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2021-04-05
La guerra dei radar umani: storia degli aerofonisti ciechi
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Aerofonisti ciechi della III Legione MACA di Genova (courtesy Unione Italiana Ciechi)
L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerei anticipò di pochi mesi lo scoppio del conflitto mondiale e fu sancita dopo un acceso dibattito parlamentare non privo di forti contrapposizioni all'utilizzo di una tale disabilità in guerra. Fu soprattutto la pressione sulle autorità militari da parte del primo presidente dell'Unione Italiana Ciechi a condurre ad una legge che permise ai non vedenti l'arruolamento nell'artiglieria contraerea della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Aurelio Nicolodi (per curiosità bisnonno dell'attrice Asia Argento) era un irredentista trentino che aveva perso la vista durante la Grande Guerra in un'azione sul Monte Sei Busi (Gorizia) ed aveva fondato nel primo dopoguerra l'associazione che raccoglieva i privi della vista allo scopo di migliorarne l'istruzione e l'inserimento nel mondo del lavoro, un concetto ancora agli albori nella prima metà del ventesimo secolo. L'idea di includere i privi della vista nella specialità contraerea gli venne in seguito ad una conversazione che ebbe durante un viaggio in treno con un alto ufficiale del Regio Esercito, il quale gli spiegò che gli artiglieri vedenti venivano spesso bendati nelle esercitazioni di intercettazione acustica per migliorarne la concentrazione. Nicolodi fu illuminato da quella rivelazione e, da cieco, ben sapeva quanto l'udito fosse particolarmente sviluppato negli individui privi della vista, che avrebbero potuto rendersi parte attiva alla difesa nazionale esattamente come i normodotati. Dopo un'intensa attività di lobbying presso i politici e i militari la sua caparbietà fu premiata con una legge, la n. 1827/1939 che sanciva la possibilità per i non vedenti di arruolarsi nell'artiglieria contraerea della MVSN, tramite i centri di riferimento dell'Unione Italiana Ciechi, in qualità di operatori aerofonisti.
L'entusiasmo tra i ciechi italiani si concretizzò in circa 2,500 domande di ammissione in una specialità di artiglieria che, grazie al loro affinatissimo udito, li rendeva più abili degli abili. Non secondario poi era il senso di completa integrazione che il vestire la divisa grigioverde significò per i privi della vista accettati come elementi pienamente attivi nella difesa del territorio italiano.
La situazione dell'artiglieria contraerei alla vigilia dell'ingresso in guerra per l'Italia non era tuttavia tra le più rosee. Dalla Grande Guerra erano ancora in linea pezzi vetusti (come le mitragliatrici Saint Etienne e Fiat o i pezzi campali adattati al tiro contraereo ) mentre fu solo poco prima della guerra che iniziarono ad entrare in linea i pezzi da 75/46 e i "gioielli" da 90/53 (da cui è tratta la famosa espressione "pezzo da 90"). Per quanto riguarda gli strumenti per l'intercettazione a distanza degli aerei nemici, il progresso tecnico aveva permesso di realizzare l'apparecchio meccanico all'epoca più affidabile e diffuso, l'aerofono. Lo strumento, costruito dalle industrie italiane Officine Galileo, Safar e San Giorgio, consisteva di due (o più frequentemente quattro) amplificatori a "tromba" disassati tra loro e uniti con canne ricurve a cuffie ad alto isolamento acustico. Il movimento manuale tramite volantini permetteva di ruotare oppure di alzare e abbassare gli strumenti per seguire la sorgente acustica. Intercettato il rumore l'aerofono forniva i dati e le stime di rotta ad una centralina che forniva l'alzo e registrava la correzione di parallasse a seconda della velocità e della rotta dell'apparecchio. A quel punto il servente della centralina comunicava i dati al pezzo d'artiglieria (spesso con impianti telefonici a cavi scoperti) il quale procedeva al puntamento e al fuoco. All'aerofono erano collegate anche le batterie di fotoelettriche posizionate a una certa distanza dalla postazione di artiglieria per rendere più difficile la localizzazione da parte dei bombardieri o dei caccia di scorta. A loro volta le diverse postazioni di zona erano collegate ad una centrale della difesa contraerea dove un pannello luminoso raccoglieva ed elaborava i dati provenienti dalle varie batterie. Tutte le comunicazioni dovevano giungere entro pochi minuti dal momento in cui nelle cuffie dell'aerofonista veniva captato il suono cupo dei motori degli aeroplani in volo.
Non fu facile la selezione per i ciechi che avevano aderito alla chiamata per il ruolo di aerofonisti: molte prove e settimane di addestramento li attendevano nelle scuole di Nettunia (oggi Nettuno), Gaeta e di altre città della penisola. Inizialmente i ciechi venivano addestrati con un simulatore costruito dalle Officine Galileo dove in una stanza isolata venivano riprodotti diversi suoni, compresi quelli ambientali che l'operatore avrebbe dovuto saper distinguere e separare dall'obiettivo principale dell'aereo in volo (vento, rumore del mare, animali, rumori meccanici ecc.). Quindi nel simulatore veniva riprodotto il suono di un motore d'aviazione, che il cieco doveva distinguere e seguire per poi indicare l'"agganciamento" del bersaglio tramite un pulsante. Sulla tabella luminosa dell'istruttore appariva il risultato con gli eventuali dati da correggere. Quindi l'addestramento proseguiva all'esterno ai comandi di un aerofono vero e proprio, dove l'allievo doveva seguire veri velivoli appositamente decollati per le esercitazioni di tiro contraereo. Una volta terminato l'addestramento, per i non vedenti in grigioverde le possibilità erano di essere inquadrati nei ranghi della MACA (Milizia Artiglieria Contro Aerei) oppure nelle postazioni di difesa costiera della MILMART (Milizia Artiglieria Marittima), divisi in legioni territoriali da cui dipendevano diverse postazioni o PAV (postazioni avvistamento velivoli). Durante la fase bellica saranno 827 i non vedenti arruolati che presero servizio nella difesa contraerea, dalle Alpi alla Sicilia.
Come un cieco può vedere dalle cuffie dell'aerofono
Nell'agosto del 1941 il Comando della MILMART rispose all'appello delle Officine Galileo di Firenze, che chiedevano l'invio di due aerofonisti ciechi presso i laboratori di ricerca al fine di studiare l'uso dell'apparecchio e gli effetti sui serventi per poterne migliorare le prestazioni. I due militi prescelti furono Ferruccio Cagianelli e Mario Petris. Dal rapporto stilato presso i laboratori fiorentini le parole dei due non vedenti dimostrarono ai normodotati qualcosa di straordinario. Terminate le prove, Cagianelli si rivolse ai tecnici della Galileo chiedendo che in ognuno dei padiglioni della cuffia venisse installato un cicalino acustico tarato su un tono acuto di 1500 periodi di frequenza. La richiesta era motivata dal fatto che quell'accorgimento tecnico avrebbe potuto migliorare di molto l'efficacia di collimazione, perché il cieco letteralmente "vedeva" i suoni una volta seduto e indossate le cuffie. Ad un rumore acuto il cervello trasmetteva l'immagine di una sottile linea biancastra verticale larga circa 3 millimetri di fronte al viso dell'ascoltatore, mentre un suono grave (come quello prodotto dai motori degli aerei) generava nel non vedente l'immagine di una macchia di forma circolare di colore tendente al marrone larga circa 3 centimetri, che si spostava nello spazio a seconda del movimento delle onde sonore. In poche parole l'aerofono produceva nel cieco una sorta di "mirino naturale", che permetteva una precisa collimazione dell'obiettivo una volta che la linea verticale si fosse trovata in asse con il cerchio marrone. Dall'aerofono O.G. mod. 40 collegato alla centrale di tiro tipo G.1, Cagianelli e Petris lasciarono a bocca aperta i tecnici e i militari che assistevano alla seduta sperimentale, quando constatarono l'estrema precisione dei dati inviati dall'aerofono all'elaboratore meccanico per l'alzo dei pezzi.
Fuoco nelle tenebre: storie di aerofonisti ciechi negli anni dei grandi bombardamenti sull'Italia
L'anno seguente gli esperimenti di Cagianelli e Petris, finì la relativa calma che aveva risparmiato i cieli d'Italia tra il 1941 e la fine del 1942, e la penisola divenne obiettivo di grandi bombardamenti a tappeto prima da parte del "Bomber Command" della RAF e quindi dell'USAAF. In questo spazio di tempo si collocano le storie magistralmente raccolte da Giorgio Cobolli nell'opera unica (ed ormai introvabile) "Gli Aerofonisti Ciechi durante la Seconda Guerra Mondiale" (edizione Unione Italiana Ciechi). I racconti personali dei militi vissuti nel buio dei loro occhi, fanno luce sulla durissima vita dei serventi delle batterie contraeree e della loro esposizione totale al fuoco nemico, alla cui furia devastante gli aerofonisti ciechi non potevano sottrarsi come gli altri commilitoni vedenti. Fortunatamente, il bilancio totale delle vittime tra i ciechi fu estremamente basso e dai dati a disposizione si sono accertati un morto per fuoco aereo, due per malattia e 17 feriti. La loro esperienza con la divisa terminò alla firma dell'armistizio con lo scioglimento della MVSN, ma le loro fatiche proseguiranno fino alla fine della guerra e oltre. Ecco alcune delle loro storie in breve, vissute nelle postazioni contraeree di tutta Italia dove solo verso la fine del 1943 furono installati i pochissimi radar prodotti dalle officine San Giorgio di Pistoia, che verranno rase al suolo proprio da una violenta incursione aerea alleata il 19 maggio 1944 prima di poter portare a termine la produzione delle apparecchiature.
