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2023-09-13
La toga dell’inchiesta sulle zone rosse adesso scarica il consulente Crisanti
Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione (Ansa)
Il governo di centrodestra alle prese con il rialzo dei casi di Covid ha la necessità di mantenere un equilibrio tra la sua storica propensione (almeno per quel che riguarda Lega e Fdi) a non esasperare il timore del virus e la necessità di non essere accusato di non aver fatto nulla nel malaugurato caso che dovessero sorgere problemi. Si parte dalle scuole: oggi, nel tardo pomeriggio, è in programma il tavolo fra tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione sulla situazione dell’evoluzione del Covid e le eventuali misure nelle scuole.
«Il 5 maggio scorso», dice a La Stampa il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «l’Oms ha decretato la fine della pandemia da Covid evidenziando che la patologia dovrà essere controllata e gestita al pari di altre malattie infettive. Nel quadro costituzionale della garanzia del diritto allo studio e del diritto alla salute, ho già avviato un confronto con il ministro della Salute riguardo alle misure di prevenzione sanitaria ritenute utili da adottare nelle scuole, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, per prevenire il rischio diffusivo di contagi da Covid-19, in particolare per gli studenti e il personale scolastico che versano in condizioni di fragilità. Abbiamo anche deciso», aggiunge Valditara, «la istituzione di un tavolo interministeriale che si riunirà con cadenza periodica per monitorare l’evolversi della situazione in base ai riscontri scientifici relativi all’andamento del virus . Adotteremo insomma tutte le misure che gli esperti giudicheranno utili a contenere il contagio a tutela in particolare degli studenti ed il personale fragile. Per le nuove scuole si è disposta la necessità di adeguati sistemi di aerazione così da ridurre l’impatto della circolazione dei vari virus respiratori».
«Non mi sembra che al momento ci siano condizioni allarmanti», sottolinea la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, «i presidi sanno comunque, rispetto a due anni e mezzo fa, quali sono le procedure di emergenza, la distribuzione delle mascherine e dei disinfettanti. Non abbiamo ragioni per avere preoccupazioni che vadano oltre un normale controllo della situazione». Messaggi distensivi arrivano anche dai presidi: «Non esiste alcun allarme Covid», sottolinea all’Agi il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, «si sono diffuse delle preoccupazioni, è vero che qualche caso in più c’è stato ma dopo l’estate ce lo aspettavamo. Siamo ormai in una fase di endemizzazione. Le mascherine a scuola? Assolutamente no, certo serve molta attenzione per i fragili e intendo le persone molto anziane o gli immunodepressi. Naturalmente se uno studente vorrà indossare la mascherina perché ha una situazione delicata a casa, lo farà tranquillamente».
Un altro aspetto da tenere presente è quello che riguarda le persone fragili che si recano al lavoro: «Presenterò un’interrogazione ai ministri Schillaci e Zangrillo», ha detto il capogruppo del M5S in commissione Affari sociali e sanità al Senato, Orfeo Mazzella, «per richiamare all’attenzione del governo la delicata tematica dello smart working semplificato per i lavoratori fragili, in scadenza il prossimo 30 settembre. Al momento, solo due categorie di lavoratori possono usufruire di questa tipologia di lavoro sino al termine dell’anno, ma, come suggerito da numerosi esperti, è necessario prorogare la misura per tutti i lavoratori del settore pubblico e privato, in considerazione di un aumento dei contagi. Inoltre, dato che non è chiaro», aggiunge Mazzella, «ho chiesto all’esecutivo di chiarire se, fino al termine dell’anno, è consentito lavorare in smart working sia ai lavoratori dipendenti del settore pubblico che privato esposti a rischio di contagio dal virus, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio».
