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2021-04-05
La guerra dei radar umani: storia degli aerofonisti ciechi
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Aerofonisti ciechi della III Legione MACA di Genova (courtesy Unione Italiana Ciechi)
L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerei anticipò di pochi mesi lo scoppio del conflitto mondiale e fu sancita dopo un acceso dibattito parlamentare non privo di forti contrapposizioni all'utilizzo di una tale disabilità in guerra. Fu soprattutto la pressione sulle autorità militari da parte del primo presidente dell'Unione Italiana Ciechi a condurre ad una legge che permise ai non vedenti l'arruolamento nell'artiglieria contraerea della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Aurelio Nicolodi (per curiosità bisnonno dell'attrice Asia Argento) era un irredentista trentino che aveva perso la vista durante la Grande Guerra in un'azione sul Monte Sei Busi (Gorizia) ed aveva fondato nel primo dopoguerra l'associazione che raccoglieva i privi della vista allo scopo di migliorarne l'istruzione e l'inserimento nel mondo del lavoro, un concetto ancora agli albori nella prima metà del ventesimo secolo. L'idea di includere i privi della vista nella specialità contraerea gli venne in seguito ad una conversazione che ebbe durante un viaggio in treno con un alto ufficiale del Regio Esercito, il quale gli spiegò che gli artiglieri vedenti venivano spesso bendati nelle esercitazioni di intercettazione acustica per migliorarne la concentrazione. Nicolodi fu illuminato da quella rivelazione e, da cieco, ben sapeva quanto l'udito fosse particolarmente sviluppato negli individui privi della vista, che avrebbero potuto rendersi parte attiva alla difesa nazionale esattamente come i normodotati. Dopo un'intensa attività di lobbying presso i politici e i militari la sua caparbietà fu premiata con una legge, la n. 1827/1939 che sanciva la possibilità per i non vedenti di arruolarsi nell'artiglieria contraerea della MVSN, tramite i centri di riferimento dell'Unione Italiana Ciechi, in qualità di operatori aerofonisti.
L'entusiasmo tra i ciechi italiani si concretizzò in circa 2,500 domande di ammissione in una specialità di artiglieria che, grazie al loro affinatissimo udito, li rendeva più abili degli abili. Non secondario poi era il senso di completa integrazione che il vestire la divisa grigioverde significò per i privi della vista accettati come elementi pienamente attivi nella difesa del territorio italiano.
La situazione dell'artiglieria contraerei alla vigilia dell'ingresso in guerra per l'Italia non era tuttavia tra le più rosee. Dalla Grande Guerra erano ancora in linea pezzi vetusti (come le mitragliatrici Saint Etienne e Fiat o i pezzi campali adattati al tiro contraereo ) mentre fu solo poco prima della guerra che iniziarono ad entrare in linea i pezzi da 75/46 e i "gioielli" da 90/53 (da cui è tratta la famosa espressione "pezzo da 90"). Per quanto riguarda gli strumenti per l'intercettazione a distanza degli aerei nemici, il progresso tecnico aveva permesso di realizzare l'apparecchio meccanico all'epoca più affidabile e diffuso, l'aerofono. Lo strumento, costruito dalle industrie italiane Officine Galileo, Safar e San Giorgio, consisteva di due (o più frequentemente quattro) amplificatori a "tromba" disassati tra loro e uniti con canne ricurve a cuffie ad alto isolamento acustico. Il movimento manuale tramite volantini permetteva di ruotare oppure di alzare e abbassare gli strumenti per seguire la sorgente acustica. Intercettato il rumore l'aerofono forniva i dati e le stime di rotta ad una centralina che forniva l'alzo e registrava la correzione di parallasse a seconda della velocità e della rotta dell'apparecchio. A quel punto il servente della centralina comunicava i dati al pezzo d'artiglieria (spesso con impianti telefonici a cavi scoperti) il quale procedeva al puntamento e al fuoco. All'aerofono erano collegate anche le batterie di fotoelettriche posizionate a una certa distanza dalla postazione di artiglieria per rendere più difficile la localizzazione da parte dei bombardieri o dei caccia di scorta. A loro volta le diverse postazioni di zona erano collegate ad una centrale della difesa contraerea dove un pannello luminoso raccoglieva ed elaborava i dati provenienti dalle varie batterie. Tutte le comunicazioni dovevano giungere entro pochi minuti dal momento in cui nelle cuffie dell'aerofonista veniva captato il suono cupo dei motori degli aeroplani in volo.
Non fu facile la selezione per i ciechi che avevano aderito alla chiamata per il ruolo di aerofonisti: molte prove e settimane di addestramento li attendevano nelle scuole di Nettunia (oggi Nettuno), Gaeta e di altre città della penisola. Inizialmente i ciechi venivano addestrati con un simulatore costruito dalle Officine Galileo dove in una stanza isolata venivano riprodotti diversi suoni, compresi quelli ambientali che l'operatore avrebbe dovuto saper distinguere e separare dall'obiettivo principale dell'aereo in volo (vento, rumore del mare, animali, rumori meccanici ecc.). Quindi nel simulatore veniva riprodotto il suono di un motore d'aviazione, che il cieco doveva distinguere e seguire per poi indicare l'"agganciamento" del bersaglio tramite un pulsante. Sulla tabella luminosa dell'istruttore appariva il risultato con gli eventuali dati da correggere. Quindi l'addestramento proseguiva all'esterno ai comandi di un aerofono vero e proprio, dove l'allievo doveva seguire veri velivoli appositamente decollati per le esercitazioni di tiro contraereo. Una volta terminato l'addestramento, per i non vedenti in grigioverde le possibilità erano di essere inquadrati nei ranghi della MACA (Milizia Artiglieria Contro Aerei) oppure nelle postazioni di difesa costiera della MILMART (Milizia Artiglieria Marittima), divisi in legioni territoriali da cui dipendevano diverse postazioni o PAV (postazioni avvistamento velivoli). Durante la fase bellica saranno 827 i non vedenti arruolati che presero servizio nella difesa contraerea, dalle Alpi alla Sicilia.
Come un cieco può vedere dalle cuffie dell'aerofono
Nell'agosto del 1941 il Comando della MILMART rispose all'appello delle Officine Galileo di Firenze, che chiedevano l'invio di due aerofonisti ciechi presso i laboratori di ricerca al fine di studiare l'uso dell'apparecchio e gli effetti sui serventi per poterne migliorare le prestazioni. I due militi prescelti furono Ferruccio Cagianelli e Mario Petris. Dal rapporto stilato presso i laboratori fiorentini le parole dei due non vedenti dimostrarono ai normodotati qualcosa di straordinario. Terminate le prove, Cagianelli si rivolse ai tecnici della Galileo chiedendo che in ognuno dei padiglioni della cuffia venisse installato un cicalino acustico tarato su un tono acuto di 1500 periodi di frequenza. La richiesta era motivata dal fatto che quell'accorgimento tecnico avrebbe potuto migliorare di molto l'efficacia di collimazione, perché il cieco letteralmente "vedeva" i suoni una volta seduto e indossate le cuffie. Ad un rumore acuto il cervello trasmetteva l'immagine di una sottile linea biancastra verticale larga circa 3 millimetri di fronte al viso dell'ascoltatore, mentre un suono grave (come quello prodotto dai motori degli aerei) generava nel non vedente l'immagine di una macchia di forma circolare di colore tendente al marrone larga circa 3 centimetri, che si spostava nello spazio a seconda del movimento delle onde sonore. In poche parole l'aerofono produceva nel cieco una sorta di "mirino naturale", che permetteva una precisa collimazione dell'obiettivo una volta che la linea verticale si fosse trovata in asse con il cerchio marrone. Dall'aerofono O.G. mod. 40 collegato alla centrale di tiro tipo G.1, Cagianelli e Petris lasciarono a bocca aperta i tecnici e i militari che assistevano alla seduta sperimentale, quando constatarono l'estrema precisione dei dati inviati dall'aerofono all'elaboratore meccanico per l'alzo dei pezzi.
