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2020-09-25
Con i grillini a pezzi, il Pd detta legge. «Via i decreti Salvini e ius soli subito»
Nicola Zingaretti (Ansa)
In politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati.
Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu.
Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order.
E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo.
Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento»
Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla».
Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!»
«Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano».
«Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
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Nicola Zingaretti fa la voce grossa: avanza pretese su immigrazione, Mes, Recovery e chiede persino di cambiare il bicameralismo.Roberto Calderoli: «Ho già fermato la riforma della cittadinanza nella scorsa legislatura» Anche per Maurizio Gasparri «non serve l'ennesimo atto di resa ai danni degli italiani».Lo speciale contiene due articoliIn politica non è sempre facile capitalizzare le vittorie, come insegnano le parabole di Mario Segni o Matteo Renzi, ma Nicola Zingaretti ha deciso di strafare: vuole capitalizzare un pareggio anche decisamente risicato e approfittare dello stato comatoso del Movimento 5 stelle per cannibalizzare l'alleanza giallorossa. Nel giro di tre giorni, il Pd ha messo sul tavolo del povero Giuseppe Conte lo svuotamento dei decreti Sicurezza, addirittura il rilancio dello ius culturae, una nuova riforma del Parlamento e il ricorso immediato al Fondo salvastati. Un'agenda di governo solo in minima parte necessaria, ma che in compenso è destinata a spaccare ulteriormente il fronte grillino, già dilaniato da una guerra interna che ormai non risparmia più neppure i sacri recessi della Casaleggio & Associati. Mentre mezza Italia ride con lo scandalo dell'esame di italiano dell'aspirante juventino Luis Alberto Suarez, noto anche per il morso tribale a Giorgio Chiellini durante i Mondiali del 2014, il segretario del Pd se ne esce di nuovo con la storia dello ius culturae. Che può essere rozzamente tradotto come una cittadinanza italiana per meriti scolastici da dare a chiunque sia nato ovunque. Ospite di Sky Tg24, Zingaretti si è lanciato nella seguente professione di fede: «Credo nello ius culturae come un grande atto di civiltà. In Parlamento servono i voti e combatteremo per ottenere questi voti. Mi auguro che possa essere calendarizzato presto». E ha concluso che «se si aprisse uno spazio sarebbe una bella novità per rendere questo Paese più civile ma anche più sicuro». Non ne parlava da quasi un anno. Lo aveva fatto all'assemblea del Pd di Bologna del 17 novembre, chiedendolo con una certa enfasi insieme allo ius soli e dopo che entrambe le battaglie erano naufragate amaramente in Parlamento nel 2015. E Luigi Di Maio gli aveva risposto quasi con disprezzo: «C'è mezzo Paese sott'acqua, il futuro di 11.000 lavoratori a Taranto è in discussione e uno pensa allo ius soli?». Il disegno di legge sullo ius culturae, prima firmataria Laura Boldrini, è fermo da mesi alla Camera e fino a ieri sembrava interessare veramente solo a Leu. Ma se questo tema è un po' staccato dalla realtà e dalla contingenza politica, non così è per i decreti Sicurezza di Matteo Salvini, tra i provvedimenti simbolo di questa legislatura e vanto della Lega nel primo governo Conte. Repubblica ha già anticipato il testo di un primo decreto che toglierebbe le multe milionarie alle navi delle Ong che soccorrono, o comunque trasportano, i migranti in mare. Nei nove articoli filtrati sulla stampa, c'è anche una riforma del sistema di accoglienza a terra, con più disponibilità a riconoscere il diritto alla protezione umanitaria. Ci saranno inoltre l'iscrizione all'anagrafe comunale per i richiedenti asilo e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro senza troppi problemi. Inoltre, i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana scenderebbero da 48 a 36 mesi. La bozza del decreto è sul tavolo del premier Conte, con il Pd che vorrebbe fosse emanato e convertito prima della Finanziaria. Anche su questo, ieri Zingaretti è andato giù piatto: «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura». «I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi», ha aggiunto il segretario del Pd, «la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo». Insomma, un altro diktat, a riprova del fatto che Zingaretti vuole approfittare a tutti i costi della resa dei conti nel Movimento, dove c'è un'ala che fa capo a Di Maio per nulla pentita della linea dura contro l'immigrazione decisa dallo scorso governo. Il calcolo del Pd, sull'alleato in difficoltà, è evidente e per nulla insensato, anche se ci sono alcune controindicazioni. La prima, la più lampante, è che con Salvini alle prese con un surreale processo per sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti, cambiare i suoi decreti offre al leader leghista due mesi di argomentazioni forti a propria difesa. Il tutto su un tema dove lo stesso Pd e il premier sanno benissimo che gran parte degli italiani, al di là delle preferenze partitiche