
Ginevra Cerrina Feroni è giurista, docente di Diritto costituzionale Italiano e Comparato all’Università di Firenze, ed è vicepresidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Ha appena pubblicato un saggio estremamente interessante intitolato Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto (Rubbettino), che non potrebbe essere più attuale.
Leggendolo, non si può non pensare alle polemiche deliranti ma feroci che attraversano da qualche tempo i circoli ristretti della cultura italica.
Professoressa, non possiamo non cominciare dall’attualità. Da settimane assistiamo a dibattiti surreali, a censure. E il caso più delirante è forse quello che riguarda il famigerato patentino antifascista richiesto agli editori per partecipare alla manifestazione Più libri più liberi.
«Sono continue manifestazioni di ciò che ho studiato e affrontato nel mio libro. Il politicamente corretto è una forma di limitazione, di conformazione dell’agire di un individuo a dei parametri, dei paradigmi che si assumono meritevoli, accettabili per la cultura dominante. Il tema del patentino - che a me ricorda per la verità il Green pass di pandemica memoria - è esattamente questo: è una valutazione ex ante sulla accettabilità della presenza di alcuni editori a un consesso nel quale si dovrebbe rappresentare nella sua massima estensione il pluralismo delle idee, la libertà del dibattito, il confronto anche duro. Questa è la cultura».
Questo confronto pare però che non sia possibile.
«Non ammesso, non è consentito. Si chiede una dichiarazione preventiva di appartenenza al salotto buono delle idee che sono ritenute accettabili e da un punto di vista costituzionale lo trovo abbastanza criticabile. Esiste già un articolo della Costituzione, il 54, che obbliga tutti i cittadini a rispettare la Costituzione e i valori su cui la Costituzione è fondata. E sicuramente la nostra Carta non è fascista. C’è già una disposizione transitoria che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista. Dunque un patentino, un Green pass di questo tipo è pleonastico. È evidente ci sia dietro un’altra ratio, una finalità diversa».
C’è un altro punto. La definizione di fascismo utilizzata da certi ambienti progressisti è del tutto arbitraria. I cui confini di questa definizione vengono stabiliti da coloro che ordinano il dibattito: sono loro che possono allargare o restringere questa definizione a seconda del loro gusto.
«Ha ragione. Aggiungo qualche particolare. Esistono già normative, che per altro sono antiche, penso alla legge Scelba, che puniscono l’apologia del fascismo. Poi c’è la legge Mancino che invece innesta l’elemento della propaganda ad esempio volta a evidenziare la superiorità di una razza rispetto ad un’altra. La Corte di Cassazione a sezioni unite nel 2024, a proposito del saluto romano, ha correttamente perimetrato il tema dell’apologia del fascismo. E ha detto chiaramente che ogni azione volta propagandare l’ideologia fascista deve essere accompagnata da atti concreti, cioè ci deve essere il pericolo reale che quell’attività possa dare vita a una forma di riorganizzazione che possa portare a delle azioni concrete. Gli americani direbbero che ci deve essere il “clear and present danger”, cioè ci deve essere un chiaro e presente pericolo perché altrimenti si puniscono astrattamente le idee e si va a toccare la libertà del pensiero».
È un pilastro liberale: si puniscono eventualmente le azioni e non i pensieri. Invece queste forme di Green pass culturale puntano proprio a sanzionare i pensieri: il potere stabilisce arbitrariamente chi sia il sano e chi invece il malato da curare. Potremmo dire che il politicamente corretto è una forma di medicalizzazione del pensiero.
«Penso di sì. A proposito del Green pass, uno strumento che io personalmente ho criticato da cultrice del diritto costituzionale, vorrei ricordare che era un abilitatore di diritti. Noi abbiamo dei diritti, ce li riconosce la Costituzione, quello strumento in realtà abilitava chi poteva fare determinate cose e chi no, chi era un cittadino a tutti gli effetti e chi non lo era. E qui si sta facendo la stessa cosa, c’è una sorta di polarizzazione della società, ci sono i buoni, i corretti e ci sono coloro che non hanno più diritto di stare dentro il consorzio civile. Durante il Covid si trattava di essere espulsi dal consorzio umano, perché alcune persone sono state completamente escluse financo dal lavoro, che è tra l’altro l’asse portante su cui si regge l’intera architettura costituzionale. Il politicamente corretto fa così, divide. Divide le persone che possono avere diritto di parola da quelle che devono essere escluse, ghettizzate, isolate o addirittura boicottate, offese e denigrate».
Questo è però un meccanismo totalmente e tipicamente totalitario.
«Certo. Totalitario nella misura in cui, come in tutti i regimi totalitari, si è escluso il dissenso. Ciò che dovrebbe fare un regime democratico è tutelare il pensiero dissenziente rispetto all’opinione della maggioranza. Nella tutela del dissenso, di qualunque dissenso si tratti, rispetto alla politica e alla cultura dominante, lì si vede l’indice di democrazia di un sistema. Tutti i regimi autoritari totalitari hanno operato in nello stesso modo, attivando ad esempio operazioni di pulizia del linguaggio».
Che guarda caso è ciò che fa il politicamente corretto.
«È la nuova semantica, l’igiene verbale. Alcune parole vengono escluse dal vocabolario, non si possono più pronunciare. In questa attività tipica di manipolazione del linguaggio c’è tutto Orwell. C’è la neolingua, si individuano nuove parole, si cassano le parole della vecchia lingua perché quando non ci sono più le parole non si riescono più a esprimere nemmeno i pensieri. Questo l’ha fatto qualsiasi regime totalitario, è indice del fatto che un sistema non è più democratico».
Come siamo arrivati a questo punto? Qual è la storia di questa malattia del pensiero?
«Il politicamente corretto prevedeva inizialmente misure dirette a evitare offese o svantaggi per membri di particolari gruppi sociali. Potremmo anche dire che nasce con ottime intenzioni ma poi si è trasformato in uno strumento volto a imbrigliare nell’accusa odiosa di intolleranza e di odio qualsiasi parere contrario a ciò che viene imposto come cultura. L’origine storica non è univoca. Per come lo intendiamo noi oggi, dobbiamo farne risalire le origini agli Stati Uniti degli anni Sessanta. Ma nel contesto del marxismo-leninismo essere politicamente corretti significava essere conformi ideologicamente alla linea del partito. Qualsiasi deviazione, diciamo così, dalla ortodossia del partito era intesa come un tradimento della causa proletaria, era una vera e propria eresia».
Beh, non è che oggi sia il quadro sia tanto diverso...
«In effetti non è cambiato molto».





