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2020-12-23
Citato in giudizio e attaccato da M5s. Adesso Speranza inizia a vacillare
Roberto Speranza (Ansa)
Fedele a quel suo cognome che, sin dall'inizio della pandemia, ha avuto un suono beffardo, il ministro della Salute Roberto Speranza continua a non scomporsi. Non risponde, non spiega, non dà chiarimenti. Magari starà persino scrivendo il seguito del suo libro: Perché siamo guariti, immancabile secondo capitolo del già leggendario Perché guariremo, ritirato prima ancora di uscire per manifesta intempestività.
Lo scandalo del report dell'Oms censurato, la vergogna del piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e della mancata applicazione di quello vecchio, i verbali della sua task force secretati e negati ai parlamentari dell'opposizione che vorrebbero consultarli: nulla, finora, ha indotto Speranza a uscire dal suo splendido isolamento fatto di sorrisetti, raccomandazioni paternalistiche e fuga dalla trasparenza. Peccato che ignorare i problemi si riveli sempre un pessimo modo per farli sparire.
E così, adesso, sul serafico ministro si abbatte anche il fuoco amico. «Se nel governo della salute pubblica la responsabilità politica non è un'opinione, davanti alle inchieste di Report e alle dichiarazioni del ricercatore dell'Oms Francesco Zambon che il programma Rai ha trasmesso ieri sera (lunedì, ndr), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve sostituire subito il ministro della Salute». La bordata non arriva dai banchi di Fratelli d'Italia o della Lega, ma da quelli della maggioranza. A chiedere la testa di Speranza è infatti il deputato del M5s Francesco Sapia, che alla Camera siede in commissione Affari sociali e che sull'argomento ha presentato un'interrogazione allo stesso Conte.
L'esponente grillino non le manda a dire: «Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla crisi sanitaria, economica e sociale del Paese, non è ammissibile che vi siano sospetti di condizionamenti politici dell'Oms, chiamata a svolgere un ruolo essenziale per la tutela della salute pubblica. La vicenda raccontata dalla stampa è troppo grave, per cui va affrontata con azioni immediate, compresa, come ho chiesto nella mia interrogazione al presidente Conte, la verifica di eventuali responsabilità dirigenziali all'interno del ministero della Salute». Per Sapia, «qui ci troviamo innanzi ad un problema serissimo, che rischia di compromettere la credibilità dell'intero governo italiano. La questione è molto più grave di quella per cui si dimise il commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Ritengo», incalza l'onorevole pentastellato, «che il ministro Roberto Speranza non possa più restare al suo posto. La politica deve dare segnali inequivocabili, intanto ai più alti livelli istituzionali». Certo, ai grillini si potrebbe pur sempre ricordare che per circa 16 mesi al ministero della Salute c'è stata una di loro, Giulia Grillo, senza che anch'ella mettesse mano al piano pandemico. Ma, coerenza a parte, la presa di posizione resta forte.
È tuttavia probabile che presto non siano solo le aule della politica a ospitare le spiegazioni di Speranza, ma anche quelle della giustizia. Il comitato dei familiari delle vittime del Covid ha infatti citato in giudizio il ministro della Salute, Giuseppe Conte e la Regione Lombardia «per aver leso il diritto alla salute ed alla vita costituzionalmente garantito». Il testo della citazione è un vero atto d'accusa contro le istituzioni. «È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico», vi si legge, «stabilire quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza». Sul fronte governativo, l'attenzione del comitato e dei suoi legali si concentra proprio documento pubblicato e poi rimosso dall'Oms e sulle rivelazioni che esso conteneva in merito al nostro piano pandemico. Secondo la citazione in giudizio, «è un dato incontrovertibile, ormai, l'assenza di un piano pandemico italiano adeguato così come risulta inconfutabile che se ci fosse stato un piano pandemico adeguato ed aggiornato secondo le direttive date dal Parlamento europeo a far data dal 22 ottobre 2013 e dalle successive direttive dell'Oms fino al 2018 si sarebbero risparmiate, almeno nella prima fase pandemica, circa 10.000 mite umane». Insomma, l'arma del delitto, in questa vicenda, è proprio «ciò che noi non avevamo, ma che eravamo tenuti ad avere come obbligo giuridico, e che altri avevano: un sistema efficace di sorveglianza sanitaria integrata e piani pandemici armonizzati a livello centrale, regionale e di comunità locale. Lo scopo di un piano pandemico è mitigare, non annullare, le conseguenze di una pandemia. Contribuisce cioè a ridurre sia il numero di vittime, sia le conseguenze economiche sul sistema Paese», si legge ancora nella citazione in giudizio. Per Speranza, fare finta di niente sarà sempre più difficile.
