True
2019-08-18
Senza Salvini al governo
porti aperti agli immigrati
Ansa
Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.
E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente».
Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda.
Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».
Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia.
E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta».
Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». Procedure che, di lì a poche ore, porteranno a una clamorosa figuraccia per Palazzo Chigi: ben otto dei presunti bimbi si dichiarano maggiorenni alle autorità.
Che regalo a Spagna e anime belle. Adesso i porti (loro) li sigilleranno
L'abilità di fare harakiri due volte con una sola mossa. Sconfessando il proprio ministro dell'Interno e soprattutto sé stesso. La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma.
Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio.
Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo.
Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto.
La Procura vuole fare chiarezza sui malati
Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono».
Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa».
Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso».
A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
Continua a leggereRiduci
Il leghista sulla Open arms: «Decisione tua, sarà un precedente pericoloso». A terra le prime autodenunce: siamo maggiorenni.Quei Paesi che ci hanno usati come deposito di esseri umani si sentiranno legittimati a continuare. Sugli under 18, poi, rischiamo il boomerang: le identità farlocche ormai sono un grimaldello.Il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa: «Non è colpa dei miei medici se su 13 migranti visitati c'era solo un caso di otite». Disposta un'ispezione sanitaria a bordo. Il camice bianco che ha scritto i referti sulla nave si è laureata nel 2017 e lavora da un anno.Lo speciale contiene tre articoli.Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente». Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda. Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti». Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia. E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta». Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». Procedure che, di lì a poche ore, porteranno a una clamorosa figuraccia per Palazzo Chigi: ben otto dei presunti bimbi si dichiarano maggiorenni alle autorità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-forza-la-mano-salvini-lo-rimprovera-sbarcano-27-minori-ma-otto-risultano-falsi-2639872337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-regalo-a-spagna-e-anime-belle-adesso-i-porti-loro-li-sigilleranno" data-post-id="2639872337" data-published-at="1779082519" data-use-pagination="False"> Che regalo a Spagna e anime belle. Adesso i porti (loro) li sigilleranno L'abilità di fare harakiri due volte con una sola mossa. Sconfessando il proprio ministro dell'Interno e soprattutto sé stesso. La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma. Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio. Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo. Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-forza-la-mano-salvini-lo-rimprovera-sbarcano-27-minori-ma-otto-risultano-falsi-2639872337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-procura-vuole-fare-chiarezza-sui-malati" data-post-id="2639872337" data-published-at="1779082519" data-use-pagination="False"> La Procura vuole fare chiarezza sui malati Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono». Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa». Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso». A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
I soccorsi alle vittime falciate a Modena da Salim el Koudri, nel riquadro (Ansa)
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
Continua a leggereRiduci
Anna Maria Giannini (Imagoeconomica)
Anna Maria Giannini è una delle più autorevoli psicologhe e criminologhe italiane. Con lei abbiamo esaminato dall'inizio la vicenda della famiglia nel bosco, per cercare di capire che cosa sia andato storto e perché i Trevallion siano ancora separati dopo mesi e mesi.
«Nella prima ordinanza, quella che dispone la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale, si parla di alcune criticità collegate alle condizioni abitative, di assenza di vaccinazioni e visite pediatriche», spiega la professoressa. «Poi si dice che la mancata frequentazione della scuola comporterebbe l'impossibilità per questi bambini di apprendere in condizioni cooperative. Stanti alcune criticità sulle quali era importante intervenire, la misura presa a mio avviso è abnorme».
Non si dovevano togliere i bambini?
«Disporre l'allontanamento di questi tre bambini dai genitori e dall'ambiente in cui avevano vissuto non può che comportare tutto ciò che benissimo descrivono i consulenti di parte della famiglia, il collega Cantelmi e la collega Aiello. Loro hanno parlato di sradicamento, hanno usato termini forti come traumatizzazione... Del resto è ciò che indica tutta la letteratura scientifica quando ci sono grosse fratture emotive come l'allontanamento dai genitori».
Lo hanno detto in tanti.
«Questi non sono genitori maltrattanti, avevano un'interazione con questi bambini di grande affetto. I bambini vivevano in un ambiente con presenza di animali, in continuo contatto con i genitori... Proviamo solo ad immaginare che cosa significhi prendere questi tre bambini e allontanarli innanzitutto da mamma e papà, ma poi anche dal loro sistema di riferimento, dagli animali che sono importanti per loro. Esiste tutta una letteratura che spiega quanto sia importante il contatto con gli animali. Adesso sono in una situazione completamente opposta, all'interno di una casa famiglia, senza i loro genitori, con la mamma che inizialmente era presente e poi è stata allontanata".
Però ripeto: tanti suoi colleghi hanno detto cose simili. Come è possibile che un tribunale non ne tenga conto?
