True
2022-11-20
I «competenti» ingranano la retro su effetti avversi e dosi a ripetizione
Antonella Viola (Imagoeconomica)
Ah, ma allora si poteva dire. Si poteva dire che è opportuno soppesare rischi e benefici dei vaccini. Si poteva dire che è sciocco inseguire i giovani sani con la siringa. Si poteva dire che questi farmaci sono inutili ai fini della protezione dall’infezione. Si poteva dire che chi dovrebbe vigilare sui produttori, a volte, chiude un occhio e magari anche l’altro. Forse si poteva dire, ma solo se a dirlo erano loro: le virostar, i «competenti». Se a parlare è un Marcello Gemmato qualunque, ci si deve stracciare il camice bianco per sdegno. Così, ottenuti l’autodafé del sottosegretario alla Salute e la professione di fede vaccinale e «mascherinica» del ministro Orazio Schillaci, i progressisti sanitari si sono sentiti liberi di ringranare la retromarcia.
Ieri, sulla Stampa, Antonella Viola svelava un mistero che alla Verità era proprio ignoto: oggi, «la situazione è molto diversa» rispetto all’inizio della pandemia. Il Sars-Cov-2 «è meno pericoloso». E «i vaccini, anche quelli più aggiornati, non sono più in grado di bloccare efficacemente i contagi». Dunque, «la decisione sui richiami da effettuare diventa davvero personale». Nel senso che, «per chi è giovane, in salute e ha già un ciclo dei vaccinazioni completo» - tre dosi, s’intende - «la scelta non è così scontata». Pazzesco: noi, sul giornale accusato di diffondere «falsità sul Covid», non l’avevamo mai scritto. Non avevamo mai invocato una moratoria sulle punture agli under 40 (e qualche indagine seria sulle reazioni avverse).
Pure Repubblica, venerdì, è incappata in un momento-rivelazione. Dopo una pappardella sul valore salvifico delle iniezioni e un appello al «senso di responsabilità» di medici, giornalisti, politici e «pseudoscienziati» (gli «pseudo» sono sempre quelli che non s’attengono all’ortodossia), la dottoressa Roberta Villa si abbandonava a un’ammissione interessante: «È vero che i vaccini in certi casi possono provocare effetti indesiderati anche gravi». Ce lo segniamo, perché tanti scienziati non «pseudo», invece, vanno ancora in giro a raccontare che le controindicazioni sono una bufala inventata dai complottisti. Ma soprattutto, il quotidiano romano precisava che «ciascuno di questi rischi si mette su un piatto della bilancia rispetto ai benefici, non una volta, ma per quanto riguarda ogni richiamo: per questo, mentre la terza dose è ritenuta indispensabile per ottenere una copertura di base per tutti, la quarta dose è raccomandata» a over 60 e fragili. Un altro concetto oscuro per i lettori della Verità: quando si propone di somministrare un medicinale, si verifica che, al candidato, la somministrazione convenga.
Certo, per salvare la faccia, la Villa e la Viola hanno difeso l’utilità universale del primo booster. Sentite il rumore di unghie sugli specchi? Il punto è che quando il governo Draghi ricattava financo gli alunni, per costringerli alla terza inoculazione sotto la minaccia della Dad, i dati dimostravano già che, specie con la comparsa di Omicron, tirare i ragazzi sani per il braccio era superfluo e vessatorio. Adesso ci sono arrivati tutti: per l’uso dei farmaci esistono vantaggi, esistono pericoli ed esiste un metodo per fare la tara.
D’altro canto, se finalmente le aziende stesse stanno approfondendo la questione dei potenziali danni cardiaci di lungo termine derivanti dai vaccini, non è pacifico che le autorità regolatorie siano state scrupolose nei controlli.
