Avrebbe ucciso, da solo, Chiara Poggi, sorella del suo amico Marco, per un rifiuto sessuale. Nell’inchiesta della Procura di Pavia che prova a riscrivere il delitto di Garlasco l’accusa per Andrea Sempio restringe il cerchio, si qualifica, ma non si definisce ancora. L’avviso a comparire per rendere interrogatorio prova ad aggiungere una certa pressione sull’indagato con l’introduzione del movente («il rifiuto di un approccio sessuale») e di due aggravanti: «aver agito con crudeltà» e «per motivi abbietti».
Nella speranza, devono aver valutato gli inquirenti, che proprio durante l’interrogatorio, posto davanti agli elementi raccolti in fase di indagine e direttamente collegati alle nuove accuse, Sempio inciampi. O che, addirittura, possa crollare. Picchi di tensione, d’altra parte, durante gli interrogatori possono giocare brutti scherzi.
Lui, ha spiegato il suo difensore, l’avvocato Liborio Cataliotti, si presenterà, «perché non farlo sarebbe antigiuridico», ma «valuterà a cosa rispondere». Al momento, infatti, la ricostruzione della Procura di Pavia fissata nel capo d’imputazione provvisorio, per quanto suggestiva, appare ancora fumosa. Spariscono potenziali «concorrenti» nell’omicidio (quindi Alberto Stasi, che per l’accusa è fuori dalla scena del crimine, e, come lui, anche tutti gli altri nomi sui quali aveva tentato di incidere il circuito mediatico).
È per questo che il cerchio si è ristretto. La ricostruzione, rispetto al precedente avviso a comparire e ai decreti di perquisizione, ora presenta una dinamica: «Iniziale colluttazione»; colpi reiterati sulla vittima; il trascinamento «verso la porta d’accesso alla cantina»; la spinta «lungo le scale»; altri colpi fino al decesso. Questa parte, che insieme al movente qualifica la ricostruzione, deve trovare fondamento nelle consulenze e nell’incidente probatorio.
Cosa manca? L’arma del delitto: «Colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente», è scritto nel documento. L’oggetto, quindi, non è stato ancora identificato. Nemmeno in via ipotetica. Un vuoto che, non in un interrogatorio, ma in un dibattimento sarebbe terreno per la difesa. Anche la ricostruzione, però, presenta qualche gap: in poche righe si ripete per tre volte la parola «almeno». Il primo step: quando Chiara Poggi prova a reagire, secondo la Procura, Sempio «la colpiva con almeno tre-quattro colpi in regione parieto-temporale sinistra». Secondo step: dopo averla fatta scivolare per le scale, «la colpiva con almeno quattro-cinque colpi in regione parieto-occipitale sinistra». E infine: agendo con «crudeltà» le avrebbe procurato «almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto».
Anche la dinamica, quindi, nonostante le consulenze tecniche, non può ancora dirsi certa. La Procura, però, potrebbe aver deciso di non svelare troppo. Ma la scelta di interrogare l’indagato con le indagini preliminari quasi scadute appare come un tentativo estremo di raccogliere proprio da Sempio qualche elemento che possa piazzare i tasselli mancanti. Se i magistrati in questa fase avessero in mano indizi gravi, concordanti e precisi non l’avrebbero convocato. Avrebbero chiesto, in un procedimento per accuse gravi e con una doppia aggravante, una misura cautelare, oppure l’avrebbero portato a giudizio.
Di certo, l’inchiesta è particolarmente complicata. Le precedenti indagini, scientifiche e tradizionali, hanno trasmesso a chi indaga oggi un quadro confuso e con pochi punti fermi. Scena del crimine devastata, analisi parziali delle macchie di sangue, elementi non valutati, testimonianze contraddittorie e, in alcuni casi, false. Il tutto condito da potenziali condizionamenti ambientali, dalle relazioni corte della Lomellina e, per il procedimento su Sempio archiviato nel 2017, pure dai sospetti di corruzione sulla conduzione delle indagini. Con i carabinieri della «Squadretta», quelli finiti negli atti dell’inchiesta Clean, che davano del tu all’indagato e che hanno perfino trascritto in modo parziale le intercettazioni. Ieri, coincidenza, a Pavia i pm hanno chiuso le indagini dell’inchiesta Clean 3: otto indagati tra politici, imprenditori e altri quattro carabinieri. Il protagonista è un brigadiere in servizio (all’epoca dei fatti) al Nucleo ispettorato del lavoro di Pavia, del quale La Verità si era occupata. «Per anni», secondo le nuove accuse, avrebbe chiesto denaro agli imprenditori «dietro la minaccia di lunghe sospensioni nei cantieri», per la riduzione «di sanzioni» o per «evitare» denunce.