Fuoco nelle tenebre: storie di aerofonisti ciechi negli anni dei grandi bombardamenti sull'Italia
L'anno seguente gli esperimenti di Cagianelli e Petris, finì la relativa calma che aveva risparmiato i cieli d'Italia tra il 1941 e la fine del 1942, e la penisola divenne obiettivo di grandi bombardamenti a tappeto prima da parte del "Bomber Command" della RAF e quindi dell'USAAF. In questo spazio di tempo si collocano le storie magistralmente raccolte da Giorgio Cobolli nell'opera unica (ed ormai introvabile) "Gli Aerofonisti Ciechi durante la Seconda Guerra Mondiale" (edizione Unione Italiana Ciechi). I racconti personali dei militi vissuti nel buio dei loro occhi, fanno luce sulla durissima vita dei serventi delle batterie contraeree e della loro esposizione totale al fuoco nemico, alla cui furia devastante gli aerofonisti ciechi non potevano sottrarsi come gli altri commilitoni vedenti. Fortunatamente, il bilancio totale delle vittime tra i ciechi fu estremamente basso e dai dati a disposizione si sono accertati un morto per fuoco aereo, due per malattia e 17 feriti. La loro esperienza con la divisa terminò alla firma dell'armistizio con lo scioglimento della MVSN, ma le loro fatiche proseguiranno fino alla fine della guerra e oltre. Ecco alcune delle loro storie in breve, vissute nelle postazioni contraeree di tutta Italia dove solo verso la fine del 1943 furono installati i pochissimi radar prodotti dalle officine San Giorgio di Pistoia, che verranno rase al suolo proprio da una violenta incursione aerea alleata il 19 maggio 1944 prima di poter portare a termine la produzione delle apparecchiature.
Antonio Battistella di San Donà di Piave (Venezia) servì nella XI Legione MACA di Trieste, dove fu assegnato all'aerofono in località Monrupino del Carso, oggi in territorio sloveno. Il 9 settembre 1943 fu catturato dai partigiani titini e messo al muro nonostante la sua condizione di disabilità. Fu per un caso (che Antonio definì piuttosto un miracolo) che non fosse stato fucilato sul posto. Per intercessione dei compagni d'armi fu rinchiuso in una pensione come prigioniero e recuperato soltanto diversi giorni dopo dalla sorella.
Francesco Coppola, napoletano, fu assegnato dalla XIX Legione MACA alla batteria di San Giovanni a Teduccio. Qui rimase per un periodo senza il compagno che fu posto a riposo per malattia e si sentì inutile, dopo essere stato sostituito da personale vedente. Decise allora per una soluzione azzardata per un cieco, alla quale inizialmente i suoi superiori rifiutarono categoricamente di acconsentire. Ma l'insistenza di Francesco ebbe ragione sui timori, ottenendo alla fine il pericolosissimo compito di "scappucciatore" di proiettili fianco a fianco dei serventi dei cannoni. Era un compito delicatissimo anche per un vedente che Coppola, con una dedizione e un'attenzione massima, riuscì a portare a termine (con il cuore in gola e le gambe tremanti come ammise) in uno dei numerosi e violentissimi bombardamenti su Napoli durante il quale la sua batteria fu sfiorata da un ordigno di grosso calibro che per poco non li avrebbe fatti a pezzi.
Manrico Mione era diventato cieco da bambino per gli effetti di un ordigno inesploso della Grande Guerra. Arruolatosi nella XI legione MACA di Trieste fu assegnato al posto di ascolto di Duino del Timavo (oggi Slovenia) con il cieco ed amico Olivo Rizzo. Del servizio svolto come aerofonista ricordò con piacere quando fu in grado di aiutare i commilitoni vedenti nella raccolta e nel taglio della legna per le stufe. Dopo l' 8 settembre, durante la fuga rocambolesca verso casa, terminò la guerra nelle file della resistenza.
Francesco Ortensio di Bitonto, arruolatosi nel 1942, fu assegnato come Mione alla XI Legione MACA di Trieste. All'8 settembre è dapprima arrestato dai Tedeschi, quindi riconsegnato agli Italiani e congedato contestualmente. Il suo viaggio verso casa, tra brevi tratti in treno e lunghi tratti a piedi, durò dieci giorni.
Giuseppe Pollara da Petralia Soprana in provincia di Palermo era rimasto cieco per lo scoppio accidentale di una mina durante il lavoro in una cava. Era sposato con un figlio quando rispose alla chiamata alle armi come aerofonista, inquadrato nella XXII Legione Maca di Palermo che lo destinò alla protezione dell'aeroporto militare di Boccadifalco. La postazione dove era stato installato l'aerofono si trovava in una zona estremamente impervia, sulle alture dell'entroterra palermitano in località Torre Sant'Anna. Solo l'impresa di raggiungere la postazione attraverso sentieri dissestati risultava una prova molto impegnativa per un non vedente. Nella sua divisa grigioverde della Milizia contraerea con la scritta "cieco" ricamata in caratteri dorati Giuseppe passò lunghe notti all'aerofono fino a quando, il 25 maggio 1943 per poco non rimase ucciso durante un incursione dell'Usaaf che aveva come obiettivo proprio l'aeroporto di Boccadifalco, centrato da una grande formazione mista di bombardieri pesanti, medi e caccia decollata dalle basi nordafricane. Dalla pioggia di morte sputata dalle pance dei bombardieri Giuseppe fortunatamente rimediò soltanto una scheggia conficcata nell'elmetto quando, immobile, era rimasto attaccato all'aerofono dopo essersi tolto le cuffie per il fragore insopportabile amplificato dal macchinario, mentre i suoi commilitoni vedenti avevano trovato rifugio. Poco più tardi sarà trasferito alla batteria di Sambuca di Sicilia anche questa volta a protezione di un aeroporto, quello di Sciacca in provincia di Agrigento. Colto dallo sbarco alleato del luglio 1943, ritornò a Petralia a piedi dopo un viaggio durato quattro giorni.
