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2024-08-31
La maggioranza ritrova l’armonia ma con il giallo del comunicato
Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani (Ansa)
Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio.
Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini».
Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa.
Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».
Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr
Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza.
Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi.
A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
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Meloni, Salvini, Tajani e Lupi ribadiscono la compattezza del centrodestra: «Rinnovato il patto di coalizione». Dalla versione definitiva della nota salta una frase sull’uso delle armi nel Kursk. Il leghista: «Scelta stilistica».L’esecutivo deve sostituire Fitto: l’ipotesi più accreditata è quella di affidare il piano a funzionari in modo transitorio in attesa di trovare un nome lontano dai partiti.Lo speciale contiene due articoli.Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio. Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini». Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa. Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-accordo-2669105923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ipotesi-ministro-tecnico-per-il-pnrr" data-post-id="2669105923" data-published-at="1725050970" data-use-pagination="False"> Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza. Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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