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2021-06-26
VaffaConte: Giuseppi è pronto alla ritirata
Ansa
Il Garante, il Professionista, il Mediatore, il Guerriero silente e il Grillo parlante che però in questo caso non è il Grillo Beppe ma Casaleggio Davide. La tragicommedia della rifondazione del Movimento 5 stelle si arricchisce ogni giorno di un personaggio in più, mentre il ventre molle del fu partito del futuro, quello della cittadinanza digitale, scruta giustamente nervoso i telefonini per capire che sta succedendo davvero. Dopo gli schiaffoni che ieri gli ha regalato il garante Grillo, Giuseppe Conte ha passato un'altra giornata in compagnia dei pensieri più neri. Ingaggiato tre mesi fa come professionista e tecnocrate, in grado di tradurre in atti giuridicamente potabili le grida dell'ex comico, ora medita il gran rifiuto. Ma anche la grande genuflessione in attesa di tempi migliori e delle proverbiali «vacanze del capo», visto che Grillo ama sparire per lunghi periodi.
«Se se ne va, credendo ai sondaggi dei giornali che ci odiano, si ritrova con gli stessi voti di un Calenda», dice uno dei fedelissimi di Luigi Di Maio, l'uomo che in queste ore segue da vicino la querelle. Mentre Alessandro Di Battista, dipinto sempre come troppo irruento e fiero nemico del governissimo con Draghi, non spiccica una parola sulla guerra ai piani alti e si occupa ostentatamente, di una sola faccenda: aiutare Virginia Raggi a tenere il Campidoglio.
Parla, non parla, quando parla? Per tutto il giorno, tra Roma e il mare di Genova Nervi, dove Grillo è prontamente tornato per il sacro fine settimana dell'Elevato, rimbalzano le speculazioni su un controproclama contiano. Prima sembrava che dovesse parlare in serata, poi forse aspetterà lunedì. Filtra un minaccioso commento: «La situazione è irrecuperabile». Il problema è che più il tempo passa e più l'ex premier rischia di fare la fine di illustri predecessori come Matteo Renzi, ovvero di pagare con un brusco calo nelle urne l'assenza di una poltrona ben visibile. È abbastanza unanime, tra i sondaggisti, l'idea che il sedicente avvocato del popolo fosse intorno al 10% di consensi personali, poco prima di dover cedere il passo a Mario Draghi per la sua manifesta incapacità di gestire la campagna di vaccinazione e per la scelta di collaboratori improbabili alla Domenico Arcuri. Ma ora, quanto varrebbe davvero una lista guidata da Conte? E soprattutto, avrebbe un proprio spazio autonomo, o sarebbe in posizione ancillare rispetto al Pd? Sono tutti interrogativi che si pone lo stesso Giuseppi. E poi, al di là della ruvida predicazione di giovedì del Garante, forse qualche errore l'ha fatto anche Conte, che con gli amici del Movimento nega però con forza qualunque tentazione «golpista» e per tutta la giornata, a chi gli ha scritto, non ha fatto che ribadire che lui in queste settimane di guerra con la Casaleggio si è sempre mosso «al servizio del Movimento» e nei limiti dell'investitura ricevuta. E a proposito di uno che la porta l'ha varcata sul serio, ovvero Davide Casaleggio, ieri non si è trattenuto e ha un po' infierito sulle macerie che si è lasciato alle spalle.
«Credo ci siano due visioni diverse del Movimento che stanno emergendo, poi della trattativa tra Grillo e Conte non conosco i dettagli», ha detto il figlio del fondatore Gian Roberto a Radio Capital. E poi ha attaccato indirettamente Conte, con il quale ha duellato (e perso) per la storiaccia della consegna degli elenchi degl'iscritti: «Le idee (della bozza Conte, ndr) non mi sono ancora chiare, perché lo statuto lo tengono segreto? Mi sembra un'organizzazione più basata su modelli partitici del Novecento che su un movimento». In realtà, anche nei gruppi parlamentari più fedeli a Grillo c'è una certa curiosità per queste benedette «32 pagine che Conte ha chiamato bozza» (Grillo dixit), perché in molti non capiscono per quale motivo si dovrebbero riscrivere i severi princìpi dello statuto e del codice etico. Il sospetto di Grillo è che il più «romano» Conte, con la scusa della sua superiore preparazione giuridica, in realtà voglia snaturare il Movimento e assimilarlo a un partito più sensibile agli affari.
