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2025-03-12
Con Lula peggiora ancora la sicurezza in Brasile
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Rio de Janeiro ha sempre rappresentato nell’immaginario collettivo un luogo di vacanza fra il mare e la foresta, sorvegliata dall’enorme statua del Cristo Re ed adagiata sulle mitiche spiagge di Ipanema e Copacabana. Oggi però la grande città brasiliana è diventata una metropoli pericolosa, con interi quartieri in mano a gang criminali che non permettono a nessuno di avvicinarsi al proprio territorio. Basta uscire dalle zone strettamente turistiche per rischiare la vita o addirittura perderla come è successo a due turisti nel dicembre scorso. Il primo caso riguarda un argentino che insieme alla sua famiglia era arrivato a Rio de Janeiro proprio per visitare la statua del Cristo Re e per un errore del suo Gps satellitare era finito in una favela, una delle baraccopoli della città dove vive circa il 20% degli abitanti. La sua auto era subito stata bersagliata da colpi di arma da fuoco e lui era stato ferito gravemente, morendo poi in ospedale alla fine di gennaio. Il secondo caso riguarda una giovane donna venuta da San Paolo, altra megalopoli brasiliana, che stava viaggiando su un’auto del servizio Uber che sarebbe entrata in un’area controllata dalle bande. La donna è stata colpita al collo ed è morta praticamente sul colpo. Episodi che si sono ripetuti ancora, ma fortunatamente senza vittime, ma filmati e pubblicati sui social con persone imploranti di non essere uccise solo per essere finite nel posto sbagliato. Victor dos Santos è Segretario della Sicurezza dello Stato di Rio De Janeiro e descrive un quadro a tinte fosche. «La guerra fra le bande criminali che si contendono il controllo del territorio si è molto intensificata nell’arco del 2024, i nostri dati parlano chiaro. Gli ingressi delle favelas sono presidiati da uomini armati che sparano sulle auto che non conoscono o che non rispettano il codice di condotta che le gang impongono. Pretendono che le auto entrino a 20 km orari, con tutti i finestrini abbassati e con le luci accese per essere certi che non si tratti di elementi di una banda rivale che vuole invadere il loro territorio. Questa situazione è frutto di errori politici del recente passato quando si è dato troppo potere alle cosiddette milizie, gruppi di paramilitari di ex poliziotti che controllavano i quartieri ed erano antagonisti dei narcotrafficanti. Con il tempo queste milizie si sono rivelate altrettanto pericolose per lo stato e la polizia ha iniziato a combatterli. Ma intanto le gang di narcotrafficanti come il famigerato Comando Vermelho hanno dilagato approfittando della guerra fra lo stato e le milizie. Ora dobbiamo combattere questi gruppi e colpirli economicamente perché non abbiamo più finanziamenti per comprare armi». Nell’autunno scorso è stato licenziato il Segretario della Polizia Civile Marcus Amim, perché ritenuto colpevole di inerzia davanti a questa terribile ondata di violenza, ma la situazione non è migliorata. I dati del Public Security Institute (ISP) mostrano notevoli aumenti di rapine in strada, furti di veicoli e furti di telefoni cellulari tra gennaio e dicembre 2024, in particolare nella Zona Sud , soprattutto in quartieri come Botafogo e Flamengo, due nomi che scaldano i cuori degli appassionati di calcio brasiliano. Percentuali che parlano di una crescita di quasi il 20% delle rapine a mano armata per il proliferare di armi in tutto lo stato di Rio de Janeiro, armi che finiscono in mano a criminali sempre più giovani. I crimini sono leggermente calati nelle zone a più alta densità turistica, perché fortemente presidiate dalla polizia brasiliana, ma il centro cittadino e tutte le aree periferiche sono terreno di scontro con le bande. Stando ai dati del 2023 i turisti vittime di crimini sono comunque stati circa 3500, con una media di 9,5 al giorno e nel 2022 si erano verificati gli omicidi di un cittadino statunitense e di un cileno, mentre una donna ucraina era stata accoltellata, senza riportare gravi conseguenze. Nell’ottobre del 2022 anche due turisti italiani, finiti per errore nella baraccopoli di Manguinhos, erano stati feriti da colpi di arma da fuoco. Insieme ad altri tre uomini stavano cercando un distributore di benzina, quando la loro auto è stata crivellata di colpi. I due sono rimasti feriti, ma sono riusciti ad allontanarsi rapidamente raggiungendo l’ospedale più vicino. Sono oltre due milioni gli abitanti di Rio che vivono in queste condizioni e le proteste contro il governo federale sono ormai all’ordine del giorno. In molti chiedono l’intervento dell’esercito, accusando la polizia di fare troppo poco per la popolazione, concentrando le forze soltanto nelle aree più ricche e frequentate dai turisti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che non intende dichiarare nessun tipo di stato d’emergenza per la situazione a Rio de Janeiro perchè la sua applicazione nel 2018 non aveva portato a nessun risultato. Lula si è detto pronto a lavorare con i governatori che chiedono misure d’emergenza, ma senza concedere eccessivi poteri alla polizia che potrebbe arrivare ad entrare nelle favelas soltanto per uccidere, senza una base giuridica. Il governo federale ha stanziato nuovi fondi per riorganizzare la sicurezza nello stato di Rio de Janeiro, ma le gang sembrano ormai padrone di interi quartieri e pronte ad una vera e propria guerra.
