True
2022-11-20
I «competenti» ingranano la retro su effetti avversi e dosi a ripetizione
Antonella Viola (Imagoeconomica)
Ah, ma allora si poteva dire. Si poteva dire che è opportuno soppesare rischi e benefici dei vaccini. Si poteva dire che è sciocco inseguire i giovani sani con la siringa. Si poteva dire che questi farmaci sono inutili ai fini della protezione dall’infezione. Si poteva dire che chi dovrebbe vigilare sui produttori, a volte, chiude un occhio e magari anche l’altro. Forse si poteva dire, ma solo se a dirlo erano loro: le virostar, i «competenti». Se a parlare è un Marcello Gemmato qualunque, ci si deve stracciare il camice bianco per sdegno. Così, ottenuti l’autodafé del sottosegretario alla Salute e la professione di fede vaccinale e «mascherinica» del ministro Orazio Schillaci, i progressisti sanitari si sono sentiti liberi di ringranare la retromarcia.
Ieri, sulla Stampa, Antonella Viola svelava un mistero che alla Verità era proprio ignoto: oggi, «la situazione è molto diversa» rispetto all’inizio della pandemia. Il Sars-Cov-2 «è meno pericoloso». E «i vaccini, anche quelli più aggiornati, non sono più in grado di bloccare efficacemente i contagi». Dunque, «la decisione sui richiami da effettuare diventa davvero personale». Nel senso che, «per chi è giovane, in salute e ha già un ciclo dei vaccinazioni completo» - tre dosi, s’intende - «la scelta non è così scontata». Pazzesco: noi, sul giornale accusato di diffondere «falsità sul Covid», non l’avevamo mai scritto. Non avevamo mai invocato una moratoria sulle punture agli under 40 (e qualche indagine seria sulle reazioni avverse).
Pure Repubblica, venerdì, è incappata in un momento-rivelazione. Dopo una pappardella sul valore salvifico delle iniezioni e un appello al «senso di responsabilità» di medici, giornalisti, politici e «pseudoscienziati» (gli «pseudo» sono sempre quelli che non s’attengono all’ortodossia), la dottoressa Roberta Villa si abbandonava a un’ammissione interessante: «È vero che i vaccini in certi casi possono provocare effetti indesiderati anche gravi». Ce lo segniamo, perché tanti scienziati non «pseudo», invece, vanno ancora in giro a raccontare che le controindicazioni sono una bufala inventata dai complottisti. Ma soprattutto, il quotidiano romano precisava che «ciascuno di questi rischi si mette su un piatto della bilancia rispetto ai benefici, non una volta, ma per quanto riguarda ogni richiamo: per questo, mentre la terza dose è ritenuta indispensabile per ottenere una copertura di base per tutti, la quarta dose è raccomandata» a over 60 e fragili. Un altro concetto oscuro per i lettori della Verità: quando si propone di somministrare un medicinale, si verifica che, al candidato, la somministrazione convenga.
Certo, per salvare la faccia, la Villa e la Viola hanno difeso l’utilità universale del primo booster. Sentite il rumore di unghie sugli specchi? Il punto è che quando il governo Draghi ricattava financo gli alunni, per costringerli alla terza inoculazione sotto la minaccia della Dad, i dati dimostravano già che, specie con la comparsa di Omicron, tirare i ragazzi sani per il braccio era superfluo e vessatorio. Adesso ci sono arrivati tutti: per l’uso dei farmaci esistono vantaggi, esistono pericoli ed esiste un metodo per fare la tara.
D’altro canto, se finalmente le aziende stesse stanno approfondendo la questione dei potenziali danni cardiaci di lungo termine derivanti dai vaccini, non è pacifico che le autorità regolatorie siano state scrupolose nei controlli.
