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2021-08-01
Che sia obbligatorio o meno sono a carico dello Stato i malanni causati dal vaccino
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Se il vaccino è così decisivo nella lotta al Covid-19, perché lo Stato non «prescrive» il vaccino obbligatorio? Secondo molti, la ragione è di natura economica: nel momento in cui si decidesse di imporre la vaccinazione, scatterebbe anche l'imperativo di tutelare gli eventuali danneggiati. Ciò è stabilito da una legge datata: la 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie. Quindi, secondo questa chiave di lettura, il governo continua nella sua politica «persuasiva» per non dover pagare un prezzo troppo alto in ristori da immunizzazione. Ma è corretta questa lettura? O invece già ora, a prescindere dalla obbligatorietà del vaccino, lo Stato è tenuto a indennizzare chi riporta danni collaterali legati alla somministrazione?
Per tentare una risposta, è di straordinario interesse una recente sentenza con la quale la Corte costituzionale (118, 23 giugno 2020) ha dichiarato parzialmente illegittimo l'articolo 1, comma 1 della già citata legge 210/1992. Si tratta di una norma poco conosciuta perché smentisce la favola bella dei vaccini innocui per definizione: come noto, pressoché ogni farmaco può provocare reazioni avverse. Non a caso, il nostro Paese si è dotato di una disciplina giuridica a tutela delle vittime dei vaccini. E lo Stato ha continuato a erogare quattrini a favore degli sventurati incappati in problemi di varia natura. Ma perché la legge in questione è finita sotto la lente della Corte costituzionale? Tutto nasce dalla vicenda di una giovane pugliese che, da piccola, si era sottoposta per ben due volte (2003 e 2004) alla somministrazione di un vaccino contro l'epatite A: un rimedio «raccomandato» (quindi, non obbligatorio) dalla Regione ai ragazzi sotto i 12 anni. La sfortunata, a seguito della inoculazione, risultò affetta da lupus eritematoso sistemico. Si rivolse al tribunale che riconobbe un nesso di causa tra vaccinazione e successiva patologia e le attribuì il diritto all'indennizzo.
La decisione è stata confermata dalla Corte d'appello di Lecce, ma il ministero della Salute è ricorso in Cassazione per far annullare la pronuncia. Secondo il ministero, infatti, nessun ristoro doveva essere liquidato perché il vaccino non era obbligatorio ma solo raccomandato; e la legge 210 del 1992 riconosce il diritto solo a chi non ha potuto sottrarsi alla inoculazione perché «costretto» dallo Stato. La Cassazione ha sollevato un'eccezione di illegittimità della norma del 1992 e rimesso gli atti alla Corte costituzionale. Secondo la quale la legge 210 è contraria alla Carta laddove prevede il diritto all'indennizzo solo a beneficio di coloro i quali riportano pregiudizi a causa di un vaccino obbligatorio e non anche a favore di chi - a quel vaccino - si è sottoposto magari sulla base di una mera «raccomandazione» della pubblica autorità. La Consulta ha, come detto, dato ragione ai giudici del Palazzaccio, rilevando che, nel caso di specie, la cosiddetta «raccomandazione» fosse in realtà una «ampia e insistita campagna di informazione», per effetto della quale la giovane era stata convocata presso gli ambulatori dell'Asl mediante una missiva che presentava la vaccinazione «non tanto come prestazione raccomandata, ma quasi come se fosse stata obbligatoria».
In effetti, la differenza tra «obbligo» e «raccomandazione», nettissima in teoria, nella pratica medico sanitaria, è assai più sottile. Tradotto: se i danni sono provocati da un vaccino (imposto o raccomandato che sia) la cui somministrazione è giustificata da un interesse collettivo, allora la collettività stessa deve farsi carico delle lesioni causate ai singoli.
