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2020-09-25
Con i grillini a pezzi, il Pd detta legge. «Via i decreti Salvini e ius soli subito»
Nicola Zingaretti (Ansa)
In politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati.
Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu.
Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order.
E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo.
Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento»
Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla».
Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!»
«Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano».
«Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
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Nicola Zingaretti fa la voce grossa: avanza pretese su immigrazione, Mes, Recovery e chiede persino di cambiare il bicameralismo.Roberto Calderoli: «Ho già fermato la riforma della cittadinanza nella scorsa legislatura» Anche per Maurizio Gasparri «non serve l'ennesimo atto di resa ai danni degli italiani».Lo speciale contiene due articoliIn politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati. Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu. Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order. E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-grillini-a-pezzi-il-pd-detta-legge-via-i-decreti-salvini-e-ius-soli-subito-2647793749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-nella-protesta-daremo-battaglia-in-parlamento" data-post-id="2647793749" data-published-at="1600981836" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento» Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla». Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!» «Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano». «Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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