Non ripetere gli errori del passato è la parola d’ordine, e a proposito di errori del passato suscita molta curiosità quanto affermato al Corriere da Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione. La Procura orobica, ricordiamolo, ha curato l’inchiesta sulla pandemia che ha l’archiviazione da parte del Tribunale dei Ministri del filone che coinvolgeva l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro Roberto Speranza e il governatore Attilio Fontana. Alla domanda se risceglierebbe il microbiologo Andrea Crisanti, oggi senatore del Pd, come consulente della Procura nelle indagini sui primi mesi della pandemia, l’ex procuratore di Bergamo risponde così: «Io non ho fatto la scelta di Crisanti, che stimo (l’indagine è in capo all’aggiunto Maria Cristina Rota, ndr). Evidentemente è una scelta che non ci ha aiutato. Il presidente della Regione della Lega che si vede accusato da un senatore del Pd può avere da ridire. Però con noi Crisanti si è sempre comportato in modo obiettivo, da consulente. Del resto, uno degli accusati era del suo partito, il ministro (Speranza, ndr)».
Che disastro i medici «importati»
Esattamente cosa vuole dire «necessaria radiografia al collo dell’utero» in un paziente uomo?
E cosa vuol dire: «Paziente esce dall’auto, un incidente di 4 ore, iniziato due ore fa con dolore al collo e nausea?». E «studio radiografico della mamma cosciente»?
E ancora. Cosa sta a significare: «Impressionante moderata disidratazione dovuta alla mancanza di appetito»? O «le membrane mucose secche e pallide sono annotate, non ittero»? E cos’è esattamente un «fumatore gerarchico»?
A leggerli, questi sberleffi della lingua italiana, verrebbe da pensare che siamo matti o che qualcuno è uscito di senno, ma in realtà sono i referti giunti in mano alla Verità e provenienti dal pronto soccorso dell’ospedale di Latisana in Friuli Venezia Giulia. Scivoloni linguistici, ruzzoloni verbali, svarioni idiomatici, che raccontano e narrano situazioni assurde e inverosimili, se non fosse per il fatto che gli autori di simili prodezze sono i medici esterni di origine sudamericana di cui il pronto soccorso di Latisana, quest’estate, si è avvalso per far fronte alla carenza di personale negli ospedali. I medici argentini sono stati messi a disposizione all’azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale da una società privata. Il punto è che se già in situazioni di emergenza è facile sbagliare, figuriamoci con questi referti di cui non si capisce assolutamente nulla.
E il pronto soccorso è una realtà in emergenza assoluta. Non sono ammessi distrazioni, ritardi, sbagli, errori, tentennamenti. Qui il tempo corre alla velocità della luce e bisogna prenderlo in tempo prima che prenda gli esseri umani. Qui si sta in fila come i dannati, il traffico di barelle è inverosimile. Arrivano come arrivano le valigie ai nastri trasportatori. Gli infermieri le prendono, le spostano, le accostano, fanno retromarcia, vanno avanti, indietro. Ci sono anche quelli che sollevano i malati e uno-due-tre-al mio quattro-giù sulla barella. Se uno si mette anche a perdere tempo per interpretare quello che un medico sudamericano, con tutto il rispetto, voglia dire, campa cavallo. Tanto che ora l’ospedale ha deciso di prendere un interprete. Ossia, la sanità pubblica in Italia è talmente avanzata, che anziché far lavorare i medici italiani, importiamo quelli di altri Paesi e poi, se non ci capiamo, prendiamo un traduttore che ci fa da tramite. Che bellezza.
Così abbiamo contatto il presidente regionale Fvg Aaroi - Emac, l’associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani - Emergenza Area Critica, e abbiamo addirittura scoperto che tutto questo è dovuto sì alla mancanza di personale, ma anche al Covid di cui ancora portiamo sul groppone gli strascichi.
«La normativa italiana», ci spiega Alberto Peratoner, «non prevede che questi possano lavorare in Italia, però con l’emergenza Covid, con una deroga, è stata data la possibilità ai medici extracomunitari di venire qui. Ma per lavorare in Italia uno deve avere una parificazione con la laurea italiana, così come noi per fare i medici negli Stati Uniti noi dobbiamo fare un esame. Ma allora perché non investire sui nostri specializzandi?». Già. Perché? «Quello che c’è dietro a queste cooperative private per noi rimane un mistero. Noi vediamo solo il risultato finale, che è questo, ma cosa spinga una cooperativa a scegliere un medico latino americano anziché uno italiano non lo sappiamo». Le aziende sanitarie comprano questi pacchetti dalle cooperative e come si dice «ndò cogli cogli». «Infatti», continua Peratoner, «poi a noi arrivano questi casi qua. L’azienda ha dovuto ingaggiare dei traduttori per permettere ai pazienti di capire la lingua. Il problema è che queste coop senza criterio lanciano questi medici nel sistema pubblico. Farebbe sorridere, se non si pensa che dietro ci sono delle persone».