«Da quanto dice Cantelmi, e se lo riferisce credo proprio che sia vero, nella perizia la letteratura scientifica citata sia ferma a diversi anni fa. Né viene citata una letteratura aggiornata né si tiene conto di quanto in tanti abbiamo detto, pubblicato, espresso in trasmissioni televisive, eccetera. Si fa riferimento ad un metodo che in vede come rilevanti determinate regole fisse riguardanti ciò che un genitore dovrebbe fare".
Cioè?
«Viene posto in primo piano il fatto che il genitore dovrebbe vaccinare i bambini, portarli dal pediatra, portarli a scuola... I due genitori si sono discostati da queste regole e ciò è stato interpretato come qualcosa che mette a rischio i bambini».
Quali misure sarebbero state più utili?
«Dare un sostegno nel luogo in cui questa famiglia si trovava, comunque mantenendola unita. Non hanno peraltro tenuto conto anche di un altro aspetto: questi due genitori vengono da una dall'Australia e l'altro dal Regno Unito, e non parlano un italiano perfetto. All'inizio non c'era neanche un interprete. Ora, non è difficile trovare un interprete dall'inglese o psicologi che parlino inglese...».
In ogni caso non si è tenuto granché conto delle indicazioni degli esperti.
«Credo sia un po’ stata ignorata la comunità scientifica, perché siamo stati veramente in tanti a mettere in guardia sul rischio che questi bambini correvano, compresi nomi di rilievo».
L’allontanamento non viene deciso in base a una relazione di suoi colleghi. Ma seguendo le relazioni dei servizi sociali. Forse un assistente sociale non ha le competenze necessarie...
«Ma infatti è questo il fatto grave. Io sono fermamente convinta che negli allontanamenti dovrebbe essere reso obbligatorio il parere di uno psicologo, perché chi conosce gli effetti sulla mente dei bambini o chi conosce i rischi dell'allontanamento sono queste figure professionali. Certamente molto meno gli assistenti sociali che non è che non siano una classe preparata, ci mancherebbe, ma hanno un tipo di preparazione assolutamente differente. Ora, è chiaro che decide il giudice. Ma decidere sulla base del parere dei servizi sociali è l’altro problema che si è creato in questa vicenda. Inoltre, mentre veniva condotta la consulenza tecnica d’ufficio questi due genitori si sono mostrati collaborativi: i vaccini sono stati fatti, le visite pediatriche sono state fatte, loro si sono detti disponibili ad una situazione scolastica vicina a quella che veniva proposta…».
Però la perizia non solo non tiene conto di nulla di tutto ciò, ma ribadisce che i genitori sono rigidi.
«E questo è non solo molto problematico, ma pericoloso per i bambini perché nel frattempo abbiamo saputo che piangono e chiedono della mamma, una è andata in ospedale, la mamma l'ha potuta vedere in orari contingentati... Guardi, qui c’è un problema di fondo».
Quale?
«La valutazione della capacità genitoriale non deve avere a che fare con aspetti personologici, altrimenti toglieremo i figli a tutti. Noi possiamo dire che uno è rigido, un altro è ansioso, un altro è depresso... Ma questo lo rende inadatto ad essere un genitore? No. La capacità genitoriale è un'altra cosa. I figli vanno allontanati da chi è violento, da chi li picchia, magari da chi li manda a chiedere l’elemosina... Ecco lì deve esserci l’allontanamento, perché lì il bambino è a rischio e deve essere immediatamente messo in sicurezza. Ma non è il caso di Palmoli. Questi sono due genitori che amano i loro figli, che hanno una loro filosofia di vita che in certe circostanze può creare delle criticità e su quelle criticità vanno affiancati. Per me è già sbagliato l’uso del termine rigido, che vuol dire? Che non si piega a quello che voglio io? Che non fa come sto dicendo io? Qui mi sembra che siamo di fronte a una contrapposizione tra chi porta un modello ideale di comportamento e questi due genitori che hanno fatto precise scelte di vita. Va rispettato il modo in cui vogliono educare e far crescere i figli, ai quali non hanno mai fatto del male. Tanto che i figli chiedono continuamente di tornare a casa. La letteratura più recente invita a non guardare gli aspetti di personalità - in base ai quali leveremmo i figli a tutti - ma a valutare la sintonia, la capacità di comprendere i bisogni dei bambini, di essere vicini a loro, di valorizzarli».
Ma di questa letteratura nella perizia non vi è traccia. Dunque gli esperti scelti dal tribunale sono inadeguati?
«Io non posso dire che li trovo inadeguati, non conosco la collega, non mi permetto. Io parlo di metodologia. E credo che si sia fatto ricorso a una metodologia che esclude modelli che sono invece quelli che vengono usati oggi. Se considero le decisioni prese - cioè il fatto che questi bambini debbano rimanere lontani dai genitori - mi viene da dubitare fortemente del metodo utilizzato».