Il British medical journal, ad esempio, denuncia che la Food and drug administration avrebbe trascurato le ispezioni nei siti in cui Big pharma ha svolto i trial clinici. Su 153 impianti di Pfizer negli Usa, i tecnici ne hanno visitati solo nove. Di 99 appartenenti a Moderna, gli uomini di Fda hanno fatto capolino in dieci. Un atteggiamento lasco, che si somma ai dubbi sollevati tempo fa da una whistleblower americana, Brook Jackson, la quale aveva segnalato irregolarità in un sito in cui si realizzavano test sui vaccini Pfizer. Gli esperti, citati dalla testata, hanno definito il sistema di monitoraggio «platealmente inadeguato». Pare che fidarsi ciecamente dei capitalisti sanitario non sia saggio. Lo certifica il sancta sanctorum della scienza, quella non «pseudo».
Pure in via Solferino è cambiata un po’ l’aria. In uno speciale sulle «prossime ondate», il Corsera ha riconosciuto che i richiami non potranno impedire «del tutto» un aumento dei casi. Un’ovvietà, ma valida a targhe alterne. Quando Janine Small, di Pfizer, ha confermato al Parlamento Ue che i vaccini non sono stati sperimentati per la capacità di bloccare il virus, c’è stata la corsa a mettere le mani avanti: nessuno ci aveva promesso un simile miracolo! Quando il governo Meloni ha reintegrato i medici non inoculati, è scattato il contrordine: teniamoli lontani dai fragili, poiché sono potenziali untori. Mica come i loro colleghi... Ora è stata ripristinata la versione originaria: i vaccini prevengono le forme gravi, ma il raffreddore è inevitabile.
Pazienza. Stiamo al gioco. Lo giochiamo da tanto. Come funziona, l’aveva capito Lewis Carroll nel 1865: «“La questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”. “La questione è”, ripeté Humpty Dumpty, “chi è che comanda”».
Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi
La Ecotech srl è fallita. La società di Frascati, che aveva ricevuto circa 11,7 milioni di euro dalla Regione Lazio per la fornitura di mascherine nel periodo più brutto della pandemia, ha cessato di esistere. Con la sentenza numero 604 del 10 novembre, il tribunale ordinario di Roma ne ha decretato il fallimento e nominato come giudice delegato Margherita Libri, che avrà il compito di recuperare più denaro possibile e di risarcire i creditori. Questi ultimi ed eventuali terzi che vantano diritti reali e mobiliari su cose in possesso del fallito hanno 30 giorni per presentare istanze. La richiesta di fallimento è stata avanzata dall’avvocato della Regione Lazio, Valentina Di Vincenzo, che presenterà tutti i documenti necessari per tentare di recuperare, cosa assai improbabile, oltre 11 milioni di euro. La Ecotech aveva iniziato a restituire parte delle somme ricevute (1 milione e 746.000 euro) e aveva ottenuto anche la promessa di un ulteriore rimborso da parte di Ex-Or Sa per un importo di circa 3 milioni euro. Sull’entità definitiva dell’importo bisognerà attendere il 13 dicembre, quando ci sarà l’udienza definitiva a Taranto.
Altra questione in ballo, l’imponente giacenza di mascherine presso gli hub doganali di Malpensa e Fiumicino, oltre a quelli nei magazzini di Ciampino. Parliamo di 600.000 Ffp2 e 1 milione e 100.000 mascherine chirurgiche (valore: circa 2 milioni di euro), già impacchettati e mai ritirati dalla Protezione civile. Inoltre risulta ancora pendente il ricorso avverso il decreto ingiuntivo della Regione Lazio e che, in caso di accoglimento, invaliderebbe la procedura fallimentare (ipotesi remota).
Secondo quanto scrive il tribunale di Roma, la società era inaffidabile. La Regione Lazio non la pensava così, tant’è che la Corte dei conti ha aperto un procedimento nei confronti dell’ente, chiamando in causa il presidente dimissionario, Nicola Zingaretti, e l’ex «pizzardone» di Rieti, a capo della Protezione civile, Carmelo Tulumello. La «responsabilità» del danno erariale «patito dalla Regione Lazio» e derivante dall’«incauto affidamento della fornitura di mascherine alla società Ecotech srl» è direttamente ascrivibile a Zingaretti. Questo uno dei passaggi scritti dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Alfio Vecchio. Per i magistrati, «Zingaretti era solito ingerirsi negli acquisti di mascherine» e «diversi episodi testimoniano» come egli «si occupasse direttamente di intessere rapporti per l’acquisizione di mascherine».
