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2022-06-11
Comuni, le sfide calde. Chi non fa alleanze conta sui ballottaggi
Quasi 9 milioni di italiani chiamati alle urne: domani, domenica 12 giugno, dalle 7 alle 23 si vota per eleggere i sindaci e rinnovare i consigli comunali di 978 Comuni, tra i quali 22 capoluoghi di provincia (Alessandria, Asti, Barletta, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lodi, Lucca, Messina, Monza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Verona, Viterbo) e quattro capoluoghi anche di Regione: Genova, Palermo, Catanzaro e L’Aquila. I Comuni con più di 15.000 abitanti, nei quali si andrà al ballottaggio tra i primi due candidati domenica 26 giugno se nessuno otterrà il 50% più uno dei voti, sono 142. Per i Comuni con meno di 15.000 abitanti queste amministrative introducono una novità: se alle elezioni risulta ammessa una sola lista, e fermo restando che i voti validi all’unica lista ammessa non devono essere inferiori al 50% dei votanti, sarà sufficiente che il numero dei votanti non sia inferiore al 40% degli elettori.
Passiamo sinteticamente in rassegna le sfide principali. A Genova i candidati sono 7: i favoriti sono il sindaco uscente Marco Bucci, sostenuto dal centrodestra, da Carlo Calenda e Matteo Renzi, e Ariel Dello Strologo, alla guida di una coalizione giallorossa con Pd, M5s e altre liste di sinistra; giallorossi compatti anche a Catanzaro, a sostegno di Nicola Fiorita, mentre il centrodestra si divide: Valerio Donato è sostenuto da Forza Italia, Lega, Italia viva e Udc mentre Fratelli d’Italia tenta la corsa in solitaria candidando Wanda Ferro. A L’Aquila in gara il sindaco uscente di centrodestra, Pierluigi Biondi, che sfida la senatrice del Pd Stefania Pezzopane, sostenuta anche dal M5s. A Palermo, dopo un lungo tira e molla, il centrodestra ha trovato l’intesa su Francesco Lagalla, mentre Pd e M5s schierano Franco Miceli e Azione di Calenda e +Europa di Emma Bonino sostengono Fabrizio Ferrandelli.
Il doppio turno finisce come di consueto per agevolare le spaccature interne alle coalizioni, che poi di solito si riuniscono al ballottaggio, e così, oltre che a Catanzaro, il centrodestra si presenta diviso anche a Verona, Parma e Viterbo. A Verona l’altro ieri sera c’è stato finalmente un abbraccio pubblico tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini: Lega e Fratelli d’Italia sostengono la ricandidatura del sindaco uscente Federico Sboarina, insieme ai centristi dell’Udc, Noi con l’Italia e alla lista del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Forza Italia invece si è schierata con l’ex sindaco Flavio Tosi, mentre il centrosinistra sostiene l’ex calciatore Damiano Tommasi (ma il M5s non ha presentato la lista).
Centrodestra diviso pure a Parma, dove i cittadini sono chiamati a eleggere il nuovo sindaco dopo i due mandati Federico Pizzarotti, eletto nel 2012 con il M5s e poi di nuovo nel 2017 come civico. Pizzarotti e il Pd sostengono Michele Guerra, Forza Italia e Lega schierano l’ex sindaco Pietro Vignali, mentre Fratelli d’Italia candida Priamo Bocchi. Il M5s non ha presentato la lista. A Viterbo, Fdi schiera Laura Allegrini; Lega, Udc e un pezzo di Forza Italia sostengono Claudio Ubertini; Italexit appoggia Marco Cardona e per finire Chiara Frontini ha il sostegno di Rinascimento di Vittorio Sgarbi e alcune civiche di area moderata. I giallorossi sostengono Alessandra Troncarelli.