Il British medical journal, ad esempio, denuncia che la Food and drug administration avrebbe trascurato le ispezioni nei siti in cui Big pharma ha svolto i trial clinici. Su 153 impianti di Pfizer negli Usa, i tecnici ne hanno visitati solo nove. Di 99 appartenenti a Moderna, gli uomini di Fda hanno fatto capolino in dieci. Un atteggiamento lasco, che si somma ai dubbi sollevati tempo fa da una whistleblower americana, Brook Jackson, la quale aveva segnalato irregolarità in un sito in cui si realizzavano test sui vaccini Pfizer. Gli esperti, citati dalla testata, hanno definito il sistema di monitoraggio «platealmente inadeguato». Pare che fidarsi ciecamente dei capitalisti sanitario non sia saggio. Lo certifica il sancta sanctorum della scienza, quella non «pseudo».
Pure in via Solferino è cambiata un po’ l’aria. In uno speciale sulle «prossime ondate», il Corsera ha riconosciuto che i richiami non potranno impedire «del tutto» un aumento dei casi. Un’ovvietà, ma valida a targhe alterne. Quando Janine Small, di Pfizer, ha confermato al Parlamento Ue che i vaccini non sono stati sperimentati per la capacità di bloccare il virus, c’è stata la corsa a mettere le mani avanti: nessuno ci aveva promesso un simile miracolo! Quando il governo Meloni ha reintegrato i medici non inoculati, è scattato il contrordine: teniamoli lontani dai fragili, poiché sono potenziali untori. Mica come i loro colleghi... Ora è stata ripristinata la versione originaria: i vaccini prevengono le forme gravi, ma il raffreddore è inevitabile.
Pazienza. Stiamo al gioco. Lo giochiamo da tanto. Come funziona, l’aveva capito Lewis Carroll nel 1865: «“La questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”. “La questione è”, ripeté Humpty Dumpty, “chi è che comanda”».
Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi
La Ecotech srl è fallita. La società di Frascati, che aveva ricevuto circa 11,7 milioni di euro dalla Regione Lazio per la fornitura di mascherine nel periodo più brutto della pandemia, ha cessato di esistere. Con la sentenza numero 604 del 10 novembre, il tribunale ordinario di Roma ne ha decretato il fallimento e nominato come giudice delegato Margherita Libri, che avrà il compito di recuperare più denaro possibile e di risarcire i creditori. Questi ultimi ed eventuali terzi che vantano diritti reali e mobiliari su cose in possesso del fallito hanno 30 giorni per presentare istanze. La richiesta di fallimento è stata avanzata dall’avvocato della Regione Lazio, Valentina Di Vincenzo, che presenterà tutti i documenti necessari per tentare di recuperare, cosa assai improbabile, oltre 11 milioni di euro. La Ecotech aveva iniziato a restituire parte delle somme ricevute (1 milione e 746.000 euro) e aveva ottenuto anche la promessa di un ulteriore rimborso da parte di Ex-Or Sa per un importo di circa 3 milioni euro. Sull’entità definitiva dell’importo bisognerà attendere il 13 dicembre, quando ci sarà l’udienza definitiva a Taranto.
Altra questione in ballo, l’imponente giacenza di mascherine presso gli hub doganali di Malpensa e Fiumicino, oltre a quelli nei magazzini di Ciampino. Parliamo di 600.000 Ffp2 e 1 milione e 100.000 mascherine chirurgiche (valore: circa 2 milioni di euro), già impacchettati e mai ritirati dalla Protezione civile. Inoltre risulta ancora pendente il ricorso avverso il decreto ingiuntivo della Regione Lazio e che, in caso di accoglimento, invaliderebbe la procedura fallimentare (ipotesi remota).
Secondo quanto scrive il tribunale di Roma, la società era inaffidabile. La Regione Lazio non la pensava così, tant’è che la Corte dei conti ha aperto un procedimento nei confronti dell’ente, chiamando in causa il presidente dimissionario, Nicola Zingaretti, e l’ex «pizzardone» di Rieti, a capo della Protezione civile, Carmelo Tulumello. La «responsabilità» del danno erariale «patito dalla Regione Lazio» e derivante dall’«incauto affidamento della fornitura di mascherine alla società Ecotech srl» è direttamente ascrivibile a Zingaretti. Questo uno dei passaggi scritti dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Alfio Vecchio. Per i magistrati, «Zingaretti era solito ingerirsi negli acquisti di mascherine» e «diversi episodi testimoniano» come egli «si occupasse direttamente di intessere rapporti per l’acquisizione di mascherine».