Antonio Battistella di San Donà di Piave (Venezia) servì nella XI Legione MACA di Trieste, dove fu assegnato all'aerofono in località Monrupino del Carso, oggi in territorio sloveno. Il 9 settembre 1943 fu catturato dai partigiani titini e messo al muro nonostante la sua condizione di disabilità. Fu per un caso (che Antonio definì piuttosto un miracolo) che non fosse stato fucilato sul posto. Per intercessione dei compagni d'armi fu rinchiuso in una pensione come prigioniero e recuperato soltanto diversi giorni dopo dalla sorella.
Francesco Coppola, napoletano, fu assegnato dalla XIX Legione MACA alla batteria di San Giovanni a Teduccio. Qui rimase per un periodo senza il compagno che fu posto a riposo per malattia e si sentì inutile, dopo essere stato sostituito da personale vedente. Decise allora per una soluzione azzardata per un cieco, alla quale inizialmente i suoi superiori rifiutarono categoricamente di acconsentire. Ma l'insistenza di Francesco ebbe ragione sui timori, ottenendo alla fine il pericolosissimo compito di "scappucciatore" di proiettili fianco a fianco dei serventi dei cannoni. Era un compito delicatissimo anche per un vedente che Coppola, con una dedizione e un'attenzione massima, riuscì a portare a termine (con il cuore in gola e le gambe tremanti come ammise) in uno dei numerosi e violentissimi bombardamenti su Napoli durante il quale la sua batteria fu sfiorata da un ordigno di grosso calibro che per poco non li avrebbe fatti a pezzi.
Manrico Mione era diventato cieco da bambino per gli effetti di un ordigno inesploso della Grande Guerra. Arruolatosi nella XI legione MACA di Trieste fu assegnato al posto di ascolto di Duino del Timavo (oggi Slovenia) con il cieco ed amico Olivo Rizzo. Del servizio svolto come aerofonista ricordò con piacere quando fu in grado di aiutare i commilitoni vedenti nella raccolta e nel taglio della legna per le stufe. Dopo l' 8 settembre, durante la fuga rocambolesca verso casa, terminò la guerra nelle file della resistenza.
Francesco Ortensio di Bitonto, arruolatosi nel 1942, fu assegnato come Mione alla XI Legione MACA di Trieste. All'8 settembre è dapprima arrestato dai Tedeschi, quindi riconsegnato agli Italiani e congedato contestualmente. Il suo viaggio verso casa, tra brevi tratti in treno e lunghi tratti a piedi, durò dieci giorni.
Giuseppe Pollara da Petralia Soprana in provincia di Palermo era rimasto cieco per lo scoppio accidentale di una mina durante il lavoro in una cava. Era sposato con un figlio quando rispose alla chiamata alle armi come aerofonista, inquadrato nella XXII Legione Maca di Palermo che lo destinò alla protezione dell'aeroporto militare di Boccadifalco. La postazione dove era stato installato l'aerofono si trovava in una zona estremamente impervia, sulle alture dell'entroterra palermitano in località Torre Sant'Anna. Solo l'impresa di raggiungere la postazione attraverso sentieri dissestati risultava una prova molto impegnativa per un non vedente. Nella sua divisa grigioverde della Milizia contraerea con la scritta "cieco" ricamata in caratteri dorati Giuseppe passò lunghe notti all'aerofono fino a quando, il 25 maggio 1943 per poco non rimase ucciso durante un incursione dell'Usaaf che aveva come obiettivo proprio l'aeroporto di Boccadifalco, centrato da una grande formazione mista di bombardieri pesanti, medi e caccia decollata dalle basi nordafricane. Dalla pioggia di morte sputata dalle pance dei bombardieri Giuseppe fortunatamente rimediò soltanto una scheggia conficcata nell'elmetto quando, immobile, era rimasto attaccato all'aerofono dopo essersi tolto le cuffie per il fragore insopportabile amplificato dal macchinario, mentre i suoi commilitoni vedenti avevano trovato rifugio. Poco più tardi sarà trasferito alla batteria di Sambuca di Sicilia anche questa volta a protezione di un aeroporto, quello di Sciacca in provincia di Agrigento. Colto dallo sbarco alleato del luglio 1943, ritornò a Petralia a piedi dopo un viaggio durato quattro giorni.
Il Professore di filosofia Severino Schiff, udinese di nascita e bolognese di adozione, rimase cieco all'età di quattro anni per lo scoppio di un residuato bellico della Grande Guerra. Da Bologna, arruolatosi aerofonista volontario, fu trasferito alla batteria di Casamassima in provincia di Bari di competenza della XX Legione MACA, dove operò per un periodo assieme al concittadino e amico non vedente Nardecchia. Schiff ricorda nella sua testimonianza l'estrema soddisfazione che provò quando i dati provenienti dal suo aerofono furono talmente precisi che un bombardiere fu centrato in pieno e cadde a poca distanza dalla trincea parabolica dove era installato l'apparecchio di ascolto. Il suo amico Eliseo Nardecchia, residente anche lui a Bologna, dopo l'arruolamento fu inizialmente destinato in zona Castelletto-Serravalle di competenza della XII Legione della città felsinea. Fu il giovane non vedente ad accorgersi per primo dell'errato posizionamento dell'aerofono in quanto disturbato dalla vicinanza delle baracche di alloggiamento e dalla posizione stabilita scorrettamente ad un livello inferiore alla batteria, fatto che ne limitava decisamente l'efficienza. Durante la permanenza Eliseo trovò il modo di intrattenere tutti i commilitoni montando una vecchia radio galenica alla quale aveva apportato una originale modifica stendendo fili di rame a fare da antenna sul fianco del colle. In seguito sarà trasferito a Bari, dove ritroverà l'amico Severino Schiff, per essere quindi destinato alla batteria di Cassano Murge. Nardecchia partecipò alla difesa durante uno dei più intensi bombardamenti su Bari avvenuto il lunedì di Pasqua del 1943, che costò 14 morti e centinaia di feriti tra la popolazione civile. All'armistizio il bolognese si ritrova tra due fuochi, temendo sia la rappresaglia dei Tedeschi in ritirata che l'avanzata anglo-americana. Sarà più tardi testimone del "ribaltamento" del fronte del cielo quando la Luftwaffe colpirà violentemente il territorio del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943, periodo in cui sia lui che l'amico Schiff patirono letteralmente la fame non ricevendo più il rancio della Milizia dissolta dopo l'armistizio. La svolta per i due non vedenti, entrambi validi musicisti, venne dal ricostituito Esercito del Sud nei ranghi del quale i due amici finirono la guerra incorporati nella banda militare.
Foino Marucchi, classe 1898 si arruolò presso la V legione Maca di Milano a protezione dello strategico stabilimento aeronautico Caproni di Taliedo. Alla batteria fu umiliato da un sedicente superiore che evidentemente non gradiva la presenza di un non vedente nel suo gruppo. Il graduato gli aveva consegnato un fucile, affermando sprezzante che se un cieco si considerava un soldato "come gli altri", allora avrebbe dovuto saper usare l'arma individuale. Marucchi non si lasciò scoraggiare dall'affronto e una notte, mentre si trovava in servizio, sentì nelle cuffie dell'aerofono un fruscio sospetto provenire dalla vicina vegetazione, che il suo udito sopraffino localizzò perfettamente. Imbracciato il fucile, si diresse dalla parte del rumore e intimò urlando la parola d'ordine con il colpo in canna. Pochi istanti dopo una voce rispondeva tremante: "Trieste!". Era proprio quel superiore che lo aveva sottovalutato che, terreo in volto, avanzò le mani in alto verso Marucchi.
Dino Viacava, cieco dalla nascita, studiò a Firenze nelle scuole speciali volute dal presidente dell'Unione Aurelio Nicolodi. Assegnato alla MILMART prese parte alle prove sperimentali sul litorale di Viareggio dove ricorda di aver inseguito con l'aerofono un idrovolante decollato appositamente da Orbetello. Nel 1941 è inquadrato nella XIII legione di Livorno, mentre Giuseppe Graziano, classe 1918 e cieco per atrofia dei bulbi oculari, entrò nel 1940 nella MILMART di Trapani a difesa dell'aeroporto militare di Trapani-Milo. L'1 aprile 1943 alle 15:20 gli Americani presero di mira la pista d'atterraggio, arrecando gravi danni e distruzione anche al porto della città siciliana. L' aerofonista ricorda la strage avvenuta nel rifugio del Comando della Regia Marina, dove una bomba dirompente uccise tutti i militari presenti. Passata la tempesta, un giorno si trovava nei pressi di una fontana pubblica quando gli si avvicinò una giovane donna disperata che accompagnava due bambini piccoli segnati dalla fame. La giovane si rivolse a Graziano domandandogli se avesse del pane da vendergli. L'aerofonista non ebbe esitazione: prese immediatamente due filoni di pane non chiedendo nulla in cambio, perché quella per lui era l'etica di un soldato. Anzi, Giuseppe fece molto di più per quella famiglia allo stremo, chiedendo ed ottenendo il permesso di ospitare ogni giorno i due bambini alla mensa della batteria. Nei suoi ricordi emerge la generale stima che godette durante il servizio a Trapani, eccezion fatta per un episodio avvenuto a ridosso di un bombardamento quando un'anziana trapanese osò sputargli addosso urlando che le incursioni avrebbero avuto successo finché la popolazione fosse stata difesa da "derelitti" come i ciechi.
Antonio Mazzeo perse la vista per uno spruzzo di calce viva sul lavoro. Pugliese di San Severo della classe 1923, si arruolò volontario a ridosso dell'armistizio e inviato alla MACA di Trieste, dove ricorda il caos e l'indifferenza delle persone e dei commilitoni sbandati dalla resa dell'Italia. Fu lui che, avendo un residuo visivo di appena 1/50 dovette accompagnare il compagno non vedente Carlo Antiga fino a Valdobbiadene, per poi affrontare un viaggio di oltre 600 chilometri percorsi per la maggior parte a piedi fino a San Severo nascondendosi dai Tedeschi che deportavano gli italiani sbandati.