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Il procuratore di Bergamo va in pensione e ammette: «Sceglierlo non ci ha aiutato». Intanto il governo studia nuove tutele per i lavoratori fragili. Sulla scuola la sottosegretaria Paola Frassinetti rassicura: «Non c’è allarme».Con la pandemia si è dato il via libera all’assunzione di dottori stranieri. I quali, nel pronto soccorso di Latisana (Udine) prescrivono radiografie all’utero agli uomini...Lo speciale contiene due articoli.Il governo di centrodestra alle prese con il rialzo dei casi di Covid ha la necessità di mantenere un equilibrio tra la sua storica propensione (almeno per quel che riguarda Lega e Fdi) a non esasperare il timore del virus e la necessità di non essere accusato di non aver fatto nulla nel malaugurato caso che dovessero sorgere problemi. Si parte dalle scuole: oggi, nel tardo pomeriggio, è in programma il tavolo fra tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione sulla situazione dell’evoluzione del Covid e le eventuali misure nelle scuole. «Il 5 maggio scorso», dice a La Stampa il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «l’Oms ha decretato la fine della pandemia da Covid evidenziando che la patologia dovrà essere controllata e gestita al pari di altre malattie infettive. Nel quadro costituzionale della garanzia del diritto allo studio e del diritto alla salute, ho già avviato un confronto con il ministro della Salute riguardo alle misure di prevenzione sanitaria ritenute utili da adottare nelle scuole, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, per prevenire il rischio diffusivo di contagi da Covid-19, in particolare per gli studenti e il personale scolastico che versano in condizioni di fragilità. Abbiamo anche deciso», aggiunge Valditara, «la istituzione di un tavolo interministeriale che si riunirà con cadenza periodica per monitorare l’evolversi della situazione in base ai riscontri scientifici relativi all’andamento del virus . Adotteremo insomma tutte le misure che gli esperti giudicheranno utili a contenere il contagio a tutela in particolare degli studenti ed il personale fragile. Per le nuove scuole si è disposta la necessità di adeguati sistemi di aerazione così da ridurre l’impatto della circolazione dei vari virus respiratori». «Non mi sembra che al momento ci siano condizioni allarmanti», sottolinea la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, «i presidi sanno comunque, rispetto a due anni e mezzo fa, quali sono le procedure di emergenza, la distribuzione delle mascherine e dei disinfettanti. Non abbiamo ragioni per avere preoccupazioni che vadano oltre un normale controllo della situazione». Messaggi distensivi arrivano anche dai presidi: «Non esiste alcun allarme Covid», sottolinea all’Agi il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, «si sono diffuse delle preoccupazioni, è vero che qualche caso in più c’è stato ma dopo l’estate ce lo aspettavamo. Siamo ormai in una fase di endemizzazione. Le mascherine a scuola? Assolutamente no, certo serve molta attenzione per i fragili e intendo le persone molto anziane o gli immunodepressi. Naturalmente se uno studente vorrà indossare la mascherina perché ha una situazione delicata a casa, lo farà tranquillamente».Un altro aspetto da tenere presente è quello che riguarda le persone fragili che si recano al lavoro: «Presenterò un’interrogazione ai ministri Schillaci e Zangrillo», ha detto il capogruppo del M5S in commissione Affari sociali e sanità al Senato, Orfeo Mazzella, «per richiamare all’attenzione del governo la delicata tematica dello smart working semplificato per i lavoratori fragili, in scadenza il prossimo 30 settembre. Al momento, solo due categorie di lavoratori possono usufruire di questa tipologia di lavoro sino al termine dell’anno, ma, come suggerito da numerosi esperti, è necessario prorogare la misura per tutti i lavoratori del settore pubblico e privato, in considerazione di un aumento dei contagi. Inoltre, dato che non è chiaro», aggiunge Mazzella, «ho chiesto all’esecutivo di