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2025-01-22
In Cisgiordania s’alza il «Muro di ferro». I tagliagole di Hamas aizzano i palestinesi
Mezzi dell'Idf a Jenin in Cisgiordania (Getty Images)
Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele».
Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta.
Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui».
Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin».
L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica.
Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.
«Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia»
A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità.
Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa».
Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla».
In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera.
Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
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Nuova operazione dell’Idf a Jenin per sradicare l’asse iraniano. I terroristi di Gaza tifano escalation. Ma la tregua per ora regge.Trump preme sullo zar. Sì del Senato italiano ad altri aiuti all’Ucraina, dove lo psichiatra dell’esercito viene arrestato per corruzione.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Herzi Halevi, ha informato il ministro della Difesa Israel Katz e il primo ministro Benjamin Netanyahu delle sue dimissioni, con decorrenza tra due mesi. «In virtù del riconoscimento della mia responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, in un momento in cui l’Idf ha ottenuto risultati significativi ed è in procinto di implementare l’accordo per liberare i nostri ostaggi, ho chiesto di lasciare il mio ruolo a decorrere dal 6 marzo 2025. Fino ad allora, completerò le indagini dell’Idf sugli eventi del 7 ottobre e rafforzerò la prontezza dell’Idf per le sfide alla sicurezza. Ho inviato una lettera al ministro della Difesa e al primo ministro sulla questione. La mia responsabilità per il terribile fallimento mi accompagnerà per il resto della mia vita», ha scritto Halevi. Netanyahu ha parlato con il capo di Stato maggiore dimissionario, con cui si vedrà nei prossimi giorni, ringraziandolo «per il suo lungo servizio e per il comando dell’Idf durante la guerra su sette fronti, che ha portato a grandi successi per lo Stato di Israele». Anche il generale Yaron Finkelman, capo del Comando militare Sud di Israele e responsabile dell’area di Gaza, ha rassegnato le dimissioni. Per la sua sostituzione si parla del generale Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa, nonché del generale Amir Baram, attuale vicecapo di Stato maggiore, in precedenza comandante del Northern Command e del generale Uri Gordin, comandante del Northern Command. Quest’ultimo pare essere il favorito dato che non è stato associato ai fallimenti del 7 ottobre ed è riconosciuto come una figura innovativa e dinamica. Gordin ha ottenuto ampi consensi per il successo nella gestione delle operazioni lungo il confine settentrionale, affrontando con efficacia le complesse sfide che la guerra contro Hamas comporta. Sempre ieri l’Idf ha condotto un’operazione denominata «Muro di ferro» nella città di Jenin, in Cisgiordania. L’esercito ha riferito che soldati, polizia e servizi di intelligence hanno avviato un intervento antiterrorismo nell’area, senza fornire ulteriori dettagli. Prima di questa incursione le forze di sicurezza palestinesi avevano già effettuato un’azione prolungata per riprendere il controllo della città e del vicino campo profughi: un punto nevralgico per i gruppi armati nella Cisgiordania. Secondo i servizi sanitari palestinesi, l’Idf ha ucciso nove persone e ne ha ferite circa 50, ma non ci sono conferme indipendenti sul numero dei morti. Anche Netanyahu ha parlato dell’operazione: «Su indicazione del gabinetto politico-sicurezza, l’Idf, lo Shin Bet e la polizia di Israele hanno avviato un’operazione militare - denominata “Muro di ferro” - vasta e significativa per combattere il terrorismo a Jenin. Questo è un ulteriore passo verso il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati: rafforzare la sicurezza in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Agiamo in modo sistematico e deciso contro l’asse iraniano ovunque esso estenda le sue mani: a Gaza, in Libano, in Siria, in Yemen, in Giudea e Samaria. E non finisce qui». Hamas ha lanciato un appello per la mobilitazione generale, invitando i palestinesi a opporsi con fermezza all’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. In una nota, il gruppo jihadista ha dichiarato: «Sosteniamo i combattenti della resistenza per affrontare l’oppressione sionista e contrastare l’aggressione dilagante dell’occupazione a Jenin». L’operazione di ieri può far saltare la tregua? Sembrerebbe di no, dato che Taher al-Nunu, un funzionario di Hamas, ha confermato che quattro donne israeliane prese in ostaggio saranno liberate sabato, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che prevede anche il rilascio dei prigionieri di sicurezza palestinesi. Il funzionario non ha fatto i nomi delle quattro donne che saranno rilasciate dopo oltre 470 giorni di prigionia. L’accordo stabilisce che Hamas è tenuta a fornire i