Il Professore di filosofia Severino Schiff, udinese di nascita e bolognese di adozione, rimase cieco all'età di quattro anni per lo scoppio di un residuato bellico della Grande Guerra. Da Bologna, arruolatosi aerofonista volontario, fu trasferito alla batteria di Casamassima in provincia di Bari di competenza della XX Legione MACA, dove operò per un periodo assieme al concittadino e amico non vedente Nardecchia. Schiff ricorda nella sua testimonianza l'estrema soddisfazione che provò quando i dati provenienti dal suo aerofono furono talmente precisi che un bombardiere fu centrato in pieno e cadde a poca distanza dalla trincea parabolica dove era installato l'apparecchio di ascolto. Il suo amico Eliseo Nardecchia, residente anche lui a Bologna, dopo l'arruolamento fu inizialmente destinato in zona Castelletto-Serravalle di competenza della XII Legione della città felsinea. Fu il giovane non vedente ad accorgersi per primo dell'errato posizionamento dell'aerofono in quanto disturbato dalla vicinanza delle baracche di alloggiamento e dalla posizione stabilita scorrettamente ad un livello inferiore alla batteria, fatto che ne limitava decisamente l'efficienza. Durante la permanenza Eliseo trovò il modo di intrattenere tutti i commilitoni montando una vecchia radio galenica alla quale aveva apportato una originale modifica stendendo fili di rame a fare da antenna sul fianco del colle. In seguito sarà trasferito a Bari, dove ritroverà l'amico Severino Schiff, per essere quindi destinato alla batteria di Cassano Murge. Nardecchia partecipò alla difesa durante uno dei più intensi bombardamenti su Bari avvenuto il lunedì di Pasqua del 1943, che costò 14 morti e centinaia di feriti tra la popolazione civile. All'armistizio il bolognese si ritrova tra due fuochi, temendo sia la rappresaglia dei Tedeschi in ritirata che l'avanzata anglo-americana. Sarà più tardi testimone del "ribaltamento" del fronte del cielo quando la Luftwaffe colpirà violentemente il territorio del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943, periodo in cui sia lui che l'amico Schiff patirono letteralmente la fame non ricevendo più il rancio della Milizia dissolta dopo l'armistizio. La svolta per i due non vedenti, entrambi validi musicisti, venne dal ricostituito Esercito del Sud nei ranghi del quale i due amici finirono la guerra incorporati nella banda militare.
Foino Marucchi, classe 1898 si arruolò presso la V legione Maca di Milano a protezione dello strategico stabilimento aeronautico Caproni di Taliedo. Alla batteria fu umiliato da un sedicente superiore che evidentemente non gradiva la presenza di un non vedente nel suo gruppo. Il graduato gli aveva consegnato un fucile, affermando sprezzante che se un cieco si considerava un soldato "come gli altri", allora avrebbe dovuto saper usare l'arma individuale. Marucchi non si lasciò scoraggiare dall'affronto e una notte, mentre si trovava in servizio, sentì nelle cuffie dell'aerofono un fruscio sospetto provenire dalla vicina vegetazione, che il suo udito sopraffino localizzò perfettamente. Imbracciato il fucile, si diresse dalla parte del rumore e intimò urlando la parola d'ordine con il colpo in canna. Pochi istanti dopo una voce rispondeva tremante: "Trieste!". Era proprio quel superiore che lo aveva sottovalutato che, terreo in volto, avanzò le mani in alto verso Marucchi.
Dino Viacava, cieco dalla nascita, studiò a Firenze nelle scuole speciali volute dal presidente dell'Unione Aurelio Nicolodi. Assegnato alla MILMART prese parte alle prove sperimentali sul litorale di Viareggio dove ricorda di aver inseguito con l'aerofono un idrovolante decollato appositamente da Orbetello. Nel 1941 è inquadrato nella XIII legione di Livorno, mentre Giuseppe Graziano, classe 1918 e cieco per atrofia dei bulbi oculari, entrò nel 1940 nella MILMART di Trapani a difesa dell'aeroporto militare di Trapani-Milo. L'1 aprile 1943 alle 15:20 gli Americani presero di mira la pista d'atterraggio, arrecando gravi danni e distruzione anche al porto della città siciliana. L' aerofonista ricorda la strage avvenuta nel rifugio del Comando della Regia Marina, dove una bomba dirompente uccise tutti i militari presenti. Passata la tempesta, un giorno si trovava nei pressi di una fontana pubblica quando gli si avvicinò una giovane donna disperata che accompagnava due bambini piccoli segnati dalla fame. La giovane si rivolse a Graziano domandandogli se avesse del pane da vendergli. L'aerofonista non ebbe esitazione: prese immediatamente due filoni di pane non chiedendo nulla in cambio, perché quella per lui era l'etica di un soldato. Anzi, Giuseppe fece molto di più per quella famiglia allo stremo, chiedendo ed ottenendo il permesso di ospitare ogni giorno i due bambini alla mensa della batteria. Nei suoi ricordi emerge la generale stima che godette durante il servizio a Trapani, eccezion fatta per un episodio avvenuto a ridosso di un bombardamento quando un'anziana trapanese osò sputargli addosso urlando che le incursioni avrebbero avuto successo finché la popolazione fosse stata difesa da "derelitti" come i ciechi.
Antonio Mazzeo perse la vista per uno spruzzo di calce viva sul lavoro. Pugliese di San Severo della classe 1923, si arruolò volontario a ridosso dell'armistizio e inviato alla MACA di Trieste, dove ricorda il caos e l'indifferenza delle persone e dei commilitoni sbandati dalla resa dell'Italia. Fu lui che, avendo un residuo visivo di appena 1/50 dovette accompagnare il compagno non vedente Carlo Antiga fino a Valdobbiadene, per poi affrontare un viaggio di oltre 600 chilometri percorsi per la maggior parte a piedi fino a San Severo nascondendosi dai Tedeschi che deportavano gli italiani sbandati.
Molto credente, Mazzeo dichiarò nelle sue memorie che " Lo Spirito Santo ci ha accompagnati in quel viaggio di ritorno verso le nostre case, perché fummo lasciati soli, noi due ciechi, in mezzo a quella bufera militare dove la solidarietà era sconosciuta". (Cobolli, Op.cit.)
Storia di Enrico Tiana, l'aerofonista caduto
Enrico Tiana era nato cieco nel 1916 ad Arbus, in Sardegna. Formatosi alle scuole speciali come musicista, nel 1940 aderisce con entusiasmo al bando di arruolamento nella Milizia contraerea. L'addestramento nella scuola aerofonisti di Cagliari lo vide uscire primo in graduatoria, superando molti compagni di corso vedenti. Dal settembre 1941 al gennaio 1942 con la XVII Legione fu assegnato alla postazione antiaerea di Flumentorgiu a sud di Oristano ed in seguito a quella di Fenustruvu, nella postazione di artiglieria costiera nei pressi di Piscinas di Arbus, vicino al paese natale. Durante il servizio il giovane artigliere aerofonista lasciò un diario destinato alla madre e scritto in caratteri speciali destinati ai vedenti. Dalle pagine emerge un commuovente spaccato della vita quotidiana di un cieco in una postazione contraerea, dove il servizio svolto prevalentemente nelle ore notturne era intervallato da momenti di svago (la pesca dei ricci, le nuotate guidato dalla voce dei compagni sulla riva, le serate musicali e l'approssimarsi dei temporali ascoltati all'aerofono in anticipo). Enrico era un'anima gentile, affrontava le lunghe notti sul sedile
metallico dell'aerofono con diligenza esposto a qualunque condizione climatica. Tutto finì improvvisamente il 26 agosto 1943 quando Tiana aveva intercettato una formazione di aerei nemici in transito ed aveva dato l'allarme. Si trattava di cacciabombardieri Curtiss P-40 Warhawk del 325° Fighter Group che avevano colpito Carloforte e si stavano allontanando. All'improvviso uno degli incursori si sganciò dalla formazione e puntò dritto alla postazione contraerea di Fenustruvu. Istanti più tardi il caccia americano a volo radente vomitò il suo carico di morte dalle mitragliatrici Browning, che falciarono Enrico Tiana e i due commilitoni Concas e Porcu, tra cui uno era il suo accompagnatore. La salma di Tiana fu recuperata dal marconista di Arbus Adolfo Atzeni e dal capomanipolo MVSN Mario Salezzari e composta nella chiesa di Arbus, dove i tre caduti furono vegliati da un picchetto misto della Milizia e dei Marò del Battaglione San Marco. Enrico Tiana fu decorato con la Croce di Guerra, che soltanto anni dopo sarà ritirata dal fratello Angelo assieme all'encomio del Distretto Militare di Cagliari.