Soldi che sarebbero girati anche per garantire «immunità». Richieste «per migliaia di euro», sotto forma di minacce: «La rovino»; «non vi faccio più lavorare»; «con me non deve sgarrare». Illeciti non solo amministrativi ma, secondo l’accusa, capaci di «alterare anche le attività d’indagine della Procura». Proprio quest’ultimo passaggio è il punto di connessione con le precedenti puntate della saga Clean ma anche con l’inchiesta che a Brescia sta cercando di accertare se per l’archiviazione del fascicolo su Sempio nel 2017 girarono dei soldi.
- È Eithan Bondì, 21 anni, di Roma, il ragazzo che ha preso di mira una coppia nel giorno della Liberazione. Agli inquirenti dichiara di far parte della «Brigata», ma il museo milanese smentisce: «Non lo conosciamo».
- Accuse alla Comunità: «Squadristi». Il responsabile romano, Victore Fadlun, prende le distanze dal gesto, ma intanto l’Associazione partigiani e Gad Lerner denunciano una «deriva estremistica».
Lo speciale contiene due articoli.
I simboli sul casco nero tipo jet, lo stesso che indossa mentre con il suo smartphone si spara un selfie poi pubblicato sui social, e la targa dello scooter bianco Honda direttamente riconducibile a lui. Due indizi. Troppo visibile per essere un professionista. Poi, a casa, un sacchetto di un brand del cibo da asporto (lo stesso che aveva con sé mentre faceva il pistolero), la mimetica chiara che indossava il 25 aprile, una pistola da soft air simile a quella usata in via Ostiense e alcuni coltelli.
Le conferme, disseminate ovunque, sono diventate subito reperti. Eithan Bondì, 21 anni, ragazzo della comunità ebraica romana. Un profilo che, sulla carta, non racconta nulla di straordinario, ma che dentro l’inchiesta prende una forma precisa. Estremista di Sion e idealmente sostenitore della Brigata ebraica della quale davanti agli investigatori avrebbe affermato di fare parte (ovviamente sono fioccate le smentite), per gli inquirenti è il cecchino che il 25 aprile ha dato la caccia ai militanti dell’Associazione nazionale partigiani, ferendone due (marito e moglie) con la pistola a pallini di cui poi si sarebbe disfatto. Un’arma che non è letale, ma che usata in quel modo, a distanza ravvicinata e con il braccio teso, per gli inquirenti ha cambiato significato. La polizia l’ha rintracciato l’altra notte nell’abitazione dei genitori, dopo aver incrociato i dati parziali della targa dello scooter con le immagini delle telecamere di sicurezza. Un incastro di elementi che ha fornito ai pm romani il materiale su cui costruire il decreto di fermo col quale è stato disposto il trasferimento del ragazzo a Regina Coeli. Le immagini acquisite raccontano l’azione meglio di qualsiasi verbale. Lo collocano prima in via Ostiense, dove si stava concludendo la manifestazione, nei pressi del parco Schuster, e poi sul lungotevere di Pietra Papa. Le testimonianze hanno fatto il resto: mimetica verde e un casco integrale scuro. «Si muove su uno scooter bianco». Combacia tutto. E l’indagine cambia passo. Rossana Gabrieli, una delle due vittime, racconta di averlo visto «fermarsi e puntare» contro di loro «con il braccio teso». Almeno quattro colpi. La sequenza è stata ripresa in pieno da una telecamera. Lei e Nicola Fasciano restano feriti in modo lieve. Ma il gesto, nella ricostruzione della Procura, prende un’altra dimensione: tentato omicidio (la contestazione comprende anche porto e detenzione illegale di armi). Il movente? Politico.
L’azione, ritiene chi indaga, si inserirebbe nel clima già segnato da tensioni simboliche sempre più accese attorno alle piazze in cui identità, memoria e conflitti internazionali si sono spesso sovrapposti. Il motorino è intestato a lui. È uno dei punti fermi. Che ora un giudice dovrà valutare. Assieme alla richiesta di convalida del fermo d’indiziato di delitto avanzata da Piazzale Clodio (alla quale seguirà l’interrogatorio dell’indagato). Rider di professione, ex studente universitario della facoltà di Architettura e poi, per un breve periodo, agente immobiliare. Una traiettoria personale discontinua. Bondì, interrogato, confessa. Ammette. Ed è in questo momento che avrebbe aggiunto l’elemento identitario: dice di far parte della «Brigata ebraica (che, però, è ufficialmente presente solo a Milano, ndr)». Un’affermazione che viene smentita dal Museo della Brigata ebraica. Il direttore Davide Romano chiarisce: «Non lo conosciamo e non abbiamo fra i nostri membri persone che rispondano a questo nome» e «nemmeno alcun rappresentante, né iscritto nella città di Roma». Poi aggiunge: «Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta» chi usa quel nome «per compiere atti di violenza». L’Unione delle Comunità ebraiche italiane «denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata ebraica». Questo è di certo uno dei punti che l’indagine dovrà chiarire. Ma ora si indaga sul passato del ragazzo per capire se il suo nome (un omonimo ieri mattina si è visto costretto a pubblicare un post su Facebook per far sapere che non era lui il cecchino No-Anpi) possa essere riconducibile anche ad altre azioni analoghe in occasione di manifestazioni di piazza, come quelle pro Pal degli ultimi anni. E per verificare se faccia veramente parte di un gruppo di estremisti filo-sionisti responsabili di episodi di violenza nella Capitale. Perché, di certo, c’è almeno un altro caso.
