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2019-08-18
Senza Salvini al governo
porti aperti agli immigrati
Ansa
Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.
E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente».
Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda.
Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».
Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia.
E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta».
Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». Procedure che, di lì a poche ore, porteranno a una clamorosa figuraccia per Palazzo Chigi: ben otto dei presunti bimbi si dichiarano maggiorenni alle autorità.
Che regalo a Spagna e anime belle. Adesso i porti (loro) li sigilleranno
L'abilità di fare harakiri due volte con una sola mossa. Sconfessando il proprio ministro dell'Interno e soprattutto sé stesso. La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma.
Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio.
Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo.
Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto.
La Procura vuole fare chiarezza sui malati
Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono».
Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa».
Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso».
A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
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Il leghista sulla Open arms: «Decisione tua, sarà un precedente pericoloso». A terra le prime autodenunce: siamo maggiorenni.Quei Paesi che ci hanno usati come deposito di esseri umani si sentiranno legittimati a continuare. Sugli under 18, poi, rischiamo il boomerang: le identità farlocche ormai sono un grimaldello.Il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa: «Non è colpa dei miei medici se su 13 migranti visitati c'era solo un caso di otite». Disposta un'ispezione sanitaria a bordo. Il camice bianco che ha scritto i referti sulla nave si è laureata nel 2017 e lavora da un anno.Lo speciale contiene tre articoli.Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente». Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda. Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti». Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia. E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta». Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». 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È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio. Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo. Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. 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I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono». Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa». Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso». A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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