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2019-08-18
Senza Salvini al governo
porti aperti agli immigrati
Ansa
Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.
E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente».
Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda.
Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».
Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia.
E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta».
Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». Procedure che, di lì a poche ore, porteranno a una clamorosa figuraccia per Palazzo Chigi: ben otto dei presunti bimbi si dichiarano maggiorenni alle autorità.
Che regalo a Spagna e anime belle. Adesso i porti (loro) li sigilleranno
L'abilità di fare harakiri due volte con una sola mossa. Sconfessando il proprio ministro dell'Interno e soprattutto sé stesso. La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma.
Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio.
Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo.
Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto.
La Procura vuole fare chiarezza sui malati
Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono».
Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa».
Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso».
A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
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Il leghista sulla Open arms: «Decisione tua, sarà un precedente pericoloso». A terra le prime autodenunce: siamo maggiorenni.Quei Paesi che ci hanno usati come deposito di esseri umani si sentiranno legittimati a continuare. Sugli under 18, poi, rischiamo il boomerang: le identità farlocche ormai sono un grimaldello.Il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa: «Non è colpa dei miei medici se su 13 migranti visitati c'era solo un caso di otite». Disposta un'ispezione sanitaria a bordo. Il camice bianco che ha scritto i referti sulla nave si è laureata nel 2017 e lavora da un anno.Lo speciale contiene tre articoli.Sarà raccontato dai più come il giorno del cedimento di Matteo Salvini (che invece tiene a precisare di voler proseguire e moltiplicare la sua battaglia, politica e giuridica). Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha capovolto plasticamente - senza fare una piega né un plissé - più di un anno di linea politica sull'immigrazione. Come se, accanto a Salvini, per oltre 14 mesi, il premier fosse stato un altro durante il varo del decreto Sicurezza, poi del decreto Sicurezza bis, dei ripetuti scontri politici e legali (dal caso Diciotti alla SeaWatch), passando per denunce, voti al Senato, deputati crocieristi, speronamenti di motovedette, autochiamata in correità di mezzo governo e così via. Ma per Conte la priorità - adesso - è acquisire benemerenze anti Salvini: a sinistra, vedi il Pd e le trattative avviate di intesa con il M5s, e a Bruxelles. Tutto il resto - princìpi, coerenza, linearità - sembra venire dopo, molto dopo.E così Conte ha ripreso carta e penna, e ha inviato al titolare del Viminale una seconda lettera, sollecitando l'autorizzazione allo sbarco dei 27 minori («presunti» specifica il ministro, e a ragion veduta visto quello che accadrà in serata) che erano a bordo della nave dell'Ong Open Arms. Per altro verso, Conte ha ribadito una disponibilità di massima di alcuni Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a farsi carico con l'Italia della sorte degli sbarcati. E Salvini, che nelle ore precedenti aveva risposto in modo secco a Open Arms, che a sua volta lamentava i 16 giorni trascorsi in mare in attesa di una soluzione («In 16 giorni sareste già tranquillamente arrivati a casa vostra in Spagna», ha replicato Salvini. «Quella delle ong è una battaglia politica, non certo umanitaria, giocata sulla pelle degli immigrati. Vergogna. Io non mollo»), non ha potuto fare altro che accettare la volontà del presidente del Consiglio. Ma lasciando a verbale un pieno dissenso e una forte preoccupazione per il «pericoloso precedente». Salvini parte - nella sua risposta a Conte - ricordando un punto non contestato da alcuno, eppure paradossale: siamo davanti a una nave battente bandiera spagnola, e che si è trovata in difficoltà in acque internazionali: tutte circostanze, che, anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbero dovuto e dovrebbero comportare obblighi di intervento da parte della Spagna. Eppure, a parte Salvini, tutti sorvolano su questo macroscopico e decisivo aspetto della vicenda. Detto questo, il titolare del Viminale prende atto delle decisioni del premier: «L'ordinamento attribuisce al presidente del Consiglio la valutazione dell'adozione di provvedimenti anche in difformità dal mio orientamento. Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms, e darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l'affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti». Nella lettera, Salvini insiste ancora sul doppio standard di molti Paesi che ci fanno la morale su questi temi: «I principi giuridici destinati a regolare i ruoli degli stati nel governo del fenomeno delle migrazioni sono dagli altri Paesi invocati a parole e disapplicati nella pratica, col risultato di far pesare solo sul contribuente italiano le conseguenze dell'attività di fiancheggiamento dell'immigrazione clandestina attuata da navi straniere».Il leader leghista afferma di essere «animato dallo spirito di affermare la dignità del nostro Paese e delle istituzioni che lo rappresentano, che non può essere messa in discussione e irrisa da discutibili comportamenti di soggetti privati stranieri che, peraltro, dimostrano continuamente che mai si sognerebbero di lanciare simili sfide agli ordinamenti e alle istituzioni di altri paesi, meno che meno a quelli di propria nazionalità». In sostanza, Salvini fa ricadere interamente sulle spalle di Conte il cedimento al ricatto delle Ong, che a loro volta si guardano bene dall'aprire scontri con Spagna, Germania o Francia. E infine, le conclusioni, che hanno il sapore di una verbalizzazione e insieme di una chiara sfida politica. Scrive Salvini a Conte: «Con altrettanta sincerità Ti rappresento il rammarico e la preoccupazione che tale Tua determinazione possa provocare una irreversibile e onerosa presa in carico, per il nostro Paese, dell'assistenza di soggetti che, successivamente, potrebbe rivelarsi non dovuta». Parole profetiche. Alla fine sulla terraferma scendono infatti nel tardo pomeriggio 26 ragazzi e una ragazza: «La Ong ha dichiarato al Tribunale dei minori che si tratta di due di 15 anni, 11 di 16 e 14 di 17 anni», fa sapere il Viminale, «sono in corso le procedure di identificazione». 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La linea della morbidezza, anzi della mollezza inaugurata dal premier Giuseppe Conte, sullo sbarco dei 27 presunti minori dalla Open Arms, è la Caporetto politica del governo e del suo più alto rappresentante. Non solo perché appena dieci giorni fa il Parlamento ha approvato, in via definitiva, il decreto Sicurezza-bis che proprio Conte aveva avallato e condiviso, misura che prevede norme e procedure specifiche per limitare i «taxi del mare» e gli affari dei trafficanti di uomini, ma soprattutto perché, in questo modo, l'Italia ha dimostrato l'incapacità di essere coerente e ferma sulle proprie posizioni. Le stesse che altri Paesi europei applicano con durezza e determinazione nei fatti, biasimandole a parole. Chiacchiere e distintivo, direbbero i cinefili. L'umanità degli altri è sempre un po' meno umana, insomma. Palazzo Chigi che travalica e «commissaria» il Viminale sui temi della sicurezza non è una prova di forza di Conte, non è una sua vittoria. È la vittoria piuttosto della linea della fermezza di Spagna, Francia e Olanda che su Open Arms oggi, ma si potrebbero citare gli esempi della Sea Watch, della Alan Kurdi, della Ocean Viking di ieri, mai hanno ceduto il passo. Mai tentennando di fronte alle richieste di sbarco delle Ong impegnate a raccattare migranti per il Mediterraneo perché le loro leggi glielo impedivano. Con l'aggravante - che secondo il premier italiano sarebbe invece un'esimente - di aver dato via libera a soggetti che nessun documento indica come minori non accompagnati. E che, una volta trasferiti nei centri di accoglienza, potranno tranquillamente allontanarsi facendo perdere le tracce. Diventando manovalanza per la criminalità organizzata o vivendo di stenti agli angoli dei marciapiedi. Il paradosso di fare peggio cercando di fare meglio. Nel febbraio scorso, in occasione del mancato approdo della Sea Watch, fu il procuratore di Siracusa Fabio Scavone ad avanzare ben più di un dubbio sulla età reale degli «ospiti» della nave della Ong tedesca. Il pm, quando l'imbarcazione era ancora in fonda al largo della città siciliana, si era informato per verificare se vi fossero profili per aprire un fascicolo per «abbandono di minore». Ipotesi subito crollata, visto che i minorenni, sebbene non accompagnati, erano comunque sotto la tutela legale del comandante della nave. Ma non solo. Ai giornalisti, il procuratore Scavone aveva anche spiegato chiaramente le perplessità che ruotano attorno alle dichiarazioni anagrafiche dei migranti. «Alcuni minorenni hanno età dubbia perché non hanno documenti con sé ed è riportato solo l'anno di nascita», diceva. In quell'occasione, 14 immigrati su 15 avevano dichiarato di essere alla soglia dei 17 anni. «Riportano tutti come data di nascita o 1° gennaio o solo l'anno di nascita, quindi il 2002». Solo uno era un quindicenne. «E si vedeva», aggiunse un uomo della guardia costiera agli inquirenti al termine di una ispezione a bordo. Difficile dire se le dichiarazioni sono vere o false, in quella circostanza come in questa della Open Arms (dove i diciassettenni sarebbero 14). Bisognerebbe indagare a fondo e con dispiego di forze e di risorse, e probabilmente la prefettura di Agrigento proverà a farlo soprattutto alla luce del non trascurabile particolare che la questione anagrafica è dirimente per ottenere o meno l'asilo in Italia: i migranti minori non accompagnati, infatti, sono di diritto considerati meritevoli di ottenere un permesso di soggiorno per protezione internazionale. Dichiararsi diciassettenne potrebbe diventare, in alcuni casi, un espediente per strappare un documento senza averne il diritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-forza-la-mano-salvini-lo-rimprovera-sbarcano-27-minori-ma-otto-risultano-falsi-2639872337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-procura-vuole-fare-chiarezza-sui-malati" data-post-id="2639872337" data-published-at="1777975825" data-use-pagination="False"> La