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2023-10-26
«Al Consiglio Ue non si tratterà sul Mes»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre.
Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».
Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».
In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier
Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza.
Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo.
Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme».
Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale».
Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
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Alla vigilia del vertice, Giorgia Meloni respinge le ennesime pressioni di Paschal Donohoe sulla ratifica italiana. «All’Europa serve un Patto prima di crescita e poi di stabilità. Sbagliato imporre la transizione verde finché siamo dipendenti da materie prime estere».Incontro ufficiale fra Ursula von der Leyen e Donald Tusk, anche se il polacco non ha ricevuto il mandato esplorativo.Lo speciale contiene due articoli.Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre. Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consiglio-ue-non-trattera-mes-2666064870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-von-der-leyen-incorona-tusk-ma-lui-non-e-nemmeno-premier" data-post-id="2666064870" data-published-at="1698296331" data-use-pagination="False"> La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza. Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo. Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme». Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale». Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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