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2025-03-12
Con Lula peggiora ancora la sicurezza in Brasile
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Rio de Janeiro ha sempre rappresentato nell’immaginario collettivo un luogo di vacanza fra il mare e la foresta, sorvegliata dall’enorme statua del Cristo Re ed adagiata sulle mitiche spiagge di Ipanema e Copacabana. Oggi però la grande città brasiliana è diventata una metropoli pericolosa, con interi quartieri in mano a gang criminali che non permettono a nessuno di avvicinarsi al proprio territorio. Basta uscire dalle zone strettamente turistiche per rischiare la vita o addirittura perderla come è successo a due turisti nel dicembre scorso. Il primo caso riguarda un argentino che insieme alla sua famiglia era arrivato a Rio de Janeiro proprio per visitare la statua del Cristo Re e per un errore del suo Gps satellitare era finito in una favela, una delle baraccopoli della città dove vive circa il 20% degli abitanti. La sua auto era subito stata bersagliata da colpi di arma da fuoco e lui era stato ferito gravemente, morendo poi in ospedale alla fine di gennaio. Il secondo caso riguarda una giovane donna venuta da San Paolo, altra megalopoli brasiliana, che stava viaggiando su un’auto del servizio Uber che sarebbe entrata in un’area controllata dalle bande. La donna è stata colpita al collo ed è morta praticamente sul colpo. Episodi che si sono ripetuti ancora, ma fortunatamente senza vittime, ma filmati e pubblicati sui social con persone imploranti di non essere uccise solo per essere finite nel posto sbagliato. Victor dos Santos è Segretario della Sicurezza dello Stato di Rio De Janeiro e descrive un quadro a tinte fosche. «La guerra fra le bande criminali che si contendono il controllo del territorio si è molto intensificata nell’arco del 2024, i nostri dati parlano chiaro. Gli ingressi delle favelas sono presidiati da uomini armati che sparano sulle auto che non conoscono o che non rispettano il codice di condotta che le gang impongono. Pretendono che le auto entrino a 20 km orari, con tutti i finestrini abbassati e con le luci accese per essere certi che non si tratti di elementi di una banda rivale che vuole invadere il loro territorio. Questa situazione è frutto di errori politici del recente passato quando si è dato troppo potere alle cosiddette milizie, gruppi di paramilitari di ex poliziotti che controllavano i quartieri ed erano antagonisti dei narcotrafficanti. Con il tempo queste milizie si sono rivelate altrettanto pericolose per lo stato e la polizia ha iniziato a combatterli. Ma intanto le gang di narcotrafficanti come il famigerato Comando Vermelho hanno dilagato approfittando della guerra fra lo stato e le milizie. Ora dobbiamo combattere questi gruppi e colpirli economicamente perché non abbiamo più finanziamenti per comprare armi». Nell’autunno scorso è stato licenziato il Segretario della Polizia Civile Marcus Amim, perché ritenuto colpevole di inerzia davanti a questa terribile ondata di violenza, ma la situazione non è migliorata. I dati del Public Security Institute (ISP) mostrano notevoli aumenti di rapine in strada, furti di veicoli e furti di telefoni cellulari tra gennaio e dicembre 2024, in particolare nella Zona Sud , soprattutto in quartieri come Botafogo e Flamengo, due nomi che scaldano i cuori degli appassionati di calcio brasiliano. Percentuali che parlano di una crescita di quasi il 20% delle rapine a mano armata per il proliferare di armi in tutto lo stato di Rio de Janeiro, armi che finiscono in mano a criminali sempre più giovani. I crimini sono leggermente calati nelle zone a più alta densità turistica, perché fortemente presidiate dalla polizia brasiliana, ma il centro cittadino e tutte le aree periferiche sono terreno di scontro con le bande. Stando ai dati del 2023 i turisti vittime di crimini sono comunque stati circa 3500, con una media di 9,5 al giorno e nel 2022 si erano verificati gli omicidi di un cittadino statunitense e di un cileno, mentre una donna ucraina era stata accoltellata, senza riportare gravi conseguenze. Nell’ottobre del 2022 anche due turisti italiani, finiti per errore nella baraccopoli di Manguinhos, erano stati feriti da colpi di arma da fuoco. Insieme ad altri tre uomini stavano cercando un distributore di benzina, quando la loro auto è stata crivellata di colpi. I due sono rimasti feriti, ma sono riusciti ad allontanarsi rapidamente raggiungendo l’ospedale più vicino. Sono oltre due milioni gli abitanti di Rio che vivono in queste condizioni e le proteste contro il governo federale sono ormai all’ordine del giorno. In molti chiedono l’intervento dell’esercito, accusando la polizia di fare troppo poco per la popolazione, concentrando le forze soltanto nelle aree più ricche e frequentate dai turisti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che non intende dichiarare nessun tipo di stato d’emergenza per la situazione a Rio de Janeiro perchè la sua applicazione nel 2018 non aveva portato a nessun risultato. Lula si è detto pronto a lavorare con i governatori che chiedono misure d’emergenza, ma senza concedere eccessivi poteri alla polizia che potrebbe arrivare ad entrare nelle favelas soltanto per uccidere, senza una base giuridica. Il governo federale ha stanziato nuovi fondi per riorganizzare la sicurezza nello stato di Rio de Janeiro, ma le gang sembrano ormai padrone di interi quartieri e pronte ad una vera e propria guerra.
