2019-01-02
Monica Marchionni
La testimonianza che smonta le bugie di chi contesta la riforma: l’estrazione era accettata purché non infastidisse il sistema.
Mi presento: mi chiamo Monica Marchionni e sono in magistratura da oltre 30 anni. Sono un magistrato di provincia, anzi, nella considerazione dei più un magistrato di «serie Z» perché mi occupo della fase esecutiva, cioè di quella fase di cui non interessa niente a nessuno, ovvero dell’esecuzione della pena.
Si fa un gran parlare di certezza della pena, dovendosi questa intendere nella sua duplice finalità: retributiva e rieducativa. Ma a nessuno interessa se una persona, giustamente condannata perché ha commesso un grave crimine, sia stata correttamente punita e se dall’esecuzione di quella pena sia stata effettivamente rieducata. Eppure la nostra Costituzione, che tutti sventoliamo come custode dei diritti, lo prevede chiaramente. Forse questo è un altro tema però, o forse no; perché, se al processo penale venisse data corretta attuazione, non dovrebbe esservi un tale sbilanciamento tra le diverse fasi: indagini, processo, esecuzione della pena.
La stampa si occupa solo di arresti, di intercettazioni, di pubblicare il testo delle ordinanze di custodia cautelare in carcere, le motivazioni dei sequestri di beni patrimoniali, registra le conferenze stampa che le Procure allestiscono con buona pace della segretezza delle indagini, e poi trascura l’informazione nel momento in cui le indagini preliminari finiscono, quando si passa alla fase processuale. Non si parla mai, e dico mai, della vicenda di un uomo che, dopo una condanna, sia uscito dall’esecuzione della pena diverso, sia diventato un uomo nuovo.
La verità è che la «superstar» del processo penale oggi è il pubblico ministero. Nell’applicazione, ormai più che trentennale, del nuovo rito accusatorio si assiste a un netto squilibrio tra il peso, anche mediatico, del pm rispetto a quello del giudice (non oso nemmeno fare il raffronto con il ruolo del magistrato di sorveglianza perché potrei essere tacciata di blasfemia).
Penso che sia arrivato il momento di riportare le cose al loro posto, di riportare gli attori del processo nel ruolo che è stato loro attribuito dall’ordinamento. Non dobbiamo avere un pm superstar, ma un giudice super partes.
Questa esigenza è diventata ancora più stringente dopo che, nel 1999, l’articolo 111 della Costituzione è stato modificato con l’introduzione del principio del giusto processo, secondo cui tutti hanno diritto a un giusto processo davanti a un giudice terzo. Se il giudice deve essere «terzo», le altre due parti, il pm e la difesa, devono necessariamente essere da lui equidistanti. Questo mi pare tanto ovvio quanto banale, ma a rafforzare la necessità che si provveda in merito è la stessa Carta costituzionale che alla settima «disposizione transitoria» prescrive che l’ordinamento giudiziario debba essere adeguato ai principi costituzionali. Dalla modifica dell’articolo 111 discende, come ineludibile conseguenza, che anche l’ordinamento giudiziario venga parimenti mutato, con l’adeguamento al principio del giusto processo.
Su questo punto non vorrei spendere altre parole se non ricordare, a chi dice che la riforma è inutile perché ormai le funzioni sono separate, che proprio il fatto che lo siano state dimostra la necessità che si compia ora l’ultimo passo.
Ma veniamo al sorteggio. Su questo argomento mi permetto di raccontare brevemente la mia avventura di sorteggiata alle passate lezioni del Consiglio superiore della magistratura. Già, di sorteggiata, perché pochi, pochissimi sanno che una, sia pur larvata, forma di sorteggio è già stata prevista dalla cosiddetta riforma Cartabia per il caso di sproporzione di genere nelle liste presentate dalle correnti nei vari collegi.
I più ignorano che le elezioni del Csm si svolgono come vere e proprie competizioni elettorali. Le correnti, cioè la trasposizione all’interno dell’Anm delle diverse ideologie partitiche, presentano liste di candidati. Si vota col sistema proporzionale, quindi non per la persona che si ritiene più meritevole. Si dà una preferenza, ma poi sono le correnti a decidere a chi andranno i voti a seconda dell’ordine di presentazione in lista e così, ogni quattro anni, in vista delle elezioni schiere di magistrati candidati si recano negli uffici giudiziari a sostenere le ragioni della propria candidatura.