Procura vuole fare chiarezza sui malati Se la matematica non è un'opinione, la medicina non è certo una partita a dadi. Dove le diagnosi sono tirate un po' a caso. È chiaro, quindi, che c'è qualcosa che non torna se i due referti clinici, sui 13 migranti fatti sbarcare nei giorni scorsi dalla Open Arms, si contraddicono a vicenda. I primi, stilati dai medici del Cisom (Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) durante l'ispezione medica a bordo venerdì scorso, descrivevano scenari da guerra batteriologica con casi di «scabbia», «cistite emorragica», «timpano perforato», «otite media purulenta», «artrite settica» e altre patologie gravi. I secondi, firmati invece dai colleghi del poliambulatorio di Lampedusa, che hanno visitato i migranti una volta arrivati a terra, erano tutt'altro che pessimistici. Anzi. Il responsabile della struttura medica isolana, Francesco Cascio, è stato chiaro: per lui, i migranti sono in salute. Apriti cielo. A innescare la polemica tra negazionisti e allarmisti è la militanza politica di Cascio, ex parlamentare nazionale e siciliano di Forza Italia e presidente dell'Assemblea regionale siciliana. «Non li ho firmati io i referti», ha replicato Cascio ai detrattori che hanno iniziato a linciarlo sui social. «Sono medici che dipendono dall'Asp di Palermo, quindi da me». «Io ho letto i referti fatti dai miei due medici al poliambulatorio. E di loro mi fido. Sapevo che c'era una ragazza con una emorragia vaginale, ma l'emoglobina era a 11,3, quasi migliore della mia». Qual è dunque la verità? «È da pazzi pensare che io possa avere detto che i migranti visitati stanno bene solo per fare una marchetta a Salvini. Io sono un medico, innanzitutto, e parlo con i referti. Se su 13 migranti visitati, che secondo alcuni medici Cisom erano gravi, solo una giovane aveva una otite, cosa posso farci io? Mica posso inventare malattie che non esistono». Sarà per questo che, due giorni fa, la Squadra mobile lo ha cercato presso il presidio ospedaliero isolano per sentirlo come persona informata sui fatti, ma Cascio è in vacanza. «Quando mi sentiranno spiegherò che i referti sono stati fatti dai miei medici e che mi fido ciecamente di loro». La Procura di Agrigento, che ha aperto un fascicolo d'indagine per sequestro di persona dopo le denunce della Ong, ha deciso di avviare nelle prossime ore una ispezione sanitaria per verificare le effettive condizioni in cui si trovano i restanti migranti a bordo. Ed è probabile che ce ne disporrà presto pure una seconda con consulenti medici di parte per ripetere esami e visite sui migranti, ed accertare il loro stato di salute. Al netto di guarigioni miracolose, è chiaro che una delle due relazioni cliniche è errata. Bisognerà capire quale, e se c'è stato dolo. In parallelo si è mossa anche la Regione Sicilia con l'assessore al ramo, Ruggero Razza, per sottoporre ad accertamento quanto certificato dai dottori dell'Ordine di Malta. «Voglio disporre l'acquisizione dei certificati e delle cartelle cliniche», ha spiegato. «Nessuno dimentichi che le prestazioni sanitarie sono erogate dalla Regione Siciliana che ha il diritto di comprendere se esiste l'ipotesi di una truffa». Il fulcro della discussione per Cascio è e resta la difesa della professionalità dei camici bianchi dell'ambulatorio di Lampedusa. «Vorrei solo sottolineare che io sulla nave non ci sono stato. I medici neppure. Sono stati visitati i 13 migranti per motivi sanitari. Io che colpa ne ho se solo una ragazza era affetta da otite e gli altri stavano bene?» E ha aggiunto. «È forse qualcosa che possa avere indirizzato io? Se qualche cretino pensa che io possa fare certificare a medici referti fasulli non posso farci niente. È colpa mia se stavano bene? Ma ribadisco che non l'ho certificato io ma due medici di cui uno con 40 anni di attività di Pronto soccorso». A firmare i referti per il Cisom sono stati la dottoressa Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini. Dal maggio 2018, fanno entrambi parte del progetto «Passim 2» («Primissima assistenza sanitaria nelle operazioni di soccorso in mare») finanziato - ironia della sorte - dall'Ue e dal ministero dell'Interno che prevede compensi di 134 euro al giorno per i camici bianchi, e di 100 euro al giorno per gli infermieri, più rimborsi spese per i viaggi. La Di Natale è nata a Palermo ed ha 28 anni. Laureatasi nel 2017, si è iscritta all'albo provinciale dei chirurghi del capoluogo siciliano il 5 marzo 2018. La sua anagrafica professionale non riporta alcuna specializzazione. Maestrini, invece, è nato a Frascati ed ha 30 anni. Dal 2015 è iscritto all'Albo degli infermieri. Secondo Cascio, che al riguardo ha scritto anche un lungo post sulla sua pagina Facebook, la loro relazione sarebbe stata «presentata in carta non intestata e senza timbro del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta». Il che spiega forse anche il motivo per cui la Guardia costiera, nelle ultime ore, abbia acquisito a bordo documenti relativi non solo al viaggio e alle comunicazioni della Open Arms ma anche gli atti riguardanti le visite mediche e tutto quanto ruota attorno al mistero delle malattie vere o invisibili.
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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