Le favelas di Rio: le baraccopoli che nacquero da una guerra locale
All’origine delle favelas brasiliane ci sono il capo carismatico di una setta religiosa e una guerra locale. O, almeno, gli albori delle baraccopoli di Rio de Janeiro furono indirettamente dovuti a questi due elementi combinati. Siamo nel 1895, a ridosso della nascita della Repubblica brasiliana dopo la sconfitta della monarchia, nella regione di Bahia. Qui si era insediata una sacca di resistenza al nuovo Stato, capeggiata dal santone Antônio Conselheiro, un predicatore filomonarchico che aveva raccolto attorno a sé una folta schiera di ex contadini e ex schiavi, a cui aveva inculcato l’ossessione dell’origine demoniaca dei nuovi governanti del Brasile. La resistenza di Conselheiro e dei suoi seguaci durò quasi due anni, nei quali furono assediati dall’esercito regolare nella cosiddetta guerra di Canudos, nome della località occupata dai ribelli. I soldati brasiliani si attestarono su una collina, dove cresceva rigogliosa il Cnidosculus quercifolius, una pianta tipica della zona, dai locali chiamata «favela». La battaglia finì nel 1897 con la morte di Conselheiro, e la smobilitazione lasciò migliaia di soldati senza lavoro e senza tetto. Assieme agli ex schiavi la massa di diseredati mosse verso Rio de Janeiro, in cerca di fortuna. Qui iniziò a accamparsi in baraccamenti, nella zona collinare detta «Morro da Providencia», poi comunemente noto come «Morro da Favela» per la presenza dei reduci della guerra dei Canudos che avevano battezzato così la collina teatro dell’assedio. La favela del Morro da Providencia, costruita a ridosso del centro di Rio dopo che il governo aveva disatteso la promessa di provvedere alla sistemazione degli ex soldati, fu ingrossata negli anni successivi a causa della riforma urbanistica della allora capitale (sostituita da Brasilia nel 1960), voluta dal presidente Rodrigues Alves e dal sindaco Pereira Passos. La trasformazione di Rio sul modello europeo di Parigi portò alla demolizione di numerosi edifici popolari ne centro storico, per lasciare il posto alle grandi «avenue» che ricordavano la capitale francese. Ai suoi abitanti, non rimase che la collina della favela, che cresceva così senza piani regolatori e soprattutto senza alcun tipo di servizi. La situazione peggiorò ulteriormente con la crisi globale del 1929 e con la risposta del presidente populista Gètulio Vargas. Se la scelta dell’industrializzazione portò ad una forte crescita del Paese negli anni interbellici, determinò anche un massiccio esodo dalle campagne falcidiate dalla crisi dell’export dei prodotti agricoli. Il risultato fu un ulteriore ingrossamento delle popolazioni delle favelas di Rio, una sacca di forza lavoro per l’industria e i servizi della città trasferita da un’agricoltura che con la meccanizzazione richiedeva sempre meno addetti. L’urbanizzazione sregolata proseguì per tutti gli anni Cinquanta, ma nel 1960 Rio perse lo status di capitale, entrando in una fase di declino temporaneo. Nel 1964 un colpo di Stato portò al potere una giunta militare, che iniziò un programma di eradicazione forzata delle favelas per fare spazio a nuove costruzioni residenziali, una azione che porterà solo ad uno spostamento ancora più ai margini dell’area metropolitana del problema, acuito da una nuova urbanizzazione dovuta al periodo di crescita economica del Brasile. Alla fine del decennio, la politica di abbattimento delle baraccopoli di Rio fu abbandonata, lasciando una sacca di potenziale instabilità sociale. Negli anni Ottanta, la criminalità diventerà progressivamente la padrona delle favelas. L’origine dell’infiltrazione fu dovuta ad una interconnessione tra gli ex oppositori del regime ed il narcotraffico avvenuta nelle carceri di massima sicurezza. Il «Comando Vermelho» (comando rosso) inizialmente nato con intenti rivoluzionari nel contesto suburbano, si trasformò ben presto nel più potente gruppo criminale del Paese, radicandosi totalmente nelle favelas complice la fase di non intervento governativo seguita alla fine della dittatura. La guerra al narcotraffico delle Favelas prese piede negli anni