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2023-10-26
«Al Consiglio Ue non si tratterà sul Mes»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre.
Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».
Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».
In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier
Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza.
Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo.
Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme».
Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale».
Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
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Alla vigilia del vertice, Giorgia Meloni respinge le ennesime pressioni di Paschal Donohoe sulla ratifica italiana. «All’Europa serve un Patto prima di crescita e poi di stabilità. Sbagliato imporre la transizione verde finché siamo dipendenti da materie prime estere».Incontro ufficiale fra Ursula von der Leyen e Donald Tusk, anche se il polacco non ha ricevuto il mandato esplorativo.Lo speciale contiene due articoli.Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre. Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consiglio-ue-non-trattera-mes-2666064870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-von-der-leyen-incorona-tusk-ma-lui-non-e-nemmeno-premier" data-post-id="2666064870" data-published-at="1698296331" data-use-pagination="False"> La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza. Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo. Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme». Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale». Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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