhan», ha aggiunto Galli, «l'infezione ha circolato sottotraccia per un periodo piuttosto lungo, tre o quattro settimane nell'area del Lodigiano. Abbiamo una serie di decessi che ti fanno pensare che il problema ci stia proprio premendo addosso in modo evidente».
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.