Le favelas di Rio: le baraccopoli che nacquero da una guerra locale
All’origine delle favelas brasiliane ci sono il capo carismatico di una setta religiosa e una guerra locale. O, almeno, gli albori delle baraccopoli di Rio de Janeiro furono indirettamente dovuti a questi due elementi combinati. Siamo nel 1895, a ridosso della nascita della Repubblica brasiliana dopo la sconfitta della monarchia, nella regione di Bahia. Qui si era insediata una sacca di resistenza al nuovo Stato, capeggiata dal santone Antônio Conselheiro, un predicatore filomonarchico che aveva raccolto attorno a sé una folta schiera di ex contadini e ex schiavi, a cui aveva inculcato l’ossessione dell’origine demoniaca dei nuovi governanti del Brasile. La resistenza di Conselheiro e dei suoi seguaci durò quasi due anni, nei quali furono assediati dall’esercito regolare nella cosiddetta guerra di Canudos, nome della località occupata dai ribelli. I soldati brasiliani si attestarono su una collina, dove cresceva rigogliosa il Cnidosculus quercifolius, una pianta tipica della zona, dai locali chiamata «favela». La battaglia finì nel 1897 con la morte di Conselheiro, e la smobilitazione lasciò migliaia di soldati senza lavoro e senza tetto. Assieme agli ex schiavi la massa di diseredati mosse verso Rio de Janeiro, in cerca di fortuna. Qui iniziò a accamparsi in baraccamenti, nella zona collinare detta «Morro da Providencia», poi comunemente noto come «Morro da Favela» per la presenza dei reduci della guerra dei Canudos che avevano battezzato così la collina teatro dell’assedio. La favela del Morro da Providencia, costruita a ridosso del centro di Rio dopo che il governo aveva disatteso la promessa di provvedere alla sistemazione degli ex soldati, fu ingrossata negli anni successivi a causa della riforma urbanistica della allora capitale (sostituita da Brasilia nel 1960), voluta dal presidente Rodrigues Alves e dal sindaco Pereira Passos. La trasformazione di Rio sul modello europeo di Parigi portò alla demolizione di numerosi edifici popolari ne centro storico, per lasciare il posto alle grandi «avenue» che ricordavano la capitale francese. Ai suoi abitanti, non rimase che la collina della favela, che cresceva così senza piani regolatori e soprattutto senza alcun tipo di servizi. La situazione peggiorò ulteriormente con la crisi globale del 1929 e con la risposta del presidente populista Gètulio Vargas. Se la scelta dell’industrializzazione portò ad una forte crescita del Paese negli anni interbellici, determinò anche un massiccio esodo dalle campagne falcidiate dalla crisi dell’export dei prodotti agricoli. Il risultato fu un ulteriore ingrossamento delle popolazioni delle favelas di Rio, una sacca di forza lavoro per l’industria e i servizi della città trasferita da un’agricoltura che con la meccanizzazione richiedeva sempre meno addetti. L’urbanizzazione sregolata proseguì per tutti gli anni Cinquanta, ma nel 1960 Rio perse lo status di capitale, entrando in una fase di declino temporaneo. Nel 1964 un colpo di Stato portò al potere una giunta militare, che iniziò un programma di eradicazione forzata delle favelas per fare spazio a nuove costruzioni residenziali, una azione che porterà solo ad uno spostamento ancora più ai margini dell’area metropolitana del problema, acuito da una nuova urbanizzazione dovuta al periodo di crescita economica del Brasile. Alla fine del decennio, la politica di abbattimento delle baraccopoli di Rio fu abbandonata, lasciando una sacca di potenziale instabilità sociale. Negli anni Ottanta, la criminalità diventerà progressivamente la padrona delle favelas. L’origine dell’infiltrazione fu dovuta ad una interconnessione tra gli ex oppositori del regime ed il narcotraffico avvenuta nelle carceri di massima sicurezza. Il «Comando Vermelho» (comando rosso) inizialmente nato con intenti rivoluzionari nel contesto suburbano, si trasformò ben presto nel più potente gruppo criminale del Paese, radicandosi totalmente nelle favelas complice la fase di non intervento governativo seguita alla fine della dittatura. La guerra al narcotraffico delle Favelas prese piede negli anni Novanta, con violente operazioni di polizia, tra le quali spiccano quelle del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais), un Corpo d’élite della polizia militare, spesso criticato per l’uso indiscriminato della violenza. Per tutto il decennio e quello successivo le favelas carioca sono state un campo di battaglia. Tra gli scontri più famosi quello della favela del Complexo do Alemão nel 2010, dove si contarono oltre 50 morti accertati. Dal 2008 il governo ha introdotto nelle favelas le Unità di polizia pacificatrice (UPP-Unidades de Polìcia Pacificadora), per aumentare e mantenere il controllo sul territorio. Dopo i primi frutti positivi, a partire dal 2016 a causa della crisi economica e dei tagli il programma ha conosciuto un forte rallentamento, mentre le violenze incontrollate sono riprese con vigore dopo la pandemia di Covid-19. Un esempio sono stati i 28 morti della strage nella favela di Jacarezinho nel 2021. Ad oggi i dati stimano che in Brasile circa l’8% della popolazione sia costituito da «favelados».
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La criminalità a Rio de Janeiro è cresciuta sensibilmente nell'ultimo anno. La violenza predatoria non risparmia gli stranieri, con una media di quasi 10 turisti assaliti ogni giorno. Le origini e la storia delle favelas di Rio, le «megalopoli della miseria» in mano al crimine organizzato.Lo speciale contiene due articoli.Rio de Janeiro ha sempre rappresentato nell’immaginario collettivo un luogo di vacanza fra il mare e la foresta, sorvegliata dall’enorme statua del Cristo Re ed adagiata sulle mitiche spiagge di Ipanema e Copacabana. Oggi però la grande città brasiliana è diventata una metropoli pericolosa, con interi quartieri in mano a gang criminali che non permettono a nessuno di avvicinarsi al proprio territorio. Basta uscire dalle zone strettamente turistiche per rischiare la vita o addirittura perderla come è successo a due turisti nel dicembre scorso. Il primo caso riguarda un argentino che insieme alla sua famiglia era arrivato a Rio de Janeiro proprio per visitare la statua del Cristo Re e per un errore del suo Gps satellitare era finito in una favela, una delle baraccopoli della città dove vive circa il 20% degli abitanti. La sua auto era subito stata bersagliata da colpi di arma da fuoco e lui era stato ferito gravemente, morendo poi in ospedale alla fine di gennaio. Il secondo caso riguarda una giovane donna venuta da San Paolo, altra megalopoli brasiliana, che stava viaggiando su un’auto del servizio Uber che sarebbe entrata in un’area controllata dalle bande. La donna è stata colpita al collo ed è morta praticamente sul colpo. Episodi che si sono ripetuti ancora, ma fortunatamente senza vittime, ma filmati e pubblicati sui social con persone imploranti di non essere uccise solo per essere finite nel posto sbagliato. Victor dos Santos è Segretario della Sicurezza dello Stato di Rio De Janeiro e descrive un quadro a tinte fosche. «La guerra fra le bande criminali che si contendono il controllo del territorio si è molto intensificata nell’arco del 2024, i nostri dati parlano chiaro. Gli ingressi delle favelas sono presidiati da uomini armati che sparano sulle auto che non conoscono o che non rispettano il codice di condotta che le gang impongono. Pretendono che le auto entrino a 20 km orari, con tutti i finestrini abbassati e con le luci accese per essere certi che non si tratti di elementi di una banda rivale che vuole invadere il loro territorio. Questa situazione è frutto di errori politici del recente passato quando si è dato troppo potere alle cosiddette milizie, gruppi di paramilitari di ex poliziotti che controllavano i quartieri ed erano antagonisti dei narcotrafficanti. Con il tempo queste milizie si sono rivelate altrettanto pericolose per lo stato e la polizia ha iniziato a combatterli. Ma intanto le gang di narcotrafficanti come il famigerato Comando Vermelho hanno dilagato approfittando della guerra fra lo stato e le milizie. Ora dobbiamo combattere questi gruppi e colpirli economicamente perché non abbiamo più finanziamenti per comprare armi». Nell’autunno scorso è stato licenziato il Segretario della Polizia Civile Marcus Amim, perché ritenuto colpevole di inerzia davanti a questa terribile ondata di violenza, ma la situazione non è migliorata. I dati del Public Security Institute (ISP) mostrano notevoli aumenti di rapine in strada, furti di veicoli e furti di telefoni cellulari tra gennaio e dicembre 2024, in particolare nella Zona Sud , soprattutto in quartieri come Botafogo e Flamengo, due nomi che scaldano i cuori degli appassionati di calcio brasiliano. Percentuali che parlano di una crescita di quasi il 20% delle rapine a mano armata per il proliferare di armi in tutto lo stato di Rio de Janeiro, armi che finiscono in mano a criminali sempre più giovani. I crimini sono leggermente calati nelle zone a più alta densità turistica, perché fortemente presidiate dalla polizia brasiliana, ma il centro cittadino e tutte le aree periferiche sono terreno di scontro con le bande. Stando ai dati del 2023 i turisti vittime di crimini sono comunque stati circa 3500, con una media di 9,5 al giorno e nel 2022 si erano verificati gli omicidi di un cittadino statunitense e di un cileno, mentre una donna ucraina era stata accoltellata, senza riportare gravi conseguenze. Nell’ottobre del 2022 anche due turisti italiani, finiti per errore nella baraccopoli di Manguinhos, erano stati feriti da colpi di arma da fuoco. Insieme ad altri tre uomini stavano cercando un distributore di benzina, quando la loro auto è stata crivellata di colpi. I due sono rimasti feriti, ma sono riusciti ad allontanarsi rapidamente raggiungendo l’ospedale più vicino. Sono oltre due milioni gli abitanti di Rio che vivono in queste condizioni e le proteste contro il governo federale sono ormai all’ordine del giorno. In molti chiedono l’intervento dell’esercito, accusando la polizia di fare troppo poco per la popolazione, concentrando le forze soltanto nelle aree più ricche e frequentate dai turisti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che non intende dichiarare nessun tipo di stato d’emergenza per la situazione a Rio de Janeiro perchè la sua applicazione nel 2018 non aveva portato a nessun risultato. Lula si è detto pronto a lavorare con i governatori che chiedono misure d’emergenza, ma senza concedere eccessivi poteri alla polizia che potrebbe arrivare ad entrare nelle favelas soltanto per uccidere, senza una base giuridica. Il governo federale ha stanziato nuovi fondi per riorganizzare la sicurezza nello stato di Rio de Janeiro, ma le gang sembrano ormai padrone di interi quartieri e pronte ad una vera e propria guerra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-lula-peggiora-ancora-la-sicurezza-in-brasile-2671313708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-favelas-di-rio-le-baraccopoli-che-nacquero-da-una-guerra-locale" data-post-id="2671313708" data-published-at="1741783530" data-use-pagination="False"> Le favelas di Rio: le baraccopoli che nacquero da una guerra locale All’origine delle favelas brasiliane ci sono il capo carismatico di una setta religiosa e una guerra locale. O, almeno, gli albori delle baraccopoli di Rio de Janeiro furono indirettamente dovuti a questi due elementi combinati. Siamo nel 1895, a ridosso della nascita della Repubblica brasiliana dopo la sconfitta della monarchia, nella regione di Bahia. Qui si era insediata una sacca di resistenza al nuovo Stato, capeggiata dal santone Antônio Conselheiro, un predicatore filomonarchico che aveva raccolto attorno a sé una folta schiera di ex contadini e ex schiavi, a cui aveva inculcato l’ossessione dell’origine demoniaca dei nuovi governanti del Brasile. La resistenza di Conselheiro e dei suoi seguaci durò quasi due anni, nei quali furono assediati dall’esercito regolare nella cosiddetta guerra di Canudos, nome della località occupata dai ribelli. I soldati brasiliani si attestarono su una collina, dove cresceva rigogliosa il Cnidosculus quercifolius, una pianta tipica della zona, dai locali chiamata «favela». La battaglia finì nel 1897 con la morte di Conselheiro, e la smobilitazione