True
2021-06-26
VaffaConte: Giuseppi è pronto alla ritirata
Ansa
Il Garante, il Professionista, il Mediatore, il Guerriero silente e il Grillo parlante che però in questo caso non è il Grillo Beppe ma Casaleggio Davide. La tragicommedia della rifondazione del Movimento 5 stelle si arricchisce ogni giorno di un personaggio in più, mentre il ventre molle del fu partito del futuro, quello della cittadinanza digitale, scruta giustamente nervoso i telefonini per capire che sta succedendo davvero. Dopo gli schiaffoni che ieri gli ha regalato il garante Grillo, Giuseppe Conte ha passato un'altra giornata in compagnia dei pensieri più neri. Ingaggiato tre mesi fa come professionista e tecnocrate, in grado di tradurre in atti giuridicamente potabili le grida dell'ex comico, ora medita il gran rifiuto. Ma anche la grande genuflessione in attesa di tempi migliori e delle proverbiali «vacanze del capo», visto che Grillo ama sparire per lunghi periodi.
«Se se ne va, credendo ai sondaggi dei giornali che ci odiano, si ritrova con gli stessi voti di un Calenda», dice uno dei fedelissimi di Luigi Di Maio, l'uomo che in queste ore segue da vicino la querelle. Mentre Alessandro Di Battista, dipinto sempre come troppo irruento e fiero nemico del governissimo con Draghi, non spiccica una parola sulla guerra ai piani alti e si occupa ostentatamente, di una sola faccenda: aiutare Virginia Raggi a tenere il Campidoglio.
Parla, non parla, quando parla? Per tutto il giorno, tra Roma e il mare di Genova Nervi, dove Grillo è prontamente tornato per il sacro fine settimana dell'Elevato, rimbalzano le speculazioni su un controproclama contiano. Prima sembrava che dovesse parlare in serata, poi forse aspetterà lunedì. Filtra un minaccioso commento: «La situazione è irrecuperabile». Il problema è che più il tempo passa e più l'ex premier rischia di fare la fine di illustri predecessori come Matteo Renzi, ovvero di pagare con un brusco calo nelle urne l'assenza di una poltrona ben visibile. È abbastanza unanime, tra i sondaggisti, l'idea che il sedicente avvocato del popolo fosse intorno al 10% di consensi personali, poco prima di dover cedere il passo a Mario Draghi per la sua manifesta incapacità di gestire la campagna di vaccinazione e per la scelta di collaboratori improbabili alla Domenico Arcuri. Ma ora, quanto varrebbe davvero una lista guidata da Conte? E soprattutto, avrebbe un proprio spazio autonomo, o sarebbe in posizione ancillare rispetto al Pd? Sono tutti interrogativi che si pone lo stesso Giuseppi. E poi, al di là della ruvida predicazione di giovedì del Garante, forse qualche errore l'ha fatto anche Conte, che con gli amici del Movimento nega però con forza qualunque tentazione «golpista» e per tutta la giornata, a chi gli ha scritto, non ha fatto che ribadire che lui in queste settimane di guerra con la Casaleggio si è sempre mosso «al servizio del Movimento» e nei limiti dell'investitura ricevuta. E a proposito di uno che la porta l'ha varcata sul serio, ovvero Davide Casaleggio, ieri non si è trattenuto e ha un po' infierito sulle macerie che si è lasciato alle spalle.
«Credo ci siano due visioni diverse del Movimento che stanno emergendo, poi della trattativa tra Grillo e Conte non conosco i dettagli», ha detto il figlio del fondatore Gian Roberto a Radio Capital. E poi ha attaccato indirettamente Conte, con il quale ha duellato (e perso) per la storiaccia della consegna degli elenchi degl'iscritti: «Le idee (della bozza Conte, ndr) non mi sono ancora chiare, perché lo statuto lo tengono segreto? Mi sembra un'organizzazione più basata su modelli partitici del Novecento che su un movimento». In realtà, anche nei gruppi parlamentari più fedeli a Grillo c'è una certa curiosità per queste benedette «32 pagine che Conte ha chiamato bozza» (Grillo dixit), perché in molti non capiscono per quale motivo si dovrebbero riscrivere i severi princìpi dello statuto e del codice etico. Il sospetto di Grillo è che il più «romano» Conte, con la scusa della sua superiore preparazione giuridica, in realtà voglia snaturare il Movimento e assimilarlo a un partito più sensibile agli affari.