E mentre nel Movimento riecheggia la parola «diarchia», ecco i pontieri al lavoro per evitare lo strappo. A guidare la mediazione (ma con un occhio alla possibile sua successione nel ruolo di Conte) è Luigi Di Maio, per il quale la diarchia non può che reggersi su un vero chiarimento tra Garante e professionista. Chiarimento che potrebbe avvenire anche nel weekend. Diversamente, i due insieme durerebbero poche settimane.
Contemporaneamente, di giorno in giorno, nel Movimento, crescono il malumore per il governo e le polemiche per le sue scelte in economia ritenute «troppo di destra». E con il semestre bianco di Sergio Mattarella in avvicinamento, lo scenario di uno smottamento per colpa di M5s sarebbe devastante. Di qui, il tentativo dell'ala governista del M5s di rasserenare gli animi e governare la diaspora, con Stefano Patuanelli e Paola Taverna che ieri hanno incontrato l'ex premier per chiedergli tempo e pazienza, prima di rispondere pubblicamente (e a ciuffo sguainato) al fondatore. Mentre Carla Ruocco, presidente della commissione d'inchiesta sulle malefatte bancarie, pubblica su Facebook una foto scattata ieri con Grillo e ci scrive sotto: «È stato entusiasmante poter parlare ancora una volta con l'elevato, con la sua forza e la competenza di Giuseppe Conte faremo un ottimo lavoro». Tace invece Alessandro Di Battista, eterno Cincinnato in attesa di chiamata a furor di popolo. Dibba evita le polemiche interne e continua a fare campagna pancia a terra per Virginia Raggi, definita «capace, per bene e soprattutto tosta». Ormai, nel Movimento, i più giovani sembrano i più saggi.
Di Maio volteggia sopra Giuseppi. Se salta tutto, in pole resta lui
«A fine luglio farò visita al nuovo governo israeliano e poi andrò nei Territori palestinesi con la ministra spagnola Arancha Gozalez Laya». Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e c'è da sperare, per quella terra martoriata, che almeno a israeliani e palestinesi Giggino risparmi le sue gaffe che già ci hanno portato sull'orlo della rottura con Emirati Arabi ed Arabia Saudita, come raccontato ieri dalla Verità.
Il luogo in cui le doti diplomatiche di Di Maio potranno invece rivelarsi più utili è sicuramente in casa sua. Ovvero nel Movimento 5 stelle. Lì, nel suo elemento naturale, l'ex vicepremier svetta realmente come un Richelieu in salsa campana. E, nel caos del complicatissimo rinnovamento grillino che è già ben avviato verso il naufragio prima ancora di salpare, potrebbero aprirsi spazi interessanti per le sue mire. La sua linea, fatta strumentalmente filtrare alle agenzie, è puro distillato democristiano: «Mai come adesso serve compattezza all'interno del Movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire». Non un messaggio esplosivo, certo, ma forse è quello che i pentastellati scombussolati dai razzi terra-aria lanciati da Grillo verso Conte desideravano sentirsi dire. E se fosse lui, alla fine, il leader da affiancare a un garante così difficile da gestire? Di Maio di sicuro sta accarezzando l'idea e ha già incominciato a volteggiare sopra la testa di Giuseppi. Di frecce nella sua faretra, il ministro degli Esteri ne ha a bizzeffe.
Intanto lo status acquisito nel corso degli anni: Di Maio è stato ministro del Lavoro nel Conte I e ha conquistato la Farnesina nel Conte II, confermato anche da Mario Draghi. Per le sue mani sono passati dossier importanti, da ministro degli Esteri ha acquisito un canale con il Quirinale, ha trattato con gli altri partiti. Insomma, ormai è quasi un marpione della politica. È anche uno dei pochi grillini ad aver mantenuto buoni rapporti con la destra dopo la fine del Conte I.