Terminata la guerra, per gli aerofonisti e più in generale per tutti i non vedenti d'Italia si apriva un periodo di incertezze e di difficoltà dovute alla crisi profonda che il Paese dovette affrontare nei primi anni del dopoguerra. Tornati alla vita civile, gli ex militi della difesa contraerea intrapresero diverse strade (centralinisti, fisioterapisti, insegnanti) supportati costantemente dalla guida illuminata del neo presidente dell'Unione Italiana Ciechi Paolo Bentivoglio, succeduto a Nicolodi nel 1945. Il riconoscimento ufficiale dell'opera degli aerofonisti ciechi durante la guerra si ottenne nel 1988 in seguito alla richiesta da parte dell'UIC all'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Alla presenza del Ministro della Difesa Valerio Zanone gli aerofonisti ciechi superstiti furono tutti insigniti della Croce di Cavaliere al Merito dell'Ordine Militare della Repubblica. Era il 3 giugno 1988 e più di quarant'anni dopo la fine della guerra fu riconosciuto il valore di chi, pur soffrendo una grave disabilità, si era offerto volontario per un delicatissimo compito che fu sempre di difesa e che fornì per gli anni più bui la protezione di un occhio vigile, garantito da coloro ai quali la sorte aveva spento la vista.
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Si fatica persino ad immaginare, ad ottant'anni di distanza, cosa possano avere vissuto gli uomini della contraerea impegnati nella difesa del territorio italiano quando l'inferno si scatenò dal cielo in migliaia di incursioni che colpirono tutta la penisola tra il 1940 e il 1945. Ancora più sbalorditi si rimane quando si scopre che diverse centinaia di questi "radar umani" erano persone prive della vista.L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerei anticipò di pochi mesi lo scoppio del conflitto mondiale e fu sancita dopo un acceso dibattito parlamentare non privo di forti contrapposizioni all'utilizzo di una tale disabilità in guerra. Fu soprattutto la pressione sulle autorità militari da parte del primo presidente dell'Unione Italiana Ciechi a condurre ad una legge che permise ai non vedenti l'arruolamento nell'artiglieria contraerea della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Aurelio Nicolodi (per curiosità bisnonno dell'attrice Asia Argento) era un irredentista trentino che aveva perso la vista durante la Grande Guerra in un'azione sul Monte Sei Busi (Gorizia) ed aveva fondato nel primo dopoguerra l'associazione che raccoglieva i privi della vista allo scopo di migliorarne l'istruzione e l'inserimento nel mondo del lavoro, un concetto ancora agli albori nella prima metà del ventesimo secolo. L'idea di includere i privi della vista nella specialità contraerea gli venne in seguito ad una conversazione che ebbe durante un viaggio in treno con un alto ufficiale del Regio Esercito, il quale gli spiegò che gli artiglieri vedenti venivano spesso bendati nelle esercitazioni di intercettazione acustica per migliorarne la concentrazione. Nicolodi fu illuminato da quella rivelazione e, da cieco, ben sapeva quanto l'udito fosse particolarmente sviluppato negli individui privi della vista, che avrebbero potuto rendersi parte attiva alla difesa nazionale esattamente come i normodotati. Dopo un'intensa attività di lobbying presso i politici e i militari la sua caparbietà fu premiata con una legge, la n. 1827/1939 che sanciva la possibilità per i non vedenti di arruolarsi nell'artiglieria contraerea della MVSN, tramite i centri di riferimento dell'Unione Italiana Ciechi, in qualità di operatori aerofonisti.L'entusiasmo tra i ciechi italiani si concretizzò in circa 2,500 domande di ammissione in una specialità di artiglieria che, grazie al loro affinatissimo udito, li rendeva più abili degli abili. Non secondario poi era il senso di completa integrazione che il vestire la divisa grigioverde significò per i privi della vista accettati come elementi pienamente attivi nella difesa del territorio italiano. La situazione dell'artiglieria contraerei alla vigilia dell'ingresso in guerra per l'Italia non era tuttavia tra le più rosee. Dalla Grande Guerra erano ancora in linea pezzi vetusti (come le mitragliatrici Saint Etienne e Fiat o i pezzi campali adattati al tiro contraereo ) mentre fu solo poco prima della guerra che iniziarono ad entrare in linea i pezzi da 75/46 e i "gioielli" da 90/53 (da cui è tratta la famosa espressione "pezzo da 90"). Per quanto riguarda gli strumenti per l'intercettazione a distanza degli aerei nemici, il progresso tecnico aveva permesso di realizzare l'apparecchio meccanico all'epoca più affidabile e diffuso, l'aerofono. Lo strumento, costruito dalle industrie italiane Officine Galileo, Safar e San Giorgio, consisteva di due (o più frequentemente quattro) amplificatori a "tromba" disassati tra loro e uniti con canne ricurve a cuffie ad alto isolamento acustico. Il movimento manuale tramite volantini permetteva di ruotare oppure di alzare e abbassare gli strumenti per seguire la sorgente acustica. Intercettato il rumore l'aerofono forniva i dati e le stime di rotta ad una centralina che forniva l'alzo e registrava la correzione di parallasse a seconda della velocità e della rotta dell'apparecchio. A quel punto il servente della centralina comunicava i dati al pezzo d'artiglieria (spesso con impianti telefonici a cavi scoperti) il quale procedeva al puntamento e al fuoco. All'aerofono erano collegate anche le batterie di fotoelettriche posizionate a una certa distanza dalla postazione di artiglieria per rendere più difficile la localizzazione da parte dei bombardieri o dei caccia di scorta. A loro volta le diverse postazioni di zona erano collegate ad una centrale della difesa contraerea dove un pannello luminoso raccoglieva ed elaborava i dati provenienti dalle varie batterie. Tutte le comunicazioni dovevano giungere entro pochi minuti dal momento in cui nelle cuffie dell'aerofonista veniva captato il suono cupo dei motori degli aeroplani in volo. Non fu facile la selezione per i ciechi che avevano aderito alla chiamata per il ruolo di aerofonisti: molte prove e settimane di addestramento li attendevano nelle scuole di Nettunia (oggi Nettuno), Gaeta e di altre città della penisola. Inizialmente i ciechi venivano addestrati con un simulatore costruito dalle Officine Galileo dove in una stanza isolata venivano riprodotti diversi suoni, compresi quelli ambientali che l'operatore avrebbe dovuto saper distinguere e separare dall'obiettivo principale dell'aereo in volo (vento, rumore del mare, animali, rumori meccanici ecc.). Quindi nel simulatore veniva riprodotto il suono di un motore d'aviazione, che il cieco doveva distinguere e seguire per poi indicare l'"agganciamento" del bersaglio tramite un pulsante. Sulla tabella luminosa dell'istruttore appariva il risultato con gli eventuali dati da correggere. Quindi l'addestramento