Continua a leggereRiduci
Nathan Trevallion (Ansa)
I due genitori, in tutto questo tempo, hanno cercato di collaborare con le autorità, si sono resi disponibili a cambiare alcuni rilevanti aspetti del loro stile di vita. Ma ancora non è bastato. La perizia disposta dal tribunale a cui si sono sottoposti li descrive come inadatti, troppo rigidi e legati alle loro convinzioni. Ora Nathan e Catherine hanno deciso di cambiare avvocato per l’ennesima volta, rivolgendosi a Simone Pillon. Il quale ha iniziato a muoversi con molta cautela.
Pillon ribadisce la sua volontà (e quella di Nathan e Catherine) di offrire massima collaborazione. Ma, ribadisce, nel rispetto delle scelte di vita dei suoi assistiti. Spiega alla Verità che i «genitori si attengono scrupolosamente alle indicazioni ricevute, ma non possono non notare come i loro figli chiedano in ogni occasione quando potranno tornare a casa. Per questi bambini», continua l’avvocato, «l’esperienza della casa famiglia è molto più travolgente di quanto lo sarebbe per altri bambini. Questi bimbi sono abituati a vivere all’aperto, circondati dai loro animali, all’aria aperta. Vivere chiusi dentro per loro è ancora più traumatico, in più senza mamma e papà con cui erano abituati a stare tutto il giorno, anche se avevano contatti anche con altri bambini e altre persone».
Anche Nathan non può non soffrire notevolmente per quanto accaduto. «Sono profondamente addolorato e infelice nel vedere i bambini in quella situazione», dice alla Verità. «Sto vivendo questo periodo giorno per giorno. È il momento più difficile della mia vita. Non abbiamo i nostri figli a casa. Da quando ci sono stati portati via, la mia vita è diventata un susseguirsi di ansia, stress, paura e la nostra pace è svanita. Faremo il necessario, io e Catherine, per collaborare con le istituzioni ma chiediamo anche che siano rispettati i nostri diritti di genitori».
Qualcuno nelle settimane passate ha scritto e detto che c’erano tensioni fra te e tua moglie, è vero?
«No, non è vero. Grazie a questa esperienza siamo diventati più forti e uniti. Il nostro amore è così profondo che non ci separeremo mai. Le notizie riportate dai giornali, secondo cui litigavamo e vivevamo in case separate, sono completamente false. Non ci siamo mai separati e ci sosteniamo a vicenda in questo momento difficilissimo. Entrambi siamo molto preoccupati per i nostri figli e li pensiamo giorno e notte».
Che cosa vi sta dando la forza per affrontare questo momento così difficile?
«I bambini. L’amore che proviamo per loro ci ha dato tutta la forza di cui avevamo bisogno. L’amore per la nostra vita insieme, il modo in cui viviamo, la nostra casa, i nostri animali, i nostri amici, la famiglia, i vicini e l’ambiente che ci circonda ci ha aiutato enormemente. Andarcene sarebbe un ulteriore stress in una situazione già insopportabile. Aver dovuto affrontare la paura più grande che un genitore possa mai provare, ovvero perdere i propri figli, ci ha resi solo più determinati, più forti e più uniti».
Quando e come riuscite a comunicare con i bambini in questo periodo? E soprattutto: come stanno i vostri figli nella casa protetta?
«Li vedo sei giorni alla settimana per un’ora e mezza ogni mattina e il mercoledì pranzo con loro. Mia moglie fa due videochiamate a settimana di mezz’ora ciascuna e un incontro a settimana. È un primo passo poterci finalmente riunire tutti insieme come famiglia ogni settimana, ma ai bambini manca la loro casa, la loro mamma e il loro papà, i loro animali, Lee, Gallipoli, Uriel, la loro gallina preferita che amano disegnare, e i loro gatti che coccolavano tanto. Sentono anche la mancanza dei nostri amici. A volte sono tristi, arrabbiati, ansiosi e continuano a chiedere quando potranno tornare a casa».
A proposito di tornare a casa. Da parecchio tempo si parla di una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune di Palmoli in cui voi dovreste trasferirvi. Allora le chiedo: avete finalmente deciso di cambiare casa e di andare ad abitare lì? E che altri cambiamenti siete disposti a fare sulla base di quanto vi viene richiesto dalle autorità?
«Sì, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di andare a stare nella nuova casa, così quando i bambini usciranno saremo pronti ad accoglierli. Dovremo alzarci presto per governare gli animali, che purtroppo non possono venire con noi, ma ne vale la pena, pur di riavere i nostri figli a casa il prima possibile. Con Catherine abbiamo anche deciso di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità, così da poter aiutare ancor meglio i bambini già da ora».
Continua a leggereRiduci