All'interno del partito, poi, si muove come un pesce nell'acqua. «Conte deve studiare e imparare cos'è il Movimento», ha detto Grillo ai parlamentari. Ecco, questo è sicuramente un apprendistato che Di Maio non avrà bisogno di fare. Gli eletti vedono tuttora in lui un punto di riferimento. Del resto è stato capo politico del partito e la gestione di Vito Crimi, che gli è succeduto, non ne ha certamente cancellato la memoria, anzi, forse ha acuito la nostalgia. Resta da capire quali siano i suoi rapporti con Grillo.
L'ex comico, due giorni fa, ha avuto parole al miele per lui davanti a tutti i parlamentari: «Sei uno dei ministri degli Esteri migliori della storia». Frase ambigua, a ben vedere, come fanno notare lontano dai microfoni alcuni dei parlamentari presenti. Un grande attestato di stima, da un lato. Ma anche uno stop implicito. Perché se uno è tra i «ministri degli Esteri migliori della storia», dovrebbe occuparsi di quello anziché delle beghe interne del movimento, no? Quanto meno, è così che il messaggio è stato recepito dalle truppe .
È però vero che se tutta l'impalcatura pentastellata rischiasse seriamente di venir giù, anche Grillo potrebbe ritenere utile fare ricorso all'usato sicuro targato Pomigliano d'Arco. Di Maio avrebbe comunque l'autorevolezza, il carattere e anche la furbizia per tener testa al fondatore, cosa che il barocco Conte non è sembrato in grado di fare. Per il momento, Giggino tesse la sua tela. Di sicuro la sua diplomazia avrà più successo nel movimento che in Terra santa.
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L'ex premier medita di sbattere la porta e mollare il Movimento 5 stelle: gli attacchi subiti dal fondatore hanno lasciato il segno Nel fine settimana si lavorerà comunque per tentare di ricucire. Intanto fra i grillini cresce il malumore per le politiche di Mario DraghiIl ministro invita a «lavorare per l'unità». Ma punta già a prendere il centro della scenaLo speciale contiene due articoliIl Garante, il Professionista, il Mediatore, il Guerriero silente e il Grillo parlante che però in questo caso non è il Grillo Beppe ma Casaleggio Davide. La tragicommedia della rifondazione del Movimento 5 stelle si arricchisce ogni giorno di un personaggio in più, mentre il ventre molle del fu partito del futuro, quello della cittadinanza digitale, scruta giustamente nervoso i telefonini per capire che sta succedendo davvero. Dopo gli schiaffoni che ieri gli ha regalato il garante Grillo, Giuseppe Conte ha passato un'altra giornata in compagnia dei pensieri più neri. Ingaggiato tre mesi fa come professionista e tecnocrate, in grado di tradurre in atti giuridicamente potabili le grida dell'ex comico, ora medita il gran rifiuto. Ma anche la grande genuflessione in attesa di tempi migliori e delle proverbiali «vacanze del capo», visto che Grillo ama sparire per lunghi periodi. «Se se ne va, credendo ai sondaggi dei giornali che ci odiano, si ritrova con gli stessi voti di un Calenda», dice uno dei fedelissimi di Luigi Di Maio, l'uomo che in queste ore segue da vicino la querelle. Mentre Alessandro Di Battista, dipinto sempre come troppo irruento e fiero nemico del governissimo con Draghi, non spiccica una parola sulla guerra ai piani alti e si occupa ostentatamente, di una sola faccenda: aiutare Virginia Raggi a tenere il Campidoglio. Parla, non parla, quando parla? Per tutto il giorno, tra Roma e il mare di Genova Nervi, dove Grillo è prontamente tornato per il sacro fine settimana dell'Elevato, rimbalzano le speculazioni su un controproclama contiano. Prima sembrava che dovesse parlare in serata, poi forse aspetterà lunedì. Filtra un minaccioso commento: «La situazione è irrecuperabile». Il problema è che più il tempo passa e più l'ex premier rischia di fare la fine di illustri predecessori come Matteo Renzi, ovvero di pagare con un brusco calo nelle urne l'assenza