Frantumato il centrosinistra (o campo largo, o giallorossi, come preferite): solo in 18 capoluoghi su 26 Pd e M5s sono compatti a sostegno dello stesso candidato a sindaco. Il crollo più vistoso è quello dei pentastellati guidati da Giuseppe Conte, che in moltissimi Comuni non schierano il simbolo (i casi più clamorosi sono Parma e Verona) e vedono i loro militanti sparpagliati in varie civiche. Il M5s non presenta il simbolo neanche a Lucca, mentre a Cuneo corre da solo con Silvia Cina che sfida la candidata di Pd e centrosinistra Patrizia Manassero. Per comprendere immediatamente la situazione disastrosa del M5s, basta pensare che in Sicilia, un tempo granaio elettorale dei grillini, Conte è riuscito a presentare la lista in coalizione con il Pd solo in 3 Comuni su 120 (Palermo, Messina e Scordia in provincia di Catania). A proposito di Messina: qui la Lega, con il simbolo Prima l’Italia, sostiene Federico Basile mentre il resto del centrodestra appoggia Federico Croce. Basile è il candidato dell’ex sindaco Cateno De Luca, in corsa per le regionali del prossimo autunno. Regionali che rappresentano un nodo intricato da sciogliere per il centrodestra: Fratelli d’Italia spinge per la ricandidatura del governatore Nello Musumeci, ma la Lega fa muro. Nel 2023, invece, si svolgeranno invece le regionali in Lombardia. Ieri Carlo Calenda, leader di Azione, ha sparigliato le carte: «Ci sono persone di grandissima qualità», ha detto Calenda, «anche nel campo avverso: Letizia Moratti sarebbe un’ottima candidata a fare il presidente della Regione. Lo farebbe molto bene». La Moratti ha ringraziato Calenda, aggiungendo che «ci sono diverse ipotesi e riflessioni in corso». Il governatore Attilio Fontana, in corsa per la ricandidatura, si è limitato a una battuta: «Vuol dire che Carlo Calenda chiederà di entrare nel centrodestra, e la cosa mi fa piacere».
Giustizia, corsa all’ultimo votante. Ma l’obiettivo quorum resta difficile
Sarà una corsa all’ultimo voto. O meglio: all’ultimo votante. Stiamo parlando dei cinque referendum sulla giustizia, per i quali l’attenzione domani sarà concentrata sull’affluenza ai seggi. Trattandosi di un referendum abrogativo e non di un referendum costituzionale, affinché sia valida, la consultazione ha bisogno che vi prendano parte la metà più uno degli aventi diritto al voto. Da questo punto di vista, la concomitanza con le elezioni amministrative in numerosi comuni può certamente rappresentare un aiuto, ma l’obiettivo resta comunque difficile. Anche perché i seggi saranno aperti una sola giornata, dalle 7 alle 23, a differenza che in altre occasioni, quando si è votato per due giorni o in periodi dell’anno meno soggetti alla tentazione balneare. Ad alleggerire il fardello per chi sta tentando di raggiungere il quorum, è arrivata in extremis la revoca dell’obbligo di mascherina nei seggi, inizialmente previsto da una circolare congiunta del ministero dell’Interno e della Salute e poi caduto in seguito alle proteste della Lega.
Quanto ai quesiti, come è noto riguardano tutti la giustizia, visto che a suo tempo la Consulta dichiarò non ammissibili quelli sulla legalizzazione della cannabis e sull’eutanasia. Giova ricordare che nei referendum abrogativi all’elettore si chiede se vuole mantenere o cancellare una legge o parte di essa, per cui chi è favorevole alla modifica deve barrare il sì, mentre chi vuole conservare lo status quo deve barrare il no.
Il primo (scheda rossa) riguarda la legge Severino sull’incandidabilità e la decadenza dalle cariche pubbliche anche in assenza di una condanna definitiva: votando sì a decidere l’interdizione dai pubblici uffici per il politico condannato non in via definitiva sarebbe il giudice, valutando caso per caso senza alcun automatismo. Il secondo quesito (scheda arancione) riguarda la custodia cautelare e il suo possibile abuso: se prevarranno i sì questa non potrà più applicarsi per il rischio di reiterazione del reato, con l’eccezione di reati che prevedono l’uso della violenza o delle armi oppure legati alla criminalità organizzata. Il terzo quesito (scheda gialla) è quello sulla separazione dei ruoli per i magistrati. Chi non vuole che le toghe possano passare dal ruolo di giudice a quello di pm e viceversa, ma che facciano una scelta definitiva a inizio carriera, dovranno votare sì. Riguarda invece i criteri di valutazione dei magistrati il quarto quesito, quello con la scheda grigia: qui la vittoria del sì permetterebbe anche ai professori universitari e agli avvocati facenti parte dei Consigli giudiziari di esprimere il proprio parere sull’operato delle toghe. Infine, il quinto quesito (scheda verde) interviene sul sistema elettorale del Csm. Se vincerà il sì, un magistrato che volesse candidarsi non avrebbe bisogno di essere supportato da almeno 25 colleghi, di norma riferibili a una corrente.
