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Con i burocrati non si tratta: la Ue ignora la democrazia

Durante il recente dibattito sul referendum, si è detto che l'Unione Europea manca di affidabilità democratica e che nessuna riforma cambierà mai la situazione. Chi voleva rimanere nell'Unione ha liquidato queste preoccupazioni come trame populiste. Su una questione così importante, dicevano, il popolo non dovrebbe essere consultato, dal momento che non capisce che cosa è in ballo. Sono gli esperti che devono decidere. In realtà, sono stati gli esperti- o, quantomeno, coloro che erano spinti alla ribalta da quelli che volevano rimanere- che non hanno capito. Essi non hanno capito che il popolo britannico è profondamente democratico e non accetta di essere governato da burocrati che non si prendono la responsabilità dei propri errori.

Di certo, a proposito della quantità di fiele che è stato sputato sull'elettorato dopo il voto, possiamo ragionevolmente chiederci se le élites finanziarie e sociali del nostro paese credano davvero nella democrazia. Qualcuno ha chiesto un secondo referendum, scimmiottando quindi il comportamento dell'Unione Europea che, sconfitta dal voto popolare, chiede che il voto venga ripetuto, così da dare al popolo la possibilità di correggere il proprio errore. Ma è proprio perché l'Unione Europea non si fida dei popoli che i popoli non si fidano dell'Unione Europea.

Nelle attuali condizioni, in cui i governi difficilmente dispongono di una maggioranza, la maggior parte di noi vive sotto governi che non ci rappresentano. Accettiamo di essere governati da leggi e scelte fatte da politici con cui non siamo d'accordo e che talvolta disprezziamo. Come è possibile? Perché le democrazie non crollano regolarmente non appena il popolo rifiuta di essere governato da chi non ha mai votato?

Chiaramente, una democrazia deve essere tenuta insieme da qualcosa di più forte della politica. Ci deve essere una “prima persona plurale", una lealtà pre-politica, che fa sì che i vicini di casa che hanno votato in modo opposto si trattino l'un l'altro da cittadini, per i quali il governo non né «mio» né «tuo» ma «nostro», indipendentemente dal fatto che uno parteggi o no per esso.

E' vero che la stabilità di un paese dipende perlopiù dalla crescita economica. Ma dipende anche dalla fiducia sociale, il senso di appartenenza ad una medesima cosa, la consapevolezza che saremo a fianco gli uni degli altri nelle vere emergenze. La fiducia sociale si fonda su una lingua condivisa, costumi condivisi, un'istintiva osservanza delle leggi, su procedure condivise per risolvere dispute e vertenze, sullo spirito pubblico e l'abilità del popolo di cambiare il proprio governo in un processo che sia trasparente per tutti.

Le élites urbane costruiscono fiducia attraverso mosse carrieristiche, progetti congiunti, cooperazione attraverso i confini e ciò che il filosofo John Stuart Mill chiamava «esperimenti di vita». Come gli aristocratici dei tempi andati, esse costruiscono le loro reti senza riferimento ai confini nazionali. Non fanno riferimento, in generale, ad un luogo particolare, ad una fede particolare, ad una routine particolare per costruire il loro senso di appartenenza. Nel recente voto non avrebbero esitato a dire sì all'Unione europea, dal momento che essa minaccia poco o per niente il loro stile di vita. Tuttavia, persino nelle attuali condizioni, questa élite urbana dipende da altri che non appartengono ad essa: contadini, artigiani, tessitori, meccanici, soldati e amministratori per i quali l'attaccamento ad un luogo ed ai suoi costumi è implicito in tutto ciò che essi fanno. Non è certamente difficile immaginare che, su una questione di identità, queste persone voterebbero molto probabilmente diversamente rispetto alla élites urbane, dalle quali tuttavia dipendono per il governo.

Una prima persona plurale inclusiva è il residuo della cooperazione e della fiducia tramandate di generazione in generazione. Coloro che hanno guidato e ispirato il progetto europeo hanno provato a creare una prima persona plurale attraverso espedienti e sussidi, sopprimendo le lealtà nazionali dei popoli europei. Ma sono la nazionalità, la patria e una cultura comune a definire la vera identità europea. Mi sconvolge che così tanta gente non si sia accorta di tutto ciò, o non abbia capito che la democrazia e l'identità nazionale dipendono l'una dall'altra.