chiarire se, fino al termine dell’anno, è consentito lavorare in smart working sia ai lavoratori dipendenti del settore pubblico che privato esposti a rischio di contagio dal virus, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio».Non ripetere gli errori del passato è la parola d’ordine, e a proposito di errori del passato suscita molta curiosità quanto affermato al Corriere da Antonio Chiappani, procuratore di Bergamo, da ieri in pensione. La Procura orobica, ricordiamolo, ha curato l’inchiesta sulla pandemia che ha l’archiviazione da parte del Tribunale dei Ministri del filone che coinvolgeva l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro Roberto Speranza e il governatore Attilio Fontana. Alla domanda se risceglierebbe il microbiologo Andrea Crisanti, oggi senatore del Pd, come consulente della Procura nelle indagini sui primi mesi della pandemia, l’ex procuratore di Bergamo risponde così: «Io non ho fatto la scelta di Crisanti, che stimo (l’indagine è in capo all’aggiunto Maria Cristina Rota, ndr). Evidentemente è una scelta che non ci ha aiutato. Il presidente della Regione della Lega che si vede accusato da un senatore del Pd può avere da ridire. Però con noi Crisanti si è sempre comportato in modo obiettivo, da consulente. Del resto, uno degli accusati era del suo partito, il ministro (Speranza, ndr)».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiappani-toga-inchiesta-zone-rosse-2665287330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-disastro-i-medici-importati" data-post-id="2665287330" data-published-at="1694542415" data-use-pagination="False"> Che disastro i medici «importati» Esattamente cosa vuole dire «necessaria radiografia al collo dell’utero» in un paziente uomo? E cosa vuol dire: «Paziente esce dall’auto, un incidente di 4 ore, iniziato due ore fa con dolore al collo e nausea?». E «studio radiografico della mamma cosciente»? E ancora. Cosa sta a significare: «Impressionante moderata disidratazione dovuta alla mancanza di appetito»? O «le membrane mucose secche e pallide sono annotate, non ittero»? E cos’è esattamente un «fumatore gerarchico»? A leggerli, questi sberleffi della lingua italiana, verrebbe da pensare che siamo matti o che qualcuno è uscito di senno, ma in realtà sono i referti giunti in mano alla Verità e provenienti dal pronto soccorso dell’ospedale di Latisana in Friuli Venezia Giulia. Scivoloni linguistici, ruzzoloni verbali, svarioni idiomatici, che raccontano e narrano situazioni assurde e inverosimili, se non fosse per il fatto che gli autori di simili prodezze sono i medici esterni di origine sudamericana di cui il pronto soccorso di Latisana, quest’estate, si è avvalso per far fronte alla carenza di personale negli ospedali. I medici argentini sono stati messi a disposizione all’azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale da una società privata. Il punto è che se già in situazioni di emergenza è facile sbagliare, figuriamoci con questi referti di cui non si capisce assolutamente nulla. E il pronto soccorso è una realtà in emergenza assoluta. Non sono ammessi distrazioni, ritardi, sbagli, errori, tentennamenti. Qui il tempo corre alla velocità della luce e bisogna prenderlo in tempo prima che prenda gli esseri umani. Qui si sta in fila come i dannati, il traffico di barelle è inverosimile. Arrivano come arrivano le valigie ai nastri trasportatori. Gli infermieri le prendono, le spostano, le accostano, fanno retromarcia, vanno avanti, indietro. Ci sono anche quelli che sollevano i malati e uno-due-tre-al mio quattro-giù sulla barella. Se uno si mette anche a perdere tempo per interpretare quello che un medico sudamericano, con tutto il rispetto, voglia dire, campa cavallo. Tanto che ora l’ospedale ha deciso di prendere un interprete. Ossia, la sanità pubblica in Italia è talmente avanzata, che anziché far lavorare i medici italiani, importiamo quelli di altri Paesi e poi, se non ci capiamo, prendiamo un traduttore che ci fa da tramite. Che bellezza. Così abbiamo contatto il presidente regionale Fvg Aaroi - Emac, l’associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani - Emergenza Area Critica, e abbiamo addirittura scoperto che tutto questo è dovuto sì alla mancanza di personale, ma anche al Covid di cui ancora portiamo sul groppone gli strascichi. «La normativa italiana», ci spiega Alberto Peratoner, «non prevede che questi possano lavorare in Italia, però con l’emergenza Covid, con una deroga, è stata data la possibilità ai medici extracomunitari di venire qui. Ma per lavorare in Italia uno deve avere una parificazione con la laurea italiana, così come noi per fare i medici negli Stati Uniti noi dobbiamo fare un esame. Ma allora perché non investire sui nostri specializzandi?». Già. Perché? «Quello che c’è dietro a queste cooperative private per noi rimane un mistero. Noi vediamo solo il risultato finale, che è questo, ma cosa spinga una cooperativa a scegliere un medico latino americano anziché uno italiano non lo sappiamo». Le aziende sanitarie comprano questi pacchetti dalle cooperative e come si dice «ndò cogli cogli». «Infatti», continua Peratoner, «poi a noi arrivano questi casi qua. L’azienda ha dovuto ingaggiare dei traduttori per permettere ai pazienti di capire la lingua. Il problema è che queste coop senza criterio lanciano questi medici nel sistema pubblico. Farebbe sorridere, se non si pensa che dietro ci sono delle persone».
Iain McGilchrist
Lo psichiatra Iain McGilchrist sfida i cliché sugli emisferi cerebrali: non solo logica e creatività, ma due modi di percepire il mondo. Il predominio del sinistro rischia di impoverire esperienze, relazioni e senso profondo della vita, mentre l’equilibrio favorisce consapevolezza e umanità.
Da oltre un secolo la neuroscienza indaga le differenze tra emisfero destro ed emisfero sinistro, spesso semplificandole in cliché: creatività contro logica, immaginazione contro razionalità. Tuttavia, il lavoro dello psichiatra e filosofo britannico Iain McGilchrist, già consulente presso il Maudsley Hospital di Londra e Fellow di Oxford, riporta la discussione a una profondità che il dibattito pubblico raramente tocca.
Il suo saggio monumentale The Master and His Emissary (2009) ha scosso, all’epoca, il panorama scientifico e culturale, proponendo un’interpretazione radicale: non è solo questione di funzioni diverse, ma di modi di rapportarsi al mondo. In base a quale emisfero «domini» l’esperienza, l’essere umano svilupperebbe comportamenti, strutture sociali e persino visioni della realtà profondamente differenti.
Il cuore del pensiero di McGilchrist si concentra sull’idea che i due emisferi non siano due «metà» equivalenti, bensì due attitudini cognitive perennemente in contatto e comunicanti.
Secondo lo psichiatra inglese l’emisfero sinistro tende a frammentare la realtà, analizzarla, renderla gestibile e quantificabile. Predilige il controllo, la classificazione, il linguaggio (tecnico e non solo), la manipolazione degli oggetti. Mentre l’emisfero destro coglie la visione d’insieme, il contesto, le relazioni. È attento all’ambiguità, all’empatia, ai volti, ai significati non letterali. È l’emisfero della presenza nel mondo.
McGilchrist non parla di «buono» o «cattivo», ma di un equilibrio funzionale che sarebbe la base di un’esistenza sana. L’emisfero destro, più aperto e ricettivo, «vede» il cosmo terrestre e cerca di coglierne i significati nascosti, quelli che vadano oltre la materialità intrinseca; il sinistro, più operativo, pragmatico e laborioso, «lo ghermisce». L’eventuale problema che potrebbe sorgere, secondo lo psichiatra, è quando quest'ultimo emisfero arrivi a prendere il sopravvento sull’altro.
È qui che risiede il nucleo della tesi di McGilchrist: la cultura occidentale contemporanea avrebbe gradualmente favorito, consciamente o inconsciamente, la prospettiva dell’area cerebrale sinistra: procedure rigide, eccesso di astrazione, iper-specializzazione, predominanza del linguaggio tecnico, eccessiva burocratizzazione, il tutto accompagnato da uno smarrimento sistematico del significato profondo delle esperienze umane.