E mentre nel Movimento riecheggia la parola «diarchia», ecco i pontieri al lavoro per evitare lo strappo. A guidare la mediazione (ma con un occhio alla possibile sua successione nel ruolo di Conte) è Luigi Di Maio, per il quale la diarchia non può che reggersi su un vero chiarimento tra Garante e professionista. Chiarimento che potrebbe avvenire anche nel weekend. Diversamente, i due insieme durerebbero poche settimane.
Contemporaneamente, di giorno in giorno, nel Movimento, crescono il malumore per il governo e le polemiche per le sue scelte in economia ritenute «troppo di destra». E con il semestre bianco di Sergio Mattarella in avvicinamento, lo scenario di uno smottamento per colpa di M5s sarebbe devastante. Di qui, il tentativo dell'ala governista del M5s di rasserenare gli animi e governare la diaspora, con Stefano Patuanelli e Paola Taverna che ieri hanno incontrato l'ex premier per chiedergli tempo e pazienza, prima di rispondere pubblicamente (e a ciuffo sguainato) al fondatore. Mentre Carla Ruocco, presidente della commissione d'inchiesta sulle malefatte bancarie, pubblica su Facebook una foto scattata ieri con Grillo e ci scrive sotto: «È stato entusiasmante poter parlare ancora una volta con l'elevato, con la sua forza e la competenza di Giuseppe Conte faremo un ottimo lavoro». Tace invece Alessandro Di Battista, eterno Cincinnato in attesa di chiamata a furor di popolo. Dibba evita le polemiche interne e continua a fare campagna pancia a terra per Virginia Raggi, definita «capace, per bene e soprattutto tosta». Ormai, nel Movimento, i più giovani sembrano i più saggi.
Di Maio volteggia sopra Giuseppi. Se salta tutto, in pole resta lui
«A fine luglio farò visita al nuovo governo israeliano e poi andrò nei Territori palestinesi con la ministra spagnola Arancha Gozalez Laya». Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e c'è da sperare, per quella terra martoriata, che almeno a israeliani e palestinesi Giggino risparmi le sue gaffe che già ci hanno portato sull'orlo della rottura con Emirati Arabi ed Arabia Saudita, come raccontato ieri dalla Verità.
Il luogo in cui le doti diplomatiche di Di Maio potranno invece rivelarsi più utili è sicuramente in casa sua. Ovvero nel Movimento 5 stelle. Lì, nel suo elemento naturale, l'ex vicepremier svetta realmente come un Richelieu in salsa campana. E, nel caos del complicatissimo rinnovamento grillino che è già ben avviato verso il naufragio prima ancora di salpare, potrebbero aprirsi spazi interessanti per le sue mire. La sua linea, fatta strumentalmente filtrare alle agenzie, è puro distillato democristiano: «Mai come adesso serve compattezza all'interno del Movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire». Non un messaggio esplosivo, certo, ma forse è quello che i pentastellati scombussolati dai razzi terra-aria lanciati da Grillo verso Conte desideravano sentirsi dire. E se fosse lui, alla fine, il leader da affiancare a un garante così difficile da gestire? Di Maio di sicuro sta accarezzando l'idea e ha già incominciato a volteggiare sopra la testa di Giuseppi. Di frecce nella sua faretra, il ministro degli Esteri ne ha a bizzeffe.
Intanto lo status acquisito nel corso degli anni: Di Maio è stato ministro del Lavoro nel Conte I e ha conquistato la Farnesina nel Conte II, confermato anche da Mario Draghi. Per le sue mani sono passati dossier importanti, da ministro degli Esteri ha acquisito un canale con il Quirinale, ha trattato con gli altri partiti. Insomma, ormai è quasi un marpione della politica. È anche uno dei pochi grillini ad aver mantenuto buoni rapporti con la destra dopo la fine del Conte I.