Molto credente, Mazzeo dichiarò nelle sue memorie che " Lo Spirito Santo ci ha accompagnati in quel viaggio di ritorno verso le nostre case, perché fummo lasciati soli, noi due ciechi, in mezzo a quella bufera militare dove la solidarietà era sconosciuta". (Cobolli, Op.cit.)
Storia di Enrico Tiana, l'aerofonista caduto
Enrico Tiana era nato cieco nel 1916 ad Arbus, in Sardegna. Formatosi alle scuole speciali come musicista, nel 1940 aderisce con entusiasmo al bando di arruolamento nella Milizia contraerea. L'addestramento nella scuola aerofonisti di Cagliari lo vide uscire primo in graduatoria, superando molti compagni di corso vedenti. Dal settembre 1941 al gennaio 1942 con la XVII Legione fu assegnato alla postazione antiaerea di Flumentorgiu a sud di Oristano ed in seguito a quella di Fenustruvu, nella postazione di artiglieria costiera nei pressi di Piscinas di Arbus, vicino al paese natale. Durante il servizio il giovane artigliere aerofonista lasciò un diario destinato alla madre e scritto in caratteri speciali destinati ai vedenti. Dalle pagine emerge un commuovente spaccato della vita quotidiana di un cieco in una postazione contraerea, dove il servizio svolto prevalentemente nelle ore notturne era intervallato da momenti di svago (la pesca dei ricci, le nuotate guidato dalla voce dei compagni sulla riva, le serate musicali e l'approssimarsi dei temporali ascoltati all'aerofono in anticipo). Enrico era un'anima gentile, affrontava le lunghe notti sul sedile
metallico dell'aerofono con diligenza esposto a qualunque condizione climatica. Tutto finì improvvisamente il 26 agosto 1943 quando Tiana aveva intercettato una formazione di aerei nemici in transito ed aveva dato l'allarme. Si trattava di cacciabombardieri Curtiss P-40 Warhawk del 325° Fighter Group che avevano colpito Carloforte e si stavano allontanando. All'improvviso uno degli incursori si sganciò dalla formazione e puntò dritto alla postazione contraerea di Fenustruvu. Istanti più tardi il caccia americano a volo radente vomitò il suo carico di morte dalle mitragliatrici Browning, che falciarono Enrico Tiana e i due commilitoni Concas e Porcu, tra cui uno era il suo accompagnatore. La salma di Tiana fu recuperata dal marconista di Arbus Adolfo Atzeni e dal capomanipolo MVSN Mario Salezzari e composta nella chiesa di Arbus, dove i tre caduti furono vegliati da un picchetto misto della Milizia e dei Marò del Battaglione San Marco. Enrico Tiana fu decorato con la Croce di Guerra, che soltanto anni dopo sarà ritirata dal fratello Angelo assieme all'encomio del Distretto Militare di Cagliari.
Terminata la guerra, per gli aerofonisti e più in generale per tutti i non vedenti d'Italia si apriva un periodo di incertezze e di difficoltà dovute alla crisi profonda che il Paese dovette affrontare nei primi anni del dopoguerra. Tornati alla vita civile, gli ex militi della difesa contraerea intrapresero diverse strade (centralinisti, fisioterapisti, insegnanti) supportati costantemente dalla guida illuminata del neo presidente dell'Unione Italiana Ciechi Paolo Bentivoglio, succeduto a Nicolodi nel 1945. Il riconoscimento ufficiale dell'opera degli aerofonisti ciechi durante la guerra si ottenne nel 1988 in seguito alla richiesta da parte dell'UIC all'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Alla presenza del Ministro della Difesa Valerio Zanone gli aerofonisti ciechi superstiti furono tutti insigniti della Croce di Cavaliere al Merito dell'Ordine Militare della Repubblica. Era il 3 giugno 1988 e più di quarant'anni dopo la fine della guerra fu riconosciuto il valore di chi, pur soffrendo una grave disabilità, si era offerto volontario per un delicatissimo compito che fu sempre di difesa e che fornì per gli anni più bui la protezione di un occhio vigile, garantito da coloro ai quali la sorte aveva spento la vista.
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Si fatica persino ad immaginare, ad ottant'anni di distanza, cosa possano avere vissuto gli uomini della contraerea impegnati nella difesa del territorio italiano quando l'inferno si scatenò dal cielo in migliaia di incursioni che colpirono tutta la penisola tra il 1940 e il 1945. Ancora più sbalorditi si rimane quando si scopre che diverse centinaia di questi "radar umani" erano persone prive della vista.L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerei anticipò di pochi mesi lo scoppio del conflitto mondiale e fu sancita dopo un acceso dibattito parlamentare non privo di forti contrapposizioni all'utilizzo di una tale disabilità in guerra. Fu soprattutto la pressione sulle autorità militari da parte del primo presidente dell'Unione Italiana Ciechi a condurre ad una legge che permise ai non vedenti l'arruolamento nell'artiglieria contraerea della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Aurelio Nicolodi (per curiosità bisnonno dell'attrice Asia Argento) era un irredentista trentino che aveva perso la vista durante la Grande Guerra in un'azione sul Monte Sei Busi (Gorizia) ed aveva fondato nel primo dopoguerra l'associazione che raccoglieva i privi della vista allo scopo di migliorarne l'istruzione e l'inserimento nel mondo del lavoro, un concetto ancora agli albori nella prima metà del ventesimo secolo. L'idea di includere i privi della vista nella specialità contraerea gli venne in seguito ad una conversazione che ebbe durante un viaggio in treno con un alto ufficiale del Regio Esercito, il quale gli spiegò che gli artiglieri vedenti venivano spesso bendati nelle esercitazioni di intercettazione acustica per migliorarne la concentrazione. Nicolodi fu illuminato da quella rivelazione e, da cieco, ben sapeva quanto l'udito fosse particolarmente sviluppato negli individui privi della vista, che avrebbero potuto rendersi parte attiva alla difesa nazionale esattamente come i normodotati. Dopo un'intensa attività di lobbying presso i politici e i militari la sua caparbietà fu premiata con una legge, la n. 1827/1939 che sanciva la possibilità per i non vedenti di arruolarsi nell'artiglieria contraerea della MVSN, tramite i centri di riferimento dell'Unione Italiana Ciechi, in qualità di operatori aerofonisti.L'entusiasmo tra i ciechi italiani si concretizzò in circa 2,500 domande di ammissione in una specialità di artiglieria che, grazie al loro affinatissimo udito, li rendeva più abili degli abili. Non secondario poi era il senso di completa integrazione che il vestire la divisa grigioverde significò per i privi della vista accettati come elementi pienamente attivi nella difesa del territorio italiano. La situazione dell'artiglieria contraerei alla vigilia dell'ingresso in guerra per l'Italia non era tuttavia tra le più rosee. Dalla Grande Guerra erano ancora in linea pezzi vetusti (come le mitragliatrici Saint Etienne e Fiat o i pezzi campali adattati al tiro contraereo ) mentre fu solo poco prima della guerra che iniziarono ad entrare in linea i pezzi da 75/46 e i "gioielli" da 90/53 (da cui è tratta la famosa espressione "pezzo da 90"). Per quanto riguarda gli strumenti per l'intercettazione a distanza degli aerei nemici, il progresso tecnico aveva permesso di realizzare l'apparecchio meccanico all'epoca più affidabile e diffuso, l'aerofono. Lo strumento, costruito dalle industrie italiane Officine Galileo, Safar e San Giorgio, consisteva di due (o più frequentemente quattro) amplificatori a "tromba" disassati tra loro e uniti con canne ricurve a cuffie ad alto isolamento acustico. Il movimento manuale tramite volantini permetteva di ruotare oppure di alzare e abbassare gli strumenti per seguire la sorgente acustica. Intercettato il rumore l'aerofono forniva i dati e le stime di rotta ad una centralina che forniva l'alzo e registrava la correzione di parallasse a seconda della velocità e della rotta dell'apparecchio. A quel punto il servente della centralina comunicava i dati al pezzo d'artiglieria (spesso con impianti telefonici a cavi scoperti) il quale procedeva al puntamento e al fuoco. All'aerofono erano collegate anche le batterie di fotoelettriche posizionate a una certa distanza dalla postazione di artiglieria per rendere più difficile la localizzazione da parte dei bombardieri o dei caccia di scorta. A loro volta le diverse postazioni di zona erano collegate ad una centrale della difesa contraerea dove un pannello luminoso raccoglieva ed elaborava i dati provenienti dalle varie batterie. Tutte le comunicazioni dovevano giungere entro pochi minuti dal momento in cui nelle cuffie dell'aerofonista veniva captato il suono cupo dei motori degli aeroplani in volo. Non fu facile la selezione per i ciechi che avevano aderito alla chiamata per il ruolo di aerofonisti: molte prove e settimane di addestramento li attendevano nelle scuole di Nettunia (oggi Nettuno), Gaeta e di altre città della penisola. Inizialmente i ciechi venivano addestrati con un simulatore costruito dalle Officine Galileo dove in una stanza isolata venivano riprodotti diversi suoni, compresi quelli ambientali che l'operatore avrebbe dovuto saper distinguere e separare dall'obiettivo principale dell'aereo in volo (vento, rumore del mare, animali, rumori meccanici ecc.). Quindi nel simulatore veniva riprodotto il suono di un motore d'aviazione, che il cieco doveva distinguere e seguire per poi indicare