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2020-09-25
Con i grillini a pezzi, il Pd detta legge. «Via i decreti Salvini e ius soli subito»
Nicola Zingaretti (Ansa)
In politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati.
Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu.
Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order.
E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo.
Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento»
Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla».
Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!»
«Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano».
«Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
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Nicola Zingaretti fa la voce grossa: avanza pretese su immigrazione, Mes, Recovery e chiede persino di cambiare il bicameralismo.Roberto Calderoli: «Ho già fermato la riforma della cittadinanza nella scorsa legislatura» Anche per Maurizio Gasparri «non serve l'ennesimo atto di resa ai danni degli italiani».Lo speciale contiene due articoliIn politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati. Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu. Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order. E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-grillini-a-pezzi-il-pd-detta-legge-via-i-decreti-salvini-e-ius-soli-subito-2647793749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-nella-protesta-daremo-battaglia-in-parlamento" data-post-id="2647793749" data-published-at="1600981836" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento» Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla». Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!» «Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano». «Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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