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2024-08-31
La maggioranza ritrova l’armonia ma con il giallo del comunicato
Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani (Ansa)
Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio.
Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini».
Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa.
Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».
Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr
Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza.
Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi.
A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
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Meloni, Salvini, Tajani e Lupi ribadiscono la compattezza del centrodestra: «Rinnovato il patto di coalizione». Dalla versione definitiva della nota salta una frase sull’uso delle armi nel Kursk. Il leghista: «Scelta stilistica».L’esecutivo deve sostituire Fitto: l’ipotesi più accreditata è quella di affidare il piano a funzionari in modo transitorio in attesa di trovare un nome lontano dai partiti.Lo speciale contiene due articoli.Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio. Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini». Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa. Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-accordo-2669105923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ipotesi-ministro-tecnico-per-il-pnrr" data-post-id="2669105923" data-published-at="1725050970" data-use-pagination="False"> Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza. Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».