l'"agganciamento" del bersaglio tramite un pulsante. Sulla tabella luminosa dell'istruttore appariva il risultato con gli eventuali dati da correggere. Quindi l'addestramento proseguiva all'esterno ai comandi di un aerofono vero e proprio, dove l'allievo doveva seguire veri velivoli appositamente decollati per le esercitazioni di tiro contraereo. Una volta terminato l'addestramento, per i non vedenti in grigioverde le possibilità erano di essere inquadrati nei ranghi della MACA (Milizia Artiglieria Contro Aerei) oppure nelle postazioni di difesa costiera della MILMART (Milizia Artiglieria Marittima), divisi in legioni territoriali da cui dipendevano diverse postazioni o PAV (postazioni avvistamento velivoli). Durante la fase bellica saranno 827 i non vedenti arruolati che presero servizio nella difesa contraerea, dalle Alpi alla Sicilia.Come un cieco può vedere dalle cuffie dell'aerofonoNell'agosto del 1941 il Comando della MILMART rispose all'appello delle Officine Galileo di Firenze, che chiedevano l'invio di due aerofonisti ciechi presso i laboratori di ricerca al fine di studiare l'uso dell'apparecchio e gli effetti sui serventi per poterne migliorare le prestazioni. I due militi prescelti furono Ferruccio Cagianelli e Mario Petris. Dal rapporto stilato presso i laboratori fiorentini le parole dei due non vedenti dimostrarono ai normodotati qualcosa di straordinario. Terminate le prove, Cagianelli si rivolse ai tecnici della Galileo chiedendo che in ognuno dei padiglioni della cuffia venisse installato un cicalino acustico tarato su un tono acuto di 1500 periodi di frequenza. La richiesta era motivata dal fatto che quell'accorgimento tecnico avrebbe potuto migliorare di molto l'efficacia di collimazione, perché il cieco letteralmente "vedeva" i suoni una volta seduto e indossate le cuffie. Ad un rumore acuto il cervello trasmetteva l'immagine di una sottile linea biancastra verticale larga circa 3 millimetri di fronte al viso dell'ascoltatore, mentre un suono grave (come quello prodotto dai motori degli aerei) generava nel non vedente l'immagine di una macchia di forma circolare di colore tendente al marrone larga circa 3 centimetri, che si spostava nello spazio a seconda del movimento delle onde sonore. In poche parole l'aerofono produceva nel cieco una sorta di "mirino naturale", che permetteva una precisa collimazione dell'obiettivo una volta che la linea verticale si fosse trovata in asse con il cerchio marrone. Dall'aerofono O.G. mod. 40 collegato alla centrale di tiro tipo G.1, Cagianelli e Petris lasciarono a bocca aperta i tecnici e i militari che assistevano alla seduta sperimentale, quando constatarono l'estrema precisione dei dati inviati dall'aerofono all'elaboratore meccanico per l'alzo dei pezzi.Fuoco nelle tenebre: storie di aerofonisti ciechi negli anni dei grandi bombardamenti sull'ItaliaL'anno seguente gli esperimenti di Cagianelli e Petris, finì la relativa calma che aveva risparmiato i cieli d'Italia tra il 1941 e la fine del 1942, e la penisola divenne obiettivo di grandi bombardamenti a tappeto prima da parte del "Bomber Command" della RAF e quindi dell'USAAF. In questo spazio di tempo si collocano le storie magistralmente raccolte da Giorgio Cobolli nell'opera unica (ed ormai introvabile) "Gli Aerofonisti Ciechi durante la Seconda Guerra Mondiale" (edizione Unione Italiana Ciechi). I racconti personali dei militi vissuti nel buio dei loro occhi, fanno luce sulla durissima vita dei serventi delle batterie contraeree e della loro esposizione totale al fuoco nemico, alla cui furia devastante gli aerofonisti ciechi non potevano sottrarsi come gli altri commilitoni vedenti. Fortunatamente, il bilancio totale delle vittime tra i ciechi fu estremamente basso e dai dati a disposizione si sono accertati un morto per fuoco aereo, due per malattia e 17 feriti. La loro esperienza con la divisa terminò alla firma dell'armistizio con lo scioglimento della MVSN, ma le loro fatiche proseguiranno fino alla fine della guerra e oltre. Ecco alcune delle loro storie in breve, vissute nelle postazioni contraeree di tutta Italia dove solo verso la fine del 1943 furono installati i pochissimi radar prodotti dalle officine San Giorgio di Pistoia, che verranno rase al suolo proprio da una violenta incursione aerea alleata il 19 maggio 1944 prima di poter portare a termine la produzione delle apparecchiature. Antonio Battistella di San Donà di Piave (Venezia) servì nella XI Legione MACA di Trieste, dove fu assegnato all'aerofono in località Monrupino del Carso, oggi in territorio sloveno. Il 9 settembre 1943 fu catturato dai partigiani titini e messo al muro nonostante la sua condizione di disabilità. Fu per un caso (che Antonio definì piuttosto un miracolo) che non fosse stato fucilato sul posto. Per intercessione dei compagni d'armi fu rinchiuso in una pensione come prigioniero e recuperato soltanto diversi giorni dopo dalla sorella.Francesco Coppola, napoletano, fu assegnato dalla XIX Legione MACA alla batteria di San Giovanni a Teduccio. Qui rimase per un periodo senza il compagno che fu posto a riposo per malattia e si sentì inutile, dopo essere stato sostituito da personale vedente. Decise allora per una soluzione azzardata per un cieco, alla quale inizialmente i suoi superiori rifiutarono categoricamente di acconsentire. Ma l'insistenza di Francesco ebbe ragione sui timori, ottenendo alla fine il pericolosissimo compito di "scappucciatore" di proiettili fianco a fianco dei serventi dei cannoni. Era un compito delicatissimo anche per un vedente che Coppola, con una dedizione e un'attenzione massima, riuscì a portare a termine (con il cuore in gola e le gambe tremanti come ammise) in uno dei numerosi e violentissimi bombardamenti su Napoli durante il quale la sua batteria fu sfiorata da un ordigno di grosso calibro che per poco non li avrebbe fatti a pezzi.Manrico Mione era diventato cieco da bambino per gli effetti di un ordigno inesploso della Grande Guerra. Arruolatosi nella XI legione MACA di Trieste fu assegnato al posto di ascolto di Duino del Timavo (oggi Slovenia) con il cieco ed amico Olivo Rizzo. Del servizio svolto come aerofonista ricordò con piacere quando fu in grado di aiutare i commilitoni vedenti nella raccolta e nel taglio della legna per le stufe. Dopo l' 8 settembre, durante la fuga rocambolesca verso casa, terminò la guerra nelle file della resistenza. Francesco Ortensio di Bitonto, arruolatosi nel 1942, fu assegnato come Mione alla XI Legione MACA di Trieste. All'8 settembre è dapprima arrestato dai Tedeschi, quindi riconsegnato agli Italiani e congedato contestualmente. Il suo viaggio verso casa, tra brevi tratti in treno e lunghi tratti a piedi, durò dieci giorni. Giuseppe Pollara da Petralia Soprana in provincia di Palermo era rimasto cieco per lo scoppio accidentale di una mina durante il lavoro in una cava. Era sposato con un figlio quando rispose alla chiamata alle armi come aerofonista, inquadrato nella XXII Legione Maca di Palermo che lo destinò alla protezione dell'aeroporto militare di Boccadifalco. La postazione dove era stato installato l'aerofono si trovava in una zona estremamente impervia, sulle alture dell'entroterra palermitano in località Torre Sant'Anna. Solo l'impresa di raggiungere la postazione attraverso sentieri dissestati risultava una prova molto impegnativa per un non vedente. Nella sua divisa grigioverde della Milizia contraerea con la scritta "cieco" ricamata in caratteri dorati Giuseppe passò lunghe notti all'aerofono fino a quando, il 25 maggio 1943 per poco non rimase ucciso durante un incursione dell'Usaaf che aveva come obiettivo proprio l'aeroporto di Boccadifalco, centrato da una grande formazione mista di bombardieri pesanti, medi e caccia decollata dalle basi nordafricane. Dalla pioggia di morte sputata dalle pance dei bombardieri Giuseppe fortunatamente rimediò soltanto una scheggia conficcata nell'elmetto quando, immobile, era rimasto attaccato all'aerofono dopo essersi tolto le cuffie per il fragore insopportabile amplificato dal macchinario, mentre i suoi commilitoni vedenti avevano trovato rifugio. Poco più tardi sarà trasferito alla batteria di Sambuca di Sicilia anche questa volta a protezione di un aeroporto, quello di Sciacca in provincia di Agrigento. Colto dallo sbarco alleato del luglio 1943, ritornò a Petralia a piedi dopo un viaggio durato quattro giorni.Il Professore di filosofia Severino Schiff, udinese di nascita e bolognese di adozione, rimase cieco all'età di quattro anni per lo scoppio di un residuato bellico della Grande Guerra. Da Bologna, arruolatosi aerofonista volontario, fu trasferito alla batteria di Casamassima in provincia di Bari di competenza della XX Legione MACA, dove operò per un periodo assieme al concittadino e amico non vedente Nardecchia. Schiff ricorda nella sua testimonianza l'estrema soddisfazione che provò quando i dati provenienti dal suo aerofono furono talmente precisi che un bombardiere fu centrato in pieno e cadde a poca distanza dalla trincea parabolica dove era installato l'apparecchio di ascolto. Il suo amico Eliseo Nardecchia, residente anche lui a Bologna, dopo l'arruolamento fu inizialmente destinato in zona Castelletto-Serravalle di competenza della XII Legione della città felsinea. Fu il giovane non vedente ad