L'Europa è stata messa sulla strada della democrazia dalla pace di Westfalia del 1648, che mise fine alla devastante Guerra dei trent'anni. Il trattato marginalizzava il ruolo della religione, stabiliva il dominio della legge secolare negli stati sovrani dell'Europa centrale e risistemava i confini così che la nazionalità piuttosto che la fede divenisse il sostrato della fedeltà politica. In tutti i successivi conflitti la pace è stata ottenuta quando gli stati nazione dell'Europa accettarono di rispettare le rispettive sovranità e di permettere ad ogni nazione di fare le proprie leggi e vivere indisturbata nei suoi confini. E questo ha funzionato, almeno per brevi periodi tra un conflitto e l'altro e continuerà sicuramente a funzionare fintanto che gli stati nazione saranno governati democraticamente.

Il trattato di Roma, che ha fondato il progetto europeo, ha costituito la prima vera deviazione da quel lungo processo di creazione della pace. Non era un trattato che garantiva la sovranità ai firmatari, ma un trattato che diminuiva la sovranità nazionale. Fu pubblicizzato, all'inizio, come una standardizzazione dei costumi. Ma presto divenne chiaro che coloro che avevano firmato il trattato non stavano solo cedendo la facoltà di tassare i beni che attraversavano i confini, ma stavano cedendo i loro confini tout court e anche il diritto di fare leggi all'interno di essi. In breve, stavano cedendo la loro sovranità nazionale in cambio di una sovranità di altro tipo. Ma questo tipo di sovranità «altra» non avrebbe mai potuto essere democraticamente esercitata, dal momento che i popoli non la avrebbero mai identificata come «nostra». Queste leggi calate dall'alto sarebbero sempre state leggi fatte da «loro», in cui il «noi» non aveva spazio. Questo, dal mio punto di vista, è la vera ragione per cui così tante persone hanno votato per lasciare l'Unione Europea: hanno votato per il diritto di voto su questioni di rilevanza nazionale.

La versione ufficiale è che il trattato di Roma ha lo scopo di regolare gli scambi e il commercio tra gli stati nazione, e che nelle questioni sussidiarie, dove l'applicazione del trattato non è messa in questione, i governi nazionali hanno la completa sovranità. Come accade per la Commissione Europea, le sue direttive e regole sono questioni puramente tecniche, che regolano il mercato interno. Su queste questioni, i parlamenti nazionali sono sempre stati ben contenti di delegare agli esperti. Quindi, di cosa dobbiamo preoccuparci?

La versione ufficiale è però del tutto fallace. La portata del trattato è di fatto illimitata, dal momento che tutte le leggi e le decisioni possono essere intese come rilevanti per il commercio tra gli stati-nazione. Quindi, il libero movimento delle persone attraverso i confini nazionali è stato giustificato come parte integrante della questione del mercato interno, mentre le norme che riguardano i termini e le condizioni di impiego sono state utilizzate sia per imporre un codice morale di non-discriminazione che per penalizzare coloro che volevano emergere lavorando più ore dei loro concorrenti.

Nel nome del mercato internazionale, abbiamo scoperto, le persone possono essere governate in ogni aspetto della loro vita sociale e nessun parlamento può difendere il suo elettorato da questo. Queste direttive da passaggio al sistema metrico decimale hanno portato, con grande scontento popolare, all'abolizione dell'antica usanza delle nostre «high streets». Questo cambiamento profondo - che tocca non solo la nostra identità storica ma anche le nostre relazioni commerciali con l'America - è stato etichettato come un mero aggiustamento del mercato interno. Quindi, il parlamento non aveva diritto di mettere in discussione il risultato dell'abolizione, sebbene essa fosse un affronto al popolo britannico, alla sua storia e alle sue tradizionali modalità di scambio commerciale.

La promessa della sovranità nelle questioni sussidiarie è di fatto del tutto vacua. Chi decide quali questioni sono sussidiarie? Chi decide se una nazione può legiferare sui termini di un contratto di lavoro o sugli standard di efficienza energetica negli edifici? La risposta è: la Commissione Europea. Un governo ha sovranità solo se la commissione lo permette, e ovviamente non si tratterebbe comunque di sovranità. Il termine sussidiario è un neologismo che significa l'opposto di quello che sembra. Significa che i governi nazionali non sono affatto sovrani.

