Chiara Ferragni (Ansa)
I giudici non ravvisano la truffa aggravata per il caso della beneficenza sui pandori: viene così meno la procedibilità d’ufficio. Per andare a sentenza sarebbe servita una denuncia, ma l’unica (Codacons) fu ritirata dopo i rimborsi dell’influencer.
Assolta perché aveva già pagato tutti. È la sintesi estrema della notizia che galoppa sui social ingrati: Chiara Ferragni è innocente, lo scandalo del pandoro Balocco Pink Christmas e delle uova di Pasqua esiste ma lei è stata prosciolta per estinzione del reato. Lo ha stabilito il giudice della terza sezione del tribunale di Milano, Ilio Mannucci, al termine di un processo che è sembrato una partita a scacchi, fra assalti alla regina e mosse del cavallo.
Uscita comunque devastata nell’immagine da un tunnel giudiziario senza scampo, lady influencer ha tirato un sospiro di sollievo destinato a far garrire le bandiere del business da Vipiteno a Lampedusa: «Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower. Sono molto contenta di riprendere in mano la mia vita. Sono stati due anni molto duri, avevo fiducia nella giustizia e giustizia è stata fatta. È finito un incubo». Il Pandoro-gate ha il colore dell’acqua limacciosa ma lo stagno nel quale si è sviluppato è stato prosciugato. La spiegazione dell’assoluzione è tecnica. Chiara Ferragni era imputata per truffa aggravata (che prevede il procedimento anche senza denuncia di parte), dopo i messaggi ingannevoli lanciati sui social per promuovere la vendita dei due dolci, lasciando intendere che parte del ricavato avrebbe finanziato progetti di beneficenza per l’ospedale Regina Margherita di Torino. A portarla in tribunale erano stati il Codacons, alcuni consumatori e utenti online. Ebbene, il giudice ha derubricato l’accusa in truffa semplice facendo scattare la legge Cartabia, che prevede l’obbligo di querela della parte offesa. Poiché nel frattempo il Codacons e gli altri accusatori erano stati risarciti per un totale di 3,4 milioni (donazioni comprese) e avevano ritirato la denuncia contenti di farlo, la difesa ha chiesto il proscioglimento per estinzione del reato. E Mannucci l’ha accolto. I pm Eugenio Fusco e Cristian Barilli avevano proposto per Chiara Ferragni una condanna di un anno e otto mesi senza attenuanti, ma hanno perso la partita. Al termine del processo con rito abbreviato (che sempre prevede uno sconto di pena) sono stati assolti con formula piena anche gli altri due imputati, l’allora braccio destro dell’imprenditrice Fabio Damato e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo.
Uno smacco per la Procura, che aveva portato in aula un impianto accusatorio ritenuto granitico: tra il 2021 e il 2022 Ferragni avrebbe ingannato follower e consumatori con messaggi opachi per ottenere ingiusti profitti (il prezzo delle vendite non comprendeva la beneficenza pubblicizzata) per circa 2,2 milioni. Secondo l’accusa «lei avrebbe avuto un ruolo preminente nelle campagne commerciali oggetto della presunta truffa, operata con grande diffusività, perché i quasi 30 milioni di follower si fidavano di lei, e alle sue società spettava l’ultima parola nell’ambito degli accordi con Balocco e Cerealitalia».