proseguiva all'esterno ai comandi di un aerofono vero e proprio, dove l'allievo doveva seguire veri velivoli appositamente decollati per le esercitazioni di tiro contraereo. Una volta terminato l'addestramento, per i non vedenti in grigioverde le possibilità erano di essere inquadrati nei ranghi della MACA (Milizia Artiglieria Contro Aerei) oppure nelle postazioni di difesa costiera della MILMART (Milizia Artiglieria Marittima), divisi in legioni territoriali da cui dipendevano diverse postazioni o PAV (postazioni avvistamento velivoli). Durante la fase bellica saranno 827 i non vedenti arruolati che presero servizio nella difesa contraerea, dalle Alpi alla Sicilia.Come un cieco può vedere dalle cuffie dell'aerofonoNell'agosto del 1941 il Comando della MILMART rispose all'appello delle Officine Galileo di Firenze, che chiedevano l'invio di due aerofonisti ciechi presso i laboratori di ricerca al fine di studiare l'uso dell'apparecchio e gli effetti sui serventi per poterne migliorare le prestazioni. I due militi prescelti furono Ferruccio Cagianelli e Mario Petris. Dal rapporto stilato presso i laboratori fiorentini le parole dei due non vedenti dimostrarono ai normodotati qualcosa di straordinario. Terminate le prove, Cagianelli si rivolse ai tecnici della Galileo chiedendo che in ognuno dei padiglioni della cuffia venisse installato un cicalino acustico tarato su un tono acuto di 1500 periodi di frequenza. La richiesta era motivata dal fatto che quell'accorgimento tecnico avrebbe potuto migliorare di molto l'efficacia di collimazione, perché il cieco letteralmente "vedeva" i suoni una volta seduto e indossate le cuffie. Ad un rumore acuto il cervello trasmetteva l'immagine di una sottile linea biancastra verticale larga circa 3 millimetri di fronte al viso dell'ascoltatore, mentre un suono grave (come quello prodotto dai motori degli aerei) generava nel non vedente l'immagine di una macchia di forma circolare di colore tendente al marrone larga circa 3 centimetri, che si spostava nello spazio a seconda del movimento delle onde sonore. In poche parole l'aerofono produceva nel cieco una sorta di "mirino naturale", che permetteva una precisa collimazione dell'obiettivo una volta che la linea verticale si fosse trovata in asse con il cerchio marrone. Dall'aerofono O.G. mod. 40 collegato alla centrale di tiro tipo G.1, Cagianelli e Petris lasciarono a bocca aperta i tecnici e i militari che assistevano alla seduta sperimentale, quando constatarono l'estrema precisione dei dati inviati dall'aerofono all'elaboratore meccanico per l'alzo dei pezzi.Fuoco nelle tenebre: storie di aerofonisti ciechi negli anni dei grandi bombardamenti sull'ItaliaL'anno seguente gli esperimenti di Cagianelli e Petris, finì la relativa calma che aveva risparmiato i cieli d'Italia tra il 1941 e la fine del 1942, e la penisola divenne obiettivo di grandi bombardamenti a tappeto prima da parte del "Bomber Command" della RAF e quindi dell'USAAF. In questo spazio di tempo si collocano le storie magistralmente raccolte da Giorgio Cobolli nell'opera unica (ed ormai introvabile) "Gli Aerofonisti Ciechi durante la Seconda Guerra Mondiale" (edizione Unione Italiana Ciechi). I racconti personali dei militi vissuti nel buio dei loro occhi, fanno luce sulla durissima vita dei serventi delle batterie contraeree e della loro esposizione totale al fuoco nemico, alla cui furia devastante gli aerofonisti ciechi non potevano sottrarsi come gli altri commilitoni vedenti. Fortunatamente, il bilancio totale delle vittime tra i ciechi fu estremamente basso e dai dati a disposizione si sono accertati un morto per fuoco aereo, due per malattia e 17 feriti. La loro esperienza con la divisa terminò alla firma dell'armistizio con lo scioglimento della MVSN, ma le loro fatiche proseguiranno fino alla fine della guerra e oltre. Ecco alcune delle loro storie in breve, vissute nelle postazioni contraeree di tutta Italia dove solo verso la fine del 1943 furono installati i pochissimi radar prodotti dalle officine San Giorgio di Pistoia, che verranno rase al suolo proprio da una violenta incursione aerea alleata il 19 maggio 1944 prima di poter portare a termine la produzione delle apparecchiature. Antonio Battistella di San Donà di Piave (Venezia) servì nella XI Legione MACA di Trieste, dove fu assegnato all'aerofono in località Monrupino del Carso, oggi in territorio sloveno. Il 9 settembre 1943 fu catturato dai partigiani titini e messo al muro nonostante la sua condizione di disabilità. Fu per un caso (che Antonio definì piuttosto un miracolo) che non fosse stato fucilato sul posto. Per intercessione dei compagni d'armi fu rinchiuso in una pensione come prigioniero e recuperato soltanto diversi giorni dopo dalla sorella.Francesco Coppola, napoletano, fu assegnato dalla XIX Legione MACA alla batteria di San Giovanni a Teduccio. Qui rimase per un periodo senza il compagno che fu posto a riposo per malattia e si sentì inutile, dopo essere stato sostituito da personale vedente. Decise allora per una soluzione azzardata per un cieco, alla quale inizialmente i suoi superiori rifiutarono categoricamente di acconsentire. Ma l'insistenza di Francesco ebbe ragione sui timori, ottenendo alla fine il pericolosissimo compito di "scappucciatore" di proiettili fianco a fianco dei serventi dei cannoni. Era un compito delicatissimo anche per un vedente che Coppola, con una dedizione e un'attenzione massima, riuscì a portare a termine (con il cuore in gola e le gambe tremanti come ammise) in uno dei numerosi e violentissimi bombardamenti su Napoli durante il quale la sua batteria fu sfiorata da un ordigno di grosso calibro che per poco non li avrebbe fatti a pezzi.Manrico Mione era diventato cieco da bambino per gli effetti di un ordigno inesploso della Grande Guerra. Arruolatosi nella XI legione MACA di Trieste fu assegnato al posto di ascolto di Duino del Timavo (oggi Slovenia) con il cieco ed amico Olivo Rizzo. Del servizio svolto come aerofonista ricordò con piacere quando fu in grado di aiutare i commilitoni vedenti nella raccolta e nel taglio della legna per le stufe. Dopo l' 8 settembre, durante la fuga rocambolesca verso casa, terminò la guerra nelle file della resistenza. Francesco Ortensio di Bitonto, arruolatosi nel 1942, fu assegnato come Mione alla XI Legione MACA di Trieste. All'8 settembre è dapprima arrestato dai Tedeschi, quindi riconsegnato agli Italiani e congedato contestualmente. Il suo viaggio verso casa, tra brevi tratti in treno e lunghi tratti a piedi, durò dieci giorni. Giuseppe Pollara da Petralia Soprana in provincia di Palermo era rimasto cieco per lo scoppio accidentale di una mina durante il lavoro in una cava. Era sposato con un figlio quando rispose alla chiamata alle armi come aerofonista, inquadrato nella XXII Legione Maca di Palermo che lo destinò alla protezione dell'aeroporto militare