True
2020-12-23
Citato in giudizio e attaccato da M5s. Adesso Speranza inizia a vacillare
Roberto Speranza (Ansa)
Fedele a quel suo cognome che, sin dall'inizio della pandemia, ha avuto un suono beffardo, il ministro della Salute Roberto Speranza continua a non scomporsi. Non risponde, non spiega, non dà chiarimenti. Magari starà persino scrivendo il seguito del suo libro: Perché siamo guariti, immancabile secondo capitolo del già leggendario Perché guariremo, ritirato prima ancora di uscire per manifesta intempestività.
Lo scandalo del report dell'Oms censurato, la vergogna del piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e della mancata applicazione di quello vecchio, i verbali della sua task force secretati e negati ai parlamentari dell'opposizione che vorrebbero consultarli: nulla, finora, ha indotto Speranza a uscire dal suo splendido isolamento fatto di sorrisetti, raccomandazioni paternalistiche e fuga dalla trasparenza. Peccato che ignorare i problemi si riveli sempre un pessimo modo per farli sparire.
E così, adesso, sul serafico ministro si abbatte anche il fuoco amico. «Se nel governo della salute pubblica la responsabilità politica non è un'opinione, davanti alle inchieste di Report e alle dichiarazioni del ricercatore dell'Oms Francesco Zambon che il programma Rai ha trasmesso ieri sera (lunedì, ndr), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve sostituire subito il ministro della Salute». La bordata non arriva dai banchi di Fratelli d'Italia o della Lega, ma da quelli della maggioranza. A chiedere la testa di Speranza è infatti il deputato del M5s Francesco Sapia, che alla Camera siede in commissione Affari sociali e che sull'argomento ha presentato un'interrogazione allo stesso Conte.
L'esponente grillino non le manda a dire: «Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla crisi sanitaria, economica e sociale del Paese, non è ammissibile che vi siano sospetti di condizionamenti politici dell'Oms, chiamata a svolgere un ruolo essenziale per la tutela della salute pubblica. La vicenda raccontata dalla stampa è troppo grave, per cui va affrontata con azioni immediate, compresa, come ho chiesto nella mia interrogazione al presidente Conte, la verifica di eventuali responsabilità dirigenziali all'interno del ministero della Salute». Per Sapia, «qui ci troviamo innanzi ad un problema serissimo, che rischia di compromettere la credibilità dell'intero governo italiano. La questione è molto più grave di quella per cui si dimise il commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Ritengo», incalza l'onorevole pentastellato, «che il ministro Roberto Speranza non possa più restare al suo posto. La politica deve dare segnali inequivocabili, intanto ai più alti livelli istituzionali». Certo, ai grillini si potrebbe pur sempre ricordare che per circa 16 mesi al ministero della Salute c'è stata una di loro, Giulia Grillo, senza che anch'ella mettesse mano al piano pandemico. Ma, coerenza a parte, la presa di posizione resta forte.
È tuttavia probabile che presto non siano solo le aule della politica a ospitare le spiegazioni di Speranza, ma anche quelle della giustizia. Il comitato dei familiari delle vittime del Covid ha infatti citato in giudizio il ministro della Salute, Giuseppe Conte e la Regione Lombardia «per aver leso il diritto alla salute ed alla vita costituzionalmente garantito». Il testo della citazione è un vero atto d'accusa contro le istituzioni. «È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico», vi si legge, «stabilire quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza». Sul fronte governativo, l'attenzione del comitato e dei suoi legali si concentra proprio documento pubblicato e poi rimosso dall'Oms e sulle rivelazioni che esso conteneva in merito al nostro piano pandemico. Secondo la citazione in giudizio, «è un dato incontrovertibile, ormai, l'assenza di un piano pandemico italiano adeguato così come risulta inconfutabile che se ci fosse stato un piano pandemico adeguato ed aggiornato secondo le direttive date dal Parlamento europeo a far data dal 22 ottobre 2013 e dalle successive direttive dell'Oms fino al 2018 si sarebbero risparmiate, almeno nella prima fase pandemica, circa 10.000 mite umane». Insomma, l'arma del delitto, in questa vicenda, è proprio «ciò che noi non avevamo, ma che eravamo tenuti ad avere come obbligo giuridico, e che altri avevano: un sistema efficace di sorveglianza sanitaria integrata e piani pandemici armonizzati a livello centrale, regionale e di comunità locale. Lo scopo di un piano pandemico è mitigare, non annullare, le conseguenze di una pandemia. Contribuisce cioè a ridurre sia il numero di vittime, sia le conseguenze economiche sul sistema Paese», si legge ancora nella citazione in giudizio. Per Speranza, fare finta di niente sarà sempre più difficile.
