
Che la Storia non si cambi per decreto o a colpi di leggi o sentenze è un dato di fatto di cui converrebbe farsi una ragione. Resta tuttavia allucinante la selva di reazioni suscitate dal messaggio che il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha inviato alle scuole il 9 novembre. La lettera, come noto, prendeva le mosse dall’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino e ricordava, fra le altre cose, che il comunismo, nato come «grande utopia», si è presto «convertito in un incubo», lastricando la via per il paradiso in Terra con milioni di cadaveri. Apriti cielo. L’intero apparato mediatico ieri si è scagliato contro il nuovo ministro, accusandolo di aver dimenticato - per ragioni ideologiche - che il 9 novembre ricorre anche l’anniversario della notte dei cristalli, e si celebra la giornata mondiale contro l’antisemitismo. Insomma, Valditara si sarebbe limitato ad attaccare i rossi, sorvolando sulle malefatte dei neri.
Secondo il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, la letterina di Valditara è «faziosa e piena di rimozioni». Di più: è anticomunista e di destra (ma pensa), e dire che il comunismo ha causato milioni di morti «è come dire che la via del liberalismo o del capitalismo è lastricata da milioni di cadaveri dei Paesi colonizzati, delle guerre imperialiste, dei morti sul lavoro». Secondo La Repubblica, invece, «nella Giornata della libertà la destra dimentica il fascismo». L’ex finiana Flavia Perina, sulla Stampa, ne ha invece approfittato per punzecchiare i sovranisti, spiegando che la distruzione del muro indica «l’avvio di una nuova storia europea fondata sull’abbraccio dei popoli e sulla condivisione di regole comuni fra gli Stati». Dove sta il problema? Facile: a parere della Perina la destra che ora recupera la festa del 9 novembre (Giornata della libertà contro i totalitarismi voluta dal governo Berlusconi nel 2005) è quella che i muri li erige, invece di abbatterli.
Osservando questo ribollente calderone ideologico possiamo trarre almeno un paio di conclusioni. La prima è che il mancato riferimento alla notte dei cristalli (su cui nessuno finora aveva mai polemizzato) nasconde in realtà il fastidio per l’attacco frontale al comunismo reale condotto dal ministro. Per una parte della sinistra, l’equiparazione dei totalitarismi novecenteschi è inaccettabile, come dimostrato già in passato da analoghi dibattiti. Il comunismo resta, nella peggiore delle ipotesi, una buona idea realizzata male da alcuni, e non si può certo paragonarla al «male assoluto nazifascista». Al massimo, e questa è la seconda conclusione, se proprio si deve criticare il comunismo, lo si può fare in chiave liberale, cioè celebrando contemporaneamente l’apertura delle frontiere e l’era-di-pace-e-prosperità che il capitalismo ci avrebbe garantito dal 1989 in avanti.
Comunque vada, insomma, rimuovere il filtro liberal-progressista non è possibile. Chi volesse tentare di fissare nella memoria collettiva l’orrore del sistema concentrazionario sovietico, l’abisso del Gulag, farebbe meglio a parlare di «fascismo rosso», categoria che si tenta ripetutamente di riportare in vita onde consentire alla sinistra istituzionale una risciacquatura dei vecchi abiti.
Ed è interessante notare come la versione radical e quella liberal convergano sul tema: le due declinazioni dell’ideologia dominante hanno bisogno in fondo dello stesso nemico, cioè il fascismo. Introdurre l’idea secondo cui esistano altri orrori nella Storia e non soltanto il mostro nazifascista depotenzia quel Grande Avversario di cui il pensiero prevalente ha bisogno. L’esistenza di una bestia rossa relativizza l’orrore suscitato dalla bestia nera, e questo non è opportuno per chi si ritrova quotidianamente a usare il fascismo come arma politica.
Lo certificano gli avvenimenti delle ultime ore. Chi si oppone al mortifero sistema di trasporto migranti dalle coste africane a quelle italiane deve essere immediatamente indicato come un pericoloso nazifascista. Infatti si dice che il governo destrorso voglia attuare una «selezione» degli stranieri del tutto simile a quella attuata dai nazisti nel lager. C’è persino chi, come fa Nadia Urbinati su Domani, mette sullo stesso piano il ministro Matteo Piantedosi e Adolf Eichmann. Altri insistono sulla spietatezza dell’Italia che farebbe morire i bambini in mare, di nuovo esibendo tratti somatici nazistoidi.
Il comunismo, che pure in alcune forme sopravvive e nemmeno in pessima salute, non si può consegnare alla Storia per non correre il rischio di disturbare chi ne ha raccolto malamente l’eredità. Il fascismo, invece, non si può archiviare perché va costantemente rivivificato, per simularne l’incombente minaccia, che si presenta ogni volta sotto spoglie diverse.
Intanto, mentre noi ci perdiamo nei dibattiti sul contenuto dei sussidiari, avanzano nuove e più subdole (perché meno esplicite) forme di intolleranza, come l’ideologia gender che impone ai professori di liceo la riscrittura del linguaggio e la ridefinizione dell’essere umano. O come il trionfante «liberalismo reale» che postula l’esportazione forzata di una (falsa) democrazia e di una (falsa) libertà in ogni campo, a partire dalla totale libertà di circolazione che accomuna uomini e merci, rendendo i primi indistinguibili dalle seconde.
In fondo, il problema sta tutto lì: non si può condannare il comunismo sovietico perché l’attuale sistema ne è la prosecuzione con altri mezzi.



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