Sulla scia di questa supremazia deleteria, l’individuo rischierebbe di perdere interi pezzi di sé: creatività autentica, intuizione, compassione, una connessione naturale con tutto ciò che lo circonda e, infine, una bussola etica-morale che esuli dalle mere logiche schematiche di produttività.
L’ignorare tale andamento potrebbe portare a diverse gravi conseguenze sia individuali che sociali. Alcuni esempi concreti: una forte tendenza all’alienazione con conseguente disgregazione dei legami sociali, oppure l’invalidazione di qualsiasi esperienza umana emotiva con risultante sensazione di vuoto e depressione.
Secondo McGilchrist, infatti, questo non è solo un tema psicologico del singolo, ma anche un parametro necessario per misurare il benessere collettivo generale. Quando una società privilegia la logica frammentaria e riduzionista, può finire per costruire istituzioni e modelli economici che ne riflettono la stessa visione arida e impoverita.
Al centro del messaggio dell’opera dello psichiatra c’è un invito che suona sorprendentemente semplice: recuperare una percezione integrale dell’esistenza. Non rifiutare l’analisi, ma restituirla al suo posto naturale: un’abilità al servizio di una comprensione più ampia e profonda.
L’emisfero destro, nella prospettiva di McGilchrist, non è il sognatore ingenuo, ma il custode silenzioso di un sapere più antico, capace di intuire complessità che sfuggono ai meccanismi lineari di quello sinistro, elaborando simboli e indizi cognitivi che si nascondono dietro il velo della realtà sensibile.
Le teorie sopra riportate non sono prive di critiche. Alcuni neuroscienziati ritengono eccessivo attribuire caratteri quasi «personalistici» agli emisferi cerebrali, definendolo un approccio troppo riduttivo e un artifizio atto solo a semplificare una materia ancora assai ricca di incognite. Altri, invece, apprezzano la sintesi interdisciplinare elaborata dal britannico, che unisce neuropsicologia, filosofia, storia e antropologia; tuttavia, invitano alla cautela nel generalizzare e a un prudente uso delle metafore divulgative. Ciò che nessuno nega, però, è che il lavoro del medico londinese abbia riportato al centro della discussione un interrogativo essenziale: come la nostra mente costruisce il mondo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla semplificazione e dall’automazione, l’opera di Iain McGilchrist riecheggia come un invito a recuperare la dimensione umana più ampia: quella capace di ascoltare, di percepire, di vedere oltre la superficie.
In altre parole, a ristabilire un valido e fruttuoso equilibrio tra le due grandi «voci» della nostra mente, nella speranza che capendo maggiormente noi stessi si possa arrivare a comprendere maggiormente anche l’esistenza tutta.
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Ansa
Oggi la Bulgaria entra ufficialmente nell’euro, diventando il 21° Paese della zona euro. Nonostante i vantaggi economici e l’integrazione nell’Eurosistema, circa la metà della popolazione rimane scettica, legata al lev e preoccupata per possibili aumenti dei prezzi. Tra le incertezze politiche e la propaganda filorussa, l’adozione della moneta unica avviene in un Paese ancora instabile e diviso sull’Europa.
Da oggi primo gennaio la Bulgaria utilizza ufficialmente l’euro, diventando il ventunesimo Stato membro dell’Unione europea ad adottare la moneta unica. A quasi vent’anni dall’ingresso nell’Ue, Sofia archivia il lev e completa un percorso di integrazione avviato nel 2007 e formalizzato con la decisione adottata la scorsa estate, che ha fissato il tasso di conversione irrevocabile a 1,95583 lev per un euro.
Con l’adozione della moneta unica, la Banca nazionale di Bulgaria entra a pieno titolo nell’Eurosistema e il suo governatore prende posto nel Consiglio direttivo della Banca centrale europea. La Bce ha celebrato l’ingresso di Sofia proiettando un’installazione luminosa sulla facciata della sede di Francoforte, come simbolo dell’unità dei 358 milioni di cittadini che utilizzano l’euro.
«Un caloroso benvenuto alla Bulgaria nella famiglia dell’euro», ha dichiarato la presidente della Bce Christine Lagarde, sottolineando come la moneta unica rappresenti un segno concreto della capacità europea di agire insieme e di affrontare un contesto geopolitico segnato da forti incertezze. In un messaggio diffuso sui social, Lagarde ha anche evocato simbolicamente un brindisi con un vino bulgaro per salutare l’ingresso del nuovo Paese membro.
