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2020-09-25
Con i grillini a pezzi, il Pd detta legge. «Via i decreti Salvini e ius soli subito»
Nicola Zingaretti (Ansa)
In politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati.
Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu.
Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order.
E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo.
Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento»
Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla».
Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!»
«Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano».
«Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
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Nicola Zingaretti fa la voce grossa: avanza pretese su immigrazione, Mes, Recovery e chiede persino di cambiare il bicameralismo.Roberto Calderoli: «Ho già fermato la riforma della cittadinanza nella scorsa legislatura» Anche per Maurizio Gasparri «non serve l'ennesimo atto di resa ai danni degli italiani».Lo speciale contiene due articoliIn politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati. Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu. Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order. E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-grillini-a-pezzi-il-pd-detta-legge-via-i-decreti-salvini-e-ius-soli-subito-2647793749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-nella-protesta-daremo-battaglia-in-parlamento" data-post-id="2647793749" data-published-at="1600981836" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento» Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla». Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!» «Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano». «Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.