Appare evidente come questa pronuncia si applichi alla situazione odierna. L'introduzione del green pass è senza dubbio qualcosa di più di una forte «raccomandazione». Chi non si vaccina muore: quando lo dice un premier, cos'altro c'è da aggiungere? Ergo, i danni da vaccino anti Covid vanno indennizzati. Se ciò fosse chiaro a milioni di italiani vaccinati, e in particolare a migliaia di questi che abbiano hanno riportato conseguenze potenzialmente dovute alla puntura, le conseguenze in termini di costi per lo Stato sarebbero tutt'altro che irrilevanti. Soprattutto, molte più persone sarebbero incentivate a percorrere la strada del riconoscimento del nesso di causa tra il vaccino e i danni plausibilmente conseguenti. Adesso l'allarme è doppio. Infatti, la corsa - ovviamente giustificata dalla drammaticità della situazione dei mesi scorsi - verso soluzioni frenetiche e di fatto impositive, rischia seriamente di essere pagata non solo in termini di salute individuale (laddove fossero acclarati i nessi causali con le reazioni avverse), ma anche di finanza pubblica.
La Lombardia su tutela dalle denunce
Fioccano le richieste di indennizzo o risarcimento per eventi avversi causati dal vaccino anti Covid-19 e la Regione Lombardia detta ai suoi direttori generali delle aziende sanitarie territoriali (Asst e ast) la linea da tenere.
In questi giorni, mentre in piazza si protesta per il green pass che dal 6 agosto permetterà di partecipare a molte attività della vita sociale, alle Asst e Ats arriva una lettera dell'amministrazione guidata Attilio Fontana sulle «indicazioni per la gestione delle richieste di indennizzi/danni da vaccinazioni anti Sars-Cov-2». Potrebbe essere una conseguenza della battaglia sulla vaccinazione il cui obbligo non è dichiarato, ma in parte realizzato, attraverso il green pass, che diventerà necessario per poter partecipare a eventi, andare in piscina o al ristorante (al chiuso), oltre che per viaggiare e andare in vacanza. «Stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende (come alle aziende sanitarie di tutto il territorio nazionale) richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazione di vaccino», si legge nella lettera di Regione Lombardia. «Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino». La Regione Lombardia, in attesa che «il ministero fornisca opportune indicazioni in merito», nell'assicurare che «nessuna azione verrà intrapresa», informa che «le richieste di risarcimento per danno da somministrazione del vaccino dovranno essere comunicate dalle Asst/enti erogatori ai rispettivi assicuratori».
Particolari interessanti emergono dalla seconda pagina della lettera, che ricorda la normativa vigente sugli indennizzi e che prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato «lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica», a seguito di vaccinazioni obbligatorie e per alcune «non obbligatorie». Attualmente l'obbligo della vaccinazione anti Sars-Cov-2 è solo per gli operatori sanitari (medici, farmacisti, infermieri operatori socio assistenziali). «In tutti gli altri casi», scrive la Regione, «si tratta di vaccinazione non obbligatoria (seppure fortemente raccomandata, offerta ai cittadini per classi di priorità come da Piano strategico nazionale dei vaccini)». Proprio su questo punto si apre una questione da dirimere e su cui il ministero non ha ancora detto nulla, anche se almeno da un mese è stata annunciata dall'associazione per i diritti dei consumatori, Codacons, la class action contro lo Stato per chiedere un risarcimento in favore degli under 60 vaccinati con Astrazeneca (circa 1,5 milioni di persone), costretti a cambiare la seconda dose con un altro preparato anti Covid. Secondo il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, i cittadini che «si ritengono lesionati dalla comunicazione farraginosa e contraddittoria da parte delle istituzioni» possono chiedere «fino a 10.000 euro di risarcimento» per «il danno potenziale e per il rischio corso sul fronte sanitario, anche in assenza di danni effettivi alla salute». Per il Codacons circa 10.000 persone avrebbero già richiesto l'indennizzo. Se lo Stato dovesse risarcire tutti coloro che si sono angosciati per «la diffusione di informazioni contraddittorie e contrastanti» in questi mesi, come del resto riconosciuto in una sentenza per l'Ilva di Taranto, probabilmente le richieste di indennizzo potrebbero vedere un'impennata non indifferente. In ogni caso, soprattutto da quando è stato introdotto il green pass, il confine tra obbligo e raccomandazione è sempre più labile.
