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2025-01-22
In Cisgiordania s’alza il «Muro di ferro». I tagliagole di Hamas aizzano i palestinesi
Mezzi dell'Idf a Jenin in Cisgiordania (Getty Images)
Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele».
Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta.
Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui».
Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin».
L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica.
Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.
«Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia»
A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità.
Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa».
Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla».
In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera.
Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
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Nuova operazione dell’Idf a Jenin per sradicare l’asse iraniano. I terroristi di Gaza tifano escalation. Ma la tregua per ora regge.Trump preme sullo zar. Sì del Senato italiano ad altri aiuti all’Ucraina, dove lo psichiatra dell’esercito viene arrestato per corruzione.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele». Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta. Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui». Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin». L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica. Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cisgiordania-muro-ferro-2670910009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-un-accordo-su-kiev-putin-distrugge-la-russia" data-post-id="2670910009" data-published-at="1737537686" data-use-pagination="False"> «Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia» A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità. Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa». Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla». In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera. Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.