o dei toni più o meno duri di Salvini, vede l'immigrazione fuori controllo come un grave problema e un nervo scoperto. Da non sottovalutare anche il fatto che il famoso 3-3 delle regionali è stato ottenuto (e sbandierato) dal Pd grazie a due uomini come Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ovvero due tipi piuttosto concreti e dall'approccio muscolare, con una tradizione di militanza nella sinistra law and order. E se M5s appare compatto almeno sul no al Mes, ecco che anche qui è ripartita l'offensiva del Pd per chiedere subito quei 37 miliardi a Bruxelles. Quei soldi servono anche per mascherare alla nazione un particolare imbarazzante, dopo le fanfare: i soldi del Recovery fund non arriveranno che a rate e a partire dal prossimo anno, quindi urge legarsi mani e piedi all'Ue con il ricorso al Fondo salvastati. E sempre Zingaretti, sulle ali del suo mirabolante pareggio, ha deciso di aggiungere altra carne al fuoco con una nuova riforma costituzionale che limiti il bicameralismo perfetto con la scusa dell'efficienza. Ovviamente, al momento, sono chiacchiere in libertà. Ma danno il senso di come il Pd sia pronto ad approfittare persino dell'unica vittoria dell'alleato, ovvero quella al referendum, per metterlo nell'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-grillini-a-pezzi-il-pd-detta-legge-via-i-decreti-salvini-e-ius-soli-subito-2647793749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-nella-protesta-daremo-battaglia-in-parlamento" data-post-id="2647793749" data-published-at="1600981836" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito nella protesta. «Daremo battaglia in Parlamento» Il centrodestra, compatto e determinato, insorge contro la modifica dei decreti sicurezza introdotti da Matteo Salvini e l'introduzione dello ius culturae. «Zingaretti e Conte», attacca il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «adesso improvvisamente ritirano fuori la storiella dello ius culturae. Come se adesso il Paese inginocchiato economicamente dopo il lockdown e con lo spettro di una seconda ondata in arrivo non abbia altre vere priorità. E il segretario del Pd si augura una sua rapida calendarizzazione in parlamento. Sappia», avverte Calderoli, «che la Lega farà battaglia in ogni luogo, nelle commissioni e nelle aule, per bloccare lo ius soli, anche se declinato nella forma soft dello ius culturae. Personalmente l'ho già fermato nella scorsa legislatura, seppellendolo sotto una valanga di emendamenti, e sono pronto a rifarlo ora. Perché questa proposta serve solo ad un Pd che ha sempre meno voti nelle urne», argomenta Calderoli, «serve solo a cercare di regalare nuove cittadinanze per tentare di riequilibrare la situazione elettorale che li vede inevitabilmente sconfitti. Si tratta di una misura che non serve a niente a chi non ha raggiunto i 18 anni, perché l'unica differenza, tra chi la ha la cittadinanza e chi deve ancora ottenerla, in termini di diritti, è solo il voto, il diritto elettorale attivo e passivo, per il resto non cambia nulla». Sulle barricate il deputato Nicola Molteni, responsabile del Dipartimento sicurezza del Carroccio: «Il combinato disposto tra il patto per i migranti Ue e la cancellazione dei decreti Salvini», evidenzia Molteni, «sarà una tragedia per l'Italia. Un regalo alle Ong e ai gestori della finta accoglienza quella che non sforna solidarietà e integrazione bensì guadagni per onlus e cooperative. Ritornerà il business dei centri di accoglienza. Si tornerà a scaricare su sindaci e comunità locali», sottolinea Molteni, «l'onere dell'accoglienza creando tensione tra i cittadini. Ritorna la protezione umanitaria che è una sanatoria di immigrazione illegale e che ha prodotto invisibili e fantasmi generando insicurezza, illegalità e criminalità. Cancellando le multe alle Ong», prosegue Molteni, «si legittimano soggetti privati stranieri che violano le leggi e le convenzioni internazionali e mettono in pericolo la sicurezza del Paese a fungere da fattori di attrazione dell'immigrazione illegale. Faremo battaglia durissima in Parlamento e nelle piazze contro il decreto Clandestini di Conte e Lamorgese!» «Non è tempo di rivedere i decreti sicurezza», sottolinea il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «e di introdurre lo ius soli. La sanatoria voluta dal ministro Bellanova, del partito di Renzi, ha incentivato le partenze di clandestini verso l'Italia, il lassismo del governo nei confronti delle Ong ha agevolato il lavoro dei trafficanti, ora non serve l'ennesimo atto di resa ai danni dell'Italia e degli italiani costretti a subire una vera e propria invasione che altri paesi evitano». «Mes, Recovery fund, legge elettorale e decreti sicurezza. Quattro punti fondamentali dell'agenda di governo», attacca Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d'Italia, «su cui la maggioranza non ha nessuna visione comune. Conte sa che su ogni decisione rischia di non avere i numeri in Parlamento e tenterà di non decidere nulla come al solito. Un'autentica agonia», aggiunge la Caretta, «per un Paese che invece ha disperatamente necessità di una guida autorevole per ripartire e dare certezze agli italiani».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.