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2019-08-18
Senza Salvini al governo
porti aperti agli immigrati
Ansa
Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.
E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente».
Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda.
Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».
Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia.
E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta».
Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». Procedure che, di lì a poche ore, porteranno a una clamorosa figuraccia per Palazzo Chigi: ben otto dei presunti bimbi si dichiarano maggiorenni alle autorità.
Che regalo a Spagna e anime belle. Adesso i porti (loro) li sigilleranno
L'abilità di fare harakiri due volte con una sola mossa. Sconfessando il proprio ministro dell'Interno e soprattutto sé stesso. La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma.
Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio.
Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo.
Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto.
La Procura vuole fare chiarezza sui malati
Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono».
Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa».
Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso».
A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
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Il leghista sulla Open arms: «Decisione tua, sarà un precedente pericoloso». A terra le prime autodenunce: siamo maggiorenni.Quei Paesi che ci hanno usati come deposito di esseri umani si sentiranno legittimati a continuare. Sugli under 18, poi, rischiamo il boomerang: le identità farlocche ormai sono un grimaldello.Il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa: «Non è colpa dei miei medici se su 13 migranti visitati c'era solo un caso di otite». Disposta un'ispezione sanitaria a bordo. Il camice bianco che ha scritto i referti sulla nave si è laureata nel 2017 e lavora da un anno.Lo speciale contiene tre articoli.Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente». Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda. Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti». Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia. E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta». Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». 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È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio. Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo. Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-forza-la-mano-salvini-lo-rimprovera-sbarcano-27-minori-ma-otto-risultano-falsi-2639872337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-procura-vuole-fare-chiarezza-sui-malati" data-post-id="2639872337" data-published-at="1779905305" data-use-pagination="False"> La Procura vuole fare chiarezza sui malati Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono». Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa». Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso». A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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