Da quando nel dicembre 2024 è esploso il Pandoro gate, Ferragni si è sempre dichiarata innocente, ammettendo solo la «pubblicità ingannevole ma senza volontà di dolo» (quindi niente truffa) come hanno sostenuto i suoi avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana. Memorabile la sua apparizione su Instagram tre giorni dopo la multa dell’Antitrust per «pratica commerciale scorretta riguardo all’operazione Pink Christmas». La regina glitterata si presentò in gramaglie, con la famosa tuta grigia, e spiegò di essere stata vittima di «un errore di comunicazione», promettendo una donazione all’ospedale. Invece del perdono cominciò la demolizione pubblica, nel segno della nemesi, di un personaggio che aveva usato i social per costruire una carriera sull’esposizione di sé stessa e della propria vita. Per colei che solo qualche mese prima era stata la co-conduttrice del festival di Sanremo (sommo cavalierato nazionalpopolare) fu il crollo della diga. Il maritino Fedez se ne andò a gambe levate. Chi l’aveva innalzata a guru fashion desertificò i suoi negozi (chiusi Milano e Roma), chi l’aveva inserita nel cda in onore al marketing la fece uscire dalla porta di servizio. Uno sciame commerciale in fuga: Safilo la fece rimanere senza occhiali da sole «per violazione degli impegni contrattuali», Pigna si defilò «nel rispetto del proprio codice etico», poi via anche Morellato e Pantene. Coca Cola si rifiutò di mandare in onda uno spot con lei come testimonial. Quando l’inchiesta si è allargata alle uova di Pasqua Dolci Preziosi e alla bambola Trudi, la madonnina social è diventata radioattiva. Nessun posto d’onore alle sfilate, nessun red carpet, nessun invito a inaugurare saune, nessun fit-check; s’imponeva il basso profilo. Al massimo qualche servizio su Marie Claire Messico e Harper’s Bazaar Turchia. I conti della società Fenice srl hanno avuto un crollo; a inizio 2025 Ferragni è stata costretta a sottoscrivere un aumento di capitale di 6,4 milioni per evitare che fallisse. Forse si è comunque compiuta una parabola, di sicuro nel caso di lady influencer il giudice popolare è stato più severo del giudice in toga. Ora l’assoluzione le restituisce serenità ma le fa correre immediatamente un rischio: ritrovarsi Fedez sul pianerottolo a rappare «riprendimi».
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(Guardia di Finanza)
Le Fiamme gialle di Lucca hanno individuato una truffa ai danni dello Stato riguardo a indebite percezioni di crediti di imposta. Cinque i soggetti indagati, che promettevano lavori a «costo zero» ad acquirenti stranieri che intendevano trasferirsi in Italia da pensionati.
I finanzieri del Comando Provinciale di Lucca, al termine di un’articolata indagine per il contrasto alle frodi legate ai bonus edilizi, in queste ore stanno dando esecuzione ad una serie di perquisizioni e sequestri di beni per oltre 10 milioni di euro.
I militari, nel corso di una lunga attività investigativa, hanno scoperto una maxitruffa finalizzata all'indebito incasso di crediti d’imposta attraverso i benefici associati al «Superbonus 110» e al «Sismabonus».
Le operazioni, svolte dai militari della Tenenza di Castelnuovo Garfagnana, coordinati dalla Procura della Repubblica di Lucca, hanno avuto origine da alcune querele presentate dai neoproprietari di immobili rurali che dovevano essere interessati da lavori di ristrutturazione e riqualificazione edile. Gli organizzatori della truffa promettevano di eseguire i lavori «a costo zero» utilizzando incentivi statali che, in realtà, non gli spettavano.
L'operazione illecita è stata architettata da 2 imprenditori aiutati da altrettanti professionisti, che rilasciavano la documentazione necessaria per l’ottenimento dei crediti di imposta. Elemento fondamentale per la riuscita della megatruffa è stato un cittadino sudamericano che, operando da procuratore speciale degli ignari acquirenti delle case, usava i crediti di imposta in altre operazioni non autorizzate, mettendoli comunque a disposizione degli altri indagati e delle loro società.
Nel complesso, tra il 2021 e il 2025, sono stati ottenuti oltre 10 milioni di euro di crediti di imposta, in gran parte monetizzati attraverso la cessione del credito.
Gli acquirenti degli edifici da ristrutturare sono stranieri, in prevalenza sudamericani, che avevano visto nel vantaggioso acquisto un’opportunità per il futuro con l’intento di trasferirsi in Italia al raggiungimento dell’età pensionabile.
I 5 indagati ora dovranno rispondere, in concorso tra loro, di diverse accuse tra cui truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (Art. 640 bis c.p.) e falsità ideologica in certificati (art. 481 c.p.).
Le ipotesi investigative sono state accolte anche dal Giudice per le Indagini Preliminari che ha emesso un decreto di sequestro preventivo nei confronti degli indagati e delle società da loro amministrate disponendo, in caso di incapienza l’aggressione dei patrimoni a loro direttamente riconducibili.
Le operazioni di perquisizione e sequestro sono in corso in tutta Italia e stanno interessando le sedi legali e operative delle società coinvolte presenti nelle provincie di Lucca, Venezia, Treviso, Latina e Napoli.
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Coniugi Moretti (Ansa)
La Confederazione «rifonde» le famiglie. Coniugi Moretti: «Carte perse in un allagamento».