All'interno del partito, poi, si muove come un pesce nell'acqua. «Conte deve studiare e imparare cos'è il Movimento», ha detto Grillo ai parlamentari. Ecco, questo è sicuramente un apprendistato che Di Maio non avrà bisogno di fare. Gli eletti vedono tuttora in lui un punto di riferimento. Del resto è stato capo politico del partito e la gestione di Vito Crimi, che gli è succeduto, non ne ha certamente cancellato la memoria, anzi, forse ha acuito la nostalgia. Resta da capire quali siano i suoi rapporti con Grillo.
L'ex comico, due giorni fa, ha avuto parole al miele per lui davanti a tutti i parlamentari: «Sei uno dei ministri degli Esteri migliori della storia». Frase ambigua, a ben vedere, come fanno notare lontano dai microfoni alcuni dei parlamentari presenti. Un grande attestato di stima, da un lato. Ma anche uno stop implicito. Perché se uno è tra i «ministri degli Esteri migliori della storia», dovrebbe occuparsi di quello anziché delle beghe interne del movimento, no? Quanto meno, è così che il messaggio è stato recepito dalle truppe .
È però vero che se tutta l'impalcatura pentastellata rischiasse seriamente di venir giù, anche Grillo potrebbe ritenere utile fare ricorso all'usato sicuro targato Pomigliano d'Arco. Di Maio avrebbe comunque l'autorevolezza, il carattere e anche la furbizia per tener testa al fondatore, cosa che il barocco Conte non è sembrato in grado di fare. Per il momento, Giggino tesse la sua tela. Di sicuro la sua diplomazia avrà più successo nel movimento che in Terra santa.
Continua a leggereRiduci
L'ex premier medita di sbattere la porta e mollare il Movimento 5 stelle: gli attacchi subiti dal fondatore hanno lasciato il segno Nel fine settimana si lavorerà comunque per tentare di ricucire. Intanto fra i grillini cresce il malumore per le politiche di Mario DraghiIl ministro invita a «lavorare per l'unità». Ma punta già a prendere il centro della scenaLo speciale contiene due articoliIl Garante, il Professionista, il Mediatore, il Guerriero silente e il Grillo parlante che però in questo caso non è il Grillo Beppe ma Casaleggio Davide. La tragicommedia della rifondazione del Movimento 5 stelle si arricchisce ogni giorno di un personaggio in più, mentre il ventre molle del fu partito del futuro, quello della cittadinanza digitale, scruta giustamente nervoso i telefonini per capire che sta succedendo davvero. Dopo gli schiaffoni che ieri gli ha regalato il garante Grillo, Giuseppe Conte ha passato un'altra giornata in compagnia dei pensieri più neri. Ingaggiato tre mesi fa come professionista e tecnocrate, in grado di tradurre in atti giuridicamente potabili le grida dell'ex comico, ora medita il gran rifiuto. Ma anche la grande genuflessione in attesa di tempi migliori e delle proverbiali «vacanze del capo», visto che Grillo ama sparire per lunghi periodi. «Se se ne va, credendo ai sondaggi dei giornali che ci odiano, si ritrova con gli stessi voti di un Calenda», dice uno dei fedelissimi di Luigi Di Maio, l'uomo che in queste ore segue da vicino la querelle. Mentre Alessandro Di Battista, dipinto sempre come troppo irruento e fiero nemico del governissimo con Draghi, non spiccica una parola sulla guerra ai piani alti e si occupa ostentatamente, di una sola faccenda: aiutare Virginia Raggi a tenere il Campidoglio. Parla, non parla, quando parla? Per tutto il giorno, tra Roma e il mare di Genova Nervi, dove Grillo è prontamente tornato per il sacro fine settimana dell'Elevato, rimbalzano le speculazioni su un controproclama contiano. Prima sembrava che dovesse parlare in serata, poi forse aspetterà lunedì. Filtra un minaccioso commento: «La situazione è irrecuperabile». Il problema è che più il tempo passa e più l'ex premier rischia di fare la fine di illustri predecessori come Matteo Renzi, ovvero di pagare con un brusco calo nelle urne l'assenza