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2025-01-22
In Cisgiordania s’alza il «Muro di ferro». I tagliagole di Hamas aizzano i palestinesi
Mezzi dell'Idf a Jenin in Cisgiordania (Getty Images)
Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele».
Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta.
Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui».
Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin».
L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica.
Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.
«Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia»
A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità.
Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa».
Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla».
In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera.
Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
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Nuova operazione dell’Idf a Jenin per sradicare l’asse iraniano. I terroristi di Gaza tifano escalation. Ma la tregua per ora regge.Trump preme sullo zar. Sì del Senato italiano ad altri aiuti all’Ucraina, dove lo psichiatra dell’esercito viene arrestato per corruzione.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele». Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta. Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui». Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin». L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica. Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cisgiordania-muro-ferro-2670910009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-un-accordo-su-kiev-putin-distrugge-la-russia" data-post-id="2670910009" data-published-at="1737537686" data-use-pagination="False"> «Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia» A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità. Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa». Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla». In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera. Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
Uno dei grandi temi energetici a livello nazionale è senza dubbio il nucleare. La riforma in merito è all'inizio del percorso in Senato, ed è già stato approvato il primo giro alla Camera. «La speranza», sostiene il ministro, «è di chiudere tutto entro la pausa estiva per poi presentare una proposta di decreto attuativo entro la fine dell'anno».
Ricorda inoltre che, nonostante il referendum che ha chiuso la relazione dell'Italia con il nucleare risalga al lontano 1987, «in Europa siamo rimasti il secondo Paese per competenze. Pensiamo a Marsiglia, dove si sta costruendo un enorme reattore di prova per la fusione nucleare: per quella infrastruttura, la guida è tutta italiana».
Nell'attesa, si continua ad andare avanti sul gas, che tuttavia presenta un forte problema di costi: il problema, racconta il ministro, è che quando arriva in Europa (sia che provenga dagli Usa sia dalla Russia) il prezzo si alza inevitabilmente. Chiaro poi che il blocco dello stretto di Hormuz ne abbia ulteriormente alzato i prezzi.
Spostando la tematica sul cambiamento climatico, le parole d'ordine sono adattamento e mitigazione. Pichetto Fratin, a questo proposito, spiega che «l'energia pulita significa proprio mitigazione, ad esempio un minor utilizzo del fossile. L'Italia, attualmente, pesa sulle emissioni mondiali per 0,6 %. Un terzo della nostra ricchezza risiede nelle esportazioni, non perché l'Italia faccia i prezzi più bassi (le commodities le vende la Cina), ma perché punta sulla qualità. Per produrre la stessa energia di un piccolo reattore nucleare da 300 MegaWatt (che occupa lo spazio di 3/4 campi da calcio), con il fotovoltaico occuperemmo lo spazio impressionante di 3000/4000 campi da calcio».
Riguardo alla lite fra Meloni e Trump, il ministro non pensa vi possano essere delle conseguenze a livello energetico: «Il mercato viaggia indipendentemente degli eventuali colpi di testa di Trump. Personalmente, già all'epoca delle elezioni, pensavo che per l'Europa fosse meglio la vittoria di Kamala Harris».
L'intervista si è chiusa con un commento sul generale Vannacci e sul suo partito Futuro nazionale: «Rappresenta certamente una parte della posizione politica nazionale. Bisogna tuttavia ancora vedere qual è la sua reale forza. Per quanto riguarda eventuali alleanze, le coalizioni si fanno sui contenuti, sugli obiettivi comuni. Le sue posizioni non rappresentano le mie».
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Al «Giorno della Verità» Riccardo Toto, direttore generale di Renexia; Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel; Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni; e Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, si sono confrontati sul futuro energetico europeo. Al centro del dibattito reti, supercalcolo, rinnovabili e competitività industriale.
Autonomia energetica, investimenti nelle reti, innovazione tecnologica e sviluppo delle rinnovabili. Sono stati questi i temi al centro del panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, andato in scena al «Giorno della Verità» e moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel, ha sottolineato come dalla guerra in Ucraina l’energia sia diventata sempre più una questione strategica per i Paesi europei, soprattutto per quelli che producono meno energia di quanta ne consumino. Secondo De Luca, per garantire resilienza di fronte agli shock energetici servono due direttrici: aumentare la produzione interna attraverso le fonti rinnovabili e rafforzare le infrastrutture di rete.
Un’esigenza destinata a crescere, considerando che i consumi energetici in Italia sono attesi in aumento del 20% nei prossimi anni. In questo contesto Enel ha annunciato un piano di investimenti globale da 53 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, dieci miliardi in più rispetto al precedente piano industriale.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica è intervenuto Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni, che ha evidenziato il ruolo strategico del supercalcolo nello sviluppo industriale. «Il valore del supercalcolo nasce dall’unione tra potenza computazionale e competenze tecnico-scientifiche», ha spiegato, sottolineando come l’elaborazione di enormi quantità di dati permetta di sviluppare modelli più accurati e accelerare l’innovazione.
Fiorillo ha inoltre annunciato l’avvio del nuovo supercalcolatore Hpc7 di Eni, che porta l’Italia al primo posto in Europa e al quarto nel mondo per capacità di supercalcolo, dietro soltanto a Stati Uniti, Cina e Giappone.
Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, ha invece posto l’accento sulla competitività delle imprese. Per affrontare il nodo energetico, ha spiegato, occorre agire su tre direttrici: proteggere il costo dell’energia attraverso una maggiore efficienza, investire nelle infrastrutture necessarie a rendere sostenibile la crescita delle rinnovabili e rafforzare ricerca, innovazione e tecnologia all’interno di una strategia industriale europea.
A chiudere il confronto è stato Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, che ha indicato nell’eolico galleggiante una delle principali opportunità per il futuro energetico del Paese. Secondo Toto, le rinnovabili rappresentano una risposta fondamentale, ma servono approcci diversi rispetto al passato.
«Oggi c’è la possibilità di essere i primi in Europa e nel mondo nell’eolico fluttuante», ha affermato, spiegando come questa tecnologia possa contribuire non solo a ridurre la dipendenza da fattori geopolitici esterni, ma anche a creare una nuova filiera industriale nazionale. Una prospettiva che, secondo il manager, consentirebbe di trasformare la transizione energetica in un fattore di crescita economica e competitività per l’Italia.
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L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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