accorgersi per primo dell'errato posizionamento dell'aerofono in quanto disturbato dalla vicinanza delle baracche di alloggiamento e dalla posizione stabilita scorrettamente ad un livello inferiore alla batteria, fatto che ne limitava decisamente l'efficienza. Durante la permanenza Eliseo trovò il modo di intrattenere tutti i commilitoni montando una vecchia radio galenica alla quale aveva apportato una originale modifica stendendo fili di rame a fare da antenna sul fianco del colle. In seguito sarà trasferito a Bari, dove ritroverà l'amico Severino Schiff, per essere quindi destinato alla batteria di Cassano Murge. Nardecchia partecipò alla difesa durante uno dei più intensi bombardamenti su Bari avvenuto il lunedì di Pasqua del 1943, che costò 14 morti e centinaia di feriti tra la popolazione civile. All'armistizio il bolognese si ritrova tra due fuochi, temendo sia la rappresaglia dei Tedeschi in ritirata che l'avanzata anglo-americana. Sarà più tardi testimone del "ribaltamento" del fronte del cielo quando la Luftwaffe colpirà violentemente il territorio del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943, periodo in cui sia lui che l'amico Schiff patirono letteralmente la fame non ricevendo più il rancio della Milizia dissolta dopo l'armistizio. La svolta per i due non vedenti, entrambi validi musicisti, venne dal ricostituito Esercito del Sud nei ranghi del quale i due amici finirono la guerra incorporati nella banda militare. Foino Marucchi, classe 1898 si arruolò presso la V legione Maca di Milano a protezione dello strategico stabilimento aeronautico Caproni di Taliedo. Alla batteria fu umiliato da un sedicente superiore che evidentemente non gradiva la presenza di un non vedente nel suo gruppo. Il graduato gli aveva consegnato un fucile, affermando sprezzante che se un cieco si considerava un soldato "come gli altri", allora avrebbe dovuto saper usare l'arma individuale. Marucchi non si lasciò scoraggiare dall'affronto e una notte, mentre si trovava in servizio, sentì nelle cuffie dell'aerofono un fruscio sospetto provenire dalla vicina vegetazione, che il suo udito sopraffino localizzò perfettamente. Imbracciato il fucile, si diresse dalla parte del rumore e intimò urlando la parola d'ordine con il colpo in canna. Pochi istanti dopo una voce rispondeva tremante: "Trieste!". Era proprio quel superiore che lo aveva sottovalutato che, terreo in volto, avanzò le mani in alto verso Marucchi. Dino Viacava, cieco dalla nascita, studiò a Firenze nelle scuole speciali volute dal presidente dell'Unione Aurelio Nicolodi. Assegnato alla MILMART prese parte alle prove sperimentali sul litorale di Viareggio dove ricorda di aver inseguito con l'aerofono un idrovolante decollato appositamente da Orbetello. Nel 1941 è inquadrato nella XIII legione di Livorno, mentre Giuseppe Graziano, classe 1918 e cieco per atrofia dei bulbi oculari, entrò nel 1940 nella MILMART di Trapani a difesa dell'aeroporto militare di Trapani-Milo. L'1 aprile 1943 alle 15:20 gli Americani presero di mira la pista d'atterraggio, arrecando gravi danni e distruzione anche al porto della città siciliana. L' aerofonista ricorda la strage avvenuta nel rifugio del Comando della Regia Marina, dove una bomba dirompente uccise tutti i militari presenti. Passata la tempesta, un giorno si trovava nei pressi di una fontana pubblica quando gli si avvicinò una giovane donna disperata che accompagnava due bambini piccoli segnati dalla fame. La giovane si rivolse a Graziano domandandogli se avesse del pane da vendergli. L'aerofonista non ebbe esitazione: prese immediatamente due filoni di pane non chiedendo nulla in cambio, perché quella per lui era l'etica di un soldato. Anzi, Giuseppe fece molto di più per quella famiglia allo stremo, chiedendo ed ottenendo il permesso di ospitare ogni giorno i due bambini alla mensa della batteria. Nei suoi ricordi emerge la generale stima che godette durante il servizio a Trapani, eccezion fatta per un episodio avvenuto a ridosso di un bombardamento quando un'anziana trapanese osò sputargli addosso urlando che le incursioni avrebbero avuto successo finché la popolazione fosse stata difesa da "derelitti" come i ciechi.Antonio Mazzeo perse la vista per uno spruzzo di calce viva sul lavoro. Pugliese di San Severo della classe 1923, si arruolò volontario a ridosso dell'armistizio e inviato alla MACA di Trieste, dove ricorda il caos e l'indifferenza delle persone e dei commilitoni sbandati dalla resa dell'Italia. Fu lui che, avendo un residuo visivo di appena 1/50 dovette accompagnare il compagno non vedente Carlo Antiga fino a Valdobbiadene, per poi affrontare un viaggio di oltre 600 chilometri percorsi per la maggior parte a piedi fino a San Severo nascondendosi dai Tedeschi che deportavano gli italiani sbandati.Molto credente, Mazzeo dichiarò nelle sue memorie che " Lo Spirito Santo ci ha accompagnati in quel viaggio di ritorno verso le nostre case, perché fummo lasciati soli, noi due ciechi, in mezzo a quella bufera militare dove la solidarietà era sconosciuta". (Cobolli, Op.cit.)Storia di Enrico Tiana, l'aerofonista cadutoEnrico Tiana era nato cieco nel 1916 ad Arbus, in Sardegna. Formatosi alle scuole speciali come musicista, nel 1940 aderisce con entusiasmo al bando di arruolamento nella Milizia contraerea. L'addestramento nella scuola aerofonisti di Cagliari lo vide uscire primo in graduatoria, superando molti compagni di corso vedenti. Dal settembre 1941 al gennaio 1942 con la XVII Legione fu assegnato alla postazione antiaerea di Flumentorgiu a sud di Oristano ed in seguito a quella di Fenustruvu, nella postazione di artiglieria costiera nei pressi di Piscinas di Arbus, vicino al paese natale. Durante il servizio il giovane artigliere aerofonista lasciò un diario destinato alla madre e scritto in caratteri speciali destinati ai vedenti. Dalle pagine emerge un commuovente spaccato della vita quotidiana di un cieco in una postazione contraerea, dove il servizio svolto prevalentemente nelle ore notturne era intervallato da momenti di svago (la pesca dei ricci, le nuotate guidato dalla voce dei compagni sulla riva, le serate musicali e l'approssimarsi dei temporali ascoltati all'aerofono in anticipo). Enrico era un'anima gentile, affrontava le lunghe notti sul sedile metallico dell'aerofono con diligenza esposto a qualunque condizione climatica. Tutto finì improvvisamente il 26 agosto 1943 quando Tiana aveva intercettato una formazione di aerei nemici in transito ed aveva dato l'allarme. Si trattava di cacciabombardieri Curtiss P-40 Warhawk del 325° Fighter Group che avevano colpito Carloforte e si stavano allontanando. All'improvviso uno degli incursori si sganciò dalla formazione e puntò dritto alla postazione contraerea di Fenustruvu. Istanti più tardi il caccia americano a volo radente vomitò il suo carico di morte dalle mitragliatrici Browning, che falciarono Enrico Tiana e i due commilitoni Concas e Porcu, tra cui uno era il suo accompagnatore. La salma di Tiana fu recuperata dal marconista di Arbus Adolfo Atzeni e dal capomanipolo MVSN Mario Salezzari e composta nella chiesa di Arbus, dove i tre caduti furono vegliati da un picchetto misto della Milizia e dei Marò del Battaglione San Marco. Enrico Tiana fu decorato con la Croce di Guerra, che soltanto anni dopo sarà ritirata dal fratello Angelo assieme all'encomio del Distretto Militare di Cagliari. Terminata la guerra, per gli aerofonisti e più in generale per tutti i non vedenti d'Italia si apriva un periodo di incertezze e di difficoltà dovute alla crisi profonda che il Paese dovette affrontare nei primi anni del dopoguerra. Tornati alla vita civile, gli ex militi della difesa contraerea intrapresero diverse strade (centralinisti, fisioterapisti, insegnanti) supportati costantemente dalla guida illuminata del neo presidente dell'Unione Italiana Ciechi Paolo Bentivoglio, succeduto a Nicolodi nel 1945. Il riconoscimento ufficiale dell'opera degli aerofonisti ciechi durante la guerra si ottenne nel 1988 in seguito alla richiesta da parte dell'UIC all'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Alla presenza del Ministro della Difesa Valerio Zanone gli aerofonisti ciechi superstiti furono tutti insigniti della Croce di Cavaliere al Merito dell'Ordine Militare della Repubblica. Era il 3 giugno 1988 e più di quarant'anni dopo la fine della guerra fu riconosciuto il valore di chi, pur soffrendo una grave disabilità, si era offerto volontario per un delicatissimo compito che fu sempre di difesa e che fornì per gli anni più bui la protezione di un occhio vigile, garantito da coloro ai quali la sorte aveva spento la vista.
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Le pentole antiaderenti sono sembrate la quadratura del cerchio e, per alcuni aspetti, lo sono. Ma presentano delle criticità che è bene conoscere. Partiamo dall’inizio. Si chiama rivestimento antiaderente perché si tratta di uno strato molto sottile che riveste la superficie interna della pentola, della padella, del tegame da forno, della griglia. E quel rivestimento è un polimero (quindi plastica), il politetrafluoroetilene, abbreviato con l’acronimo PTFE. Ripercorriamo la storia dell’antiaderente, ci aiuterà anche a capire bene cosa, in questi rivestimenti, può essere dannoso per la salute.