Ministero costretto a dire la verità
Alla fine, sia pure obtorto collo, la realtà è venuta a galla. Ed è abbastanza sconvolgente. Se il ministro della Salute Roberto Speranza non ha voluto render noto il piano pandemico richiestogli dagli onorevoli Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato di Fdi, costoro si sono rivolti alla magistratura e ieri, in seno alla sezione III quater del Tar del Lazio, ciò che fino all'ultimo si era cercato di celare è emerso: l'Italia un piano pandemico ce l'ha. Ma risale al 2006; e ancora oggi il Paese non ha, in materia, alcun provvedimento «completo e formale». Ad ammettere il dato, che spiega più di mille parole l'inadeguatezza del nostro Paese ad affrontare il coronavirus - inadeguatezza che ha portato la John Hopkins University ad attribuire all'Italia una mortalità di Covid senza pari -, è stata l'avvocatura dello Stato, intervenuta in tribunale per conto del ministero della Salute. Dunque, abbiamo un piano pandemico vecchio di 14 anni; il che spiega come mai, intervistato mesi fa dal Corriere della Sera, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, lo avesse definito «troppo drammatico» per essere diffuso. Perché è quasi preistorico, considerano i ritmi serrati della ricerca scientifica su questi ed altri versanti.
Chiaramente, l'età quasi veneranda dal piano anti pandemia non è certo ascrivibile in toto al ministro Speranza, che guida il dicastero della salute dal settembre 2019 e che, nel 2006, altri non era che un componente dell'esecutivo nazionale della Sinistra giovanile, movimento giovanile degli allora Ds, partito dalle cui ceneri è poi nato il Pd. Tuttavia, non si capisce come mai Speranza abbia fino a ieri negato questa realtà, costringendo Bignami e Gemmato ad adire le vie legali, come i due onorevoli han fatto tramite l'avvocato Silvia Marzot.
La sensazione, infatti, è che il ministro della Salute abbia volutamente nascosto l'anzianità del nostro piano pandemico; un'operazione che gli sarebbe effettivamente riuscita, se i due parlamentari del partito di Giorgia Meloni non avessero scelto, come poi hanno coraggiosamente fatto, di andare sino in fondo. «Ora il governo deve venire a rispondere a rispondere alle Camere per dirci con chiarezza come stanno le cose», ha commentato in una nota diffusa ieri la Meloni, appunto.
In effetti, c'è ancora molto da chiarire. Lo prova per esempio il fatto, ricordato ieri dalla Verità, che restano ancora inaccessibili i verbali della task force costituita dal ministero della Salute in data 22 gennaio 2020 per contrastare il Covid-19. Seguendo il normale iter, Bignami e Gemmato hanno infatti inoltrato una richiesta di accesso agli atti; che però è stata respinta affermando che i due non avrebbero sostanzialmente titolo e interesse per accedere a tali atti. Su come il governo si sia mosso almeno nelle fasi iniziali della pandemia, insomma, l'opacità resta. La sola certezza, ora, è l'esistenza di un piano pandemico magari ottimo. Una volta.