Novanta, con violente operazioni di polizia, tra le quali spiccano quelle del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais), un Corpo d’élite della polizia militare, spesso criticato per l’uso indiscriminato della violenza. Per tutto il decennio e quello successivo le favelas carioca sono state un campo di battaglia. Tra gli scontri più famosi quello della favela del Complexo do Alemão nel 2010, dove si contarono oltre 50 morti accertati. Dal 2008 il governo ha introdotto nelle favelas le Unità di polizia pacificatrice (UPP-Unidades de Polìcia Pacificadora), per aumentare e mantenere il controllo sul territorio. Dopo i primi frutti positivi, a partire dal 2016 a causa della crisi economica e dei tagli il programma ha conosciuto un forte rallentamento, mentre le violenze incontrollate sono riprese con vigore dopo la pandemia di Covid-19. Un esempio sono stati i 28 morti della strage nella favela di Jacarezinho nel 2021. Ad oggi i dati stimano che in Brasile circa l’8% della popolazione sia costituito da «favelados».
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La criminalità a Rio de Janeiro è cresciuta sensibilmente nell'ultimo anno. La violenza predatoria non risparmia gli stranieri, con una media di quasi 10 turisti assaliti ogni giorno. Le origini e la storia delle favelas di Rio, le «megalopoli della miseria» in mano al crimine organizzato.Lo speciale contiene due articoli.Rio de Janeiro ha sempre rappresentato nell’immaginario collettivo un luogo di vacanza fra il mare e la foresta, sorvegliata dall’enorme statua del Cristo Re ed adagiata sulle mitiche spiagge di Ipanema e Copacabana. Oggi però la grande città brasiliana è diventata una metropoli pericolosa, con interi quartieri in mano a gang criminali che non permettono a nessuno di avvicinarsi al proprio territorio. Basta uscire dalle zone strettamente turistiche per rischiare la vita o addirittura perderla come è successo a due turisti nel dicembre scorso. Il primo caso riguarda un argentino che insieme alla sua famiglia era arrivato a Rio de Janeiro proprio per visitare la statua del Cristo Re e per un errore del suo Gps satellitare era finito in una favela, una delle baraccopoli della città dove vive circa il 20% degli abitanti. La sua auto era subito stata bersagliata da colpi di arma da fuoco e lui era stato ferito gravemente, morendo poi in ospedale alla fine di gennaio. Il secondo caso riguarda una giovane donna venuta da San Paolo, altra megalopoli brasiliana, che stava viaggiando su un’auto del servizio Uber che sarebbe entrata in un’area controllata dalle bande. La donna è stata colpita al collo ed è morta praticamente sul colpo. Episodi che si sono ripetuti ancora, ma fortunatamente senza vittime, ma filmati e pubblicati sui social con persone imploranti di non essere uccise solo per essere finite nel posto sbagliato. Victor dos Santos è Segretario della Sicurezza dello Stato di Rio De Janeiro e descrive un quadro a tinte fosche. «La guerra fra le bande criminali che si contendono il controllo del territorio si è molto intensificata nell’arco del 2024, i nostri dati parlano chiaro. Gli ingressi delle favelas sono presidiati da uomini armati che sparano sulle auto che non conoscono o che non rispettano il codice di condotta che le gang impongono. Pretendono che le auto entrino a 20 km orari, con tutti i finestrini abbassati e con le luci accese per essere certi che non si tratti di elementi di una banda rivale che vuole invadere il loro territorio. Questa situazione è frutto di errori politici del recente passato quando si è dato troppo potere alle cosiddette milizie, gruppi di paramilitari di ex poliziotti che controllavano i quartieri ed erano antagonisti dei narcotrafficanti. Con il tempo queste milizie si sono rivelate altrettanto pericolose per lo stato e la polizia ha iniziato a combatterli. Ma intanto le gang di narcotrafficanti come il famigerato Comando Vermelho hanno dilagato approfittando della guerra fra lo stato e le milizie. Ora dobbiamo combattere questi gruppi e colpirli economicamente perché non abbiamo più finanziamenti per comprare armi». Nell’autunno scorso è stato