Il chimico statunitense Roy J. Plunkett nel 1938 scopre il politetrafluoroetilene. Accade accidentalmente. Roy sta lavorando a un clorofluorocarburo da usare come refrigerante per i cicli a compressione. A un certo punto, sta misurando la portata di gas di una bombola che conteneva tetrafluoroetene gassoso, ma la portata di gas si stoppa molto prima che la bilancia (pesare la bombola serviva a stimare il contenuto di gas) segnali la bombola vuota. Così Plunkett taglia in due la bombola e nota sulle pareti interne una patina bianca cerosa, scivolosa e resistente anche posta a contatto con potenti agenti chimici: è il politetrafluoroetilene. La Kinetic Chemicals brevetta il prodotto nel 1941 e nel 1945 gli attribisce il nome commerciale di «Teflon». La patina è nata così: le molecole del gas TFE, composte ognuna da due atomi di carbonio e quattro di fluoro, si erano unite in un polimero, che venne chiamato politetrafluoroetilene (PTFE). Questo è l’antiaderente che da qualche decennio, ormai, cucina con noi (e per noi): inodore, non solubile in acqua e in nessun solvente. È inerte, ovvero non reagisce con altre sostanze chimiche, non è infiammabile, non conduce elettricità e rimane stabile fino a temperature molto elevate. Tutte queste caratteristiche hanno fatto del politetrafluoroetilene un prodotto industriale di grande successo, sempre più usato a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Il PTFE è più conosciuto coi suoi nomi commerciali, come Teflon, Fluon, Algoflon, Hostaflon, Inoflon e Guaflon e in questi sono aggiunti altri elementi come stabilizzanti e fluidificanti oppure silice per aumentare la resistenza. L’antiaderente, quindi, è un materiale plastico di indubbio vantaggio. Un materiale plastico estremamente liscio, capace di resistere a temperature alte, per la precisione fino a 260 °C, tanto antiaderente quanto chimicamente inerte ossia con una scarsa o nulla tendenza a partecipare a reazioni chimiche con altre sostanze. Inoltre, il PTFE è il materiale con coefficiente di attrito più basso conosciuto. In fisica, l’attrito è una forza che si oppone al movimento o allo spostamento di un corpo relativo alla superficie su cui si trova: se si manifesta tra superfici in quiete relativa si parla di attrito statico, se invece si manifesta tra superfici in moto relativo si parla di attrito dinamico. Ecco perché l’antiaderente ha conquistato i produttori di tegami: sostituisce perfettamente i grassi come olio e burro permettendo ai cibi di non attaccarsi al tegame come accadrebbe se mettessimo, per dire, un delicatissimo filetto di pesce in una padella di acciaio senza un filo di olio o di burro a tutta temperatura. Cuocendo in pentola non antiaderente e senza grassi il filetto si attacca. Cuocendo in pentola antiaderente senza grassi il filetto non si attacca e, una volta che infiliamo la paletta tra il filetto e il tegame per prelevare il filetto e metterlo nel piatto, la paletta scivola, entra perfettamente. Se il filetto fosse attaccato al tegame, invece, non scivolerebbe e dovremmo casomai spingere con la paletta per staccare la pelle del filetto attaccata al tegame, chiaramente sfracellandola e, contemporaneamente, sfracellando il filetto. Ecco perché la cottura in tegame diversa dalla bollitura ha conosciuto una vera e propria new age con l’avvento dell’antiaderente, che ha coinciso con l’incipiente esigenza di mangiare dietetico dopo i bagordi dei primi decenni del boom economico e la diffusione sempre maggiore del sovrappeso. Una bistecca fritta in olio ha le calorie di bistecca e di olio, una «fritta» in padella antiaderente ha solo quelle della bistecca. Si può obiettare che per cuocere la carne senza usare grassi esisteva già la cottura alla griglia o, per dire, al girarrosto. Certo. Ma esistono anche i tegami antiaderenti, nei quali per esempio mantecare il risotto senza burro: l’antiaderente ha riguardato tutta la cucina, non solo quella parte che usa le padelle per friggere o soffriggere. E, in generale, l’industria è eccezionale nel creare e diffondere nuovi prodotti che a ben guardare non servirebbero, creando al contempo non solo un mercato o una fetta di mercato prima inesistente (fregando mercato o fette di mercato al mercato preesistente), ma nuove consuetudini. In questo caso, di cottura.
Quindi, in definitiva, l’antiaderente è qualcosa di miracoloso e punto? Beh, no. Se si cerca in Google, una delle domande più frequenti è «Le pentole antiaderenti sono cancerogene?».
Facciamo luce. Innanzitutto occorre sapere, che come spiega l’Airc, col PTFE non si rivestono solo tegami: per le sue caratteristiche è impiegato in numerosi prodotti plastici come filtri, guarnizioni, valvole, protezioni di vario tipo contro la corrosione, protesi vascolari, impianti dentali e, nella forma del politetrafluoroetilene microporoso, in alcuni tessuti sintetici altamente impermeabili e traspiranti usati per realizzare indumenti «tecnici» per sportivi. Tornando alle nostre padelle e tegami, il rivestimento antiaderente è in genere di colore nero ed è composto da diversi strati di PTFE che rivestono un substrato in metallo, spesso alluminio. Il numero degli strati può variare, così come il metallo sottostante, e questi due elementi determinano la qualità del tegame. Quando leggete «antiaderente in ceramica» non vuol dire che il tegame sia di ceramica, ma vuol dire che un tegame di metallo è stato ricoperto con strati di antiaderente contenenti polvere di ceramica. È molto diversa da una padella di ceramica.
Sotto osservazione per il rischio tumori alcune sostanze usate per produrle
Sono decenni che da più parti si valuta la tossicità di questi polimeri. Per l’American Cancer Society, il politetrafluoroetilene di per sé non è cancerogeno e non provoca rischi per la salute alle dosi con le quali normalmente si viene in contatto. Il rischio per la salute nell’utilizzo di prodotti che contengono politetrafluoroetilene è legato all’acido perfluoroottanoico, conosciuto anche con le sigle PFOA o C8, un composto tradizionalmente impiegato in alcune fasi della produzione del politetrafluoroetilene e che insieme al perfluorottano sulfonato (PFOS) fa parte di un gruppo di sostanze chimiche, note come polifluoroalchiliche (PFAS). I PFAS restano nell’ambiente e possono essere ritrovati a bassi livelli nell’aria, nella polvere, in alcuni alimenti o anche nell’acqua potabile contaminata, in particolare nelle aree accanto agli impianti industriali che ne fanno uso. Per l’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (Epa) i dati di studi epidemiologici e tossicologici effettuati sugli animali suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA, PFOS e cancro: il PFOA è probabilmente cancerogeno. Nel 2016, quindi, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ente con sede a Lione, in Francia, e legato all’Organizzazione mondiale della sanità, ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze «possibilmente cancerogene per l’uomo», in virtù di studi su animali che dopo l’esposizione a dosi molto elevate e per periodi prolungati a PFOA hanno mostrato un aumento di tumori di fegato, testicoli, mammella e pancreas. I dati degli effetti sugli esseri umani sono meno chiari e si basano in particolare su studi condotti su persone esposte per motivi professionali o di residenza vicino a un impianto di produzione, anche in questi casi ci sono prove di un possibile incremento del rischio di alcuni tumori, in particolare rene e testicolo, ma servono dati più affidabili per arrivare a conclusioni più solide. Il PTFE (il politetrafluoroetilene) invece si trova nel gruppo 3, che raccoglie le sostanze non classificabili come carcinogene per mancanza di sufficienti prove. Gli autori di uno studio i cui risultati sono stati pubblicati nel marzo 2020 sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health hanno fatto un passo in più per comprendere il legame tra questo tipo di sostanze e il cancro. Analizzando 26 composti, tutti facenti parte delle sostanze perfluoroalchiliche, hanno valutato in laboratorio il loro effetto su alcune funzioni biologiche legate allo sviluppo di tumori. Dallo studio è emerso che in effetti molte PFAS hanno attività simile a quella di carcinogeni già noti. Portano a stress ossidativo e soppressione delle funzioni del sistema immunitario, e possono inoltre influenzare la proliferazione delle cellule e indurre modifiche epigenetiche del Dna, che non cambiano la struttura dell’acido nucleico, ma possono modificarne l’espressione. Per altri processi importanti nello sviluppo dei tumori, come per esempio lo sviluppo di infiammazione cronica o l’alterazione dei meccanismi di riparazione del Dna, i dati non sono ancora sufficienti per giungere a una conclusione chiara. Insomma, la questione è complessa e ancora in fase di analisi. Tuttavia, dopo le valutazioni scientifiche effettuate dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa), il 4 luglio 2020 sono entrate in vigore restrizioni alla fabbricazione e all’immissione sul mercato dei PFOA, dei suoi sali e dei composti correlati. La normativa europea vieta l'uso, la fabbricazione e l'immissione in commercio di PFOA, suoi sali e composti correlati dal 4 luglio 2020 in base al Regolamento (Ue) 2019/1021 sugli inquinanti organici persistenti (POPs), aggiornato dai regolamenti 2023/866 e 2025/1399. Sono previste restrizioni specifiche anche nei materiali a contatto con gli alimenti (MOCA) e limiti massimi negli alimenti (il Reg. 2022/2388 ha fissato i limiti di PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS in alimenti di origine animale cioè carne, pesce, uova).
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Alla terza edizione dei Giochi della Speranza, nella Casa di Reclusione di Milano Bollate, detenuti, magistrati, polizia penitenziaria e società civile si confrontano tra calcio, pallavolo, scacchi e ping pong. Per qualche ora lo sport crea relazioni e momenti di normalità, raccontando figli, progetti e possibilità di ricominciare.
L’ingresso nel cortile della Casa di Reclusione di Casa di Reclusione di Milano Bollate non ha nulla di solenne. È uno spazio ordinato, ampio, controllato. Ma quello che colpisce non è il campo allestito per le gare né la disposizione quasi impeccabile delle squadre. È il silenzio che arriva dall’alto.
Dalle finestre delle celle, volti affacciati tra le sbarre osservano la scena. Braccia appoggiate ai davanzali, sguardi fermi. Sono i detenuti che non partecipano alle competizioni della terza edizione dei Giochi della Speranza. Non parlano, o parlano poco. Eppure si percepisce qualcosa che attraversa la distanza fisica: una malinconia composta, trattenuta. Guardano gli altri giocare, correre, esultare. Restano lì, sospesi.
Nel cortile, intanto, le squadre si mescolano. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti della società civile. Calcio a sette, pallavolo, atletica, tennis tavolo, scacchi. L’organizzazione è precisa, i tempi rispettati. Più leggerezza che rigidità, nonostante il contesto. Anche per merito di una struttura che molti qui definiscono un modello. Carmelo, 28 anni, arrivato a Bollate dopo aver conosciuto altri istituti, la chiama senza esitazione «sancta sanctorum», una sorta di santuario dei carceri. Un’espressione che dice molto del confronto implicito con ciò che ha lasciato altrove, dove divideva una cella minuscola con altri due detenuti.
La sorpresa non sta nella competizione. Sta nella naturalezza delle relazioni. Magistrati che chiacchierano a bordo campo con chi sta scontando una pena. Scambi di battute, pacche sulle spalle, racconti personali. Per qualche ora le categorie si attenuano. Non scompaiono, ma smettono di essere l’unica definizione possibile.