Continua a leggereRiduci
Il comitato dei familiari delle vittime di coronavirus lo chiama in causa davanti a un giudice. E persino gli alleati chiedono la sua testa per via delle misure di protezione mancanti: «Conte deve rimuoverlo»Dopo il ricorso di Fdi, l'avvocatura dello Stato finalmente lo mette nero su bianco: non esiste alcun protocollo «completo e formale» oltre a quello vecchio di 14 anniLo speciale contiene due articoliFedele a quel suo cognome che, sin dall'inizio della pandemia, ha avuto un suono beffardo, il ministro della Salute Roberto Speranza continua a non scomporsi. Non risponde, non spiega, non dà chiarimenti. Magari starà persino scrivendo il seguito del suo libro: Perché siamo guariti, immancabile secondo capitolo del già leggendario Perché guariremo, ritirato prima ancora di uscire per manifesta intempestività. Lo scandalo del report dell'Oms censurato, la vergogna del piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e della mancata applicazione di quello vecchio, i verbali della sua task force secretati e negati ai parlamentari dell'opposizione che vorrebbero consultarli: nulla, finora, ha indotto Speranza a uscire dal suo splendido isolamento fatto di sorrisetti, raccomandazioni paternalistiche e fuga dalla trasparenza. Peccato che ignorare i problemi si riveli sempre un pessimo modo per farli sparire. E così, adesso, sul serafico ministro si abbatte anche il fuoco amico. «Se nel governo della salute pubblica la responsabilità politica non è un'opinione, davanti alle inchieste di Report e alle dichiarazioni del ricercatore dell'Oms Francesco Zambon che il programma Rai ha trasmesso ieri sera (lunedì, ndr), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve sostituire subito il ministro della Salute». La bordata non arriva dai banchi di Fratelli d'Italia o della Lega, ma da quelli della maggioranza. A chiedere la testa di Speranza è infatti il deputato del M5s Francesco Sapia, che alla Camera siede in commissione Affari sociali e che sull'argomento ha presentato un'interrogazione allo stesso Conte. L'esponente grillino non le manda a dire: «Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla crisi sanitaria, economica e sociale del Paese, non è ammissibile che vi siano sospetti di condizionamenti politici dell'Oms, chiamata a svolgere un ruolo essenziale per la tutela della salute pubblica. La vicenda raccontata dalla stampa è troppo grave, per cui va affrontata con azioni immediate, compresa, come ho chiesto nella mia interrogazione al presidente Conte, la verifica di eventuali responsabilità dirigenziali all'interno del ministero della Salute». Per Sapia, «qui ci troviamo innanzi ad un problema serissimo, che rischia di compromettere la credibilità dell'intero governo italiano. La questione è molto più grave di quella per cui si dimise il commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Ritengo», incalza l'onorevole pentastellato, «che il ministro Roberto Speranza non possa più restare al suo posto. La politica deve dare segnali inequivocabili, intanto ai più alti livelli istituzionali». Certo, ai grillini si potrebbe pur sempre ricordare che per circa 16 mesi al ministero della Salute c'è stata una di loro, Giulia Grillo, senza che anch'ella mettesse mano al piano pandemico. Ma, coerenza a parte, la presa di posizione resta forte. È tuttavia probabile che presto non siano solo le aule della politica a ospitare le spiegazioni di Speranza, ma anche quelle della giustizia. Il comitato dei familiari delle vittime del Covid ha infatti citato in giudizio il ministro della Salute, Giuseppe Conte e la Regione Lombardia «per aver leso il diritto alla salute ed alla vita costituzionalmente garantito». Il testo della citazione è un vero atto d'accusa contro le istituzioni. «È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico», vi si legge, «stabilire quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza». Sul fronte governativo, l'attenzione del comitato e dei suoi legali si concentra proprio documento pubblicato e poi rimosso dall'Oms e sulle rivelazioni che esso conteneva in merito al nostro piano pandemico. Secondo la citazione in giudizio, «è un dato incontrovertibile, ormai, l'assenza di un piano pandemico italiano adeguato così come risulta inconfutabile che se ci fosse