Dal punto di vista istituzionale, l’adesione comporta l’ingresso della banca centrale bulgara nel Meccanismo di vigilanza unico, sebbene una cooperazione rafforzata fosse già attiva dal 2020. La Bce assume ora la vigilanza diretta su quattro istituti bancari significativi e la supervisione di altri diciassette enti meno rilevanti. Sofia partecipa inoltre ai servizi Target dell’Eurosistema, che garantiscono la circolazione di pagamenti, titoli e garanzie in tutta l’area euro. Le controparti bulgare potranno accedere alle operazioni di mercato aperto annunciate dalla Bce a partire dal 2026.
Sul piano economico, secondo la stessa Lagarde, l’euro dovrebbe favorire scambi più fluidi, ridurre i costi di finanziamento e contribuire a una maggiore stabilità dei prezzi, con risparmi stimati per le imprese legati alla fine delle commissioni di cambio. L’impatto sull’inflazione, sempre secondo la Bce, dovrebbe essere contenuto e temporaneo.
L’ingresso nell’eurozona avviene però in un contesto interno complesso. In Bulgaria il passaggio alla moneta unica divide l’opinione pubblica: secondo i sondaggi, una parte consistente della popolazione avrebbe preferito mantenere il lev, considerato da molti un simbolo di stabilità dopo le crisi degli anni Novanta. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il possibile aumento dei prezzi, timore alimentato anche dalle forze politiche euroscettiche e dall’estrema destra.
Il dibattito sulla moneta si intreccia con una fase di forte instabilità politica. Il Paese è reduce da ripetute tornate elettorali, proteste contro la corruzione e dalla caduta dell’ultimo governo. Le tensioni sociali restano elevate, in un quadro segnato da profonde disuguaglianze territoriali: se da un lato l’economia è cresciuta sensibilmente dall’ingresso nell’Ue, dall’altro la Bulgaria rimane il Paese più povero dell’Unione.
Allargando lo sguardo, l’adozione dell’euro assume anche un significato geopolitico. Per i sostenitori, rappresenta un ulteriore ancoraggio all’Occidente e all’Unione europea; per i critici, un passaggio che rischia di accentuare le fratture interne, anche alla luce delle campagne di disinformazione filorusse che hanno accompagnato il dibattito.
Nonostante le resistenze, Bruxelles guarda all’ingresso di Sofia come all’inizio di una nuova fase. «L’adozione dell’euro apre un capitolo di nuove opportunità», ha commentato il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, salutando l’ingresso della Bulgaria nell’area della moneta unica.
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Postazione italiana sulla «Cengia Martini». Nel riquadro, esplosione di una mina sul Lagazuoi (Getty Images)
Gli austriaci trincerati sulla cima del Lagazuoi a 2.800 metri di quota e gli Alpini italiani 100 metri più in basso, abbarbicati ad una stretta parete di roccia nel tentativo di conquistare la cima strategica della montagna che domina Cortina. Questa la situazione nel dicembre 1915 dopo che i Kaiserjäger avevano occupato le sommità delle Dolomiti nei mesi precedenti rendendo la situazione al fronte molto difficile per il Regio Esercito. Nell’ottobre dello stesso anno gli italiani del battaglione Alpini «Val Chisone» avevano occupato una cengia proprio sotto il Lagazuoi, successivamente fortificata e ribattezzata «Cengia Martini» in onore del comandante del battaglione Ettore Martini che guidò l’azione. L’avamposto italiano rappresentò da allora una spina nel fianco per gli austriaci, che per la posizione a strapiombo proprio sotto le loro postazioni era difficile da neutralizzare. Più volte i Kaiserjäger cercarono di colpire i baraccamenti italiani tra l’ottobre e il dicembre 1915 sia con tiri di mitragliatrice che con barilotti di esplosivo fatti cadere dalla cima, ma senza riuscire a neutralizzare del tutto gli italiani. Alla fine di dicembre iniziò una relativa calma che avrebbe riservato una drammatica sorpresa per gli Alpini. Durante il mese di dicembre le pattuglie italiane avevano