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Nove milioni di italiani alle urne. Carlo Calenda mette un piede nel campo del centrodestra e lancia Letizia Moratti in Lombardia.Cinque referendum abrogativi per riformare un sistema ingessato ormai da decenni.Lo speciale contiene due articoli.Quasi 9 milioni di italiani chiamati alle urne: domani, domenica 12 giugno, dalle 7 alle 23 si vota per eleggere i sindaci e rinnovare i consigli comunali di 978 Comuni, tra i quali 22 capoluoghi di provincia (Alessandria, Asti, Barletta, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lodi, Lucca, Messina, Monza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Verona, Viterbo) e quattro capoluoghi anche di Regione: Genova, Palermo, Catanzaro e L’Aquila. I Comuni con più di 15.000 abitanti, nei quali si andrà al ballottaggio tra i primi due candidati domenica 26 giugno se nessuno otterrà il 50% più uno dei voti, sono 142. Per i Comuni con meno di 15.000 abitanti queste amministrative introducono una novità: se alle elezioni risulta ammessa una sola lista, e fermo restando che i voti validi all’unica lista ammessa non devono essere inferiori al 50% dei votanti, sarà sufficiente che il numero dei votanti non sia inferiore al 40% degli elettori.Passiamo sinteticamente in rassegna le sfide principali. A Genova i candidati sono 7: i favoriti sono il sindaco uscente Marco Bucci, sostenuto dal centrodestra, da Carlo Calenda e Matteo Renzi, e Ariel Dello Strologo, alla guida di una coalizione giallorossa con Pd, M5s e altre liste di sinistra; giallorossi compatti anche a Catanzaro, a sostegno di Nicola Fiorita, mentre il centrodestra si divide: Valerio Donato è sostenuto da Forza Italia, Lega, Italia viva e Udc mentre Fratelli d’Italia tenta la corsa in solitaria candidando Wanda Ferro. A L’Aquila in gara il sindaco uscente di centrodestra, Pierluigi Biondi, che sfida la senatrice del Pd Stefania Pezzopane, sostenuta anche dal M5s. A Palermo, dopo un lungo tira e molla, il centrodestra ha trovato l’intesa su Francesco Lagalla, mentre Pd e M5s schierano Franco Miceli e Azione di Calenda e +Europa di Emma Bonino sostengono Fabrizio Ferrandelli.Il doppio turno finisce come di consueto per agevolare le spaccature interne alle coalizioni, che poi di solito si riuniscono al ballottaggio, e così, oltre che a Catanzaro, il centrodestra si presenta diviso anche a Verona, Parma e Viterbo. A Verona l’altro ieri sera c’è stato finalmente un abbraccio pubblico tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini: Lega e Fratelli d’Italia sostengono la ricandidatura del sindaco uscente Federico Sboarina, insieme ai centristi dell’Udc, Noi con l’Italia e alla lista del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Forza Italia invece si è schierata con l’ex sindaco Flavio Tosi, mentre il centrosinistra sostiene l’ex calciatore Damiano Tommasi (ma il M5s non ha presentato la lista).Centrodestra diviso pure a Parma, dove i cittadini sono chiamati a eleggere il nuovo sindaco dopo i due mandati Federico Pizzarotti, eletto nel 2012 con il M5s e poi di nuovo nel 2017 come civico. Pizzarotti e il Pd sostengono Michele Guerra, Forza Italia e Lega schierano l’ex sindaco Pietro Vignali, mentre Fratelli d’Italia candida Priamo Bocchi. Il M5s non ha presentato la lista. A Viterbo, Fdi schiera Laura Allegrini; Lega, Udc e un pezzo di Forza Italia sostengono Claudio Ubertini; Italexit appoggia Marco Cardona e per finire Chiara Frontini ha il sostegno di Rinascimento di Vittorio Sgarbi e alcune civiche di area moderata. I giallorossi sostengono Alessandra Troncarelli.Frantumato il centrosinistra (o campo largo, o giallorossi, come preferite): solo in 18 capoluoghi su 26 Pd e M5s sono compatti a sostegno dello stesso candidato a sindaco. Il crollo più vistoso è quello dei pentastellati guidati da Giuseppe Conte, che in moltissimi Comuni non schierano il simbolo (i casi più clamorosi sono Parma e Verona) e vedono i loro militanti sparpagliati in varie civiche. Il M5s non presenta il simbolo neanche a Lucca, mentre a Cuneo corre da solo con Silvia Cina che sfida la candidata di Pd e centrosinistra Patrizia Manassero. Per comprendere immediatamente la situazione disastrosa del M5s, basta pensare che in Sicilia, un tempo granaio elettorale dei grillini, Conte è riuscito a presentare la lista in coalizione con il Pd solo in 3 Comuni su 120 (Palermo, Messina e Scordia in