nomi degli ostaggi almeno 24 ore prima del loro rilascio, sebbene il gruppo terroristico non sia riuscito a soddisfare tale condizione per le prime tre donne che sono state liberate domenica. Sul fronte diplomatico c’è da registrare la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, che durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) ha affermato: «Una guerra tra Israele e Iran dovrebbe essere evitata, e non ritengo che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump contribuisca al rischio di un simile conflitto». Sempre a Davos il presidente israeliano Isaac Herzog a margine del Forum «ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e lo ha ringraziato per il ruolo di Doha nella mediazione dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi a Gaza». Al Thani, secondo l’ufficio del presidente Herzog, «ha ribadito il suo impegno nell’attuazione di tutte le fasi dell’accordo». Evidente che la diplomazia ha i suoi riti; tuttavia, vedere il presidente israeliano che ringrazia il principale finanziatore di Hamas fa venire i brividi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cisgiordania-muro-ferro-2670910009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-un-accordo-su-kiev-putin-distrugge-la-russia" data-post-id="2670910009" data-published-at="1737537686" data-use-pagination="False"> «Senza un accordo su Kiev, Putin distrugge la Russia» A poche ore di distanza dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, gli occhi della comunità internazionale erano già puntati sulle mosse statunitensi sulla guerra in Ucraina. E il tycoon ha subito preso posizione: nel tentativo di aumentare le pressioni su Mosca, ha reso noto che la decisione di un accordo dipende esclusivamente dalla Russia, visto che l’Ucraina avrebbe già manifestato la propria disponibilità. Circondato dai cronisti nello Studio ovale, Trump, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato: «Dovrebbe fare un accordo. Credo che, non facendolo, stia distruggendo la Russia». E poi: «Così la Russia finirà in guai grossi. Guardate alla loro economia e alla loro inflazione». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, congratulandosi con l’omologo statunitense, ha specificato su X: «Gli ucraini sono pronti a collaborare con gli americani per raggiungere una vera pace». E di pace ha parlato anche Putin: «Siamo aperti a un dialogo con la nuova amministrazione Usa sul conflitto ucraino», specificando che «l’obiettivo non dovrebbe essere un breve cessate il fuoco» ma «una pace a lungo termine». Posizione che avrebbe ribadito anche ieri durante il collegamento video con il presidente cinese Xi Jinping. Il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fatto presente ai giornalisti che per risolvere il conflitto sia Mosca che Kiev dovranno «rinunciare a qualcosa». Spostandoci sul continente europeo, da Davos, oltre al noto sostegno della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Ucraina, arrivano anche le lezioni di Zelensky. Durante il World Economic Forum, ha spiegato: «Abbiamo bisogno di una politica di sicurezza e di difesa europea unitaria, l’Europa deve sapersi difendere da sola». E nella lista delle richieste del presidente ucraino ci sono anche 200.000 europei «come minimo» stanziati come forze di peacekeeping. Ben attento a non contraddire il presidente americano, Zelensky ha condiviso l’idea di raggiungere il 5% del Pil per la difesa nella Nato. Una rara voce fuori dal coro è stata ieri quella del premier slovacco, Robert Fico, che durante una conferenza stampa insieme all’omologo ungherese, Viktor Orbán, ha chiarito: «Sono certo che l’adesione alla Nato, finché riguarda l’Ucraina, è una questione che rovinerebbe completamente qualsiasi idea di colloqui di pace». Anche Orbán, su X, ha sostenuto che a Bruxelles «invece di fermare la guerra, vogliono continuare a finanziarla». In casa nostra, intanto, con 97 voti favorevoli, al Senato è stata approvata la risoluzione di maggioranza che proroga fino al 31 dicembre 2025 l’invio di armi a Kiev. Prima della votazione, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto così: «Finora la posizione è sempre stata chiara, riteniamo di continuare a dare sostegno all’Ucraina», riconoscendo che «non esiste una soluzione semplice e immediata» alla guerra. Oggi sono attese le comunicazioni di Crosetto anche alla Camera. Sul teatro di guerra, le truppe ucraine sono colpite da uno scandalo: il capo psichiatra dell’esercito di Kiev è stato arrestato per corruzione. Il sospettato, dall’inizio della guerra, avrebbe acquisito beni senza dichiararli per un valore di un milione di dollari. La corruzione è il tallone d’Achille dell’Ucraina, impegnata a porvi rimedio anche per rispondere alle richieste dell’Ue. Ma sono diversi i casi di tangenti pagate da cittadini ucraini per evitare la mobilitazione in guerra. Intanto, la guerra continua: le difese aeree russe hanno abbattuto 30 droni lanciati da Kiev nella regione di Rostov e di Bryansk. Mentre Kiev ha reso noto che, nella notte tra lunedì e martedì, la Russia ha attaccato il territorio ucraino con quattro missili balistici Iskander-M e 131 droni, di cui 72 sono stati distrutti dalle forze ucraine.