La decisione di far fallire Ecotech segue le dichiarazioni rilasciate dal legale Rodolfo Murra, coordinatore dell’Avvocatura regionale, in esclusiva alla Verità. Incalzato dalle nostre domande anche sulla sorella di Zingaretti (per ora estranea ai fatti), il legale espresse giudizi che misero in imbarazzo i vertici regionali e, forse, hanno «svegliato» il tribunale fallimentare.
Rileggendo oggi quelle dichiarazioni si rimane spiazzati: «Questa è una vicenda molto penosa perché si parla di soldi pubblici che non recupereremo mai. Abbiamo fatto istanza di fallimento per la Ecotech e il giudice non si pronuncia da mesi nonostante la società non abbia più nulla. Fatto il decreto ingiuntivo e per farlo rendere esecutivo ho dovuto fare una supplica al presidente del tribunale. Quando ce lo ha concesso abbiamo tentato il pignoramento sui conti correnti e non abbiamo trovato niente. È ingiusto dire che siamo partiti tardi».
Sergio Mondin e la moglie Anna Perna, titolari della Ecotech, al momento sembrano aver perso tutto, ma non è escluso che presto possano andare a far loro compagnia Zingaretti e Tulumello.
Continua a leggereRiduci
Dopo l’autodafé di Marcello Gemmato, i virotalebani cambiano registro: Antonella Viola ammette che i booster ai ragazzi sani non servono, «Repubblica» che vanno valutati rischi e benefici. Il «Bmj»: «Fda non ispeziona i siti dei trial».Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi. L’istanza al tribunale è partita dalla Regione Lazio, ma si complica l’iter per riavere gli 11,7 milioni spesi per i Dpi. Secondo i magistrati, era stato un «incauto affidamento».Lo speciale contiene due articoli.Ah, ma allora si poteva dire. Si poteva dire che è opportuno soppesare rischi e benefici dei vaccini. Si poteva dire che è sciocco inseguire i giovani sani con la siringa. Si poteva dire che questi farmaci sono inutili ai fini della protezione dall’infezione. Si poteva dire che chi dovrebbe vigilare sui produttori, a volte, chiude un occhio e magari anche l’altro. Forse si poteva dire, ma solo se a dirlo erano loro: le virostar, i «competenti». Se a parlare è un Marcello Gemmato qualunque, ci si deve stracciare il camice bianco per sdegno. Così, ottenuti l’autodafé del sottosegretario alla Salute e la professione di fede vaccinale e «mascherinica» del ministro Orazio Schillaci, i progressisti sanitari si sono sentiti liberi di ringranare la retromarcia. Ieri, sulla Stampa, Antonella Viola svelava un mistero che alla Verità era proprio ignoto: oggi, «la situazione è molto diversa» rispetto all’inizio della pandemia. Il Sars-Cov-2 «è meno pericoloso». E «i vaccini, anche quelli più aggiornati, non sono più in grado di bloccare efficacemente i contagi». Dunque, «la decisione sui richiami da effettuare diventa davvero personale». Nel senso che, «per chi è giovane, in salute e ha già un ciclo dei vaccinazioni completo» - tre dosi, s’intende - «la scelta non è così scontata». Pazzesco: noi, sul giornale accusato di diffondere «falsità sul Covid», non l’avevamo mai scritto. Non avevamo mai invocato una moratoria sulle punture agli under 40 (e qualche indagine seria sulle reazioni avverse).Pure Repubblica, venerdì, è incappata in un momento-rivelazione. Dopo una pappardella sul valore salvifico delle iniezioni e un appello al «senso di responsabilità» di medici, giornalisti, politici e «pseudoscienziati» (gli «pseudo» sono sempre quelli che non s’attengono all’ortodossia), la dottoressa Roberta Villa si abbandonava a un’ammissione interessante: «È vero che i vaccini in certi casi possono provocare effetti indesiderati anche gravi». Ce lo segniamo, perché tanti