di Boccadifalco. La postazione dove era stato installato l'aerofono si trovava in una zona estremamente impervia, sulle alture dell'entroterra palermitano in località Torre Sant'Anna. Solo l'impresa di raggiungere la postazione attraverso sentieri dissestati risultava una prova molto impegnativa per un non vedente. Nella sua divisa grigioverde della Milizia contraerea con la scritta "cieco" ricamata in caratteri dorati Giuseppe passò lunghe notti all'aerofono fino a quando, il 25 maggio 1943 per poco non rimase ucciso durante un incursione dell'Usaaf che aveva come obiettivo proprio l'aeroporto di Boccadifalco, centrato da una grande formazione mista di bombardieri pesanti, medi e caccia decollata dalle basi nordafricane. Dalla pioggia di morte sputata dalle pance dei bombardieri Giuseppe fortunatamente rimediò soltanto una scheggia conficcata nell'elmetto quando, immobile, era rimasto attaccato all'aerofono dopo essersi tolto le cuffie per il fragore insopportabile amplificato dal macchinario, mentre i suoi commilitoni vedenti avevano trovato rifugio. Poco più tardi sarà trasferito alla batteria di Sambuca di Sicilia anche questa volta a protezione di un aeroporto, quello di Sciacca in provincia di Agrigento. Colto dallo sbarco alleato del luglio 1943, ritornò a Petralia a piedi dopo un viaggio durato quattro giorni.Il Professore di filosofia Severino Schiff, udinese di nascita e bolognese di adozione, rimase cieco all'età di quattro anni per lo scoppio di un residuato bellico della Grande Guerra. Da Bologna, arruolatosi aerofonista volontario, fu trasferito alla batteria di Casamassima in provincia di Bari di competenza della XX Legione MACA, dove operò per un periodo assieme al concittadino e amico non vedente Nardecchia. Schiff ricorda nella sua testimonianza l'estrema soddisfazione che provò quando i dati provenienti dal suo aerofono furono talmente precisi che un bombardiere fu centrato in pieno e cadde a poca distanza dalla trincea parabolica dove era installato l'apparecchio di ascolto. Il suo amico Eliseo Nardecchia, residente anche lui a Bologna, dopo l'arruolamento fu inizialmente destinato in zona Castelletto-Serravalle di competenza della XII Legione della città felsinea. Fu il giovane non vedente ad accorgersi per primo dell'errato posizionamento dell'aerofono in quanto disturbato dalla vicinanza delle baracche di alloggiamento e dalla posizione stabilita scorrettamente ad un livello inferiore alla batteria, fatto che ne limitava decisamente l'efficienza. Durante la permanenza Eliseo trovò il modo di intrattenere tutti i commilitoni montando una vecchia radio galenica alla quale aveva apportato una originale modifica stendendo fili di rame a fare da antenna sul fianco del colle. In seguito sarà trasferito a Bari, dove ritroverà l'amico Severino Schiff, per essere quindi destinato alla batteria di Cassano Murge. Nardecchia partecipò alla difesa durante uno dei più intensi bombardamenti su Bari avvenuto il lunedì di Pasqua del 1943, che costò 14 morti e centinaia di feriti tra la popolazione civile. All'armistizio il bolognese si ritrova tra due fuochi, temendo sia la rappresaglia dei Tedeschi in ritirata che l'avanzata anglo-americana. Sarà più tardi testimone del "ribaltamento" del fronte del cielo quando la Luftwaffe colpirà violentemente il territorio del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943, periodo in cui sia lui che l'amico Schiff patirono letteralmente la fame non ricevendo più il rancio della Milizia dissolta dopo l'armistizio. La svolta per i due non vedenti, entrambi validi musicisti, venne dal ricostituito Esercito del Sud nei ranghi del quale i due amici finirono la guerra incorporati nella banda militare. Foino Marucchi, classe 1898 si arruolò presso la V legione Maca di Milano a protezione dello strategico stabilimento aeronautico Caproni di Taliedo. Alla batteria fu umiliato da un sedicente superiore che evidentemente non gradiva la presenza di un non vedente nel suo gruppo. Il graduato gli aveva consegnato un fucile, affermando sprezzante che se un cieco si considerava un soldato "come gli altri", allora avrebbe dovuto saper usare l'arma individuale. Marucchi non si lasciò scoraggiare dall'affronto e una notte, mentre si trovava in servizio, sentì nelle cuffie dell'aerofono un fruscio sospetto provenire dalla vicina vegetazione, che il suo udito sopraffino localizzò perfettamente. Imbracciato il fucile, si diresse dalla parte del rumore e intimò urlando la parola d'ordine con il colpo in canna. Pochi istanti dopo una voce rispondeva tremante: "Trieste!". Era proprio quel superiore che lo aveva sottovalutato che, terreo in volto, avanzò le mani in alto verso Marucchi. Dino Viacava, cieco dalla nascita, studiò a Firenze nelle scuole speciali volute dal presidente dell'Unione Aurelio Nicolodi. Assegnato alla MILMART prese parte alle prove sperimentali sul litorale di Viareggio dove ricorda di aver inseguito con l'aerofono un idrovolante decollato appositamente da Orbetello. Nel 1941 è inquadrato nella XIII legione di Livorno, mentre Giuseppe Graziano, classe 1918 e cieco per atrofia dei bulbi oculari, entrò nel 1940 nella MILMART di Trapani a difesa dell'aeroporto militare di Trapani-Milo. L'1 aprile 1943 alle 15:20 gli Americani presero di mira la pista d'atterraggio, arrecando gravi danni e distruzione anche al porto della città siciliana. L' aerofonista ricorda la strage avvenuta nel rifugio del Comando della Regia Marina, dove una bomba dirompente uccise tutti i militari presenti. Passata la tempesta, un giorno si trovava nei pressi di una fontana pubblica quando gli si avvicinò una giovane donna disperata che accompagnava due bambini piccoli segnati dalla fame. La giovane si rivolse a Graziano domandandogli se avesse del pane da vendergli. L'aerofonista non ebbe esitazione: prese immediatamente due filoni di pane non chiedendo nulla in cambio, perché quella per lui era l'etica di un soldato. Anzi, Giuseppe fece molto di più per quella famiglia allo stremo, chiedendo ed ottenendo il permesso di ospitare ogni giorno i due bambini alla mensa della batteria. Nei suoi ricordi emerge la generale stima che godette durante il servizio a Trapani, eccezion fatta per un episodio avvenuto a ridosso di un bombardamento quando un'anziana trapanese osò sputargli addosso urlando che le incursioni avrebbero avuto successo finché la popolazione fosse stata difesa da "derelitti" come i ciechi.Antonio Mazzeo perse la vista per uno spruzzo di calce viva sul lavoro. Pugliese di San Severo della classe 1923, si arruolò volontario a ridosso dell'armistizio e inviato alla MACA di Trieste, dove ricorda il caos e l'indifferenza delle persone e dei commilitoni sbandati dalla resa dell'Italia. Fu lui che, avendo un residuo visivo di appena 1/50 dovette accompagnare il compagno non vedente Carlo Antiga fino a Valdobbiadene, per