Augusta Montaruli (Imagoeconomica)
Augusta Montaruli è vicecapogruppo alla Camera di Fdi.
Gli scontri di Torino erano stati pianificati?
«Gli organizzatori hanno sempre dichiarato che l’obiettivo era riappropriarsi dello stabile sgombrato e presidiato dalla polizia, di fronte ai doverosi interventi per la sicurezza e alcuni divieti logistici hanno annunciato lo scontro. D’altra parte non ricordo una sola manifestazione di Askatasuna che non sia sfociata con un’aggressione alla polizia. Deviare un percorso, utilizzare i numeri della folla per forzare un blocco delle forze dell’ordine posto a presidio di uno stabile è un’aggressione meditata e organizzata.
Perché Torino è diventata un epicentro dell’antagonismo violento in Italia?
«Torino ha un potenziale straordinario non sfruttato. Purtroppo ha anche una innegabile storia di radicalismo dell’estrema sinistra. C’è ancora il germe del pericoloso mito di quell’ideologia che ha visto soggetti di un periodo ormai lontano diventare anche parte di una certa classe dirigente della città influenzando i suoi figli ritrovati sotto la sigla di Askatasuna. Essa celebra e applica la conflittualità perenne contro le istituzioni. Si spiega quindi la condizione per cui nel comitato che si candidava a interloquire col Comune di Torino per la sanatoria dello stabile di Askatasuna ci sono docenti universitari, avvocati e financo ex giudici chiamati non a caso “garanti”. Un nome per tutti è quello di Livio Pepino, già membro del Csm, giudice ora a riposo, cofondatore di Magistratura democratica, padre di un esponente storico del centro sociale».
Che ruolo ha Askatasuna nel coordinamento delle azioni a Torino?
«Leggendo il loro materiale e le sigle elencate quali partecipanti alla manifestazione di Torino si capisce come Askatasuna aggreghi diverse realtà, dai Carc all’associazione palestinesi in Italia di Hannoun».
Quali rischi pone questo modello per la sicurezza e l’ordine pubblico a Torino?
«Si chiede correttamente di distinguere chi fa violenza dagli altri manifestanti e il dovere delle istituzioni è quello di garantire che il diritto costituzionale venga esercitato. L’approccio della questura di Torino è stato questo, attento e rigoroso. Tuttavia non si può usare la scusa della protesta per deviare un percorso, cercare di rompere un cordone della polizia e lasciare passare avanti chi si è attrezzato per la guerriglia. Fa tristemente sorridere poi che qualcuno dall’opposizione abbia detto che se il governo riteneva la manifestazione pericolosa doveva vietarla, al solo fine di poter dire l’ennesima bugia, alimentare la narrazione di una destra liberticida che in realtà non esiste, fomentare ancora di più lo scontro che anche quel sabato poteva essere evitato se i violenti - asseritamente pochi- fossero scesi in piazza da soli, isolati».
Esistono responsabilità politiche nella tolleranza verso l’antagonismo violento a Torino?
«Il fatto che per quasi trent’anni abbia potuto beneficiare di uno spazio in maniera indisturbata, senza mai una richiesta di sgombero da parte di nessun sindaco, e che il Comune lo abbia messo al centro di una trattativa che ha come interlocutori ultimi gli stessi occupanti ne è la dimostrazione. L’istituzione è stata piegata ad un’esigenza della coalizione di sinistra di tenere insieme i mondi che quei “garanti” di Askatasuna rappresentano, i garantiti di Askatasuna e intere aree politiche anche nazionali che se ne fanno interpreti e che non a caso sono scesi in piazza con loro. Però se vai ad una manifestazione che negli intenti e nella comunicazione è volta alla violenza, o la violenza la sposi e sei un irresponsabile, o sei talmente ingenuo da essere un incapace. Con i violenti non si dialoga, si isolano fisicamente e idealmente, e che le forze politiche dell’opposizione si dividano da noi su questo appello perché non riescono a risolvere un loro problema interno è desolante».
Chi, sul piano politico e istituzionale, ha garantito protezione o legittimazione ad Askatasuna?
«Chi ancora cerca di trovare una giustificazione ad Askatasuna. Il punto non è l’occupazione in sé ma come questa occupazione sia diventata lo strumento per sfogare la violenza ideologica che non a caso non si è affievolita dopo il tentativo di normalizzazione del sindaco Lorusso. Quel patto di collaborazione ha portato alla luce una realtà di garanti e garantiti che mal si concilia alla narrazione di un gruppo che ha bisogno di dirsi autonomo per esistere e infatti hanno dovuto rilanciare sul piano della violenza. Se poi deputati o candidati sindaci dei gruppi di opposizione al governo Meloni partecipano a cortei come quelli di sabato fanno perdere autorevolezza a loro stessi e alla politica tutta».
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(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
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