scienziati non «pseudo», invece, vanno ancora in giro a raccontare che le controindicazioni sono una bufala inventata dai complottisti. Ma soprattutto, il quotidiano romano precisava che «ciascuno di questi rischi si mette su un piatto della bilancia rispetto ai benefici, non una volta, ma per quanto riguarda ogni richiamo: per questo, mentre la terza dose è ritenuta indispensabile per ottenere una copertura di base per tutti, la quarta dose è raccomandata» a over 60 e fragili. Un altro concetto oscuro per i lettori della Verità: quando si propone di somministrare un medicinale, si verifica che, al candidato, la somministrazione convenga. Certo, per salvare la faccia, la Villa e la Viola hanno difeso l’utilità universale del primo booster. Sentite il rumore di unghie sugli specchi? Il punto è che quando il governo Draghi ricattava financo gli alunni, per costringerli alla terza inoculazione sotto la minaccia della Dad, i dati dimostravano già che, specie con la comparsa di Omicron, tirare i ragazzi sani per il braccio era superfluo e vessatorio. Adesso ci sono arrivati tutti: per l’uso dei farmaci esistono vantaggi, esistono pericoli ed esiste un metodo per fare la tara. D’altro canto, se finalmente le aziende stesse stanno approfondendo la questione dei potenziali danni cardiaci di lungo termine derivanti dai vaccini, non è pacifico che le autorità regolatorie siano state scrupolose nei controlli. Il British medical journal, ad esempio, denuncia che la Food and drug administration avrebbe trascurato le ispezioni nei siti in cui Big pharma ha svolto i trial clinici. Su 153 impianti di Pfizer negli Usa, i tecnici ne hanno visitati solo nove. Di 99 appartenenti a Moderna, gli uomini di Fda hanno fatto capolino in dieci. Un atteggiamento lasco, che si somma ai dubbi sollevati tempo fa da una whistleblower americana, Brook Jackson, la quale aveva segnalato irregolarità in un sito in cui si realizzavano test sui vaccini Pfizer. Gli esperti, citati dalla testata, hanno definito il sistema di monitoraggio «platealmente inadeguato». Pare che fidarsi ciecamente dei capitalisti sanitario non sia saggio. Lo certifica il sancta sanctorum della scienza, quella non «pseudo». Pure in via Solferino è cambiata un po’ l’aria. In uno speciale sulle «prossime ondate», il Corsera ha riconosciuto che i richiami non potranno impedire «del tutto» un aumento dei casi. Un’ovvietà, ma valida a targhe alterne. Quando Janine Small, di Pfizer, ha confermato al Parlamento Ue che i vaccini non sono stati sperimentati per la capacità di bloccare il virus, c’è stata la corsa a mettere le mani avanti: nessuno ci aveva promesso un simile miracolo! Quando il governo Meloni ha reintegrato i medici non inoculati, è scattato il contrordine: teniamoli lontani dai fragili, poiché sono potenziali untori. Mica come i loro colleghi... Ora è stata ripristinata la versione originaria: i vaccini prevengono le forme gravi, ma il raffreddore è inevitabile.Pazienza. Stiamo al gioco. Lo giochiamo da tanto. Come funziona, l’aveva capito Lewis Carroll nel 1865: «“La questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”. “La questione è”, ripeté Humpty Dumpty, “chi è che comanda”».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/competenti-retro-effetti-avversi-dosi-2658723559.