di una poltrona ben visibile. È abbastanza unanime, tra i sondaggisti, l'idea che il sedicente avvocato del popolo fosse intorno al 10% di consensi personali, poco prima di dover cedere il passo a Mario Draghi per la sua manifesta incapacità di gestire la campagna di vaccinazione e per la scelta di collaboratori improbabili alla Domenico Arcuri. Ma ora, quanto varrebbe davvero una lista guidata da Conte? E soprattutto, avrebbe un proprio spazio autonomo, o sarebbe in posizione ancillare rispetto al Pd? Sono tutti interrogativi che si pone lo stesso Giuseppi. E poi, al di là della ruvida predicazione di giovedì del Garante, forse qualche errore l'ha fatto anche Conte, che con gli amici del Movimento nega però con forza qualunque tentazione «golpista» e per tutta la giornata, a chi gli ha scritto, non ha fatto che ribadire che lui in queste settimane di guerra con la Casaleggio si è sempre mosso «al servizio del Movimento» e nei limiti dell'investitura ricevuta. E a proposito di uno che la porta l'ha varcata sul serio, ovvero Davide Casaleggio, ieri non si è trattenuto e ha un po' infierito sulle macerie che si è lasciato alle spalle. «Credo ci siano due visioni diverse del Movimento che stanno emergendo, poi della trattativa tra Grillo e Conte non conosco i dettagli», ha detto il figlio del fondatore Gian Roberto a Radio Capital. E poi ha attaccato indirettamente Conte, con il quale ha duellato (e perso) per la storiaccia della consegna degli elenchi degl'iscritti: «Le idee (della bozza Conte, ndr) non mi sono ancora chiare, perché lo statuto lo tengono segreto? Mi sembra un'organizzazione più basata su modelli partitici del Novecento che su un movimento». In realtà, anche nei gruppi parlamentari più fedeli a Grillo c'è una certa curiosità per queste benedette «32 pagine che Conte ha chiamato bozza» (Grillo dixit), perché in molti non capiscono per quale motivo si dovrebbero riscrivere i severi princìpi dello statuto e del codice etico. Il sospetto di Grillo è che il più «romano» Conte, con la scusa della sua superiore preparazione giuridica, in realtà voglia snaturare il Movimento e assimilarlo a un partito più sensibile agli affari. E mentre nel Movimento riecheggia la parola «diarchia», ecco i pontieri al lavoro per evitare lo strappo. A guidare la mediazione (ma con un occhio alla possibile sua successione nel ruolo di Conte) è Luigi Di Maio, per il quale la diarchia non può che reggersi su un vero chiarimento tra Garante e professionista. Chiarimento che potrebbe avvenire anche nel weekend. Diversamente, i due insieme durerebbero poche settimane. Contemporaneamente, di giorno in giorno, nel Movimento, crescono il malumore per il governo e le polemiche per le sue scelte in economia ritenute «troppo di destra». E con il semestre bianco di Sergio Mattarella in avvicinamento, lo scenario di uno smottamento per colpa di M5s sarebbe devastante. Di qui, il tentativo dell'ala governista del M5s di rasserenare gli animi e governare la diaspora, con Stefano Patuanelli e Paola Taverna che ieri hanno incontrato l'ex premier per chiedergli tempo e pazienza, prima di rispondere pubblicamente (e a ciuffo sguainato) al fondatore. Mentre Carla Ruocco, presidente della commissione d'inchiesta sulle malefatte bancarie, pubblica su Facebook una foto scattata ieri con Grillo e ci scrive sotto: «È stato entusiasmante poter parlare ancora una volta con l'elevato, con la sua forza e la competenza di Giuseppe Conte faremo un ottimo lavoro». Tace invece Alessandro Di Battista, eterno Cincinnato in attesa di chiamata a furor di popolo. Dibba evita le polemiche interne e continua a fare campagna pancia a terra per Virginia Raggi, definita «capace, per bene e soprattutto tosta». Ormai, nel Movimento, i più giovani sembrano i più saggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pensa-alladdio-dopo-il-vaffa-di-grillo-2653555569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-volteggia-sopra-giuseppi-se-salta-tutto-in-pole-resta-lui" data-post-id="2653555569" data-published-at="1624658756" data-use-pagination="False"> Di Maio volteggia sopra Giuseppi. Se salta tutto, in pole resta lui «A fine luglio farò visita al nuovo governo israeliano e poi andrò nei Territori palestinesi con la ministra spagnola Arancha Gozalez Laya». Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e c'è da sperare, per quella terra martoriata, che almeno a israeliani e palestinesi Giggino risparmi le sue gaffe che già ci hanno portato sull'orlo della rottura con Emirati Arabi ed Arabia Saudita, come raccontato ieri dalla Verità. Il luogo in cui le doti diplomatiche di Di Maio potranno invece rivelarsi più utili è sicuramente in casa sua. Ovvero nel Movimento 5 stelle. Lì, nel suo elemento naturale, l'ex vicepremier svetta realmente come un Richelieu in salsa campana. E, nel caos del complicatissimo rinnovamento grillino che è già ben avviato verso il naufragio prima ancora di salpare, potrebbero aprirsi spazi interessanti per le sue mire. La sua linea, fatta strumentalmente filtrare alle agenzie, è puro distillato democristiano: «Mai come adesso serve compattezza all'interno del Movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire». Non un messaggio esplosivo, certo, ma forse è quello che i pentastellati scombussolati dai razzi terra-aria lanciati da Grillo verso Conte desideravano sentirsi dire. E se fosse lui, alla fine, il leader da affiancare a un garante così difficile da gestire? Di Maio di sicuro sta accarezzando l'idea e ha già incominciato a volteggiare sopra la testa di Giuseppi. Di frecce nella sua faretra, il ministro degli Esteri ne ha a bizzeffe. Intanto lo status acquisito nel corso degli anni: Di Maio è stato ministro del Lavoro nel Conte I e ha conquistato la Farnesina nel Conte II, confermato anche da Mario Draghi. Per le sue mani sono passati dossier importanti, da ministro degli Esteri ha acquisito un canale con il Quirinale, ha trattato con gli altri partiti. Insomma, ormai è quasi un marpione della politica. È anche uno dei pochi grillini ad aver mantenuto buoni rapporti con la destra dopo la fine del Conte I. All'interno del partito, poi, si muove come un pesce nell'acqua. «Conte deve studiare e imparare cos'è il Movimento», ha detto Grillo ai parlamentari. Ecco, questo è sicuramente un apprendistato che Di Maio non avrà bisogno di fare. Gli eletti vedono tuttora in lui un punto di riferimento. Del resto è stato capo politico del partito e la gestione di Vito Crimi, che gli è succeduto, non ne ha certamente cancellato la memoria, anzi, forse ha acuito la nostalgia. Resta da capire quali siano i suoi rapporti con Grillo. L'ex comico, due giorni fa, ha avuto parole al miele per lui davanti a tutti i parlamentari: «Sei uno dei ministri degli Esteri migliori della storia». Frase ambigua, a ben vedere, come fanno notare lontano dai microfoni alcuni dei parlamentari presenti. Un grande attestato di stima, da un lato. Ma anche uno stop implicito. Perché se uno è tra i «ministri degli Esteri migliori della storia», dovrebbe occuparsi di quello anziché delle beghe interne del movimento, no? Quanto meno, è così che il messaggio è stato recepito dalle truppe . È però vero che se tutta l'impalcatura pentastellata rischiasse seriamente di venir giù, anche Grillo potrebbe ritenere utile fare ricorso all'usato sicuro targato Pomigliano d'Arco. Di Maio avrebbe comunque l'autorevolezza, il carattere e anche la furbizia per tener testa al fondatore, cosa che il barocco Conte non è sembrato in grado di fare. Per il momento, Giggino tesse la sua tela. Di sicuro la sua diplomazia avrà più successo nel movimento che in Terra santa.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci