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2025-01-22
In Cisgiordania s’alza il «Muro di ferro». I tagliagole di Hamas aizzano i palestinesi
Mezzi dell'Idf a Jenin in Cisgiordania (Getty Images)
Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele».
Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta.
Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui».
Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin».
L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica.
Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.
«Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia»
A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità.
Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa».
Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla».
In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera.
Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
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Nuova operazione dell’Idf a Jenin per sradicare l’asse iraniano. I terroristi di Gaza tifano escalation. Ma la tregua per ora regge.Trump preme sullo zar. Sì del Senato italiano ad altri aiuti all’Ucraina, dove lo psichiatra dell’esercito viene arrestato per corruzione.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele». Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta. Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui». Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin». L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica. Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cisgiordania-muro-ferro-2670910009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-un-accordo-su-kiev-putin-distrugge-la-russia" data-post-id="2670910009" data-published-at="1737537686" data-use-pagination="False"> «Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia» A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità. Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa». Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla». In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera. Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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