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fallita-la-ecotech-in-bilico-i-rimborsi" data-post-id="2658723559" data-published-at="1668902422" data-use-pagination="False"> Fallita la Ecotech, in bilico i rimborsi La Ecotech srl è fallita. La società di Frascati, che aveva ricevuto circa 11,7 milioni di euro dalla Regione Lazio per la fornitura di mascherine nel periodo più brutto della pandemia, ha cessato di esistere. Con la sentenza numero 604 del 10 novembre, il tribunale ordinario di Roma ne ha decretato il fallimento e nominato come giudice delegato Margherita Libri, che avrà il compito di recuperare più denaro possibile e di risarcire i creditori. Questi ultimi ed eventuali terzi che vantano diritti reali e mobiliari su cose in possesso del fallito hanno 30 giorni per presentare istanze. La richiesta di fallimento è stata avanzata dall’avvocato della Regione Lazio, Valentina Di Vincenzo, che presenterà tutti i documenti necessari per tentare di recuperare, cosa assai improbabile, oltre 11 milioni di euro. La Ecotech aveva iniziato a restituire parte delle somme ricevute (1 milione e 746.000 euro) e aveva ottenuto anche la promessa di un ulteriore rimborso da parte di Ex-Or Sa per un importo di circa 3 milioni euro. Sull’entità definitiva dell’importo bisognerà attendere il 13 dicembre, quando ci sarà l’udienza definitiva a Taranto. Altra questione in ballo, l’imponente giacenza di mascherine presso gli hub doganali di Malpensa e Fiumicino, oltre a quelli nei magazzini di Ciampino. Parliamo di 600.000 Ffp2 e 1 milione e 100.000 mascherine chirurgiche (valore: circa 2 milioni di euro), già impacchettati e mai ritirati dalla Protezione civile. Inoltre risulta ancora pendente il ricorso avverso il decreto ingiuntivo della Regione Lazio e che, in caso di accoglimento, invaliderebbe la procedura fallimentare (ipotesi remota). Secondo quanto scrive il tribunale di Roma, la società era inaffidabile. La Regione Lazio non la pensava così, tant’è che la Corte dei conti ha aperto un procedimento nei confronti dell’ente, chiamando in causa il presidente dimissionario, Nicola Zingaretti, e l’ex «pizzardone» di Rieti, a capo della Protezione civile, Carmelo Tulumello. La «responsabilità» del danno erariale «patito dalla Regione Lazio» e derivante dall’«incauto affidamento della fornitura di mascherine alla società Ecotech srl» è direttamente ascrivibile a Zingaretti. Questo uno dei passaggi scritti dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Alfio Vecchio. Per i magistrati, «Zingaretti era solito ingerirsi negli acquisti di mascherine» e «diversi episodi testimoniano» come egli «si occupasse direttamente di intessere rapporti per l’acquisizione di mascherine». La decisione di far fallire Ecotech segue le dichiarazioni rilasciate dal legale Rodolfo Murra, coordinatore dell’Avvocatura regionale, in esclusiva alla Verità. Incalzato dalle nostre domande anche sulla sorella di Zingaretti (per ora estranea ai fatti), il legale espresse giudizi che misero in imbarazzo i vertici regionali e, forse, hanno «svegliato» il tribunale fallimentare. Rileggendo oggi quelle dichiarazioni si rimane spiazzati: «Questa è una vicenda molto penosa perché si parla di soldi pubblici che non recupereremo mai. Abbiamo fatto istanza di fallimento per la Ecotech e il giudice non si pronuncia da mesi nonostante la società non abbia più nulla. Fatto il decreto ingiuntivo e per farlo rendere esecutivo ho dovuto fare una supplica al presidente del tribunale. Quando ce lo ha concesso abbiamo tentato il pignoramento sui conti correnti e non abbiamo trovato niente. È ingiusto dire che siamo partiti tardi». Sergio Mondin e la moglie Anna Perna, titolari della Ecotech, al momento sembrano aver perso tutto, ma non è escluso che presto possano andare a far loro compagnia Zingaretti e Tulumello.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
Continua a leggereRiduci
Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
Continua a leggereRiduci