Alle scorse elezioni tra i candidati c’ero anch’io e non perché qualche corrente mi avesse scelta. Il mio nome era stato estratto a sorte dall’ufficio elettorale presso la Cassazione, perché nel collegio numero 4, composto da Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata, mancava il nome di una donna. Io non avevo mai fatto vita associativa, non mi ero mai interessata di altro se non di lavorare. Mi sono messa alla prova perché credevo fermamente che, dopo lo scandalo Palamara, fosse giunto il momento di ridare credibilità esterna alla magistratura (noi al nostro interno non abbiamo considerato affatto quello come uno scandalo, perché abbiamo sempre saputo con quali criteri avvenissero le nomine dei capi degli uffici).
Ho avuto un buon successo personale, ma ovviamente non è stato sufficiente. Credo, però, di avere fatto paura. Tutti i voti che ho preso, senza alcun sostegno, sono stati voti di chi, come me, credeva già allora nel sorteggio e nella impellenza di sgominare il sistema correntizio (in quel periodo furono raccolte più di mille firme di magistrati favorevoli al sorteggio).
Durante la mia campagna elettorale, in giro per i tribunali siciliani, i giovani magistrati a cui mi rivolgevo, rappresentando l’importanza di avere al Csm una persona libera, senza legami con le correnti, mi rispondevano che a loro era stato insegnato, fin dalla Scuola superiore della magistratura, di iscriversi a una corrente per avere la protezione necessaria in caso di esposti da parte di avvocati o cittadini.
Il sorteggio che ora propone questa riforma è ben altra cosa. Chi sarà sorteggiato non dovrà fare nessuna campagna elettorale e non dovrà presentare un programma; porterà al Csm, il proprio valore di magistrato, la propria integrità, quella con cui giudica ogni giorno della vita delle persone.
Ci si domanda: e se non sarà all’altezza? Ma si tratta di una domanda irricevibile perché se si ipotizza la modestia e l’inadeguatezza di un magistrato, è evidente che occorre rivedere i criteri di valutazione della professionalità dei magistrati. È fin troppo ovvio che se si è in grado di incidere sulla libertà personale di un cittadino e sul suo patrimonio si avranno anche le capacità di decidere in ordine al trasferimento o all’assegnazione di un incarico a un magistrato. Il Csm non è un organo di rappresentanza, non è un governo parallelo, né un parlamento parallelo, ma un organo amministrativo. Con leggi chiare e i criteri predeterminati si compiranno scelte amministrative nel nome del buon andamento della Giustizia.
Sono convita che la ragione per la quale la mia categoria si oppone così strenuamente alla separazione delle carriere è solo l’individuazione del metodo del sorteggio pensato per comporre sia i due Csm che derivano dalla separazione delle carriere, che l’Alta Corte disciplinare, metodo che, lungi dall’indebolire l’indipendenza della magistratura, la libererà dal gioco delle correnti contribuendo a dare attuazione concreta al principio ineludibile in una democrazia effettiva della separazione dei poteri.
Votare Sì significa liberare i magistrati, non assoggettarli a un potere esterno.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 24 febbraio con Carlo Cambi
I sindacati delle forze dell’ordine sono concordi: «Nessuno vuole essere al di sopra della legge, chiediamo solo un sostegno per non dissanguarci nei processi. I rimborsi sono esigui e tardivi. Nel frattempo dobbiamo pagare i legali e ci tagliano i salari».
Mentre il dibattito è concentrato su una parola che è diventata tossica, «immunità», gli operatori di polizia pensano alla parcella dell’avvocato, alla sospensione dal servizio che arriva prima della sentenza, allo stipendio che si assottiglia. È su questo piano che si gioca la vera partita.