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Una sentenza della Consulta ha smontato un articolo della legge 210/1992: per il diritto all'indennizzo basta la «raccomandazione». Proprio come sta avvenendo per il Covid.Dato che le richieste di risarcimento sono in crescita, il Pirellone istruisce i manager sanitari in attesa di indicazioni da Speranza. Il Codacons intanto soffia sul fuoco.Lo speciale contiene due articoli.Se il vaccino è così decisivo nella lotta al Covid-19, perché lo Stato non «prescrive» il vaccino obbligatorio? Secondo molti, la ragione è di natura economica: nel momento in cui si decidesse di imporre la vaccinazione, scatterebbe anche l'imperativo di tutelare gli eventuali danneggiati. Ciò è stabilito da una legge datata: la 210/1992, che prevede indennizzi a favore di quanti hanno riportato danni a seguito di vaccinazioni obbligatorie. Quindi, secondo questa chiave di lettura, il governo continua nella sua politica «persuasiva» per non dover pagare un prezzo troppo alto in ristori da immunizzazione. Ma è corretta questa lettura? O invece già ora, a prescindere dalla obbligatorietà del vaccino, lo Stato è tenuto a indennizzare chi riporta danni collaterali legati alla somministrazione? Per tentare una risposta, è di straordinario interesse una recente sentenza con la quale la Corte costituzionale (118, 23 giugno 2020) ha dichiarato parzialmente illegittimo l'articolo 1, comma 1 della già citata legge 210/1992. Si tratta di una norma poco conosciuta perché smentisce la favola bella dei vaccini innocui per definizione: come noto, pressoché ogni farmaco può provocare reazioni avverse. Non a caso, il nostro Paese si è dotato di una disciplina giuridica a tutela delle vittime dei vaccini. E lo Stato ha continuato a erogare quattrini a favore degli sventurati incappati in problemi di varia natura. Ma perché la legge in questione è finita sotto la lente della Corte costituzionale? Tutto nasce dalla vicenda di una giovane pugliese che, da piccola, si era sottoposta per ben due volte (2003 e 2004) alla somministrazione di un vaccino contro l'epatite A: un rimedio «raccomandato» (quindi, non obbligatorio) dalla Regione ai ragazzi sotto i 12 anni. La sfortunata, a seguito della inoculazione, risultò affetta da lupus eritematoso sistemico. Si rivolse al tribunale che riconobbe un nesso di causa tra vaccinazione e successiva patologia e le attribuì il diritto all'indennizzo. La decisione è stata confermata dalla Corte d'appello di Lecce, ma il ministero della Salute è ricorso in Cassazione per far annullare la pronuncia. Secondo il ministero, infatti, nessun ristoro doveva essere liquidato perché il vaccino non era obbligatorio ma solo raccomandato; e la legge 210 del 1992 riconosce il diritto solo a chi non ha potuto sottrarsi alla inoculazione perché «costretto» dallo Stato. La Cassazione ha sollevato un'eccezione di illegittimità della norma del 1992 e rimesso gli atti alla Corte costituzionale. Secondo la quale la legge 210 è contraria alla Carta laddove prevede il diritto all'indennizzo solo a beneficio di coloro i quali riportano pregiudizi a causa di un vaccino obbligatorio e non anche a favore di chi - a quel vaccino - si è sottoposto magari sulla base di una mera «raccomandazione» della pubblica autorità. La Consulta ha, come detto, dato ragione ai giudici del Palazzaccio, rilevando che, nel caso di specie, la cosiddetta «raccomandazione» fosse in realtà una «ampia e insistita campagna di informazione», per effetto della quale la giovane era stata convocata presso gli ambulatori dell'Asl mediante una missiva che presentava la vaccinazione «non tanto come prestazione raccomandata, ma quasi come se fosse stata obbligatoria». In effetti, la differenza tra «obbligo» e «raccomandazione», nettissima in teoria, nella pratica medico sanitaria, è