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2023-01-31
La Cina: «Basta con gli aiuti militari all'Ucraina»
Xi Jinping (Ansa)
La Cina rompe gli indugi e, dopo aver cercato di mantenere un equilibrio di facciata sulla guerra tra Mosca e Kiev, lancia accuse all’indirizzo degli Stati Uniti. La portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, senza mezzi termini, definisce gli Usa «il più grande promotore della crisi in Ucraina» e ufficializza la netta contrarietà del Dragone all’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. Gli Stati Uniti, tuona Ning, «dovrebbero smettere di inviare armi e raccogliere i frutti della guerra».
La tensione tra i due giganti cresce sempre di più e i due temi della guerra in Ucraina da un lato e dell’appartenenza di Taiwan dall’altro, restano al centro della contesa. La rottura nasce soprattutto dall’atteggiamento degli Stati Uniti, che hanno manifestato timori e sospetti circa la posizione di Pechino, con Washington che ha indicato alcuni gruppi statali cinesi come sostenitori della Russia nel conflitto ucraino. La Cina ha avvertito gli Stati Uniti che non accetterà «ricatti infondati» e che non starà seduta a guardare gli Usa.
Come si stiano riposizionando le pedine sullo scacchiere mondiale sembra chiaro al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non a caso ha «cercato sponda» nella Corea del Sud, esortandola ad aumentare il suo sostegno militare all’Ucraina. Mentre a Est si delineano i diversi approcci al conflitto, anche a Sud dell’Europa i contendenti cercano di capire su chi contare. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, terrà oggi colloqui con il capo della diplomazia egizian,a Sameh Shoukry. L’ultimo incontro tra i due risale al 17 dicembre. Ieri Shoukry ha dialogato al Cairo con il Segretario di Stato americano, Antony Blinken. Shoukry ha chiesto agli Usa sostegno per la crisi che sta attraversando l’Egitto. I due hanno discusso la situazione in Libia e in Sudan e ribadito la «necessità di lavorare insieme per superare sfide comuni». Tra le sfide, c’è il mantenimento degli equilibri tra Israele e Palestina che impegna i due Paesi. Insomma, ognuno cerca di cementare i rapporti con i partner usuali e meno usuali, al fine di mantenere un peso negli scenari futuri. In quest’ottica il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. La conversazione ha riguardato la cooperazione nell’ambito dell’organizzazione Opec+ per assicurare la stabilità del mercato petrolifero globale. In questo quadro, Mosca rilancia la sua disponibilità al dialogo con i partner europei. «Restiamo fiduciosi di vedere prima o poi forze politiche in Europa in grado di agire in base ai propri interessi nazionali e non per l’ambizione di compiacere qualcuno dall’altra parte dell’Oceano», ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. «Non abbiamo mai saltato né un dialogo paritario con i nostri partner europei né una ricerca dei modi per affrontare le questioni di sicurezza», ha ricordato.
L’Ue intanto prosegue sulla sua linea. «In merito alla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, l’azione dell’Ue, sostenuta dall’Italia, è quella di lavorare per garantire la nostra sicurezza e aiutare l’Ucraina con misure che facciano pressioni per mettere fine alla guerra il prima possibile e avviarsi verso un processo di pace», ha ribadito il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo l’incontro con il premier, Giorgia Meloni. Il presidente ceco uscente Milos Zeman ha lodato l’aiuto che Nato e Ue offrono all’Ucraina e ha aggiunto di aver avuto di recente un colloquio in videocollegamento con il presidente cinese, Xi Jinping, al quale ha detto che la Cina potrebbe svolgere un ruolo nel raggiungimento della pace.
La legge marziale colpisce gli invasi. Prime condanne per i disertori
Della mobilitazione russa e dei rischi per chi tenta di sottrarsi alle sue regole si è parlato più volte. Ma la legge marziale è stata istituita ed è dura anche in Ucraina, tanto che sta iniziando già a produrre i primi effetti in tutto il Paese. I tribunali ucraini hanno infatti cominciato a emettere le prime sentenze per chi si è sottratto alla mobilitazione generale indetta dal presidente Volodymyr Zelensky per «preservare l’integrità territoriale dell’Ucraina» a fronte dell’aggressione russa.
Il primo a sperimentare l’inflessibilità delle norme marziali è stato un cittadino che ha deciso di non presentarsi sul luogo che gli era stato assegnato per il servizio, ossia l’Accademia nazionale delle forze di terra a Leopoli. Il tribunale interdistrettuale di Okhtyr, nella regione di Sumy, gli ha inflitto una pena detentiva di tre anni per non aver risposto alla «chiamata» alle armi. Come noto, alla legge marziale ucraina è stato dato l’ok dalla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, che ha approvato all’unanimità l’estensione nel corso dei mesi, su proposta di Zelensky, del provvedimento che era entrato in vigore lo scorso 24 febbraio, nelle ore immediatamente successive all’invasione russa. Grazie a questo provvedimento, sono stati messi fuori legge i partiti dell’opposizione e avviato il reclutamento obbligatorio di tutti i maschi considerati abili a prestare servizio militare.