Ministero costretto a dire la verità
Alla fine, sia pure obtorto collo, la realtà è venuta a galla. Ed è abbastanza sconvolgente. Se il ministro della Salute Roberto Speranza non ha voluto render noto il piano pandemico richiestogli dagli onorevoli Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato di Fdi, costoro si sono rivolti alla magistratura e ieri, in seno alla sezione III quater del Tar del Lazio, ciò che fino all'ultimo si era cercato di celare è emerso: l'Italia un piano pandemico ce l'ha. Ma risale al 2006; e ancora oggi il Paese non ha, in materia, alcun provvedimento «completo e formale». Ad ammettere il dato, che spiega più di mille parole l'inadeguatezza del nostro Paese ad affrontare il coronavirus - inadeguatezza che ha portato la John Hopkins University ad attribuire all'Italia una mortalità di Covid senza pari -, è stata l'avvocatura dello Stato, intervenuta in tribunale per conto del ministero della Salute. Dunque, abbiamo un piano pandemico vecchio di 14 anni; il che spiega come mai, intervistato mesi fa dal Corriere della Sera, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, lo avesse definito «troppo drammatico» per essere diffuso. Perché è quasi preistorico, considerano i ritmi serrati della ricerca scientifica su questi ed altri versanti.
Chiaramente, l'età quasi veneranda dal piano anti pandemia non è certo ascrivibile in toto al ministro Speranza, che guida il dicastero della salute dal settembre 2019 e che, nel 2006, altri non era che un componente dell'esecutivo nazionale della Sinistra giovanile, movimento giovanile degli allora Ds, partito dalle cui ceneri è poi nato il Pd. Tuttavia, non si capisce come mai Speranza abbia fino a ieri negato questa realtà, costringendo Bignami e Gemmato ad adire le vie legali, come i due onorevoli han fatto tramite l'avvocato Silvia Marzot.
La sensazione, infatti, è che il ministro della Salute abbia volutamente nascosto l'anzianità del nostro piano pandemico; un'operazione che gli sarebbe effettivamente riuscita, se i due parlamentari del partito di Giorgia Meloni non avessero scelto, come poi hanno coraggiosamente fatto, di andare sino in fondo. «Ora il governo deve venire a rispondere a rispondere alle Camere per dirci con chiarezza come stanno le cose», ha commentato in una nota diffusa ieri la Meloni, appunto.
In effetti, c'è ancora molto da chiarire. Lo prova per esempio il fatto, ricordato ieri dalla Verità, che restano ancora inaccessibili i verbali della task force costituita dal ministero della Salute in data 22 gennaio 2020 per contrastare il Covid-19. Seguendo il normale iter, Bignami e Gemmato hanno infatti inoltrato una richiesta di accesso agli atti; che però è stata respinta affermando che i due non avrebbero sostanzialmente titolo e interesse per accedere a tali atti. Su come il governo si sia mosso almeno nelle fasi iniziali della pandemia, insomma, l'opacità resta. La sola certezza, ora, è l'esistenza di un piano pandemico magari ottimo. Una volta.