La nostra è una democrazia rappresentativa. Eleggiamo i nostri rappresentanti in parlamento affinché facciano lì i nostri interessi. In questo modo, affermiamo la nostra esistenza come un «noi», un elettorato tenuto insieme da una lealtà pre-politica e da un'identità condivisa. Ci sono molte pecche in questo sistema di governo, ma una caratteristica gli dà un insuperabile vantaggio su tutti gli altri modelli concepiti fino ad oggi: esso fa sì che chiunque esercita il potere sia responsabile verso il resto di noi. Questo è il significato della sovranità popolare. Ma il popolo in questione deve essere tenuto insieme da un «noi». Solo se questo «noi» è al suo posto il popolo può cooperare nell'assicurare che il processo legislativo sia responsabile e reversibile, quando vengono fatti degli errori.

E' dunque assolutamente impossibile che possiamo essere realmente rappresentati dalle istituzioni europee. La commissione non è eletta e il suo legiferare non è né pubblicamente illustrato né discusso apertamente. Non c'è un'opposizione organizzata e non vi è alcuna procedura chiara per correggere gli errori o espellere coloro che li fanno. E non vi è modo di modificare questi difetti perché non c'è un «noi» che può premere per un altro tipo di accordo. Tutto quello che noi del popolo possiamo fare è costringere i nostri governi ad uscire dal trattato. E questo è sintomo della bizzarria del trattato nella sua totalità.

In una democrazia parlamentare la legge cambia e le costituzioni evolvono, secondo il desiderio del popolo. Ma quando la legislazione è controllata da un trattato, e il trattato stesso può essere cambiato solo dalla maggioranza dei firmatari, il processo legislativo diviene rapidamente stagnante, procedendo secondo un'agenda che non è mai stata adattata alle condizioni mutanti dell'Europa e che non può adattarsi ad esse ora. Abbiamo visto questo riguardo a quella che per noi è la parte più critica del trattato di Roma, nello specifico quella che permette la libertà di movimento all'interno dell'Unione, che è stata causa di una marea migratoria mai vista prima verso questo paese, che non abbiamo nessun potere legale di limitare. Nessuno aveva previsto l'effetto di questa norma quando il trattato originale venne firmato, ma nessuno può annullarlo «solo» perché sta portando ad una catastrofe demografica. Adesso, dobbiamo seguire le istruzioni, anche se sono state scritte in un altro mondo, da persone morte e sepolte.

Molti diranno che, in una democrazia rappresentativa, i referendum hanno una legittimità dubbia e questo è certamente vero, poiché i referendum negano il diritto dei legislatori di prendere decisioni senza consultare il popolo, cosa che i legislatori si devono sentire liberi di fare se devono essere realmente responsabili delle loro decisioni. Tuttavia, c'è una circostanza in cui solo un referendum può rispondere al bisogno del momento, e questo è quando ciò che deve essere deciso è chi ha il diritto di decidere. Chi, in altre parole, è parte del «noi». Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare appello direttamente al popolo. Ecco perché abbiamo fatto un referendum sulla permanenza della Scozia nel Regno Unito e un altro referendum sulla nostra permanenza nell'Unione Europea.

Fare appello al popolo è importante soprattutto ora, quando così tanti hanno visto il loro mondo messo sottosopra dall'economia globale. Per molti di costoro, i vecchi legami sono stati messi in discussione, il loro senso di luogo e casa è stato distrutto; eppure essi, così come le élites, vogliono vivere la loro vita a pieno ed essere in pace coi loro vicini. Il referendum ha dato voce a queste persone e quello che queste ci hanno detto è che nel loro paese, le loro leggi e la loro sovranità sono più importanti degli editti di anonimi burocrati che cercano di comandarli da non-luoghi.

Le nostre élites metropolitane si libererebbero volentieri di queste persone, nello stesso modo in cui il Partito Laburista, durante il dibattito sul referendum, sarebbe stato felice di potersi liberare della classe operaia autoctona, per dare voce ai ristoratori internazionali di Islington invece che ai lavoratori combattivi delle fabbriche delle nostre città settentrionali. Ma non c'è modo di forzare il popolo ad accettare modi di appartenenza che non fanno parte del loro stile di vita. Dobbiamo quindi includere le persone ordinarie per cui questo paese è un'eredità da custodire ed una casa, nelle decisioni fatte a nome loro. Possiamo farlo? Una cosa è certa, questo non è stato fatto dall'Unione Europea. Da questo punto di vista, la situazione può solo migliorare.

(Traduzione di Alberto Pesaro)