di una poltrona ben visibile. È abbastanza unanime, tra i sondaggisti, l'idea che il sedicente avvocato del popolo fosse intorno al 10% di consensi personali, poco prima di dover cedere il passo a Mario Draghi per la sua manifesta incapacità di gestire la campagna di vaccinazione e per la scelta di collaboratori improbabili alla Domenico Arcuri. Ma ora, quanto varrebbe davvero una lista guidata da Conte? E soprattutto, avrebbe un proprio spazio autonomo, o sarebbe in posizione ancillare rispetto al Pd? Sono tutti interrogativi che si pone lo stesso Giuseppi. E poi, al di là della ruvida predicazione di giovedì del Garante, forse qualche errore l'ha fatto anche Conte, che con gli amici del Movimento nega però con forza qualunque tentazione «golpista» e per tutta la giornata, a chi gli ha scritto, non ha fatto che ribadire che lui in queste settimane di guerra con la Casaleggio si è sempre mosso «al servizio del Movimento» e nei limiti dell'investitura ricevuta. E a proposito di uno che la porta l'ha varcata sul serio, ovvero Davide Casaleggio, ieri non si è trattenuto e ha un po' infierito sulle macerie che si è lasciato alle spalle. «Credo ci siano due visioni diverse del Movimento che stanno emergendo, poi della trattativa tra Grillo e Conte non conosco i dettagli», ha detto il figlio del fondatore Gian Roberto a Radio Capital. E poi ha attaccato indirettamente Conte, con il quale ha duellato (e perso) per la storiaccia della consegna degli elenchi degl'iscritti: «Le idee (della bozza Conte, ndr) non mi sono ancora chiare, perché lo statuto lo tengono segreto? Mi sembra un'organizzazione più basata su modelli partitici del Novecento che su un movimento». In realtà, anche nei gruppi parlamentari più fedeli a Grillo c'è una certa curiosità per queste benedette «32 pagine che Conte ha chiamato bozza» (Grillo dixit), perché in molti non capiscono per quale motivo si dovrebbero riscrivere i severi princìpi dello statuto e del codice etico. Il sospetto di Grillo è che il più «romano» Conte, con la scusa della sua superiore preparazione giuridica, in realtà voglia snaturare il Movimento e assimilarlo a un partito più sensibile agli affari. E mentre nel Movimento riecheggia la parola «diarchia», ecco i pontieri al lavoro per evitare lo strappo. A guidare la mediazione (ma con un occhio alla possibile sua successione nel ruolo di Conte) è Luigi Di Maio, per il quale la diarchia non può che reggersi su un vero chiarimento tra Garante e professionista. Chiarimento che potrebbe avvenire anche nel weekend. Diversamente, i due insieme durerebbero poche settimane. Contemporaneamente, di giorno in giorno, nel Movimento, crescono il malumore per il governo e le polemiche per le sue scelte in economia ritenute «troppo di destra». E con il semestre bianco di Sergio Mattarella in avvicinamento, lo scenario di uno smottamento per colpa di M5s sarebbe devastante. Di qui, il tentativo dell'ala governista del M5s di rasserenare gli animi e governare la diaspora, con Stefano Patuanelli e Paola Taverna che ieri hanno incontrato l'ex premier per chiedergli tempo e pazienza, prima di rispondere pubblicamente (e a ciuffo sguainato) al fondatore. Mentre Carla Ruocco, presidente della commissione d'inchiesta sulle malefatte bancarie, pubblica su Facebook una foto scattata ieri con Grillo e ci scrive sotto: «È stato entusiasmante poter parlare ancora una volta con l'elevato, con la sua forza e la competenza di Giuseppe Conte faremo un ottimo lavoro». Tace invece Alessandro Di Battista, eterno Cincinnato in attesa di chiamata a furor di popolo. Dibba evita le polemiche interne e continua a fare campagna pancia a terra per Virginia Raggi, definita «capace, per bene e soprattutto tosta». Ormai, nel Movimento, i più giovani sembrano i più saggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pensa-alladdio-dopo-il-vaffa-di-grillo-2653555569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-volteggia-sopra-giuseppi-se-salta-tutto-in-pole-resta-lui" data-post-id="2653555569" data-published-at="1624658756" data-use-pagination="False"> Di Maio volteggia sopra Giuseppi. Se salta tutto, in pole resta lui «A fine luglio farò visita al nuovo governo israeliano e poi andrò nei Territori palestinesi con la ministra spagnola Arancha Gozalez Laya». Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e c'è da sperare, per quella terra martoriata, che almeno a israeliani e palestinesi Giggino risparmi le sue gaffe che già ci hanno portato sull'orlo della rottura con Emirati Arabi ed Arabia Saudita, come raccontato ieri dalla Verità. Il luogo in cui le doti diplomatiche di Di Maio potranno invece rivelarsi più utili è sicuramente in casa sua. Ovvero nel Movimento 5 stelle. Lì, nel suo elemento naturale, l'ex vicepremier svetta realmente come un Richelieu in salsa campana. E, nel caos del complicatissimo rinnovamento grillino che è già ben avviato verso il naufragio prima ancora di salpare, potrebbero aprirsi spazi interessanti per le sue mire. La sua linea, fatta strumentalmente filtrare alle agenzie, è puro distillato democristiano: «Mai come adesso serve compattezza all'interno del Movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire». Non un messaggio esplosivo, certo, ma forse è quello che i pentastellati scombussolati dai razzi terra-aria lanciati da Grillo verso Conte desideravano sentirsi dire. E se fosse lui, alla fine, il leader da affiancare a un garante così difficile da gestire? Di Maio di sicuro sta accarezzando l'idea e ha già incominciato a volteggiare sopra la testa di Giuseppi. Di frecce nella sua faretra, il ministro degli Esteri ne ha a bizzeffe. Intanto lo status acquisito nel corso degli anni: Di Maio è stato ministro del Lavoro nel Conte I e ha conquistato la Farnesina nel Conte II, confermato anche da Mario Draghi. Per le sue mani sono passati dossier importanti, da ministro degli Esteri ha acquisito un canale con il Quirinale, ha trattato con gli altri partiti. Insomma, ormai è quasi un marpione della politica. È anche uno dei pochi grillini ad aver mantenuto buoni rapporti con la destra dopo la fine del Conte I. All'interno del partito, poi, si muove come un pesce nell'acqua. «Conte deve studiare e imparare cos'è il Movimento», ha detto Grillo ai parlamentari. Ecco, questo è sicuramente un apprendistato che Di Maio non avrà bisogno di fare. Gli eletti vedono tuttora in lui un punto di riferimento. Del resto è stato capo politico del partito e la gestione di Vito Crimi, che gli è succeduto, non ne ha certamente cancellato la memoria, anzi, forse ha acuito la nostalgia. Resta da capire quali siano i suoi rapporti con Grillo. L'ex comico, due giorni fa, ha avuto parole al miele per lui davanti a tutti i parlamentari: «Sei uno dei ministri degli Esteri migliori della storia». Frase ambigua, a ben vedere, come fanno notare lontano dai microfoni alcuni dei parlamentari presenti. Un grande attestato di stima, da un lato. Ma anche uno stop implicito. Perché se uno è tra i «ministri degli Esteri migliori della storia», dovrebbe occuparsi di quello anziché delle beghe interne del movimento, no? Quanto meno, è così che il messaggio è stato recepito dalle truppe . È però vero che se tutta l'impalcatura pentastellata rischiasse seriamente di venir giù, anche Grillo potrebbe ritenere utile fare ricorso all'usato sicuro targato Pomigliano d'Arco. Di Maio avrebbe comunque l'autorevolezza, il carattere e anche la furbizia per tener testa al fondatore, cosa che il barocco Conte non è sembrato in grado di fare. Per il momento, Giggino tesse la sua tela. Di sicuro la sua diplomazia avrà più successo nel movimento che in Terra santa.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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