Ormai sono tanti i cittadini che cercano di sottrarsi al servizio militare, mentre sul campo infuria la battaglia. Il governatore ucraino Oleh Syniehubov ha affermato che la Russia ha preso di mira la regione della città di Kharkiv con un missile S-300. Tre civili sono rimasti feriti e uno è stato ucciso nel bombardamento, che ha colpito un edificio residenziale. Precedenti allarmi di raid aerei erano attivi nei territori di Kharkiv, Sumy, Poltava, Donetsk, Lugansk, Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Zaporizhzhia e Kirovohrad. Il ministero della Difesa russo ha reso noto che l’esercito ha conquistato «posizioni più vantaggiose» nell’area di Vuhledar, nella regione di Donetsk.
Zelensky si è recato ieri nella regione ucraina meridionale di Mykolaiv, dove ha incontrato la premier danese, Mette Frederiksen. Secondo quanto riferito da Zelensky i due hanno visitato un ospedale per incontrare i soldati feriti durante l’invasione, per poi recarsi al porto marittimo commerciale di Mykolaiv. «Fin dai primi giorni dell’invasione su vasta scala, la Danimarca ha aiutato e sostenuto Mykolaiv», ha sottolineato il presidente ucraino. All’inizio di questo mese il ministero della Difesa danese ha annunciato che il Paese avrebbe donato all’Ucraina 19 sistemi di artiglieria obice Caesar di fabbricazione francese. Nel corso della visita a Mykolaiv, Zelensky ha riferito di aver incontrato i funzionari regionali. «Abbiamo discusso della situazione operativa nel Sud dell’Ucraina, delle conseguenze degli attacchi missilistici e dei droni della Russia. Abbiamo anche esaminato lo stato dell’infrastruttura energetica della regione, i mezzi della sua protezione e il ritmo della ripresa», ha sottolineato.
Israele ha intanto inviato in Ucraina tre ambulanze blindate. Un’altra di queste ambulanze, spedita nelle scorse settimane, è già operativa sul campo «in attività di salvataggio di vite».
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Il ministero degli Esteri del Dragone invita Washington «a pensare ai negoziati». Sergej Lavrov intanto cerca la sponda dell’Egitto e all’Ue dice: «Il dialogo è sempre aperto».La legge marziale colpisce gli invasi. Prime condanne per i disertori. Tre anni di carcere a un cittadino che non si era presentato al fronte, a Leopoli.Lo speciale contiene due articoli.La Cina rompe gli indugi e, dopo aver cercato di mantenere un equilibrio di facciata sulla guerra tra Mosca e Kiev, lancia accuse all’indirizzo degli Stati Uniti. La portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, senza mezzi termini, definisce gli Usa «il più grande promotore della crisi in Ucraina» e ufficializza la netta contrarietà del Dragone all’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. Gli Stati Uniti, tuona Ning, «dovrebbero smettere di inviare armi e raccogliere i frutti della guerra».La tensione tra i due giganti cresce sempre di più e i due temi della guerra in Ucraina da un lato e dell’appartenenza di Taiwan dall’altro, restano al centro della contesa. La rottura nasce soprattutto dall’atteggiamento degli Stati Uniti, che hanno manifestato timori e sospetti circa la posizione di Pechino, con Washington che ha indicato alcuni gruppi statali cinesi come sostenitori della Russia nel conflitto ucraino. La Cina ha avvertito gli Stati Uniti che non accetterà «ricatti infondati» e che non starà seduta a guardare gli Usa. Come si stiano riposizionando le pedine sullo scacchiere mondiale sembra chiaro al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non a caso ha «cercato sponda» nella Corea del Sud, esortandola ad aumentare il suo sostegno militare all’Ucraina. Mentre a Est si delineano i diversi approcci al conflitto, anche a Sud dell’Europa i contendenti cercano di capire su chi contare. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, terrà oggi colloqui con il capo della diplomazia egizian,a Sameh Shoukry. L’ultimo incontro tra i due risale al 17 dicembre. Ieri Shoukry ha dialogato al Cairo con il Segretario di Stato americano, Antony Blinken. Shoukry ha chiesto agli Usa sostegno per la crisi che sta attraversando l’Egitto. I due hanno discusso la situazione in Libia e in Sudan e ribadito la «necessità di lavorare insieme per superare sfide comuni». Tra le sfide, c’è il mantenimento degli equilibri tra Israele e Palestina che impegna i due Paesi. Insomma, ognuno cerca di cementare i rapporti con i partner usuali e meno usuali, al fine di mantenere un peso negli scenari futuri. In quest’ottica il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. La conversazione ha riguardato la cooperazione nell’ambito dell’organizzazione Opec+ per assicurare la stabilità del mercato petrolifero globale. In questo quadro, Mosca rilancia la sua disponibilità al dialogo con i partner europei. «Restiamo fiduciosi di vedere prima o poi forze politiche