Massimo, che partecipa al torneo di calcio, ma ha così fame di riprendersi pezzi di vita che ci mette un secondo a sfilarsi la maglia da portiere e prendere in mano la racchetta da ping pong, parla dei figli. Non li vede dal 2021. Le videochiamate sono il filo che tiene insieme il tempo che passa e quello che verrà. «Papà non ti preoccupare che quando esci recuperiamo tutto», gli ripete la figlia. È una frase semplice, ma dentro quelle parole c’è la misura della distanza e insieme della fiducia. Massimo dice che giornate come questa servono anche a questo: a sentirsi parte di qualcosa che non è soltanto il perimetro della pena.
La mattinata scorre senza strappi. Le staffette sull’asfalto del cortile, le urla di incoraggiamento, qualche discussione subito rientrata. Nulla di eclatante. E forse è proprio questo il punto. La normalità di un gioco condiviso in un luogo che normale non è.
Il direttore dell’istituto, Giorgio Leggieri, osserva le gare a bordo campo. «È un’occasione straordinaria di incontro e confronto», spiega. Sottolinea come lo sport, dentro queste mura, possa diventare «uno strumento sociale per favorire il rispetto reciproco». Per il presidente del Csi Milano, Massimo Achini, portare i Giochi qui significa «far vincere lo sport» prima ancora delle squadre. Il Centro sportivo italiano, ricorda, organizza centinaia di ore di attività negli istituti del territorio. L’idea è che lo sport non sia un’eccezione, ma un’abitudine. Alle premiazioni ha partecipato anche l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. E ha parlato di dignità e di possibilità di ricominciare. «Nessuna pena dovrebbe spegnere la speranza», dice, ricordando che una persona non coincide mai soltanto con il proprio errore. Nel cortile le medaglie passano di mano in mano, ma il senso della giornata sembra stare altrove. Durante le premiazioni, le medaglie consegnate non cambiano la condizione giuridica di nessuno. Le sbarre restano al loro posto. Ma qualcosa si è mosso, almeno per qualche ora: la possibilità di raccontarsi senza essere ridotti al reato commesso. Di parlare dei figli, dei progetti una volta fuori, degli errori fatti. Di chiedere, senza proclami, di non essere dimenticati.
Quando il cortile si svuota, le squadre si sciolgono e noi visitatori ci avviamo all'uscita. Lo sguardo torna inevitabilmente verso l’alto. Le finestre si richiudono lentamente. Il rumore del ferro riprende il suo posto nella colonna sonora della giornata. Il confine tra dentro e fuori torna netto, visibile.
Eppure resta l’immagine di quelle braccia appoggiate alle sbarre e di quel silenzio che ha accompagnato l’inizio e la fine. Per un giorno lo sport ha creato un varco. Non una fuga, non una retorica consolatoria. Un varco minimo, concreto, in cui le persone si sono parlate senza ruoli gridati addosso. Il resto, qui, torna alla sua forma ordinaria. Ma almeno per qualche ora è stato diverso.
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Mark Zuckerberg (Ansa)
Narra la leggenda che la storia di Mark Zuckerberg inizi da una goliardata universitaria. Nel 2003, il giovane studente, dal dormitorio di Harvard, crea Facemash, un sito che permetteva di votare l’attrattività degli studenti di Harvard confrontando due foto affiancate. Fu un disastro dal punto di vista disciplinare, ma un successo clamoroso in termini di interesse tra gli studenti. Da quella scintilla, il 4 febbraio 2004, nacque TheFacebook, il libro delle foto dei compagni di corso.
In realtà, una vera rivoluzione, certamente ben oltre le intenzioni di partenza. TheFacebook diventa un clamoroso successo a livello universitario e si apre al pubblico globale a partire dal 2006. Zuckerberg non è tenero con i compagni di corso che lo aiutarono agli inizi. I gemelli Winklevoss (che a quanto pare ebbero l’idea originaria) e il cofondatore Eduardo Saverin sono quasi subito messi alla porta dopo alcune battaglie legali. Il fondatore resta solo a guidare l’azienda, che diventa man mano il centro di un nuovo mondo: il social network. Un mondo parallelo in cui le identità diventano digitali e dove l’anonimato tipico del web sino ad allora viene bandito.
Tra il 2010 e il 2014, «Zuck» compie passi che lo trasformano da ragazzo prodigio in tycoon tecnologico. Nel 2012 quota in borsa Facebook, che nel frattempo ha perso il «the». Prezzo di partenza 38 dollari per azione, per una valutazione di 104 miliardi di dollari. Dopo un primo periodo in cui il valore scese fino a 18 dollari per azione, iniziò una risalita che non si è arrestata. Oggi il titolo Meta vale circa 650 dollari per azione per una valutazione di oltre 1.650 miliardi di dollari. Gli investitori hanno perdonato il tremendo flop del Metaverso, quando nel 2022 il titolo era sceso sotto i 100 dollari. Ad oggi, rispetto alla quotazione iniziale, il valore della società è cresciuto di 17 volte.
Sempre nel 2012, Zuckerberg fa shopping e si compra Instagram, che stava crescendo vertiginosamente. Elimina così un concorrente pericoloso e lo incorpora nell’universo che andava costruendo attorno a Facebook. Costo? Un miliardo, poca roba. Due anni dopo però tocca a Whatsapp, altra acquisizione che però gli costa ben di più: 19 miliardi di dollari. Ora però Zuck ha in mano un tris d’assi. La vanità di Instagram, il narcisismo di Facebook e la bulimia comunicativa di Whatsapp forniscono all’universo di Zuckerberg quella materia prima che viene poi raffinata e trasformata in flussi di cassa: i dati degli utenti.
Nel 2021 si apre il primo dei capitoli bui della vicenda di Zuckerberg, ovvero i Facebook papers, lo scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen. I documenti dimostrano che l’azienda era consapevole dei danni causati dalle sue piattaforme (l’impatto tossico di Instagram sulle adolescenti o la polarizzazione politica), ma che scelse di non intervenire per non perdere traffico e ricavi. È emerso altresì che i sistemi di Facebook favorivano deliberatamente i contenuti divisivi e rabbiosi perché generavano più interazioni. Esisteva poi una «lista bianca» che esentava Vip e politici dalle normali regole di moderazione, permettendo loro di violare le linee guida senza conseguenze. L’inchiesta ha svelato che Zuckerberg sapeva tutto, ma ha preferito tacere.
A seguito dello scandalo, per cercare di recuperare credibilità, Facebook diventa Meta e lancia improvvisamente il progetto Metaverso, ovvero un mondo in realtà virtuale in cui gli utenti avrebbero dovuto socializzare uscendo dalla modalità testo/immagini a schermo. Oggi, a quattro anni dal lancio, il progetto della divisione Reality Labs è ufficialmente un disastro, essendo naufragato con perdite superiori ai 70 miliardi di dollari e una serie di gadget inservibili come i visori Quest. Tra il 2023 e il 2025, 20.000 dipendenti sono stati licenziati.
Per ricucire gli strappi, dopo lo scandalo e il flop, ecco arrivare in grande stile l’intelligenza artificiale. Il Metaverso viene declassato a progetto a lungo termine e Meta lancia Llama, il suo modello Ia basato sull’enorme mole di dati generati dai suoi 3,5 miliardi di utenti attivi, tra Facebook, Whatsapp e Instagram. A differenza degli altri sistemi di intelligenza artificiale, quello di Meta è open source, nell’ottica di contrastare il dominio di ChatGPT e Gemini di Google. A quanto pare, l’Ia di Meta sembra piacere a utenti e investitori, almeno per ora.
Le incognite future sono rappresentate dagli occhiali a realtà aumentata, i Ray-Ban Meta che possono «vedere» ciò che l’utente sta guardando e interagire. Per il 2027 è atteso Orion, l’occhiale da 10.000 dollari che usa lenti in carburo di silicio e minuscoli proiettori per visualizzare ologrammi nel mondo reale. Per completare il quadro, Meta ha anche resuscitato lo smartwatch proprietario, che servirà da cervello e interfaccia per gli occhiali.
Sembra dunque che Zuckerberg voglia allargarsi nel mondo hardware, attraverso il quale veicolare i propri servizi software.
La crescita dell’universo del quarantaduenne Mark Zuckerberg non è stata solo tecnologica. Inevitabilmente, con miliardi di utenti, i social network proprietari hanno impatti politici evidenti. Da strumento per la Primavera Araba a catalizzatore di polarizzazione durante le elezioni americane del 2016 e 2020, il «Zuckerberg power» è diventato un tema di sicurezza nazionale per molti governi. L’Unione europea ha morso i garretti più volte: una multa da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per violazione delle norme sulla privacy, un’altra da 800 milioni per abuso di posizione dominante, e ancora 200 milioni nel 2025 per il modello «paga o acconsenti».
Le sue audizioni al Congresso americano sono diventate un appuntamento atteso, un rito che viene amplificato dai media. Il passaggio tra il 2020 e il 2022, con i Facebook files e la pandemia Covid 19, ha trasformato l’immagine di Zuckerberg. Da nerd con la felpa è stato tratteggiato come una sorta di spietato architetto di oscure trappole digitali. Del resto, la continua censura dei profili, la gestione della disinformazione e il rapporto ambiguo con le agenzie di intelligence hanno lasciato nel pubblico un segno indelebile. La lettera pubblica con cui Zuckerberg si duole di avere assecondato le richieste di censurare i profili (pressioni provenienti dalla Casa Bianca gestione Biden), è diventata il peggior atto d’accusa verso lo stesso Zuck.
Ma i problemi per Zuck non sono finiti. Il suo nome emerge per 282 volte dagli Epstein files, senza che per ora siano emersi fatti di rilievo, ma soprattutto il capo di Meta, assieme ad altri, è sotto processo a Los Angeles per una causa intentata da una ventenne californiana contro Meta, Youtube, Snapchat e TikTok.