Diecimila franchi. Questa la somma stanziata dalla Svizzera in favore di ognuna delle vittime della tragedia di capodanno. L’equivalente di 10.700 euro, o poco più, per ogni ragazzo morto o ferito.Il beau geste è del Consiglio di Stato vallesano che, ieri, ha sbloccato un fondo in favore delle persone coinvolte nell’incendio del locale Le Constellation a Crans-Montana, costato la vita a 40 giovanissimi e che ha ferito gravemente, per le ustioni e per i fumi tossici inalati, 116 ragazzi che ancora lottano per la vita negli ospedali di mezza Europa.
L’importo è forfettario e, secondo i calcoli degli svizzeri, dovrebbe coprire le spese sostenute in emergenza delle famiglie di chi è morto tra le fiamme e di quelle che hanno lasciato tutto da due settimane - lavoro compreso - per assistere i propri cari ovunque si trovino.
Ad annunciarlo ieri, con un comunicato in pompa magna, sono state le autorità cantonali e per chi ha storto il naso davanti alla cifra è arrivata subito la rassicurazione che - bontà loro - ad implementare un plafond di aiuti «parteciperà nei prossimi mesi anche la Confederazione elvetica» e che sono in fase di valutazione le «possibili forme di erogazione e le lacune da colmare».
Per chi volesse donare del proprio, infine, è stato creato un conto destinato a raccogliere i versamenti di privati che verranno dirottati poi ad una fondazione che «ancora non è stata istituita».
Mentre uno dei paesi più ricchi del mondo si concentra per calcolare gli indennizzi giusti da elargire chi è rimasto prigioniero di una trappola mortale - causata anche da omissioni gravissime su controlli che spettavano alle autorità pubbliche locali, rimaste tranquillamente in carica - i feriti sono alle prese con momenti delicati, se non addirittura difficili.
Uno dei nostri ragazzi, arrivato in Italia solo da qualche giorno, dopo essere rimasto a lungo in terapia intensiva al Niguarda di Milano, ieri è stato trasferito al Policlinico della città. l giovane «non è tra quelli con una maggior superficie corporea ustionata», ha spiegato Guido Bertolaso, assessore al Welfare del Comune di Milano, «ha però una grave insufficienza respiratoria» causata dalle sostanze tossiche inalate che «purtroppo si è innestata su una patologia precedente».
Bertolaso ha chiarito che «il trasferimento nasce dalla necessità di garantire la più alta qualità di cura» e che il Policlinico è stato scelto in quanto centro di elevata esperienza nell’Extra corporeal membrane oxygenation, quella procedura per cui il sangue viene prelevato, ossigenato artificialmente e poi reimmesso nel corpo del paziente. Nel frattempo si allunga l’elenco delle mancanze, in termini di sicurezza de Le Cnstellation, imputabili alle scellerate scelte dei proprietari, Jaques e Jessica Moretti.
Interpellato dagli inquirenti sugli estintori presenti nel seminterrato, Jaques ha ammesso che «erano tre ma il personale non era formato ad utilizzarli». Sollecitato, poi, a consegnare le autorizzazioni per i lavori di ristrutturazione - tra cui il restringimento della scala - l’uomo ha fatto sapere che le carte sono andate (purtroppo) perdute «durante un allagamento del piano superiore al locale che ha invaso gli uffici dove erano conservate» e che, le poche rimaste - trasportate dai metodici Moretti presso la propria abitazione per metterle al sicuro - sarebbero finite nuovamente sott’acqua per un «secondo allagamento» che avrebbe interessato la loro villa qualche mese dopo.
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Fabio De Pasquale (Getty)
La motivazione smonta la narrazione ipocrita sui procuratori che cercano pure prove pro imputati. Nella realtà non è così: serve un giudice terzo che controlli il loro operato.
Il 13 gennaio, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Brescia ha depositato le motivazioni della sentenza (datata 16 ottobre) che conferma la condanna di primo grado a 8 mesi per omissione di atti d’ufficio nei confronti dei pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, e, con le sue 132 pagine, ha scritto un altro capitolo a favore del Sì alla riforma della Giustizia per cui si andrà a votare a marzo.
