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2020-09-25
Con i grillini a pezzi, il Pd detta legge. «Via i decreti Salvini e ius soli subito»
Nicola Zingaretti (Ansa)
In politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati.
Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu.
Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order.
E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo.
Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento»
Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla».
Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!»
«Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano».
«Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
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Nicola Zingaretti fa la voce grossa: avanza pretese su immigrazione, Mes, Recovery e chiede persino di cambiare il bicameralismo.Roberto Calderoli: «Ho già fermato la riforma della cittadinanza nella scorsa legislatura» Anche per Maurizio Gasparri «non serve l'ennesimo atto di resa ai danni degli italiani».Lo speciale contiene due articoliIn politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati. Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu. Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order. E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-grillini-a-pezzi-il-pd-detta-legge-via-i-decreti-salvini-e-ius-soli-subito-2647793749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-nella-protesta-daremo-battaglia-in-parlamento" data-post-id="2647793749" data-published-at="1600981836" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento» Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla». Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!» «Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano». «Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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