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2023-07-25
Contesta i dogmi sul clima: censurato il Nobel in carica
John F. Clauser (Getty Images)
Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.
Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.
Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».
Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.
Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento.
Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.
Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura
Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo.
Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina.
Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione.
Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber.
Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza.
Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro.
L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta».
Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
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Come moltissimi altri scienziati, il fisico John F. Clauser, insignito l’autunno scorso, non crede che il riscaldamento dipenda dall’uomo e che la CO2 sia dannosa per l’ambiente. Il Fmi cancella il suo intervento con una email.Anche Ivar Giaever e Robert Laughlin si erano ribellati, andando incontro all’emarginazione.Lo speciale contiene due articoli.Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento. Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clauser-fmi-clima-2662332178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bavaglio-non-e-una-sorpresa-ma-i-luminari-non-hanno-piu-paura" data-post-id="2662332178" data-published-at="1690228072" data-use-pagination="False"> Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo. Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina. Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione. Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber. Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza. Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro. L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta». Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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