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Il comitato dei familiari delle vittime di coronavirus lo chiama in causa davanti a un giudice. E persino gli alleati chiedono la sua testa per via delle misure di protezione mancanti: «Conte deve rimuoverlo»Dopo il ricorso di Fdi, l'avvocatura dello Stato finalmente lo mette nero su bianco: non esiste alcun protocollo «completo e formale» oltre a quello vecchio di 14 anniLo speciale contiene due articoliFedele a quel suo cognome che, sin dall'inizio della pandemia, ha avuto un suono beffardo, il ministro della Salute Roberto Speranza continua a non scomporsi. Non risponde, non spiega, non dà chiarimenti. Magari starà persino scrivendo il seguito del suo libro: Perché siamo guariti, immancabile secondo capitolo del già leggendario Perché guariremo, ritirato prima ancora di uscire per manifesta intempestività. Lo scandalo del report dell'Oms censurato, la vergogna del piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e della mancata applicazione di quello vecchio, i verbali della sua task force secretati e negati ai parlamentari dell'opposizione che vorrebbero consultarli: nulla, finora, ha indotto Speranza a uscire dal suo splendido isolamento fatto di sorrisetti, raccomandazioni paternalistiche e fuga dalla trasparenza. Peccato che ignorare i problemi si riveli sempre un pessimo modo per farli sparire. E così, adesso, sul serafico ministro si abbatte anche il fuoco amico. «Se nel governo della salute pubblica la responsabilità politica non è un'opinione, davanti alle inchieste di Report e alle dichiarazioni del ricercatore dell'Oms Francesco Zambon che il programma Rai ha trasmesso ieri sera (lunedì, ndr), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve sostituire subito il ministro della Salute». La bordata non arriva dai banchi di Fratelli d'Italia o della Lega, ma da quelli della maggioranza. A chiedere la testa di Speranza è infatti il deputato del M5s Francesco Sapia, che alla Camera siede in commissione Affari sociali e che sull'argomento ha presentato un'interrogazione allo stesso Conte. L'esponente grillino non le manda a dire: «Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla crisi sanitaria, economica e sociale del Paese, non è ammissibile che vi siano sospetti di condizionamenti politici dell'Oms, chiamata a svolgere un ruolo essenziale per la tutela della salute pubblica. La vicenda raccontata dalla stampa è troppo grave, per cui va affrontata con azioni immediate, compresa, come ho chiesto nella mia interrogazione al presidente Conte, la verifica di eventuali responsabilità dirigenziali all'interno del ministero della Salute». Per Sapia, «qui ci troviamo innanzi ad un problema serissimo, che rischia di compromettere la credibilità dell'intero governo italiano. La questione è molto più grave di quella per cui si dimise il commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Ritengo», incalza l'onorevole pentastellato, «che il ministro Roberto Speranza non possa più restare al suo posto. La politica deve dare segnali inequivocabili, intanto ai più alti livelli istituzionali». Certo, ai grillini si potrebbe pur sempre ricordare che per circa 16 mesi al ministero della Salute c'è stata una di loro, Giulia Grillo, senza che anch'ella mettesse mano al piano pandemico. Ma, coerenza a parte, la presa di posizione resta forte. È tuttavia probabile che presto non siano solo le aule della politica a ospitare le spiegazioni di Speranza, ma anche quelle della giustizia. Il comitato dei familiari delle vittime del Covid ha infatti citato in giudizio il ministro della Salute, Giuseppe Conte e la Regione Lombardia «per aver leso il diritto alla salute ed alla vita costituzionalmente garantito». Il testo della citazione è un vero atto d'accusa contro le istituzioni. «È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico», vi si legge, «stabilire quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza». Sul fronte governativo, l'attenzione del comitato e dei suoi legali si concentra proprio documento pubblicato e poi rimosso dall'Oms e sulle rivelazioni che esso conteneva in merito al nostro piano pandemico. Secondo la citazione in giudizio, «è un dato incontrovertibile, ormai, l'assenza di un piano pandemico italiano adeguato così come risulta inconfutabile che se ci fosse stato un piano pandemico adeguato ed aggiornato secondo le direttive date dal Parlamento europeo a far data dal 22 ottobre 2013 e dalle successive direttive dell'Oms fino al 2018 si sarebbero risparmiate, almeno nella prima fase pandemica, circa 10.000 mite umane». Insomma, l'arma del delitto, in questa vicenda, è proprio «ciò che noi non avevamo, ma che eravamo tenuti ad avere come obbligo giuridico, e che altri avevano: un sistema efficace di sorveglianza sanitaria integrata e piani pandemici armonizzati a livello centrale, regionale e di comunità locale. Lo scopo di un piano pandemico è mitigare, non annullare, le conseguenze di una pandemia. Contribuisce cioè a ridurre sia il numero di vittime, sia le conseguenze economiche sul sistema Paese», si legge ancora nella citazione in giudizio. Per Speranza, fare finta di niente sarà sempre più difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/citato-in-giudizio-e-attaccato-da-m5s-adesso-speranza-inizia-a-vacillare-2649623177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ministero-costretto-a-dire-la-verita" data-post-id="2649623177" data-published-at="1608676825" data-use-pagination="False"> Ministero costretto a dire la verità Alla fine, sia pure obtorto collo, la realtà è venuta a galla. Ed è abbastanza sconvolgente. Se il ministro della Salute Roberto Speranza non ha voluto render noto il piano pandemico richiestogli dagli onorevoli Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato di Fdi, costoro si sono rivolti alla magistratura e ieri, in seno alla sezione III quater del Tar del Lazio, ciò che fino all'ultimo si era cercato di celare è emerso: l'Italia un piano pandemico ce l'ha. Ma risale al 2006; e ancora oggi il Paese non ha, in materia, alcun provvedimento «completo e formale». Ad ammettere il dato, che spiega più di mille parole l'inadeguatezza del nostro Paese ad affrontare il coronavirus - inadeguatezza che ha portato la John Hopkins University ad attribuire all'Italia una mortalità di Covid senza pari -, è stata l'avvocatura dello Stato, intervenuta in tribunale per conto del ministero della Salute. Dunque, abbiamo un piano pandemico vecchio di 14 anni; il che spiega come mai, intervistato mesi fa dal Corriere della Sera, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, lo avesse definito «troppo drammatico» per essere diffuso. Perché è quasi preistorico, considerano i ritmi serrati della ricerca scientifica su questi ed altri versanti. Chiaramente, l'età quasi veneranda dal piano anti pandemia non è certo ascrivibile in toto al ministro Speranza, che guida il dicastero della salute dal settembre 2019 e che, nel 2006, altri non era che un componente dell'esecutivo nazionale della Sinistra giovanile, movimento giovanile degli allora Ds, partito dalle cui ceneri è poi nato il Pd. Tuttavia, non si capisce come mai Speranza abbia fino a ieri negato questa realtà, costringendo Bignami e Gemmato ad adire le vie legali, come i due onorevoli han fatto tramite l'avvocato Silvia Marzot. La sensazione, infatti, è che il ministro della Salute abbia volutamente nascosto l'anzianità del nostro piano pandemico; un'operazione che gli sarebbe effettivamente riuscita, se i due parlamentari del partito di Giorgia Meloni non avessero scelto, come poi hanno coraggiosamente fatto, di andare sino in fondo. «Ora il governo deve venire a rispondere a rispondere alle Camere per dirci con chiarezza come stanno le cose», ha commentato in una nota diffusa ieri la Meloni, appunto. In effetti, c'è ancora molto da chiarire. Lo prova per esempio il fatto, ricordato ieri dalla Verità, che restano ancora inaccessibili i verbali della task force costituita dal ministero della Salute in data 22 gennaio 2020 per contrastare il Covid-19. Seguendo il normale iter, Bignami e Gemmato hanno infatti inoltrato una richiesta di accesso agli atti; che però è stata respinta affermando che i due non avrebbero sostanzialmente titolo e interesse per accedere a tali atti. Su come il governo si sia mosso almeno nelle fasi iniziali della pandemia, insomma, l'opacità resta. La sola certezza, ora, è l'esistenza di un piano pandemico magari ottimo. Una volta.
«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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