licenziato il Segretario della Polizia Civile Marcus Amim, perché ritenuto colpevole di inerzia davanti a questa terribile ondata di violenza, ma la situazione non è migliorata. I dati del Public Security Institute (ISP) mostrano notevoli aumenti di rapine in strada, furti di veicoli e furti di telefoni cellulari tra gennaio e dicembre 2024, in particolare nella Zona Sud , soprattutto in quartieri come Botafogo e Flamengo, due nomi che scaldano i cuori degli appassionati di calcio brasiliano. Percentuali che parlano di una crescita di quasi il 20% delle rapine a mano armata per il proliferare di armi in tutto lo stato di Rio de Janeiro, armi che finiscono in mano a criminali sempre più giovani. I crimini sono leggermente calati nelle zone a più alta densità turistica, perché fortemente presidiate dalla polizia brasiliana, ma il centro cittadino e tutte le aree periferiche sono terreno di scontro con le bande. Stando ai dati del 2023 i turisti vittime di crimini sono comunque stati circa 3500, con una media di 9,5 al giorno e nel 2022 si erano verificati gli omicidi di un cittadino statunitense e di un cileno, mentre una donna ucraina era stata accoltellata, senza riportare gravi conseguenze. Nell’ottobre del 2022 anche due turisti italiani, finiti per errore nella baraccopoli di Manguinhos, erano stati feriti da colpi di arma da fuoco. Insieme ad altri tre uomini stavano cercando un distributore di benzina, quando la loro auto è stata crivellata di colpi. I due sono rimasti feriti, ma sono riusciti ad allontanarsi rapidamente raggiungendo l’ospedale più vicino. Sono oltre due milioni gli abitanti di Rio che vivono in queste condizioni e le proteste contro il governo federale sono ormai all’ordine del giorno. In molti chiedono l’intervento dell’esercito, accusando la polizia di fare troppo poco per la popolazione, concentrando le forze soltanto nelle aree più ricche e frequentate dai turisti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che non intende dichiarare nessun tipo di stato d’emergenza per la situazione a Rio de Janeiro perchè la sua applicazione nel 2018 non aveva portato a nessun risultato. Lula si è detto pronto a lavorare con i governatori che chiedono misure d’emergenza, ma senza concedere eccessivi poteri alla polizia che potrebbe arrivare ad entrare nelle favelas soltanto per uccidere, senza una base giuridica. Il governo federale ha stanziato nuovi fondi per riorganizzare la sicurezza nello stato di Rio de Janeiro, ma le gang sembrano ormai padrone di interi quartieri e pronte ad una vera e propria guerra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-lula-peggiora-ancora-la-sicurezza-in-brasile-2671313708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-favelas-di-rio-le-baraccopoli-che-nacquero-da-una-guerra-locale" data-post-id="2671313708" data-published-at="1741783530" data-use-pagination="False"> Le favelas di Rio: le baraccopoli che nacquero da una guerra locale All’origine delle favelas brasiliane ci sono il capo carismatico di una setta religiosa e una guerra locale. O, almeno, gli albori delle baraccopoli di Rio de Janeiro furono indirettamente dovuti a questi due elementi combinati. Siamo nel 1895, a ridosso della nascita della Repubblica brasiliana dopo la sconfitta della monarchia, nella regione di Bahia. Qui si era insediata una sacca di resistenza al nuovo Stato, capeggiata dal santone Antônio Conselheiro, un predicatore filomonarchico che aveva raccolto attorno a sé una folta schiera di ex contadini e ex schiavi, a cui aveva inculcato l’ossessione dell’origine demoniaca dei nuovi governanti del Brasile. La resistenza di Conselheiro e dei suoi seguaci durò quasi due anni, nei quali furono assediati dall’esercito regolare nella cosiddetta guerra di Canudos, nome della località occupata dai ribelli. I soldati brasiliani si attestarono su una collina, dove cresceva rigogliosa il Cnidosculus quercifolius, una pianta tipica della zona, dai locali chiamata «favela». La battaglia finì nel 1897 con la morte di Conselheiro, e la smobilitazione lasciò migliaia di soldati senza lavoro e senza tetto. Assieme agli ex schiavi la massa di diseredati mosse verso Rio de Janeiro, in cerca di fortuna. Qui iniziò a accamparsi in baraccamenti, nella zona collinare detta «Morro da Providencia», poi comunemente noto come «Morro da Favela» per la presenza dei reduci della guerra dei Canudos che avevano battezzato così la collina teatro dell’assedio. La favela del Morro da Providencia, costruita a ridosso del centro di Rio dopo che il governo aveva disatteso la promessa di provvedere alla sistemazione degli ex soldati, fu ingrossata negli anni successivi a causa della riforma urbanistica della allora capitale (sostituita da Brasilia nel 1960), voluta dal presidente Rodrigues Alves e dal sindaco Pereira Passos. La trasformazione di Rio sul modello europeo di Parigi portò alla demolizione di numerosi edifici popolari ne centro storico, per lasciare il posto alle grandi «avenue» che ricordavano la capitale francese. Ai suoi abitanti, non rimase che la collina della favela, che cresceva così senza piani regolatori e soprattutto senza alcun tipo di servizi. La situazione peggiorò ulteriormente con la crisi globale del 1929 e con la risposta del presidente populista Gètulio Vargas. Se la scelta dell’industrializzazione portò ad una forte crescita del Paese negli anni interbellici, determinò anche un massiccio esodo dalle campagne falcidiate dalla crisi dell’export dei prodotti agricoli. Il risultato fu un ulteriore ingrossamento delle popolazioni delle favelas di Rio, una sacca di forza lavoro per l’industria e i servizi della città trasferita da un’agricoltura che con la meccanizzazione richiedeva sempre meno addetti. L’urbanizzazione sregolata proseguì per tutti gli anni Cinquanta, ma nel 1960 Rio perse lo status di capitale, entrando in una fase di declino temporaneo. Nel 1964 un colpo di Stato portò al potere una giunta militare, che iniziò un programma di eradicazione forzata delle favelas per fare spazio a nuove costruzioni residenziali, una azione che porterà solo ad uno spostamento ancora più ai margini dell’area metropolitana del problema, acuito da una nuova urbanizzazione dovuta al periodo di crescita economica del Brasile. Alla fine del decennio, la politica di abbattimento delle baraccopoli di Rio fu abbandonata, lasciando una sacca di potenziale instabilità sociale. Negli anni Ottanta, la criminalità diventerà progressivamente la padrona delle favelas. L’origine dell’infiltrazione fu dovuta ad una interconnessione tra gli ex oppositori del regime ed il narcotraffico avvenuta nelle carceri di massima sicurezza. Il «Comando Vermelho» (comando rosso) inizialmente nato con intenti rivoluzionari nel contesto suburbano, si trasformò ben presto nel più potente gruppo criminale del Paese, radicandosi totalmente nelle favelas complice la fase di non intervento governativo seguita alla fine della dittatura. La guerra al narcotraffico delle Favelas prese piede negli anni Novanta, con violente operazioni di polizia, tra le quali spiccano quelle del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais), un Corpo d’élite della polizia militare, spesso criticato per l’uso indiscriminato della violenza. Per tutto il decennio e quello successivo le favelas carioca sono state un campo di battaglia. Tra gli scontri più famosi quello della favela del Complexo do Alemão nel 2010, dove si contarono oltre 50 morti accertati. Dal 2008 il governo ha introdotto nelle favelas le Unità di polizia pacificatrice (UPP-Unidades de Polìcia Pacificadora), per aumentare e mantenere il controllo sul territorio. Dopo i primi frutti positivi, a partire dal 2016 a causa della crisi economica e dei tagli il programma ha conosciuto un forte rallentamento, mentre le violenze incontrollate sono riprese con vigore dopo la pandemia di Covid-19. Un esempio sono stati i 28 morti della strage nella favela di Jacarezinho nel 2021. Ad oggi i dati stimano che in Brasile circa l’8% della popolazione sia costituito da «favelados».
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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iStock
Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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