lasciò migliaia di soldati senza lavoro e senza tetto. Assieme agli ex schiavi la massa di diseredati mosse verso Rio de Janeiro, in cerca di fortuna. Qui iniziò a accamparsi in baraccamenti, nella zona collinare detta «Morro da Providencia», poi comunemente noto come «Morro da Favela» per la presenza dei reduci della guerra dei Canudos che avevano battezzato così la collina teatro dell’assedio. La favela del Morro da Providencia, costruita a ridosso del centro di Rio dopo che il governo aveva disatteso la promessa di provvedere alla sistemazione degli ex soldati, fu ingrossata negli anni successivi a causa della riforma urbanistica della allora capitale (sostituita da Brasilia nel 1960), voluta dal presidente Rodrigues Alves e dal sindaco Pereira Passos. La trasformazione di Rio sul modello europeo di Parigi portò alla demolizione di numerosi edifici popolari ne centro storico, per lasciare il posto alle grandi «avenue» che ricordavano la capitale francese. Ai suoi abitanti, non rimase che la collina della favela, che cresceva così senza piani regolatori e soprattutto senza alcun tipo di servizi. La situazione peggiorò ulteriormente con la crisi globale del 1929 e con la risposta del presidente populista Gètulio Vargas. Se la scelta dell’industrializzazione portò ad una forte crescita del Paese negli anni interbellici, determinò anche un massiccio esodo dalle campagne falcidiate dalla crisi dell’export dei prodotti agricoli. Il risultato fu un ulteriore ingrossamento delle popolazioni delle favelas di Rio, una sacca di forza lavoro per l’industria e i servizi della città trasferita da un’agricoltura che con la meccanizzazione richiedeva sempre meno addetti. L’urbanizzazione sregolata proseguì per tutti gli anni Cinquanta, ma nel 1960 Rio perse lo status di capitale, entrando in una fase di declino temporaneo. Nel 1964 un colpo di Stato portò al potere una giunta militare, che iniziò un programma di eradicazione forzata delle favelas per fare spazio a nuove costruzioni residenziali, una azione che porterà solo ad uno spostamento ancora più ai margini dell’area metropolitana del problema, acuito da una nuova urbanizzazione dovuta al periodo di crescita economica del Brasile. Alla fine del decennio, la politica di abbattimento delle baraccopoli di Rio fu abbandonata, lasciando una sacca di potenziale instabilità sociale. Negli anni Ottanta, la criminalità diventerà progressivamente la padrona delle favelas. L’origine dell’infiltrazione fu dovuta ad una interconnessione tra gli ex oppositori del regime ed il narcotraffico avvenuta nelle carceri di massima sicurezza. Il «Comando Vermelho» (comando rosso) inizialmente nato con intenti rivoluzionari nel contesto suburbano, si trasformò ben presto nel più potente gruppo criminale del Paese, radicandosi totalmente nelle favelas complice la fase di non intervento governativo seguita alla fine della dittatura. La guerra al narcotraffico delle Favelas prese piede negli anni Novanta, con violente operazioni di polizia, tra le quali spiccano quelle del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais), un Corpo d’élite della polizia militare, spesso criticato per l’uso indiscriminato della violenza. Per tutto il decennio e quello successivo le favelas carioca sono state un campo di battaglia. Tra gli scontri più famosi quello della favela del Complexo do Alemão nel 2010, dove si contarono oltre 50 morti accertati. Dal 2008 il governo ha introdotto nelle favelas le Unità di polizia pacificatrice (UPP-Unidades de Polìcia Pacificadora), per aumentare e mantenere il controllo sul territorio. Dopo i primi frutti positivi, a partire dal 2016 a causa della crisi economica e dei tagli il programma ha conosciuto un forte rallentamento, mentre le violenze incontrollate sono riprese con vigore dopo la pandemia di Covid-19. Un esempio sono stati i 28 morti della strage nella favela di Jacarezinho nel 2021. Ad oggi i dati stimano che in Brasile circa l’8% della popolazione sia costituito da «favelados».
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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