La decisione di far fallire Ecotech segue le dichiarazioni rilasciate dal legale Rodolfo Murra, coordinatore dell’Avvocatura regionale, in esclusiva alla Verità. Incalzato dalle nostre domande anche sulla sorella di Zingaretti (per ora estranea ai fatti), il legale espresse giudizi che misero in imbarazzo i vertici regionali e, forse, hanno «svegliato» il tribunale fallimentare.
Rileggendo oggi quelle dichiarazioni si rimane spiazzati: «Questa è una vicenda molto penosa perché si parla di soldi pubblici che non recupereremo mai. Abbiamo fatto istanza di fallimento per la Ecotech e il giudice non si pronuncia da mesi nonostante la società non abbia più nulla. Fatto il decreto ingiuntivo e per farlo rendere esecutivo ho dovuto fare una supplica al presidente del tribunale. Quando ce lo ha concesso abbiamo tentato il pignoramento sui conti correnti e non abbiamo trovato niente. È ingiusto dire che siamo partiti tardi».
Sergio Mondin e la moglie Anna Perna, titolari della Ecotech, al momento sembrano aver perso tutto, ma non è escluso che presto possano andare a far loro compagnia Zingaretti e Tulumello.
Continua a leggereRiduci
Dopo l’autodafé di Marcello Gemmato, i virotalebani cambiano registro: Antonella Viola ammette che i booster ai ragazzi sani non servono, «Repubblica» che vanno valutati rischi e benefici. Il «Bmj»: «Fda non ispeziona i siti dei trial».Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi. L’istanza al tribunale è partita dalla Regione Lazio, ma si complica l’iter per riavere gli 11,7 milioni spesi per i Dpi. Secondo i magistrati, era stato un «incauto affidamento».Lo speciale contiene due articoli.Ah, ma allora si poteva dire. Si poteva dire che è opportuno soppesare rischi e benefici dei vaccini. Si poteva dire che è sciocco inseguire i giovani sani con la siringa. Si poteva dire che questi farmaci sono inutili ai fini della protezione dall’infezione. Si poteva dire che chi dovrebbe vigilare sui produttori, a volte, chiude un occhio e magari anche l’altro. Forse si poteva dire, ma solo se a dirlo erano loro: le virostar, i «competenti». Se a parlare è un Marcello Gemmato qualunque, ci si deve stracciare il camice bianco per sdegno. Così, ottenuti l’autodafé del sottosegretario alla Salute e la professione di fede vaccinale e «mascherinica» del ministro Orazio Schillaci, i progressisti sanitari si sono sentiti liberi di ringranare la retromarcia. Ieri, sulla Stampa, Antonella Viola svelava un mistero che alla Verità era proprio ignoto: oggi, «la situazione è molto diversa» rispetto all’inizio della pandemia. Il Sars-Cov-2 «è meno pericoloso». E «i vaccini, anche quelli più aggiornati, non sono più in grado di bloccare efficacemente i contagi». Dunque, «la decisione sui richiami da effettuare diventa davvero personale». Nel senso che, «per chi è giovane, in salute e ha già un ciclo dei vaccinazioni completo» - tre dosi, s’intende - «la scelta non è così scontata». Pazzesco: noi, sul giornale accusato di diffondere «falsità sul Covid», non l’avevamo mai scritto. Non avevamo mai invocato una moratoria sulle punture agli under 40 (e qualche indagine seria sulle reazioni avverse).Pure Repubblica, venerdì, è incappata in un momento-rivelazione. Dopo una pappardella sul valore salvifico delle iniezioni e un appello al «senso di responsabilità» di medici, giornalisti, politici e «pseudoscienziati» (gli «pseudo» sono sempre quelli che non s’attengono all’ortodossia), la dottoressa Roberta Villa si abbandonava a un’ammissione interessante: «È vero che i vaccini in certi casi possono provocare effetti indesiderati anche gravi». Ce lo segniamo, perché tanti scienziati non «pseudo», invece, vanno ancora in giro a raccontare che le controindicazioni sono una bufala inventata dai complottisti. Ma soprattutto, il quotidiano romano precisava che «ciascuno di questi rischi si mette su un piatto della bilancia rispetto ai benefici, non una volta, ma per quanto riguarda ogni richiamo: per questo, mentre la terza dose è ritenuta indispensabile per ottenere una copertura di base per tutti, la quarta dose è raccomandata» a over 60 e fragili. Un altro concetto oscuro per i lettori della Verità: quando si propone di somministrare un medicinale, si verifica che, al candidato, la somministrazione convenga. Certo, per salvare la faccia, la Villa e la Viola hanno difeso l’utilità universale del primo booster. Sentite il rumore di unghie sugli specchi? Il punto è che quando il governo Draghi ricattava financo gli alunni, per costringerli alla terza inoculazione sotto la minaccia della Dad, i dati dimostravano già che, specie con la comparsa di Omicron, tirare i ragazzi sani per il braccio era superfluo e vessatorio. Adesso ci sono arrivati tutti: per l’uso dei farmaci esistono vantaggi, esistono pericoli ed esiste un metodo per fare la tara. D’altro canto, se finalmente le aziende stesse stanno approfondendo la questione dei potenziali danni cardiaci di lungo termine derivanti dai vaccini, non è pacifico che le autorità regolatorie siano state scrupolose nei controlli. Il British medical journal, ad esempio, denuncia che la Food and drug administration avrebbe trascurato le ispezioni nei siti in cui Big pharma ha svolto i trial clinici. Su 153 impianti di Pfizer negli Usa, i tecnici ne hanno visitati solo nove. Di 99 appartenenti a Moderna, gli uomini di Fda hanno fatto capolino in dieci. Un atteggiamento lasco, che si somma ai dubbi sollevati tempo fa da una whistleblower americana, Brook Jackson, la quale aveva segnalato irregolarità in un sito in cui si realizzavano test sui vaccini Pfizer. Gli esperti, citati dalla testata, hanno definito il sistema di monitoraggio «platealmente inadeguato». Pare che fidarsi ciecamente dei capitalisti sanitario non sia saggio. Lo certifica il sancta sanctorum della scienza, quella non «pseudo». Pure in via Solferino è cambiata un po’ l’aria. In uno speciale sulle «prossime ondate», il Corsera ha riconosciuto che i richiami non potranno impedire «del tutto» un aumento dei casi. Un’ovvietà, ma valida a targhe alterne. Quando Janine Small, di Pfizer, ha confermato al Parlamento Ue che i vaccini non sono stati sperimentati per la capacità di bloccare il virus, c’è stata la corsa a mettere le mani avanti: nessuno ci aveva promesso un simile miracolo! Quando il governo Meloni ha reintegrato i medici non inoculati, è scattato il contrordine: teniamoli lontani dai fragili, poiché sono potenziali untori. Mica come i loro colleghi... Ora è stata ripristinata la versione originaria: i vaccini prevengono le forme gravi, ma il raffreddore è inevitabile.Pazienza. Stiamo al gioco. Lo giochiamo da tanto. Come funziona, l’aveva capito Lewis Carroll nel 1865: «“La questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”. “La questione è”, ripeté Humpty Dumpty, “chi è che comanda”».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/competenti-retro-effetti-avversi-dosi-2658723559.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fallita-la-ecotech-in-bilico-i-rimborsi" data-post-id="2658723559" data-published-at="1668902422" data-use-pagination="False"> Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi La Ecotech srl è fallita. La società di Frascati, che aveva ricevuto circa 11,7 milioni di euro dalla Regione Lazio per la fornitura di mascherine nel periodo più brutto della pandemia, ha cessato di esistere. Con la sentenza numero 604 del 10 novembre, il tribunale ordinario di Roma ne ha decretato il fallimento e nominato come giudice delegato Margherita Libri, che avrà il compito di recuperare più denaro possibile e di risarcire i creditori. Questi ultimi ed eventuali terzi che vantano diritti reali e mobiliari su cose in possesso del fallito hanno 30 giorni per presentare istanze. La richiesta di fallimento è stata avanzata dall’avvocato della Regione Lazio, Valentina Di Vincenzo, che presenterà tutti i documenti necessari per tentare di recuperare, cosa assai improbabile, oltre 11 milioni di euro. La Ecotech aveva iniziato a restituire parte delle somme ricevute (1 milione e 746.000 euro) e aveva ottenuto anche la promessa di un ulteriore rimborso da parte di Ex-Or Sa per un importo di circa 3 milioni euro. Sull’entità definitiva dell’importo bisognerà attendere il 13 dicembre, quando ci sarà l’udienza definitiva a Taranto. Altra questione in ballo, l’imponente giacenza di mascherine presso gli hub doganali di Malpensa e Fiumicino, oltre a quelli nei magazzini di Ciampino. Parliamo di 600.000 Ffp2 e 1 milione e 100.000 mascherine chirurgiche (valore: circa 2 milioni di euro), già impacchettati e mai ritirati dalla Protezione civile. Inoltre risulta ancora pendente il ricorso avverso il decreto ingiuntivo della Regione Lazio e che, in caso di accoglimento, invaliderebbe la procedura fallimentare (ipotesi remota). Secondo quanto scrive il tribunale di Roma, la società era inaffidabile. La Regione Lazio non la pensava così, tant’è che la Corte dei conti ha aperto un procedimento nei confronti dell’ente, chiamando in causa il presidente dimissionario, Nicola Zingaretti, e l’ex «pizzardone» di Rieti, a capo della Protezione civile, Carmelo Tulumello. La «responsabilità» del danno erariale «patito dalla Regione Lazio» e derivante dall’«incauto affidamento della fornitura di mascherine alla società Ecotech srl» è direttamente ascrivibile a Zingaretti. Questo uno dei passaggi scritti dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Alfio Vecchio. Per i magistrati, «Zingaretti era solito ingerirsi negli acquisti di mascherine» e «diversi episodi testimoniano» come egli «si occupasse direttamente di intessere rapporti per l’acquisizione di mascherine». La decisione di far fallire Ecotech segue le dichiarazioni rilasciate dal legale Rodolfo Murra, coordinatore dell’Avvocatura regionale, in esclusiva alla Verità. Incalzato dalle nostre domande anche sulla sorella di Zingaretti (per ora estranea ai fatti), il legale espresse giudizi che misero in imbarazzo i vertici regionali e, forse, hanno «svegliato» il tribunale fallimentare. Rileggendo oggi quelle dichiarazioni si rimane spiazzati: «Questa è una vicenda molto penosa perché si parla di soldi pubblici che non recupereremo mai. Abbiamo fatto istanza di fallimento per la Ecotech e il giudice non si pronuncia da mesi nonostante la società non abbia più nulla. Fatto il decreto ingiuntivo e per farlo rendere esecutivo ho dovuto fare una supplica al presidente del tribunale. Quando ce lo ha concesso abbiamo tentato il pignoramento sui conti correnti e non abbiamo trovato niente. È ingiusto dire che siamo partiti tardi». Sergio Mondin e la moglie Anna Perna, titolari della Ecotech, al momento sembrano aver perso tutto, ma non è escluso che presto possano andare a far loro compagnia Zingaretti e Tulumello.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
Continua a leggereRiduci
Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
Continua a leggereRiduci