poi affrontare un viaggio di oltre 600 chilometri percorsi per la maggior parte a piedi fino a San Severo nascondendosi dai Tedeschi che deportavano gli italiani sbandati.Molto credente, Mazzeo dichiarò nelle sue memorie che " Lo Spirito Santo ci ha accompagnati in quel viaggio di ritorno verso le nostre case, perché fummo lasciati soli, noi due ciechi, in mezzo a quella bufera militare dove la solidarietà era sconosciuta". (Cobolli, Op.cit.)Storia di Enrico Tiana, l'aerofonista cadutoEnrico Tiana era nato cieco nel 1916 ad Arbus, in Sardegna. Formatosi alle scuole speciali come musicista, nel 1940 aderisce con entusiasmo al bando di arruolamento nella Milizia contraerea. L'addestramento nella scuola aerofonisti di Cagliari lo vide uscire primo in graduatoria, superando molti compagni di corso vedenti. Dal settembre 1941 al gennaio 1942 con la XVII Legione fu assegnato alla postazione antiaerea di Flumentorgiu a sud di Oristano ed in seguito a quella di Fenustruvu, nella postazione di artiglieria costiera nei pressi di Piscinas di Arbus, vicino al paese natale. Durante il servizio il giovane artigliere aerofonista lasciò un diario destinato alla madre e scritto in caratteri speciali destinati ai vedenti. Dalle pagine emerge un commuovente spaccato della vita quotidiana di un cieco in una postazione contraerea, dove il servizio svolto prevalentemente nelle ore notturne era intervallato da momenti di svago (la pesca dei ricci, le nuotate guidato dalla voce dei compagni sulla riva, le serate musicali e l'approssimarsi dei temporali ascoltati all'aerofono in anticipo). Enrico era un'anima gentile, affrontava le lunghe notti sul sedile metallico dell'aerofono con diligenza esposto a qualunque condizione climatica. Tutto finì improvvisamente il 26 agosto 1943 quando Tiana aveva intercettato una formazione di aerei nemici in transito ed aveva dato l'allarme. Si trattava di cacciabombardieri Curtiss P-40 Warhawk del 325° Fighter Group che avevano colpito Carloforte e si stavano allontanando. All'improvviso uno degli incursori si sganciò dalla formazione e puntò dritto alla postazione contraerea di Fenustruvu. Istanti più tardi il caccia americano a volo radente vomitò il suo carico di morte dalle mitragliatrici Browning, che falciarono Enrico Tiana e i due commilitoni Concas e Porcu, tra cui uno era il suo accompagnatore. La salma di Tiana fu recuperata dal marconista di Arbus Adolfo Atzeni e dal capomanipolo MVSN Mario Salezzari e composta nella chiesa di Arbus, dove i tre caduti furono vegliati da un picchetto misto della Milizia e dei Marò del Battaglione San Marco. Enrico Tiana fu decorato con la Croce di Guerra, che soltanto anni dopo sarà ritirata dal fratello Angelo assieme all'encomio del Distretto Militare di Cagliari. Terminata la guerra, per gli aerofonisti e più in generale per tutti i non vedenti d'Italia si apriva un periodo di incertezze e di difficoltà dovute alla crisi profonda che il Paese dovette affrontare nei primi anni del dopoguerra. Tornati alla vita civile, gli ex militi della difesa contraerea intrapresero diverse strade (centralinisti, fisioterapisti, insegnanti) supportati costantemente dalla guida illuminata del neo presidente dell'Unione Italiana Ciechi Paolo Bentivoglio, succeduto a Nicolodi nel 1945. Il riconoscimento ufficiale dell'opera degli aerofonisti ciechi durante la guerra si ottenne nel 1988 in seguito alla richiesta da parte dell'UIC all'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Alla presenza del Ministro della Difesa Valerio Zanone gli aerofonisti ciechi superstiti furono tutti insigniti della Croce di Cavaliere al Merito dell'Ordine Militare della Repubblica. Era il 3 giugno 1988 e più di quarant'anni dopo la fine della guerra fu riconosciuto il valore di chi, pur soffrendo una grave disabilità, si era offerto volontario per un delicatissimo compito che fu sempre di difesa e che fornì per gli anni più bui la protezione di un occhio vigile, garantito da coloro ai quali la sorte aveva spento la vista.
Jovanotti (Getty Images)
Stiamo parlando della performance del cantante, il Jova Beach Party, che si è svolto il 21 luglio 2022 sulla litoranea di Ponente di Barletta. È stato uno dei concerti con maggior affluenza, circa 30.000 spettatori, della sua tournée estiva. Ma quello che avrebbe dovuto essere un evento da calendario del periodo dell’anno più gettonato del cartellone estivo della Puglia, è balzato sulle cronache dei media della Regione perché è finito al centro di un’inchiesta della Procura di Trani. Sono passati tre anni e ora, secondo quanto riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, tre persone risultano indagate con l’ipotesi di reato, a vario titolo, di inquinamento ambientale colposo e abuso edilizio di area protetta.
Sotto i riflettori degli investigatori, sollecitati dagli esposti di alcune associazioni ambientaliste tra cui Legambiente e da esponenti locali, sono finiti i lavori di allestimento del grande palco sulla spiaggia. Questa struttura, secondo «i tutori della natura», avrebbe modificato in modo significativo l’assetto naturale della costa, alterando, sostengono, 16.000 metri quadrati di arenile in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico, danneggiando le dune e la vegetazione del litorale e rompendo l’equilibrio naturalistico della zona compresa nell’area protetta della foce del fiume Ofanto. La Procura di Trani si è mossa e ha aperto un fascicolo affidato al procuratore Renato Nitti e al sostituto Michele Cianci e con il coinvolgimento dei carabinieri forestali di Bari.
In particolare, sotto la lente degli investigatori è finita la struttura di circa 7.700 metri cubi di sabbia movimentata per una profondità circa di mezzo metro che avrebbe trasformato l’arenile e, di conseguenza, alterato l’equilibrio delle dune. La zona non è sottoposta a un vincolo assoluto ma, poiché si trova vicino al Parco naturale del fiume Ofanto, rientrerebbe nell’ambito degli interventi di riqualificazione delle dune e della loro vegetazione.
Risultano indagati il dirigente comunale ai lavori pubblici, Francesco Lomoro, l’allora amministratore unico della Barsa, l’azienda multiservizi del Comune, Michele Cianci e il progettista incaricato dall’organizzazione del concerto, Mario Luigi Dicandia. Secondo quanto riferisce la Gazzetta, nell’indagine la Procura di Trani contesta, a vario titolo, i reati di inquinamento ambientale colposo e abusivismo edilizio in zona protetta, oltre che il falso ideologico a carico del progettista delle opere. Lomoro, secondo l’accusa, sempre come riporta la Gazzetta, avrebbe firmato gli atti relativi all’affidamento dei lavori di preparazione dell’area del concerto poi affidati alla Barsa, senza rilascio di permesso edilizio sul falso presupposto che si trattava di strutture temporanee non sottoposte ad autorizzazione paesaggistica.