L’accusa è di aver progettato le piattaforme social con l’intenzione di creare dipendenza tra gli adolescenti. Zuck è comparso in tribunale mercoledì 18 febbraio per rispondere delle accuse di avere adottato strumenti di attrazione che hanno innescato problemi di salute mentale negli utenti. Le risposte di Zuckerberg alle domande dell’avvocato dell’accusa Mark Lanier non sono parse convincenti ma il processo prosegue.
Zuckerberg è a capo di un impero che ha superato crisi, multe miliardarie dell’Unione europea e clamorosi fallimenti di prodotto. La sua multinazionale non è più solo un social media, tanto che oggi la domanda non è se Meta sopravviverà, ma se la democrazia sopravviverà a Meta.
Freddo, zero carisma, capo assoluto. Da manager non va a caccia di «like»
Il profilo di Mark Zuckerberg non ha nulla a che fare con il variopinto protagonismo di Elon Musk, né con l’estetismo ieratico di Steve Jobs. Neppure lo si può confrontare con i toni apocalittici di un Peter Thiel o l’inclinazione tutta politica un Alexander Karp.
Il carattere trattenuto di Zuckerberg lo rende un metodico tessitore nell’ombra, privo, apparentemente, di partecipazione emotiva. Si tratta certo di un leader, ma del tipo meno carismatico e più di sostanza.
A differenza degli altri big della Silicon Valley, non esiste una mitologia personale che ne faccia un oracolo cui votarsi in attesa di visioni del mondo. Anzi, quando Zuck ci ha provato con il Metaverso, nessuno gli ha creduto davvero e i risultati sono stati pessimi.
La sua storia spigolosa non ispira devozione, quanto piuttosto una certa diffidenza. Il rispetto sul profilo tecnico, certo, esiste, ma prescinde dal gradimento altrui. È un paradosso interessante, per un uomo che ha creato l’idea del «like», il pollice all’insù, come nuova forma contemporanea di espressione di accordo e gradimento. A Zuck non interessano i like per sé, non cerca di essere amato. In fondo, ha costruito il suo impero sull’ignorare il consenso.
La mancanza di espressività di Zuckerberg è stata ed è tuttora oggetto di scherno. Le sue apparizioni pubbliche, specialmente le audizioni davanti al Congresso americano, hanno alimentato l’immagine del ceo androide. Se però la maschera impenetrabile di Zuck è oggetto di sarcasmo, dall’altra parte piace parecchio alla finanza. Il controllo sul suo impero social è pressoché totale, sia in termini strategici che in termini societari. Grazie a una classe speciale di azioni, egli detiene il controllo assoluto sui diritti di voto di Meta. È, di fatto, un monarca che non può essere rimosso dal suo consiglio di amministrazione, come egli stesso ha detto lo scorso anno durante un’intervista al noto podcaster americano Joe Rogan: «Dal momento che controllo la nostra azienda, ho il vantaggio di non dover convincere il consiglio di amministrazione a non licenziarmi».
Una frase che nel processo in corso a Los Angeles, in cui Meta è chiamata a rispondere per la dipendenza che i suoi social generano negli adolescenti, gli è stata contestata come prova del fatto che egli sapeva degli effetti negativi dei suoi algoritmi sulla salute mentale (depressione, dismorfismo e tendenze suicide). Anche in quella occasione, Zuck è apparso imperturbabile, rispondendo evasivamente con frasi del tipo «Sembra qualcosa che avrei potuto dire» o «Non sono sicuro di cosa stia cercando di insinuare», rivolto all’accusa.
Il processo mette sotto accusa anche altri social e sarà ancora lungo. Ma certo Zuckerberg non è dipendente dalle sue piattaforme. Mentre una personalità vulcanica come Musk si perde in lunghe polemiche su X (e c’è da chiedersi dove trovi il tempo, con 13 figli e un impero da duemila miliardi di dollari), il fondatore di Facebook appare raramente, quando lo fa parla in modo attento e misurato, con una certa discrezione tattica, senza enfasi e senza toni visionari.
È piuttosto significativo anche il fatto che Zuckerberg sia l’unico guru vivente della Silicon Valley su cui Hollywood ha prodotto un film. The Social Network è uscito già nel 2010, per la regia di David Fincher e con il bravo Jesse Eisenberg ad interpretare un giovane e spietato Zuckerberg. Il film ha vinto quattro Golden Globe, ha avuto otto candidature agli Oscar e ne ha vinti tre. Il mitico Steve Jobs era già morto quando sono usciti i due omaggi cinematografici intitolati, con grave difetto di fantasia, Jobs (2013) e Steve Jobs (2015). Ma in effetti, per il creatore di Apple ciò aveva un senso, mentre è difficile immaginare il successo di una pellicola intitolata Zuckerberg.
Più di recente, abbiamo assistito ad un tentativo di umanizzare il robot nascosto sotto la felpa grigia d’ordinanza. No, nessun tentativo di sembrare simpatico, ma la diffusione della sua passione per le arti marziali, del resto perfette per il personaggio. Il distacco emotivo si sostanzia nell’approccio alle arti marziali come il Jiu-jitsu brasiliano e le Mma (arti marziali miste). «Mi sveglio e devo combattere qualcuno per resettare il cervello» ha detto lo scorso anno in una intervista. Sarà, ma intanto gli azionisti stanno un po’ in pensiero. Recentemente, i documenti depositati da Meta alla Sec (l’ente di controllo della borsa statunitense) contengono un avviso formale per gli investitori: la società avverte che la passione del ceo per gli «sport estremi e di combattimento» rappresenta un rischio per l’azienda, poiché un infortunio grave potrebbe lasciarla senza leader.
E le donne? Nel 2012, con una non-cerimonia in casa, ristretta a pochi amici e con sushi da asporto, Zuckerberg si è sposato con Priscilla Chan, figlia di rifugiati vietnamiti di etnia cinese conosciuta ad Harvard nel 2003. Oggi è pediatra di professione. Nel 2024 Zuck ha fatto piazzare nel giardino di casa una statua gigante di Priscilla, alta oltre due metri e realizzata in stile romano moderno, dichiarando di voler riportare in auge la tradizione romana di onorare le mogli con sculture. I due hanno chiamato le loro tre figlie Maxima, August e Aurelia e proprio in questi giorni hanno dichiarato che non lasceranno loro il patrimonio accumulato, stimato in oltre 200 miliardi. Se è vero, le tre dovranno guadagnarsi il proprio successo nella vita e in fondo questa potrebbe essere la loro vera fortuna.
La svolta: via i fact checker, sì ai temi scomodi
Il cuore del binomio Zuckerberg-politica sta nella clamorosa lettera dell’agosto 2024, indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, nella quale il ceo di Meta ha ammesso ciò che per anni era stato liquidato come bieco complottismo: l’amministrazione Biden ha esercitato per mesi pressioni sistematiche su Meta affinché censurasse contenuti relativi al Covid-19.
Zuckerberg ha rivelato che la Casa Bianca non chiedeva solo la rimozione di «fake news» pericolose, ma spingeva per eliminare post umoristici, meme e satira che mettevano in discussione le politiche governative. «Credo che la pressione del governo fosse sbagliata», ha scritto Zuckerberg, dichiarandosi pentito di non aver opposto una resistenza più ferma alle richieste del governo americano. Ha inoltre ammesso l’errore commesso nel 2020 quando, su indicazione dell’Fbi, Meta limitò la diffusione della storia del laptop di Hunter Biden, una decisione che influenzò il dibattito elettorale basandosi su timori di disinformazione russa che si rivelarono poi del tutto infondati.
Non bastasse questo, nel gennaio 2021 Facebook sospese l’account di Donald Trump per incitamento alla violenza. Nel 2023 Meta ha ripristinato l’account, dichiarando che il rischio per la sicurezza pubblica è diminuito. Bontà sua.
Nel febbraio 2024 Meta annuncia che Instagram e Threads smetteranno di «raccomandare proattivamente» contenuti politici e un mese dopo viene introdotta l’impostazione «Contenuti politici» nel menu preferenze. Meta sceglie di impostarla su «Limita» di default per tutti gli account mondiali, senza una notifica inviata agli utenti. Ma nel gennaio 2025 Zuckerberg annuncia un parziale ritorno alle origini sulla «libertà di espressione» eliminando il declassamento automatico dei contenuti verificati. Anzi, Meta annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking di terze parti (chiaramente orientati politicamente) per sostituirlo con un sistema di Note della Community, sullo stile di quello del social di Elon Musk, X. Sempre dal gennaio 2025, vengono rimosse le restrizioni automatiche su temi caldi come immigrazione e identità di genere, argomenti che in precedenza venivano spesso nascosti o segnalati dagli algoritmi. Nell’ottobre scorso Meta decide poi di vietare la vendita di pubblicità politica in Europa, definendo le regole europee impossibili da gestire. Il riferimento è alle leggi Ue sulla trasparenza (Ttpa). Secondo Zuckerberg, ora i filtri automatici riguardano solo violazioni illegali come terrorismo o pedopornografia, lasciando che siano gli utenti ad innescare eventuali revisioni sulle altre questioni.
Nel 2018 Mark Zuckerberg testimoniò per due giorni davanti al Congresso degli Stati Uniti sul caso Cambridge Analytica, società di consulenza politica che aveva avuto informazioni su circa 87 milioni di profili Facebook. Vennero avviate indagini della Federal Trade Commission (Ftc), inchieste parlamentari nel Regno Unito e verifiche delle autorità europee per la protezione dei dati. Alla fine, nel 2019, Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Ftc per violazione di un precedente accordo del 2012 sulla tutela della privacy. È la più alta sanzione mai imposta fino ad allora a una società tecnologica negli Stati Uniti.
Tutto ciò rende evidente l’intreccio tra le Big Tech e la politica. Un rapporto che passa attraverso censura e influenza, due strumenti diversi ma affini, utili ora a quelle, ora all’altra.
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