L’aggressione a una donna il 25 aprile di due anni fa a Testaccio, al termine di un’altra iniziativa. Fu circondata da un gruppo di uomini mentre andava a riprendere il motorino e insultata anche con epiteti sessuali perché indossava la kefiah palestinese. La vittima ha postato un messaggio ieri mattina per chiedere se il giovane fermato sia coinvolto anche nella sua vicenda (all’epoca denunciata in Questura). Le indagini, infatti, non si fermano al pomeriggio del 25 aprile. Potrebbero estendersi anche ad aggressioni e spedizioni punitive commesse da piccoli gruppi ai danni di simpatizzanti dei movimenti palestinesi o dell’Anpi. Dal telefono cellulare del ragazzo potrebbero saltare fuori riscontri o nuove piste: contatti, conversazioni ed eventuali elementi utili a ricostruire relazioni. Ma soprattutto si potrà verificare se esistano collegamenti con gli altri episodi o con altri obiettivi. Il punto, adesso, è capire se l’operazione portata a termine da Bondì il 25 aprile sia una deriva individuale o solo l’ultimo tassello di qualcosa di più strutturato.
Accuse alla Comunità: «Squadristi»
«Non può sfuggire a nessuno l’estrema gravità della vicenda. Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma»: così l’Anpi in una nota commenta l’arresto del ragazzo di 21 anni fermato per aver colpito, lo scorso 25 aprile, due persone con una pistola ad aria compressa. Un invito a nozze per l’associazione che già soffriva un rapporto teso con la brigata ebraica (a cui il giovane ha dichiarato di appartenere) a causa dell’esclusione dalle celebrazioni del giorno della Liberazione. L’Anpi ha anche chiesto «alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti dell’aggressione armata avvenuta a Roma, ma anche di aprire un’inchiesta su tali presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana».
La vicenda ha però indignato soprattutto la Comunità ebraica di Roma che «condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica», ha dichiarato il presidente Victor Fadlun. «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti e fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità. In una fase così tesa rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza». Un appello non molto ascoltato considerate le polemiche che sono seguite. «Ci piacerebbe che (Fadlun, ndr) dicesse qualche parola anche nei riguardi della nostra associazione che, negli anni, qui a Roma, ha sempre cercato di mantenere un rapporto costante e inclusivo con questa comunità anche se è sempre stato molto difficile», ha puntualizzato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, nel corso di un presidio organizzato ieri pomeriggio proprio nel luogo dove sono stati esplosi i colpi con l’arma softair.
«Le forze dell’ordine devono andare avanti e il ragazzo deve rispondere dei propri errori in proporzione al reato commesso. Non amo sottrarmi. La comunità ha condannato e sono orgoglioso della condanna e dello sdegno del presidente Fadlun. Se posso aggiungere: io mi vergogno. Un conto è reagire a un attacco, ma così, a sangue freddo e da solo, no», la durissima reazione di Riccardo Pacifici vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma. E circa la polemica sollevata a proposito della militarizzazione della Brigata ebraica precisa: «A me non risulta alcuna militarizzazione della Brigata ebraica. Ci sono genitori e nonni che fanno attività di vigilanza fuori dalle scuole e dalle sinagoghe nella totale legalità. Certo, una riflessione la dobbiamo fare. Mi chiedo: gli ebrei hanno il dovere di essere migliori? Non possiamo avere anche noi criminali, prostitute, o quello che è? Va distinta la responsabilità: non può essere un unicum. Viviamo in una città dove in chat di cittadini di Monteverde scrivono “in questo quartiere vivono troppi ebrei, alzano gli affitti”», ha proseguito. Ad alzare la tensione già tesa ci ha pensato il giornalista Gad Lerner parlando di radicalizzazione: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele». Severa la risposta di Pacifici: «La Brigata ebraica ha ricevuto la medaglia al valore. E ora Gad Lerner, con il suo egocentrismo, sente la necessità di dire certe cose? Io ho avuto nemici ed ero minacciato dalla destra: sono cresciuto in questo clima, che apparteneva ai mondi della destra estrema. Tutte “saponette”, era linguaggio dell’estrema destra. Ora è tutto capovolto. Dovremmo tentare di capire. C’è un sentimento di caccia all’ebreo e non si chiede ai russi tutto quello che si chiede all’ebreo o all’israeliano. L’Anpi si prenda le proprie responsabilità».
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva.
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.