Già all’epoca dell’organizzazione del concerto, le associazioni ambientaliste avevano contestato la scelta della location per il Jova Beach Party, sulla litoranea di Ponente, nel timore che avrebbe rischiato di compromettere l’ecosistema della spiaggia, ricco di dune. Alcune segnalazioni erano arrivate alla Regione e al ministero dell’Ambiente affinché intervenissero con delle verifiche. La difesa respinge le accuse sottolineando che l’organizzazione dell’evento ha seguito in modo corretto l’iter amministrativo.
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Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Arrivando a Venezia, se uno chiede dove si trova il palazzo della Biennale, la risposta è questa: Ca’ Giustinian è in fondo, a destra. Sicuri? Aveva promesso il governo quasi più longevo della Repubblica che l’egemonia culturale della sinistra sarebbe tramontata. Al netto che Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco per aver osato toccare il fondo del cinema, è curioso che il suo successore abbia rischiato pure lui con i fili scoperti delle cineprese rosse e che, per ingaggiare una polemica, sia stato «colto» sul fatto da Repubblica che è diventata la tribuna da cui i maîtres à pensere della destra si scambiano fendenti parlando a un pubblico di sinistra.
Ad aprire il fuoco, ci si perdoni il calembour, è stato Pietrangelo Buttafuoco che è presidente della Fondazione Biennale di Venezia, il più importante evento al mondo per quel che riguarda le arti figurative, il quale da Repubblica a marzo ha annunciato: la Russia espone alla Biennale. Apriti cielo, manco fosse stato un concerto di Beatrice Venezi alla Fenice, che ci sia ognuno lo dice, nessun lo sa come faccia a stare in piedi se non becca una trentina di milioni di soldi dei contribuenti. Succede che 22 ministri dell’Ue scrivono a Giorgia Meloni: se fate arrivare i russi, contravvenite alle sanzioni contro Vladimir Putin e non solo togliamo i due milioni di contributi europei, ma vi esponiamo al ludibrio democratico. Giorgia Meloni, obbediente alla massima pas d’ennemies à gauche, chiama Alessandro Giuli e gli dice: occupatene. E Giuli che fa? Esecra Buttafuoco e, come i Bravi manzoniani, intima al suo «fratello sbagliato» - così lo ha etichettato ieri nell’intervista a Repubblica - che questa esposizione dei russi non s’ha da fare né domani né mai. E intanto gli manda gli ispettori ministeriali che proprio ieri hanno concluso il lavoro con una relazione che è un non luogo a procedere.
Buttafuoco tiene duro e risponde non solo che il padiglione è della Russia - lo ha costruito lo Zar ai Giardini di Castello, risale al 1914 ed è opera dell’architetto russo Alexej Shchusev - ma che lui non si piega alle censure. Nel frattempo scoppia un’altra grana: la giuria si rifiuta non solo di premiare artisti russi, ma anche israeliani. Tra questi ultimi, Belu-Simion Fainaru, sentendosi discriminato, denuncia e vuole un sacco di quattrini. A cinque giorni dall’apertura (la Biennale apre sabato), il pasticcio è infinito perché se Alessandro Giuli - come ha ribadito ieri a Repubblica avanzando giudizi non proprio lusinghieri sul «fratello sbagliato» Pietrangelo Buttafuoco- non va a inaugurarla, pure la giuria intera si è dimessa e i premi verranno assegnati dai visitatori, per i quali Russia e Israele sono, però, vietati. Ci sarebbe da dire che la Costituzione più bella del mondo, all’articolo 33, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ma evidentemente Bruxelles conta di più. Una parola di chiarimento l’hanno detta gli ispettori del ministero della Cultura. Nella loro relazione di sette pagine scrivono che «Nessun invito formale di partecipazione alla Federazione russa è stato inviato».
E per quanto concerne il taglio dei finanziamenti Ue e l’eventuale causa per danni da parte dell’artista israeliano, «nel bilancio 2025 - già approvato da autorità di vigilanza e ministero dell’Economia - è stata prudenzialmente iscritta a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027». Gli ispettori smontano il caso delle dimissioni in blocco della giuria intervenute dopo che i giurati sono stati avvertiti «del personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni». Particolarmente efficace è la spiegazione sui rapporti con la Russia: «La Federazione russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». La ragione? Non si tratta di una fiera a inviti - strano che il ministro Giuli non lo sappia - «sono gli Stati che decidono di partecipare». E in base alle sanzioni, «la Russia non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico» visitabile solo su invito.
Verrebbe da dire - citando William Shakespeare che amava Venezia - «tanto rumore per nulla» se non fosse che, su Repubblica, Giuli insiste: «Pietrangelo è l’inesorabile espressione di un ancien régime: isolazionista e borbonico, ma la fondazione lagunare non è uno Stato sovrano. Se ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti coi russi, sarebbe stato un trionfo chiedere, in cambio della partecipazione alla Biennale, un cessate il fuoco con la liberazione di bambini ucraini».
A quel che pare, se non il cessate il fuoco, c’è almeno il Buttafuoco perché proprio di fianco al padiglione russo s’erge una gru con appeso un cervo: è l’installazione principe degli ucraini opera di Zhanna Kadyrova che proprio la Biennale ha chiesto di piazzare lì. Ah, sia detto per inciso: Giuli alla Biennale prima o poi ci andrà e forse farà pace col «fratello sbagliato».
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In arabo significa «porta delle lacrime» perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra Penisola arabica e Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo Stato dell’Eritrea, 1.200 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di Ue e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’Oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale.
Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya.
Non solo. Sebbene l’Ue abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo Stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove.
Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni Novanta l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli Usa come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del presidente Usa per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il Tplf, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora segretario di Stato della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo.
Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo, visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai Paesi del Golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Huthi era sul tavolo da mesi.
Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico Paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabaab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. «Legalmente, se possibile, militarmente se necessario» ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari, Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi Paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fmi e Banca mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo, ma che l’ha senz’altro aiutata a dialogare con tutti, dagli Usa alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i Paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti
Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (Rfs) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.
Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (Stc), un gruppo separatista che come gli Huthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. «Il presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione», ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi, «quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa».
Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga Gerd, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale.
Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del «cambio di regime». L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà «di invertire le politiche della precedente amministrazione» e «ripristinare relazioni rispettose tra Usa ed Eritrea». Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso Usaid accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli Usa decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali.
Qui passa il 27% del greggio per la Ue. Ma a pattugliare è quasi solo l’Italia
È la prima missione europea in quelli che vengono chiamati «hot theatres», scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Huthi contro le navi commerciali.Lo scorso febbraio il Consiglio dell’Ue l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono inoltre 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e Penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. A partire dalle navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1,9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. «Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso» ha recentemente sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli Stati membri.Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’Ue nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’Ue non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che come se non bastasse, ad oggi si sono opposti a eventuali tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli Stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, un unico coordinamento sotto la bandiera europea che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura utopia.A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i Paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni Ue. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiere nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari Paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche coinvolgendo organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e Gcc, Consiglio di cooperazione del Golfo. Starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. «Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’Ue» spiega alla Verità Marcel Roijen, responsabile del Seae per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. «I Paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte», continua. «Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi Paesi aumenti progressivamente». Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero.
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