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2023-10-26
«Al Consiglio Ue non si tratterà sul Mes»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre.
Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».
Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».
In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier
Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza.
Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo.
Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme».
Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale».
Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
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Alla vigilia del vertice, Giorgia Meloni respinge le ennesime pressioni di Paschal Donohoe sulla ratifica italiana. «All’Europa serve un Patto prima di crescita e poi di stabilità. Sbagliato imporre la transizione verde finché siamo dipendenti da materie prime estere».Incontro ufficiale fra Ursula von der Leyen e Donald Tusk, anche se il polacco non ha ricevuto il mandato esplorativo.Lo speciale contiene due articoli.Il premier Giorgia Meloni ieri ha parlato, sia al Senato sia alla Camera, in vista del Consiglio europeo a cui parteciperà oggi e domani. Tra i vari temi toccati dal presidente del Consiglio, il Mes, del Patto di stabilità e la transizione energetica. In primis, la Meloni ha risposto al presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che nella sua lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha scritto a chiare lettere di attendere «con impazienza che l’Italia ratifichi il Mes». La risposta del nostro premier non si è fatta attendere: ha spiegato che il Mes «non è oggetto della discussione del Consiglio europeo». Intanto, l’esame delle proposte di legge di ratifica del nuovo trattato sul Mes riprenderà nell’aula della Camera a partire dal prossimo 20 novembre. Nel suo discorso alle Camere, Giorgia Meloni ha anche toccato il tema del Patto di stabilità e degli investimenti in difesa dell’Ucraina. «Il Consiglio Ue che si apre domani (oggi per chi legge, ndr) viene celebrato in una fase storica, in un contesto internazionale ancora più difficile e drammatico dei precedenti. L’Ue è chiamata a dare risposte urgenti alle difficoltà che la sfidano dall’esterno e dall’interno. Non sarà un Consiglio di routine né semplice», ha detto anche se il Consiglio confermerà il sostegno all’Ucraina. Il Patto di stabilità, su cui l’Unione sta discutendo, ricorda la Meloni, deve essere di «crescita e stabilità» e non «di stabilità e crescita. L’Ue ci chiede di continuare a investire sulla Difesa e il sostegno all’Ucraina e noi non vogliamo venir meno a quest’impegno. Computare questi investimenti nei parametri deficit-Pil» rischia però «di minare gli obiettivi che ci siamo dati»: per questo sosteniamo la necessità «di scorporare del tutto o parzialmente queste voci» ha ricordato. «Lo dico con chiarezza: sarebbe un errore rivedere il bilancio pluriennale solamente per aumentare gli aiuti all’Ucraina perché se non fossimo in grado di rispondere alle conseguenze che il conflitto in Ucraina genera per i nostri cittadini, finiremmo inevitabilmente anche per indebolire il sostegno a quella causa», ha spiegato. «Nella nostra idea la logica di pacchetto prevede, certo, il sostegno finanziario all’Ucraina, ma deve prevedere anche lo sviluppo dei partenariati con i Paesi del vicinato Sud dell’Africa e deve prevedere la necessità di mantenere alta l’ambizione della proposta di regolamento Step, la piattaforma che rappresenta il primo embrione di un fondo sovrano europeo». Come ha ricordato la Meloni, «si tratta di uno strumento fondamentale per garantire parità di condizioni nel mercato unico a fronte della decisione di allentare le norme sugli aiuti di Stato; una scelta che mette inevitabilmente in una condizione di vantaggio gli Stati membri che hanno una più ampia capacità fiscale».Il numero uno dell’esecutivo, insomma, non ha dubbi. «Tutto ciò che parla di autonomia strategica e sostanzialmente di sovranità dell’Unione europea viene da questo governo sostenuto. Mi riferisco al Chips act, la legge europea sui semiconduttori, al Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche e a Step, l’iniziativa per le tecnologie critiche. In buona sostanza, mi riferisco a tutto ciò che serve a sostenere la doppia transizione, limitando e auspicabilmente diminuendo la nostra dipendenza dai Paesi terzi, in particolar modo dalla Cina e dai Paesi asiatici», ha detto. L’Italia sostiene questi provvedimenti e ritiene che gli stessi debbano essere adeguatamente finanziati, «ma riteniamo anche che imporre a tappe forzate alcuni provvedimenti del Green deal, senza aver precedentemente agito per ridurre le nostre dipendenze strategiche, sia un errore che rischia di impattare pesantemente sui cittadini, che potrebbero trovarsi a pagare un prezzo insostenibile alla doppia transizione. È per questo che il governo continuerà a sostenere in sede europea la necessità di un approccio pragmatico e non ideologico