Infatti, una delle argomentazioni più usate dai promotori del No è che, con l’attuale sistema, le Procure devono inserire nei fascicoli d’inchiesta tutte le prove raccolte, pro o contro gli indagati, mentre dopo la riforma il pm sarà una specie di superpoliziotto che penserà solo a incastrare chi è sospettato di reati. I giudici di Brescia hanno smascherato l’ipocrisia di questa narrazione e hanno confermato come la storia del sostituto procuratore impegnato a difesa dell’indagato sia stata negli anni una specie di favoletta.
Da sempre i successi e gli insuccessi dell’accusa, anche a livello di pubblica opinione, si sono misurati con la percentuale di processi conclusi con condanne. Non certo in base alle archiviazioni richieste. E anche un pm celebrato e di lungo corso come De Pasquale è diventato la prova lampante del tradimento dei principi che avevano ispirato il nuovo codice.
Prima di procedere nel racconto conviene fare un breve riassunto delle puntate precedenti.
De Pasquale e Spadaro sono alla sbarra con l’accusa di avere nascosto, in primis, al Tribunale di Milano e, poi, all’Eni, alla Shell e agli altri imputati del processo Opl 245 prove a discarico, come i messaggi trovati nel cellulare del principale accusatore, Vincenzo Armanna, che rivelavano come l’ex manager infedele del Cane a sei zampe avesse corrisposto 50.000 dollari a due testimoni chiave.
Questi e altri elementi fondamentali (come il video in cui Armanna annunciava i propri «propositi ritorsivi» nei confronti dei vertici dell’Eni parlando di una «valanga di merda» che stava per fare arrivare) erano stati ripetutamente segnalati ai magistrati alla sbarra dal collega Paolo Storari, ma gli imputati li avevano tenuti chiusi nel cassetto, senza produrli nel processo e bollandoli come «ciarpame», in attesa di una sentenza di condanna. Una condotta che il nostro ordinamento, almeno sulla carta, stigmatizza con forza. E anche i giudici bresciani hanno voluto sottolineare come l’obbligo di condividere elementi favorevoli alle difese non termini con le investigazioni preliminari, ma valga anche per le attività integrative d’indagine durante il dibattimento, in Appello o anche dopo.
Per gli avvocati degli imputati, però, «l’esercizio della discrezionalità della pubblica accusa circa la pertinenza e la rilevanza delle produzioni non è sindacabile».
E a conferma di ciò sono stati citati due articoli del codice di procedura penale: il 53 e il 430.
Ma per i giudici di primo e secondo grado «non ricorreva, nel caso di specie, discrezionalità e autonomia di scelte degli imputati […] non potendosi occultare risultanze investigative a favore delle altre parti del processo».
A pagina 25 il «presidente estensore» Anna Maria Dalla Libera (coadiuvata dai consiglieri Roberto Gurini e Greta Mancini) scrive: «Onde evitare di cadere in possibili equivoci, va evidenziato sin d’ora che ciò che si contesta agli imputati non è l’uso improprio del potere discrezionale nella scelta degli elementi probatori da spendersi nel dibattimento “Eni Nigeria”, rispetto a cui hanno correttamente affermato la loro piena autonomia, quanto piuttosto di aver trascurato che il pubblico ministero […] non può rivendicare a se l’esclusività del giudizio sulla pertinenza e rilevanza della prova, arrogandosi una sfera illimitata di insindacabilità».
Per la toga, la «piena autonomia» riconosciuta al pm dal codice e rivendicata nella memoria conclusiva degli imputati, «non può tradursi in una sconfinata libertà di autodeterminazione tale da rendere discrezionali anche le scelte obbligate».
Il giudice attribuisce agli imputati un comportamento doloso e parla anche di «visione monocromatica o “tunnellizzata”». La «tunnellizzazione» del pm è un concetto interessante: il magistrato, anche a livello psicologico, quando si imbarca in procedimenti che attirano l’interesse dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, rischia di sentirsi come dentro a un tunnel, talmente stretto che gli impedisce di girarsi e di tornare indietro. Per affermare la propria professionalità e assecondare le proprie convinzioni può andare solo avanti e cercare l’unica uscita possibile, la condanna dell’imputato.
De Pasquale e Spadaro, per raggiungere il traguardo, avrebbero persino tentato di fare astenere il giudice Marco Tremolada, ritenuto troppo garantista, cercando, diversamente dalle prove a discarico, di introdurre nel processo una testimonianza imbarazzante sulla toga, un’accusa portata avanti dall’avvocato Piero Amara e risultata successivamente del tutto infondata.