provincia di Catania). A proposito di Messina: qui la Lega, con il simbolo Prima l’Italia, sostiene Federico Basile mentre il resto del centrodestra appoggia Federico Croce. Basile è il candidato dell’ex sindaco Cateno De Luca, in corsa per le regionali del prossimo autunno. Regionali che rappresentano un nodo intricato da sciogliere per il centrodestra: Fratelli d’Italia spinge per la ricandidatura del governatore Nello Musumeci, ma la Lega fa muro. Nel 2023, invece, si svolgeranno invece le regionali in Lombardia. Ieri Carlo Calenda, leader di Azione, ha sparigliato le carte: «Ci sono persone di grandissima qualità», ha detto Calenda, «anche nel campo avverso: Letizia Moratti sarebbe un’ottima candidata a fare il presidente della Regione. Lo farebbe molto bene». La Moratti ha ringraziato Calenda, aggiungendo che «ci sono diverse ipotesi e riflessioni in corso». Il governatore Attilio Fontana, in corsa per la ricandidatura, si è limitato a una battuta: «Vuol dire che Carlo Calenda chiederà di entrare nel centrodestra, e la cosa mi fa piacere».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/comuni-le-sfide-calde-chi-non-fa-alleanze-conta-sui-ballottaggi-2657494395.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giustizia-corsa-allultimo-votante-ma-lobiettivo-quorum-resta-difficile" data-post-id="2657494395" data-published-at="1654930939" data-use-pagination="False"> Giustizia, corsa all’ultimo votante. Ma l’obiettivo quorum resta difficile Sarà una corsa all’ultimo voto. O meglio: all’ultimo votante. Stiamo parlando dei cinque referendum sulla giustizia, per i quali l’attenzione domani sarà concentrata sull’affluenza ai seggi. Trattandosi di un referendum abrogativo e non di un referendum costituzionale, affinché sia valida, la consultazione ha bisogno che vi prendano parte la metà più uno degli aventi diritto al voto. Da questo punto di vista, la concomitanza con le elezioni amministrative in numerosi comuni può certamente rappresentare un aiuto, ma l’obiettivo resta comunque difficile. Anche perché i seggi saranno aperti una sola giornata, dalle 7 alle 23, a differenza che in altre occasioni, quando si è votato per due giorni o in periodi dell’anno meno soggetti alla tentazione balneare. Ad alleggerire il fardello per chi sta tentando di raggiungere il quorum, è arrivata in extremis la revoca dell’obbligo di mascherina nei seggi, inizialmente previsto da una circolare congiunta del ministero dell’Interno e della Salute e poi caduto in seguito alle proteste della Lega. Quanto ai quesiti, come è noto riguardano tutti la giustizia, visto che a suo tempo la Consulta dichiarò non ammissibili quelli sulla legalizzazione della cannabis e sull’eutanasia. Giova ricordare che nei referendum abrogativi all’elettore si chiede se vuole mantenere o cancellare una legge o parte di essa, per cui chi è favorevole alla modifica deve barrare il sì, mentre chi vuole conservare lo status quo deve barrare il no. Il primo (scheda rossa) riguarda la legge Severino sull’incandidabilità e la decadenza dalle cariche pubbliche anche in assenza di una condanna definitiva: votando sì a decidere l’interdizione dai pubblici uffici per il politico condannato non in via definitiva sarebbe il giudice, valutando caso per caso senza alcun automatismo. Il secondo quesito (scheda arancione) riguarda la custodia cautelare e il suo possibile abuso: se prevarranno i sì questa non potrà più applicarsi per il rischio di reiterazione del reato, con l’eccezione di reati che prevedono l’uso della violenza o delle armi oppure legati alla criminalità organizzata. Il terzo quesito (scheda gialla) è quello sulla separazione dei ruoli per i magistrati. Chi non vuole che le toghe possano passare dal ruolo di giudice a quello di pm e viceversa, ma che facciano una scelta definitiva a inizio carriera, dovranno votare sì. Riguarda invece i criteri di valutazione dei magistrati il quarto quesito, quello con la scheda grigia: qui la vittoria del sì permetterebbe anche ai professori universitari e agli avvocati facenti parte dei Consigli giudiziari di esprimere il proprio parere sull’operato delle toghe. Infine, il quinto quesito (scheda verde) interviene sul sistema elettorale del Csm. Se vincerà il sì, un magistrato che volesse candidarsi non avrebbe bisogno di essere supportato da almeno 25 colleghi, di norma riferibili a una corrente.
Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.