sentito forti rumori di cantiere, che attribuirono a lavori di fortificazione delle postazioni austriache sulla cima. In realtà il nemico stava scavando una galleria dotata di fornello di mina proprio sopra la Cengia Martini, caricata con 300 kg. di esplosivo. Anticipata da un insolito fuoco di artiglieria partito dall’antistante postazione austriaca la mina esplose alle 00:30 del 1°gennaio 1916 provocando un forte movimento tellurico e una valanga di rocce e detriti che investì il camminamento avanzato della cengia occupata dagli italiani. Fortuna volle che la grande frana, colpendo alcune formazioni rocciose sottostanti la cima del Piccolo Lagazuoi, si incanalasse scivolando verso valle vanificando quella che fu la prima azione della lunga guerra di mina del fronte dolomitico. Anziché distruggere la cengia, un grosso masso si incastrò di fronte agli avamposti fornendo un riparo naturale agli italiani. Anche se fino al 1917 gli austriaci fecero esplodere altre tre mine contro l’avamposto degli Alpini, la Cengia Martini non fu mai sgomberata. Furono gli italiani a fare invece esplodere la quinta carica sotto l’anticima il 21 giugno 1917 nel tentativo di neutralizzare una postazione di artiglieria che impediva l’avanzata italiana. Pochi mesi più tardi la ritirata di Caporetto svuotò le trincee italiane compresa al Cengia Martini, mentre la Grande Guerra si giocò da allora sul fronte del Piave.
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Ormai li conoscono tutti: Mounjaro, Saxenda, Wegowy. Sono solo alcuni dei farmaci antiobesità e fanno dimagrire davvero. Ma cosa succede una volta conclusa la terapia? «L'interruzione dei farmaci anti-obesità è spesso seguita da un significativo recupero di peso, la cui entità è proporzionale all'effetto dimagrante iniziale del farmaco». Lo dicono gli esperti e tradotto: le persone che interrompono l'assunzione di un farmaco GLP-1 come Mounjaro tendono a riprendere peso a un ritmo che rispecchia più o meno il modo in cui lo hanno perso. Non un bell'affare insomma, tanto che alcuni ormai tendono a riassumere il farmaco a cicli alterni durante l'anno per non perdere i risultati ottenuti.
Questo accade perché l'appetito e il senso di sazietà tornano ai livelli pre-trattamento, o anche superiori per alcune persone. In uno studio randomizzato e controllato contro placebo, pubblicato da JAMA e condotto su 800 persone, si è visto che il semaglutide, insieme ad alcuni consigli dietetici e sull’attività fisica, aveva fatto perdere, in media, il 10% del peso in quattro mesi. Poi, a un terzo dei partecipanti è stato somministrato un placebo per un anno. All’undicesimo mese, costoro avevano già riacquistato il 7% del peso, mentre chi aveva continuato a ricevere semaglutide aveva perso ulteriori chili, fino ad arrivare a una diminuzione di più del 17% del peso iniziale. Ma anche queste persone, un anno dopo aver interrotto la cura, avevano riacquistato due terzi di quanto avevano perso. Lo stesso si è visto in uno studio osservazionale, pubblicato sul sito Epic Research, non sottoposto a revisione ma basato sui dati delle cartelle cliniche di 20.300 persone che avevano assunto semaglutide e perso almeno 2,3 kg. Poco meno della metà (il 44%) aveva recuperato il 25% del peso perduto, un anno dopo aver smesso la terapia.
Altra informazione che si è ottenuta scientificamente è che la maggior parte del grasso che torna è quello viscerale, cioè il grasso che avvolge gli organi interni e che è più strettamente associato all’aumento del rischio di diverse malattie, tra le quali proprio la resistenza all’insulina, il diabete, gli infarti e gli ictus. Inoltre si vede un effetto rebound nella pressione del sangue e nel colesterolo, che possono arrivare a valori peggiori rispetto a prima della cura che, invece, quasi sempre fa migliorare la situazione metabolica.
sviluppare abitudini alimentari corrette durante l'assunzione del farmaco
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