assai più sottile. Tradotto: se i danni sono provocati da un vaccino (imposto o raccomandato che sia) la cui somministrazione è giustificata da un interesse collettivo, allora la collettività stessa deve farsi carico delle lesioni causate ai singoli. Appare evidente come questa pronuncia si applichi alla situazione odierna. L'introduzione del green pass è senza dubbio qualcosa di più di una forte «raccomandazione». Chi non si vaccina muore: quando lo dice un premier, cos'altro c'è da aggiungere? Ergo, i danni da vaccino anti Covid vanno indennizzati. Se ciò fosse chiaro a milioni di italiani vaccinati, e in particolare a migliaia di questi che abbiano hanno riportato conseguenze potenzialmente dovute alla puntura, le conseguenze in termini di costi per lo Stato sarebbero tutt'altro che irrilevanti. Soprattutto, molte più persone sarebbero incentivate a percorrere la strada del riconoscimento del nesso di causa tra il vaccino e i danni plausibilmente conseguenti. Adesso l'allarme è doppio. Infatti, la corsa - ovviamente giustificata dalla drammaticità della situazione dei mesi scorsi - verso soluzioni frenetiche e di fatto impositive, rischia seriamente di essere pagata non solo in termini di salute individuale (laddove fossero acclarati i nessi causali con le reazioni avverse), ma anche di finanza pubblica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/che-sia-obbligatorio-o-meno-sono-a-carico-dello-stato-i-malanni-causati-dal-vaccino-2654320150.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lombardia-su-tutela-dalle-denunce" data-post-id="2654320150" data-published-at="1627756834" data-use-pagination="False"> La Lombardia su tutela dalle denunce Fioccano le richieste di indennizzo o risarcimento per eventi avversi causati dal vaccino anti Covid-19 e la Regione Lombardia detta ai suoi direttori generali delle aziende sanitarie territoriali (Asst e ast) la linea da tenere. In questi giorni, mentre in piazza si protesta per il green pass che dal 6 agosto permetterà di partecipare a molte attività della vita sociale, alle Asst e Ats arriva una lettera dell'amministrazione guidata Attilio Fontana sulle «indicazioni per la gestione delle richieste di indennizzi/danni da vaccinazioni anti Sars-Cov-2». Potrebbe essere una conseguenza della battaglia sulla vaccinazione il cui obbligo non è dichiarato, ma in parte realizzato, attraverso il green pass, che diventerà necessario per poter partecipare a eventi, andare in piscina o al ristorante (al chiuso), oltre che per viaggiare e andare in vacanza. «Stanno giungendo con intensità crescente alle nostre aziende (come alle aziende sanitarie di tutto il territorio nazionale) richieste per indennizzo/risarcimento a seguito di somministrazione di vaccino», si legge nella lettera di Regione Lombardia. «Tali richieste, sostanzialmente tutte identiche, riferiscono il verificarsi di eventi successivi alla somministrazione del vaccino». La Regione Lombardia, in attesa che «il ministero fornisca opportune indicazioni in merito», nell'assicurare che «nessuna azione verrà intrapresa», informa che «le richieste di risarcimento per danno da somministrazione del vaccino dovranno essere comunicate dalle Asst/enti erogatori ai rispettivi assicuratori». Particolari interessanti emergono dalla seconda pagina della lettera, che ricorda la normativa vigente sugli indennizzi e che prevede un riconoscimento economico a favore di chiunque abbia riportato «lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica», a seguito di vaccinazioni obbligatorie e per alcune «non obbligatorie». Attualmente l'obbligo della vaccinazione anti Sars-Cov-2 è solo per gli operatori sanitari (medici, farmacisti, infermieri operatori socio assistenziali). «In tutti gli altri casi», scrive la Regione, «si tratta di vaccinazione non obbligatoria (seppure fortemente raccomandata, offerta ai cittadini per classi di priorità come da Piano strategico nazionale dei vaccini)». Proprio su questo punto si apre una questione da dirimere e su cui il ministero non ha ancora detto nulla, anche se almeno da un mese è stata annunciata dall'associazione per i diritti dei consumatori, Codacons, la class action contro lo Stato per chiedere un risarcimento in favore degli under 60 vaccinati con Astrazeneca (circa 1,5 milioni di persone), costretti a cambiare la seconda dose con un altro preparato anti Covid. Secondo il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, i cittadini che «si ritengono lesionati dalla comunicazione farraginosa e contraddittoria da parte delle istituzioni» possono chiedere «fino a 10.000 euro di risarcimento» per «il danno potenziale e per il rischio corso sul fronte sanitario, anche in assenza di danni effettivi alla salute». Per il Codacons circa 10.000 persone avrebbero già richiesto l'indennizzo. Se lo Stato dovesse risarcire tutti coloro che si sono angosciati per «la diffusione di informazioni contraddittorie e contrastanti» in questi mesi, come del resto riconosciuto in una sentenza per l'Ilva di Taranto, probabilmente le richieste di indennizzo potrebbero vedere un'impennata non indifferente. In ogni caso, soprattutto da quando è stato introdotto il green pass, il confine tra obbligo e raccomandazione è sempre più labile.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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Friedrich Merz (Ansa)
La transizione ora entra nel vivo. Il primo grande gruppo, oltre 500 miliardi di euro, ha dodici mesi per sistemare i portafogli. Gli analisti prevedono che si parta dallo smontaggio delle coperture sui tassi - gli swap, per gli amici - e da una riduzione dell’esposizione sulle scadenze lunghissime. La banca centrale olandese stima un taglio da 100-150 miliardi tra bond di Stato e derivati ultra-lunghi. Numeri che, messi insieme, fanno tremare la parte lunga delle curve dei rendimenti.
Non a caso la Germania già sente il colpo. Il premio pagato sui titoli a lunga scadenza rispetto a quelli medi è ai massimi da sei anni. I mercati hanno fiutato la mossa: meno compratori «naturali» di Bund proprio mentre Berlino prepara nuovo debito per finanziare gli stimoli fiscali. Risultato? La Germania pensa di emettere per la prima volta un bond a 20 anni. Segno dei tempi: se i fondi scappano dai trentennali, bisogna accorciare il passo.
E qui arriva il paradosso. Mentre il Nord stringe la cintura e rivede le strategie, il Sud potrebbe sorridere. Italia e Spagna, debiti più rischiosi ma rendimenti più generosi, diventano improvvisamente più interessanti. Se i fondi olandesi compreranno meno Bund, qualcuno dovrà pur comprare altro. E i Btp, spesso trattati come cugini poveri, potrebbero trovare nuovi estimatori ad Amsterdam. Certo, non sarà una passeggiata. Alcuni fondi hanno già rinviato il passaggio, altri potrebbero farlo: la complessità è enorme e la volatilità di inizio anno, con liquidità ridotta, è dietro l’angolo. Anche Wall Street intanto balla – Dow, S&P e Nasdaq in calo – a ricordare che il mercato non ama le rivoluzioni improvvise.
Ma il messaggio è chiaro: l’Olanda ha acceso la miccia. Ha deciso che la sicurezza assoluta è un’illusione e che, per pagare le pensioni del futuro, bisogna accettare un po’ di rischio oggi. Una scelta che cambia il volto dei mercati europei e che, ironia della sorte, potrebbe regalare un assist proprio ai Paesi più indebitati. Insomma, quando i fondi pensione olandesi smettono di comprare Bund, a Roma qualcuno potrebbe stappare una bottiglia. Anche se, per scaramanzia, meglio tenerla in fresco: i mercati, come le pensioni di nuova generazione, non promettono più nulla.
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