«Nessun poliziotto vuole essere al di sopra della legge e nessuno deve esserlo», mette in chiaro il segretario del Coisp Domenico Pianese. Ma subito sposta il baricentro: «Il punto non è sottrarsi alla giustizia, ma evitare che chi agisce nell’esercizio del proprio dovere venga lasciato solo per anni in un limbo giudiziario ed economico». Perché l’iscrizione nel registro degli indagati non è solo un passaggio tecnico. È un fatto che produce effetti automatici: sospensione cautelare, possibile dimezzamento dello stipendio, spese legali da affrontare immediatamente, carriere sospese. Il tutto prima che venga accertata qualsiasi responsabilità. Pianese rivendica un primo argine: «Già con i decreti sicurezza dello scorso anno è stato introdotto un principio fondamentale per gli operatori delle forze di polizia, la legislazione di supporto». Fino a 10.000 euro per ogni grado di giudizio, se l’indagine riguarda fatti avvenuti in servizio. «È un passo storico», ammette. E aggiunge: «Si potrebbe fare di più? Forse sì. Ma quel provvedimento ha segnato un cambio di passo che per anni è stato ignorato». La cifra, 10.000 euro, però, suona come importante finché non la si mette dentro la realtà di un procedimento penale che può durare anni. E allora il tema non diventa lo scudo, ma la copertura integrale. Il nuovo decreto introduce un registro separato per gli appartenenti alle forze dell’ordine indagati per fatti accaduti durante il servizio. «Non è uno scudo penale», insiste Pianese. «È uno strumento procedurale esattamente come esistono registri dedicati in altri ambiti delicati, ad esempio per le vittime di stalking. Serve a garantire tempi certi e più rapidi, non a cancellare reati o responsabilità». Tempi certi significa meno anni di incertezza. Meno anni di spese. Il segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti, Antonio Alletto, attacca frontalmente proprio la parola «immunità». E spiega: «È un grave errore parlare di scudo penale. Nessun poliziotto chiede immunità, ed è folle anche solo pensarlo. Noi chiediamo di poter lavorare serenamente, con tutele professionali adeguate a un servizio esposto e pericoloso che impone decisioni immediate, anche sull’uso delle armi». Anche Alletto torna sul terreno concreto: «Non è accettabile che un operatore finisca automaticamente nel registro degli indagati, dovendo sostenere da subito costi legali spesso insostenibili e diversi da territorio a territorio. L’amministrazione dovrebbe farsi carico integralmente delle spese, recuperandole solo in caso di condanna». Il ragionamento è questo: lo Stato paga subito e se c’è una condanna recupera le somme. Nel frattempo l’operatore non deve indebitarsi per un atto compiuto in servizio. E Alletto aggiunge un altro tassello: «Servono inoltre bodycam, protocolli operativi chiari e il supporto dell’Avvocatura dello Stato, per garantire trasparenza, tutela reale e per evitare che ogni intervento si trasformi in un processo mediatico, economico ed emotivo per l’operatore e la sua famiglia». Anche Unarma insiste sull’anticipo: «Le spese legali per procedimenti penali su attività di servizio possano rappresentare un sostegno concreto», dice il segretario generale Antonio Nicolosi. E precisa: «È necessario che l’anticipo delle spese sia adeguato e cospicuo, capace di coprire fin da subito i costi della difesa senza gravare economicamente sugli operatori e sulle loro famiglie». Poi rilancia: «Ancora più incisiva sarebbe la previsione di un supporto diretto tramite l’Avvocatura dello Stato, che garantirebbe uniformità di tutela, tempi rapidi e una protezione concreta». Il Siaf, Sindacato italiano autonomo finanzieri, con il segretario generale Eliseo Taverna, riporta il confronto sul piano tecnico: «Bisogna evitare generalizzazioni che finiscono per penalizzare l’intero comparto». E mette un punto fermo: «È fondamentale rendere realmente efficace l’anticipo delle spese legali, che deve essere adeguato ai costi reali dei procedimenti e garantito fin dalle prime fasi, evitando che l’operatore debba sostenere oneri economici personali per fatti connessi al servizio». La sintesi è tutta qui. Non si discute di responsabilità. Si discute di chi paga l’attesa. Nel dibattito pubblico la parola che fa rumore è «immunità». Ma quella che pesa davvero è «anticipo». Perché tra l’iscrizione nel registro e la sentenza possono passare anni. E in quegli anni la giustizia ha un costo. Che ora è tutto sulle spalle dell’operatore di polizia.
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Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione della commissione Antimafia sull’ex procuratore diventato parlamentare con i 5 stelle: «Non era marginale e sapeva della prassi irregolare messa in atto da Striano per spiare anche i politici».
I pm delle inchieste sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, non avrebbero «valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale antimafia, trattando ciò che avrebbe richiesto massimo rigore come se invece si trattasse di un profilo marginale».
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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