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2025-08-15
Conte e Draghi strapagarono Autostrade
Ponte Morandi al momento del crollo, 14 agosto 2018 (Getty)
Quel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».
Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.
Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.
Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».
Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.
Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo».
Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.
Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.
E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».
L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd.
A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita»
È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.
«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.
Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.
«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».
Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
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Secondo una perizia in mano alla Procura di Roma, il governo italiano (con Giuseppi e Mr. Bce) versò ai Benetton 650 milioni in più del dovuto per la «caducazione» di Aspi. Intanto il leader del M5s sfrutta la commemorazione del Morandi per farsi propaganda.L’ex sindaco di Genova commosso alla cerimonia per le vittime del Ponte. Vicinanza da Sergio Mattarella e Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoliQuel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo». Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-draghi-strapagarono-autostrade-ponte-morandi-2673886220.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-genova-il-ricordo-della-tragedia-bucci-mi-ha-cambiato-la-vita" data-post-id="2673886220" data-published-at="1755218283" data-use-pagination="False"> A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita» È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
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(Totaleu)
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