in Europa in grado di agire in base ai propri interessi nazionali e non per l’ambizione di compiacere qualcuno dall’altra parte dell’Oceano», ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. «Non abbiamo mai saltato né un dialogo paritario con i nostri partner europei né una ricerca dei modi per affrontare le questioni di sicurezza», ha ricordato. L’Ue intanto prosegue sulla sua linea. «In merito alla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, l’azione dell’Ue, sostenuta dall’Italia, è quella di lavorare per garantire la nostra sicurezza e aiutare l’Ucraina con misure che facciano pressioni per mettere fine alla guerra il prima possibile e avviarsi verso un processo di pace», ha ribadito il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo l’incontro con il premier, Giorgia Meloni. Il presidente ceco uscente Milos Zeman ha lodato l’aiuto che Nato e Ue offrono all’Ucraina e ha aggiunto di aver avuto di recente un colloquio in videocollegamento con il presidente cinese, Xi Jinping, al quale ha detto che la Cina potrebbe svolgere un ruolo nel raggiungimento della pace.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-basta-con-aiuti-militari-2659330012.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-marziale-colpisce-gli-invasi-prime-condanne-per-i-disertori" data-post-id="2659330012" data-published-at="1675109192" data-use-pagination="False"> La legge marziale colpisce gli invasi. Prime condanne per i disertori Della mobilitazione russa e dei rischi per chi tenta di sottrarsi alle sue regole si è parlato più volte. Ma la legge marziale è stata istituita ed è dura anche in Ucraina, tanto che sta iniziando già a produrre i primi effetti in tutto il Paese. I tribunali ucraini hanno infatti cominciato a emettere le prime sentenze per chi si è sottratto alla mobilitazione generale indetta dal presidente Volodymyr Zelensky per «preservare l’integrità territoriale dell’Ucraina» a fronte dell’aggressione russa. Il primo a sperimentare l’inflessibilità delle norme marziali è stato un cittadino che ha deciso di non presentarsi sul luogo che gli era stato assegnato per il servizio, ossia l’Accademia nazionale delle forze di terra a Leopoli. Il tribunale interdistrettuale di Okhtyr, nella regione di Sumy, gli ha inflitto una pena detentiva di tre anni per non aver risposto alla «chiamata» alle armi. Come noto, alla legge marziale ucraina è stato dato l’ok dalla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, che ha approvato all’unanimità l’estensione nel corso dei mesi, su proposta di Zelensky, del provvedimento che era entrato in vigore lo scorso 24 febbraio, nelle ore immediatamente successive all’invasione russa. Grazie a questo provvedimento, sono stati messi fuori legge i partiti dell’opposizione e avviato il reclutamento obbligatorio di tutti i maschi considerati abili a prestare servizio militare. Ormai sono tanti i cittadini che cercano di sottrarsi al servizio militare, mentre sul campo infuria la battaglia. Il governatore ucraino Oleh Syniehubov ha affermato che la Russia ha preso di mira la regione della città di Kharkiv con un missile S-300. Tre civili sono rimasti feriti e uno è stato ucciso nel bombardamento, che ha colpito un edificio residenziale. Precedenti allarmi di raid aerei erano attivi nei territori di Kharkiv, Sumy, Poltava, Donetsk, Lugansk, Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Zaporizhzhia e Kirovohrad. Il ministero della Difesa russo ha reso noto che l’esercito ha conquistato «posizioni più vantaggiose» nell’area di Vuhledar, nella regione di Donetsk. Zelensky si è recato ieri nella regione ucraina meridionale di Mykolaiv, dove ha incontrato la premier danese, Mette Frederiksen. Secondo quanto riferito da Zelensky i due hanno visitato un ospedale per incontrare i soldati feriti durante l’invasione, per poi recarsi al porto marittimo commerciale di Mykolaiv. «Fin dai primi giorni dell’invasione su vasta scala, la Danimarca ha aiutato e sostenuto Mykolaiv», ha sottolineato il presidente ucraino. All’inizio di questo mese il ministero della Difesa danese ha annunciato che il Paese avrebbe donato all’Ucraina 19 sistemi di artiglieria obice Caesar di fabbricazione francese. Nel corso della visita a Mykolaiv, Zelensky ha riferito di aver incontrato i funzionari regionali. «Abbiamo discusso della situazione operativa nel Sud dell’Ucraina, delle conseguenze degli attacchi missilistici e dei droni della Russia. Abbiamo anche esaminato lo stato dell’infrastruttura energetica della regione, i mezzi della sua protezione e il ritmo della ripresa», ha sottolineato. Israele ha intanto inviato in Ucraina tre ambulanze blindate. Un’altra di queste ambulanze, spedita nelle scorse settimane, è già operativa sul campo «in attività di salvataggio di vite».
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.