Per questo, nella sentenza, il presidente del collegio bacchetta i pm: «Se l’approccio "tunnellizzato” impresso al processo dal dottor De Pasquale e dal dottor Spadaro poteva trovare una spiegazione, sia pure metagiuridica, nella volontà di chiedere la condanna degli imputati in virtù di un intimo convincimento morale circa la loro colpevolezza, il comportamento assunto dalla Pubblica accusa nei confronti del presidente del Collegio giudicante ha costituito sotto ogni punto di vista un azzardo inescusabile».
Ai magistrati viene persino contestato di avere provato a coinvolgere la Procura di Brescia in una violazione del segreto istruttorio, per «giustificare o, meglio, attenuare il rilievo» del proprio comportamento illecito.
Spadaro in aula aveva riferito di avere saputo dal suo vecchio procuratore, Francesco Greco, che l’omologo bresciano, Francesco Prete, sarebbe stato d’accordo nel portare l’avvocato Amara a testimoniare contro Tremolada. Senonché sia il procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio, presente al summit bresciano, che Greco hanno smentito tale ricostruzione, parlando di «frasi veramente gravi».
Dalla Libera appare sconcertata dall’idea che De Pasquale e Spadaro avrebbero della propria funzione: «A voler seguire il ragionamento degli appellanti, si arriverebbe al paradosso che, anche qualora il pubblico ministero venisse a conoscenza della prova certa dell’innocenza dell’imputato dopo l’esercizio della azione penale (prova di cui magari la difesa dell’imputato è all’oscuro), non avrebbe l’obbligo di depositarla, pervenendosi così ad una condanna ingiusta, in spregio alla funzione di parte pubblica volta alla ricerca della verità, che la Costituzione riconosce al pubblico ministero».
Ma «la veste di organo di Giustizia preposto, nell’interesse della generalità dei consociati», almeno in questo caso, sarebbe stata stretta ai due pm. E perciò, come troppo spesso accade, sarebbe venuta a mancare, «a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini», «la concreta attuazione del principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale», una dichiarazione che perde completamente di senso di fronte alla rivendicata «discrezionalità assoluta del pm».
Ci aveva già pensato il professor Franco Cordero a strappare il velo d’ipocrisia del nostro sistema, allorquando era arrivato alla conclusione che «tutto sommato, il “parquet” (l’ufficio del procuratore in Francia, ndr) a vertice ministeriale, esposto a censura parlamentare, è più trasparente dell’autarchia togata».
Infatti, come dimostra il caso attuale, il pm, in nome dell’insindacabilità del proprio operato, può adattare alla bisogna il concetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, un’attitudine che solo con la separazione delle carriere sarà arginata da un vero controllo, fascicolo per fascicolo, sull’operato delle Procure da parte di un giudice terzo e separato.
De Pasquale e Spadaro, per provare a difendersi, hanno agitato proprio il «mal francese» come spauracchio, quello di un pm con la museruola.
Un tentativo che Dalla Libera ha prontamente stoppato: «È “suggestivo”, ma assolutamente “fuori tema”, il richiamo difensivo alla cosiddetta “sovranità limitata” dell’ufficio del pubblico ministero francese» ha scritto. E ha aggiunto: «Premesso che l’appellante non ha indicato, in tale generico richiamo, quale concreto pregiudizio sarebbe derivato alla funzione del pubblico ministero, svolta dagli odierni imputati, dalle ripetute-esplicite-motivate-qualificate iniziative/richieste provenienti dal collega Storari […], non è chi non veda come proprio l’esercizio di tale funzione […] imponeva, in conformità alle norme costituzionali e processuali italiane, lo svelamento […] alle difese tutte del procedimento Eni Nigeria» di quanto era emerso nel procedimento gemello Eni complotto. Ma questo non è accaduto.
Ed ecco che arriva l’ultimo insegnamento per De Pasquale e Spadaro: «Gli atti/documenti in questione si sarebbero dovuti inserire nel fascicolo del pubblico ministero, a disposizione delle parti e, quindi, a queste resi conoscibili tempestivamente, con conseguente salvezza sia del diritto di difesa, sia del principio della parità delle parti». Un feticcio giuridico che in Italia raramente trova la sua applicazione e che, nonostante ciò, i comitati per il No al referendum sventolano come aglio contro i vampiri. Ma sentenze come quella di Brescia smascherano l’infondatezza di tali argomenti e ne rappresentano l’antidoto.
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