stato un piano pandemico adeguato ed aggiornato secondo le direttive date dal Parlamento europeo a far data dal 22 ottobre 2013 e dalle successive direttive dell'Oms fino al 2018 si sarebbero risparmiate, almeno nella prima fase pandemica, circa 10.000 mite umane». Insomma, l'arma del delitto, in questa vicenda, è proprio «ciò che noi non avevamo, ma che eravamo tenuti ad avere come obbligo giuridico, e che altri avevano: un sistema efficace di sorveglianza sanitaria integrata e piani pandemici armonizzati a livello centrale, regionale e di comunità locale. Lo scopo di un piano pandemico è mitigare, non annullare, le conseguenze di una pandemia. Contribuisce cioè a ridurre sia il numero di vittime, sia le conseguenze economiche sul sistema Paese», si legge ancora nella citazione in giudizio. Per Speranza, fare finta di niente sarà sempre più difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/citato-in-giudizio-e-attaccato-da-m5s-adesso-speranza-inizia-a-vacillare-2649623177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ministero-costretto-a-dire-la-verita" data-post-id="2649623177" data-published-at="1608676825" data-use-pagination="False"> Ministero costretto a dire la verità Alla fine, sia pure obtorto collo, la realtà è venuta a galla. Ed è abbastanza sconvolgente. Se il ministro della Salute Roberto Speranza non ha voluto render noto il piano pandemico richiestogli dagli onorevoli Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato di Fdi, costoro si sono rivolti alla magistratura e ieri, in seno alla sezione III quater del Tar del Lazio, ciò che fino all'ultimo si era cercato di celare è emerso: l'Italia un piano pandemico ce l'ha. Ma risale al 2006; e ancora oggi il Paese non ha, in materia, alcun provvedimento «completo e formale». Ad ammettere il dato, che spiega più di mille parole l'inadeguatezza del nostro Paese ad affrontare il coronavirus - inadeguatezza che ha portato la John Hopkins University ad attribuire all'Italia una mortalità di Covid senza pari -, è stata l'avvocatura dello Stato, intervenuta in tribunale per conto del ministero della Salute. Dunque, abbiamo un piano pandemico vecchio di 14 anni; il che spiega come mai, intervistato mesi fa dal Corriere della Sera, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, lo avesse definito «troppo drammatico» per essere diffuso. Perché è quasi preistorico, considerano i ritmi serrati della ricerca scientifica su questi ed altri versanti. Chiaramente, l'età quasi veneranda dal piano anti pandemia non è certo ascrivibile in toto al ministro Speranza, che guida il dicastero della salute dal settembre 2019 e che, nel 2006, altri non era che un componente dell'esecutivo nazionale della Sinistra giovanile, movimento giovanile degli allora Ds, partito dalle cui ceneri è poi nato il Pd. Tuttavia, non si capisce come mai Speranza abbia fino a ieri negato questa realtà, costringendo Bignami e Gemmato ad adire le vie legali, come i due onorevoli han fatto tramite l'avvocato Silvia Marzot. La sensazione, infatti, è che il ministro della Salute abbia volutamente nascosto l'anzianità del nostro piano pandemico; un'operazione che gli sarebbe effettivamente riuscita, se i due parlamentari del partito di Giorgia Meloni non avessero scelto, come poi hanno coraggiosamente fatto, di andare sino in fondo. «Ora il governo deve venire a rispondere a rispondere alle Camere per dirci con chiarezza come stanno le cose», ha commentato in una nota diffusa ieri la Meloni, appunto. In effetti, c'è ancora molto da chiarire. Lo prova per esempio il fatto, ricordato ieri dalla Verità, che restano ancora inaccessibili i verbali della task force costituita dal ministero della Salute in data 22 gennaio 2020 per contrastare il Covid-19. Seguendo il normale iter, Bignami e Gemmato hanno infatti inoltrato una richiesta di accesso agli atti; che però è stata respinta affermando che i due non avrebbero sostanzialmente titolo e interesse per accedere a tali atti. Su come il governo si sia mosso almeno nelle fasi iniziali della pandemia, insomma, l'opacità resta. La sola certezza, ora, è l'esistenza di un piano pandemico magari ottimo. Una volta.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
Continua a leggereRiduci
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci