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2023-09-13
La toga dell’inchiesta sulle zone rosse adesso scarica il consulente Crisanti
Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione (Ansa)
Il governo di centrodestra alle prese con il rialzo dei casi di Covid ha la necessità di mantenere un equilibrio tra la sua storica propensione (almeno per quel che riguarda Lega e Fdi) a non esasperare il timore del virus e la necessità di non essere accusato di non aver fatto nulla nel malaugurato caso che dovessero sorgere problemi. Si parte dalle scuole: oggi, nel tardo pomeriggio, è in programma il tavolo fra tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione sulla situazione dell’evoluzione del Covid e le eventuali misure nelle scuole.
«Il 5 maggio scorso», dice a La Stampa il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «l’Oms ha decretato la fine della pandemia da Covid evidenziando che la patologia dovrà essere controllata e gestita al pari di altre malattie infettive. Nel quadro costituzionale della garanzia del diritto allo studio e del diritto alla salute, ho già avviato un confronto con il ministro della Salute riguardo alle misure di prevenzione sanitaria ritenute utili da adottare nelle scuole, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, per prevenire il rischio diffusivo di contagi da Covid-19, in particolare per gli studenti e il personale scolastico che versano in condizioni di fragilità. Abbiamo anche deciso», aggiunge Valditara, «la istituzione di un tavolo interministeriale che si riunirà con cadenza periodica per monitorare l’evolversi della situazione in base ai riscontri scientifici relativi all’andamento del virus . Adotteremo insomma tutte le misure che gli esperti giudicheranno utili a contenere il contagio a tutela in particolare degli studenti ed il personale fragile. Per le nuove scuole si è disposta la necessità di adeguati sistemi di aerazione così da ridurre l’impatto della circolazione dei vari virus respiratori».
«Non mi sembra che al momento ci siano condizioni allarmanti», sottolinea la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, «i presidi sanno comunque, rispetto a due anni e mezzo fa, quali sono le procedure di emergenza, la distribuzione delle mascherine e dei disinfettanti. Non abbiamo ragioni per avere preoccupazioni che vadano oltre un normale controllo della situazione». Messaggi distensivi arrivano anche dai presidi: «Non esiste alcun allarme Covid», sottolinea all’Agi il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, «si sono diffuse delle preoccupazioni, è vero che qualche caso in più c’è stato ma dopo l’estate ce lo aspettavamo. Siamo ormai in una fase di endemizzazione. Le mascherine a scuola? Assolutamente no, certo serve molta attenzione per i fragili e intendo le persone molto anziane o gli immunodepressi. Naturalmente se uno studente vorrà indossare la mascherina perché ha una situazione delicata a casa, lo farà tranquillamente».
Un altro aspetto da tenere presente è quello che riguarda le persone fragili che si recano al lavoro: «Presenterò un’interrogazione ai ministri Schillaci e Zangrillo», ha detto il capogruppo del M5S in commissione Affari sociali e sanità al Senato, Orfeo Mazzella, «per richiamare all’attenzione del governo la delicata tematica dello smart working semplificato per i lavoratori fragili, in scadenza il prossimo 30 settembre. Al momento, solo due categorie di lavoratori possono usufruire di questa tipologia di lavoro sino al termine dell’anno, ma, come suggerito da numerosi esperti, è necessario prorogare la misura per tutti i lavoratori del settore pubblico e privato, in considerazione di un aumento dei contagi. Inoltre, dato che non è chiaro», aggiunge Mazzella, «ho chiesto all’esecutivo di chiarire se, fino al termine dell’anno, è consentito lavorare in smart working sia ai lavoratori dipendenti del settore pubblico che privato esposti a rischio di contagio dal virus, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio».
Non ripetere gli errori del passato è la parola d’ordine, e a proposito di errori del passato suscita molta curiosità quanto affermato al Corriere da Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione. La Procura orobica, ricordiamolo, ha curato l’inchiesta sulla pandemia che ha l’archiviazione da parte del Tribunale dei Ministri del filone che coinvolgeva l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro Roberto Speranza e il governatore Attilio Fontana. Alla domanda se risceglierebbe il microbiologo Andrea Crisanti, oggi senatore del Pd, come consulente della Procura nelle indagini sui primi mesi della pandemia, l’ex procuratore di Bergamo risponde così: «Io non ho fatto la scelta di Crisanti, che stimo (l’indagine è in capo all’aggiunto Maria Cristina Rota, ndr). Evidentemente è una scelta che non ci ha aiutato. Il presidente della Regione della Lega che si vede accusato da un senatore del Pd può avere da ridire. Però con noi Crisanti si è sempre comportato in modo obiettivo, da consulente. Del resto, uno degli accusati era del suo partito, il ministro (Speranza, ndr)».
Che disastro i medici «importati»
Esattamente cosa vuole dire «necessaria radiografia al collo dell’utero» in un paziente uomo?
E cosa vuol dire: «Paziente esce dall’auto, un incidente di 4 ore, iniziato due ore fa con dolore al collo e nausea?». E «studio radiografico della mamma cosciente»?
E ancora. Cosa sta a significare: «Impressionante moderata disidratazione dovuta alla mancanza di appetito»? O «le membrane mucose secche e pallide sono annotate, non ittero»? E cos’è esattamente un «fumatore gerarchico»?
A leggerli, questi sberleffi della lingua italiana, verrebbe da pensare che siamo matti o che qualcuno è uscito di senno, ma in realtà sono i referti giunti in mano alla Verità e provenienti dal pronto soccorso dell’ospedale di Latisana in Friuli Venezia Giulia. Scivoloni linguistici, ruzzoloni verbali, svarioni idiomatici, che raccontano e narrano situazioni assurde e inverosimili, se non fosse per il fatto che gli autori di simili prodezze sono i medici esterni di origine sudamericana di cui il pronto soccorso di Latisana, quest’estate, si è avvalso per far fronte alla carenza di personale negli ospedali. I medici argentini sono stati messi a disposizione all’azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale da una società privata. Il punto è che se già in situazioni di emergenza è facile sbagliare, figuriamoci con questi referti di cui non si capisce assolutamente nulla.
E il pronto soccorso è una realtà in emergenza assoluta. Non sono ammessi distrazioni, ritardi, sbagli, errori, tentennamenti. Qui il tempo corre alla velocità della luce e bisogna prenderlo in tempo prima che prenda gli esseri umani. Qui si sta in fila come i dannati, il traffico di barelle è inverosimile. Arrivano come arrivano le valigie ai nastri trasportatori. Gli infermieri le prendono, le spostano, le accostano, fanno retromarcia, vanno avanti, indietro. Ci sono anche quelli che sollevano i malati e uno-due-tre-al mio quattro-giù sulla barella. Se uno si mette anche a perdere tempo per interpretare quello che un medico sudamericano, con tutto il rispetto, voglia dire, campa cavallo. Tanto che ora l’ospedale ha deciso di prendere un interprete. Ossia, la sanità pubblica in Italia è talmente avanzata, che anziché far lavorare i medici italiani, importiamo quelli di altri Paesi e poi, se non ci capiamo, prendiamo un traduttore che ci fa da tramite. Che bellezza.
Così abbiamo contatto il presidente regionale Fvg Aaroi - Emac, l’associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani - Emergenza Area Critica, e abbiamo addirittura scoperto che tutto questo è dovuto sì alla mancanza di personale, ma anche al Covid di cui ancora portiamo sul groppone gli strascichi.
«La normativa italiana», ci spiega Alberto Peratoner, «non prevede che questi possano lavorare in Italia, però con l’emergenza Covid, con una deroga, è stata data la possibilità ai medici extracomunitari di venire qui. Ma per lavorare in Italia uno deve avere una parificazione con la laurea italiana, così come noi per fare i medici negli Stati Uniti noi dobbiamo fare un esame. Ma allora perché non investire sui nostri specializzandi?». Già. Perché? «Quello che c’è dietro a queste cooperative private per noi rimane un mistero. Noi vediamo solo il risultato finale, che è questo, ma cosa spinga una cooperativa a scegliere un medico latino americano anziché uno italiano non lo sappiamo». Le aziende sanitarie comprano questi pacchetti dalle cooperative e come si dice «ndò cogli cogli». «Infatti», continua Peratoner, «poi a noi arrivano questi casi qua. L’azienda ha dovuto ingaggiare dei traduttori per permettere ai pazienti di capire la lingua. Il problema è che queste coop senza criterio lanciano questi medici nel sistema pubblico. Farebbe sorridere, se non si pensa che dietro ci sono delle persone».
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Il procuratore di Bergamo va in pensione e ammette: «Sceglierlo non ci ha aiutato». Intanto il governo studia nuove tutele per i lavoratori fragili. Sulla scuola la sottosegretaria Paola Frassinetti rassicura: «Non c’è allarme».Con la pandemia si è dato il via libera all’assunzione di dottori stranieri. I quali, nel pronto soccorso di Latisana (Udine) prescrivono radiografie all’utero agli uomini...Lo speciale contiene due articoli.Il governo di centrodestra alle prese con il rialzo dei casi di Covid ha la necessità di mantenere un equilibrio tra la sua storica propensione (almeno per quel che riguarda Lega e Fdi) a non esasperare il timore del virus e la necessità di non essere accusato di non aver fatto nulla nel malaugurato caso che dovessero sorgere problemi. Si parte dalle scuole: oggi, nel tardo pomeriggio, è in programma il tavolo fra tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione sulla situazione dell’evoluzione del Covid e le eventuali misure nelle scuole. «Il 5 maggio scorso», dice a La Stampa il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «l’Oms ha decretato la fine della pandemia da Covid evidenziando che la patologia dovrà essere controllata e gestita al pari di altre malattie infettive. Nel quadro costituzionale della garanzia del diritto allo studio e del diritto alla salute, ho già avviato un confronto con il ministro della Salute riguardo alle misure di prevenzione sanitaria ritenute utili da adottare nelle scuole, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, per prevenire il rischio diffusivo di contagi da Covid-19, in particolare per gli studenti e il personale scolastico che versano in condizioni di fragilità. Abbiamo anche deciso», aggiunge Valditara, «la istituzione di un tavolo interministeriale che si riunirà con cadenza periodica per monitorare l’evolversi della situazione in base ai riscontri scientifici relativi all’andamento del virus . Adotteremo insomma tutte le misure che gli esperti giudicheranno utili a contenere il contagio a tutela in particolare degli studenti ed il personale fragile. Per le nuove scuole si è disposta la necessità di adeguati sistemi di aerazione così da ridurre l’impatto della circolazione dei vari virus respiratori». «Non mi sembra che al momento ci siano condizioni allarmanti», sottolinea la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, «i presidi sanno comunque, rispetto a due anni e mezzo fa, quali sono le procedure di emergenza, la distribuzione delle mascherine e dei disinfettanti. Non abbiamo ragioni per avere preoccupazioni che vadano oltre un normale controllo della situazione». Messaggi distensivi arrivano anche dai presidi: «Non esiste alcun allarme Covid», sottolinea all’Agi il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, «si sono diffuse delle preoccupazioni, è vero che qualche caso in più c’è stato ma dopo l’estate ce lo aspettavamo. Siamo ormai in una fase di endemizzazione. Le mascherine a scuola? Assolutamente no, certo serve molta attenzione per i fragili e intendo le persone molto anziane o gli immunodepressi. Naturalmente se uno studente vorrà indossare la mascherina perché ha una situazione delicata a casa, lo farà tranquillamente».Un altro aspetto da tenere presente è quello che riguarda le persone fragili che si recano al lavoro: «Presenterò un’interrogazione ai ministri Schillaci e Zangrillo», ha detto il capogruppo del M5S in commissione Affari sociali e sanità al Senato, Orfeo Mazzella, «per richiamare all’attenzione del governo la delicata tematica dello smart working semplificato per i lavoratori fragili, in scadenza il prossimo 30 settembre. Al momento, solo due categorie di lavoratori possono usufruire di questa tipologia di lavoro sino al termine dell’anno, ma, come suggerito da numerosi esperti, è necessario prorogare la misura per tutti i lavoratori del settore pubblico e privato, in considerazione di un aumento dei contagi. Inoltre, dato che non è chiaro», aggiunge Mazzella, «ho chiesto all’esecutivo di chiarire se, fino al termine dell’anno, è consentito lavorare in smart working sia ai lavoratori dipendenti del settore pubblico che privato esposti a rischio di contagio dal virus, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio».Non ripetere gli errori del passato è la parola d’ordine, e a proposito di errori del passato suscita molta curiosità quanto affermato al Corriere da Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione. La Procura orobica, ricordiamolo, ha curato l’inchiesta sulla pandemia che ha l’archiviazione da parte del Tribunale dei Ministri del filone che coinvolgeva l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro Roberto Speranza e il governatore Attilio Fontana. Alla domanda se risceglierebbe il microbiologo Andrea Crisanti, oggi senatore del Pd, come consulente della Procura nelle indagini sui primi mesi della pandemia, l’ex procuratore di Bergamo risponde così: «Io non ho fatto la scelta di Crisanti, che stimo (l’indagine è in capo all’aggiunto Maria Cristina Rota, ndr). Evidentemente è una scelta che non ci ha aiutato. Il presidente della Regione della Lega che si vede accusato da un senatore del Pd può avere da ridire. Però con noi Crisanti si è sempre comportato in modo obiettivo, da consulente. Del resto, uno degli accusati era del suo partito, il ministro (Speranza, ndr)».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiappani-toga-inchiesta-zone-rosse-2665287330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-disastro-i-medici-importati" data-post-id="2665287330" data-published-at="1694542415" data-use-pagination="False"> Che disastro i medici «importati» Esattamente cosa vuole dire «necessaria radiografia al collo dell’utero» in un paziente uomo? E cosa vuol dire: «Paziente esce dall’auto, un incidente di 4 ore, iniziato due ore fa con dolore al collo e nausea?». E «studio radiografico della mamma cosciente»? E ancora. Cosa sta a significare: «Impressionante moderata disidratazione dovuta alla mancanza di appetito»? O «le membrane mucose secche e pallide sono annotate, non ittero»? E cos’è esattamente un «fumatore gerarchico»? A leggerli, questi sberleffi della lingua italiana, verrebbe da pensare che siamo matti o che qualcuno è uscito di senno, ma in realtà sono i referti giunti in mano alla Verità e provenienti dal pronto soccorso dell’ospedale di Latisana in Friuli Venezia Giulia. Scivoloni linguistici, ruzzoloni verbali, svarioni idiomatici, che raccontano e narrano situazioni assurde e inverosimili, se non fosse per il fatto che gli autori di simili prodezze sono i medici esterni di origine sudamericana di cui il pronto soccorso di Latisana, quest’estate, si è avvalso per far fronte alla carenza di personale negli ospedali. I medici argentini sono stati messi a disposizione all’azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale da una società privata. Il punto è che se già in situazioni di emergenza è facile sbagliare, figuriamoci con questi referti di cui non si capisce assolutamente nulla. E il pronto soccorso è una realtà in emergenza assoluta. Non sono ammessi distrazioni, ritardi, sbagli, errori, tentennamenti. Qui il tempo corre alla velocità della luce e bisogna prenderlo in tempo prima che prenda gli esseri umani. Qui si sta in fila come i dannati, il traffico di barelle è inverosimile. Arrivano come arrivano le valigie ai nastri trasportatori. Gli infermieri le prendono, le spostano, le accostano, fanno retromarcia, vanno avanti, indietro. Ci sono anche quelli che sollevano i malati e uno-due-tre-al mio quattro-giù sulla barella. Se uno si mette anche a perdere tempo per interpretare quello che un medico sudamericano, con tutto il rispetto, voglia dire, campa cavallo. Tanto che ora l’ospedale ha deciso di prendere un interprete. Ossia, la sanità pubblica in Italia è talmente avanzata, che anziché far lavorare i medici italiani, importiamo quelli di altri Paesi e poi, se non ci capiamo, prendiamo un traduttore che ci fa da tramite. Che bellezza. Così abbiamo contatto il presidente regionale Fvg Aaroi - Emac, l’associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani - Emergenza Area Critica, e abbiamo addirittura scoperto che tutto questo è dovuto sì alla mancanza di personale, ma anche al Covid di cui ancora portiamo sul groppone gli strascichi. «La normativa italiana», ci spiega Alberto Peratoner, «non prevede che questi possano lavorare in Italia, però con l’emergenza Covid, con una deroga, è stata data la possibilità ai medici extracomunitari di venire qui. Ma per lavorare in Italia uno deve avere una parificazione con la laurea italiana, così come noi per fare i medici negli Stati Uniti noi dobbiamo fare un esame. Ma allora perché non investire sui nostri specializzandi?». Già. Perché? «Quello che c’è dietro a queste cooperative private per noi rimane un mistero. Noi vediamo solo il risultato finale, che è questo, ma cosa spinga una cooperativa a scegliere un medico latino americano anziché uno italiano non lo sappiamo». Le aziende sanitarie comprano questi pacchetti dalle cooperative e come si dice «ndò cogli cogli». «Infatti», continua Peratoner, «poi a noi arrivano questi casi qua. L’azienda ha dovuto ingaggiare dei traduttori per permettere ai pazienti di capire la lingua. Il problema è che queste coop senza criterio lanciano questi medici nel sistema pubblico. Farebbe sorridere, se non si pensa che dietro ci sono delle persone».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».