alla transizione, che noi vogliamo impostata su valutazioni di impatto ampie e affidabili, su criteri di gradualità e di sostenibilità economica e sociale, sul principio di neutralità tecnologica e su strumenti finanziari di incentivazione e di accompagnamento per le imprese e per i cittadini. La doppia transizione, se bene impostata, può essere uno straordinario strumento per rafforzare la competitività europea; oppure, al contrario, se perseguita con un approccio miope, può portare a una irreparabile desertificazione industriale del nostro continente: e noi questo non intendiamo permetterlo».In tutto ciò, ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre in vista del Consiglio europeo di Bruxelles, ha ricevuto al Quirinale, nel corso della tradizionale colazione di lavoro, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, della Difesa, Guido Crosetto, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti e delle Imprese, Adolfo Urso, degli Affari Europei, Raffaele Fitto insieme con i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consiglio-ue-non-trattera-mes-2666064870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-von-der-leyen-incorona-tusk-ma-lui-non-e-nemmeno-premier" data-post-id="2666064870" data-published-at="1698296331" data-use-pagination="False"> La Von der Leyen «incorona» Tusk. Ma lui non è nemmeno premier Il governo polacco di Mateusz Morawiecki non è mai andato giù alla Commissione europea. E dalle parti di Bruxelles non hanno fatto nulla per nasconderlo. A pesare, tra le altre cose, è stato il reiterato rifiuto di Varsavia di approvare il controverso patto europeo sui migranti. Il dissenso, d’altronde, non è particolarmente gradito in quell’oasi di democrazia che è la Ue. Figurarsi, poi, se il dissenso riguarda addirittura la cosiddetta accoglienza. Insomma, Ursula von der Leyen e i suoi sodali non vedevano l’ora che il sovranista Morawiecki e il suo partito euroscettico, Diritto e giustizia (Pis), si levassero dai piedi. Tant’è che, dieci giorni dopo le elezioni polacche, ma a governo non ancora formato, Ursula non stava più nella pelle e ha subito convocato a Palazzo Berlaymont il presunto vincitore della disfida elettorale: l’euroentusiasta Donald Tusk. Che a Bruxelles, peraltro, è di casa, avendo ricoperto la carica di presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. E che, del resto, fa parte della stessa scuderia di Ursula: quel Ppe di cui Tusk è stato presidente fino all’anno scorso. Peccato solo che l’appuntamento di ieri non fosse un pranzo in famiglia o una rimpatriata tra amici, bensì un incontro ufficiale tra il presidente della Commissione e un primo ministro. Che primo ministro, è bene ricordarlo, non lo è ancora. E, peraltro, potrebbe anche non diventarlo. Non è un caso che lo stesso Tusk, per togliersi dall’imbarazzo, abbia dovuto specificare: «Sono qui oggi come leader dell’opposizione, non come premier della Polonia». Troppa grazia. Il problema, però, è che i due hanno poi fatto proclami come se Donald avesse già l’incarico in tasca. A proposito dei fondi del Pnrr, ad esempio, il leader di Coalizione civica ha annunciato che «saranno prese tutte le misure necessarie per ottenere le risorse europee che la Polonia sta aspettando». E ancora: «Dieci anni fa, nel mio primo discorso come presidente del Consiglio europeo, dissi che ero arrivato a Bruxelles con un forte senso di responsabilità. Credo di poterlo ripetere: oggi la mia ambizione è ricostruire la posizione del mio Paese in Europa e rafforzare l’Ue nel suo insieme». Ma, appunto, chi è lui per fare queste affermazioni altisonanti? Dopotutto, finora non ha nemmeno ricevuto il mandato esplorativo dal presidente della Repubblica. È come se Giorgia Meloni, all’indomani delle elezioni, fosse andata alla Casa Bianca a discutere con Joe Biden da presidente del Consiglio, fregandosene altamente di Sergio Mattarella e del protocollo istituzionale. La pioggia di fango sarebbe stata assicurata. Ma alla Commissione europea, si sa, è tutta un’altra storia. «Io e Tusk», si è tradita Ursula, «siamo qui per discutere di questioni importanti, in cui la voce della Polonia è cruciale». Infatti, ha specificato la Von der Leyen, il recente voto «ha dimostrato ancora una volta il forte attaccamento dei polacchi alla democrazia». Perché gli altri, si sa, mica sono democratici: «L’atteggiamento antidemocratico e antieuropeo», ha ribadito Tusk riferendosi ai conservatori di Pis, «è solo una turbolenza stagionale». Tutto bellissimo e commovente. C’è solo un piccolo intoppo. Il presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, è un esponente di Pis. E, inoltre, conferirà in prima battuta proprio a Pis il mandato esplorativo per provare a comporre una maggioranza. Il motivo? Diritto e giustizia è la prima forza del Parlamento. Tusk, con buona pace di Ursula, viene dopo. Anche se alla Commissione Ue gli hanno già steso il tappetino rosso.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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