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2024-08-31
La maggioranza ritrova l’armonia ma con il giallo del comunicato
Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani (Ansa)
Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio.
Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini».
Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa.
Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».
Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr
Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza.
Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi.
A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
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Meloni, Salvini, Tajani e Lupi ribadiscono la compattezza del centrodestra: «Rinnovato il patto di coalizione». Dalla versione definitiva della nota salta una frase sull’uso delle armi nel Kursk. Il leghista: «Scelta stilistica».L’esecutivo deve sostituire Fitto: l’ipotesi più accreditata è quella di affidare il piano a funzionari in modo transitorio in attesa di trovare un nome lontano dai partiti.Lo speciale contiene due articoli.Il tanto atteso vertice del centrodestra che si è svolto ieri a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri fa registrare una compattezza granitica della maggioranza dopo le polemiche incrociate tra Lega e Forza Italia sullo ius scholae e sulla Autonomia, ma finisce per scatenare un caso che riguarda la politica estera. Piena unità di intenti su tutte le questioni aperte, dunque, a partire dalla elaborazione della legge di bilancio. Il giallo riguarda invece il consueto comunicato stampa che viene diffuso al termine delle riunioni di maggioranza: quella di ieri mattina a Palazzo Chigi inizia alle 11.10 e vede riuniti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. La discussione dura circa tre ore, poi inizia il cdm, che si svolge, a quanto apprende La Verità da fonti dirette, in un clima di massima serenità. Intorno alle 15, l’ufficio stampa della Lega diffonde un comunicato congiunto che sancisce la ritrovata (se mai fosse stata veramente smarrita) armonia della maggioranza: «I leader», recita la nota, «hanno rinnovato il patto di coalizione, garanzia di efficacia e concretezza dell’azione di governo. Un bilancio positivo sostenuto da dati macroeconomici incoraggianti, a partire dal buon andamento della crescita dell’occupazione. È stata ribadita l’unità della coalizione», prosegue il comunicato, «e sono determinati a continuare il lavoro avviato per tutta la legislatura, portando a compimento le riforme messe in cantiere e attuando il programma votato dai cittadini. Anche per questo la prossima legge di bilancio, come le precedenti, sarà seria ed equilibrata, e confermerà alcune priorità come la riduzione delle tasse, il sostegno a giovani, famiglie e natalità, e interventi per le imprese che assumono. Totale sintonia su tutti i dossier, a partire dalla politica estera. Soddisfazione per la rinnovata autorevolezza e affidabilità dell’Italia nello scenario globale», si sottolinea ancora nel comunicato congiunto, «come ribadito anche dal successo della presidenza italiana del G7, e condivisione sulla crisi in Medio Oriente e sulla posizione del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina, con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini». Passano pochi minuti e il comunicato viene cancellato e sostituito da un altro, diramato poi anche da Palazzo Chigi e da Fdi, nel quale la frase «con appoggio a Kiev ma contrari a ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini» non c’è più. Matteo Salvini precisa subito che «il testo (inviato per errore ma subito corretto) è stato modificato in pieno accordo con tutti gli altri leader solo per scelta stilistica e non di contenuto. Si tratta di un semplice errore, non c’è alcun problema o caso nella maggioranza», aggiunge Salvini, «abbiamo ribadito la linea del governo che la Lega ha sempre sostenuto». Del resto, pensare a qualcosa di diverso da un errore materiale, che può capitare a tutti, e in particolare a chi lavora con ritmi frenetici, è veramente difficile, considerato che i comunicati congiunti per definizione devono essere approvati da tutti i leader prima di essere diffusi alla stampa. Prima dell’inizio dei lavori del cdm, Giorgia Meloni rivolge ai ministri un discorso appassionato, con un passaggio importante sulla legge di bilancio: «Sarà una legge di bilancio», sottolinea, «ispirata, come quelle precedenti, al buon senso e alla serietà. La stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo. Tutte le risorse disponibili devono a mio avviso continuare a essere concentrate nel sostegno alle imprese che assumono e che creano posti di lavoro e per rafforzare il potere di acquisto delle famiglie, con la solita attenzione particolare a quelle con bambini. Ricordo che la manovra è ancora da scrivere e per questo consiglio grande prudenza nel commentare misure e interventi di cui ha parlato finora la stampa ma che non sono mai neanche state proposte. E, per carità, accade prima di ogni legge di bilancio che si scrivano cose non vere, quello che mi colpisce è che se ne continui a parlare anche dopo che le notizie vengono smentite dai diretti interessati, come nel caso dell’assegno unico. Voglio essere chiarissima su questo punto: fin quando ci sarà questo governo», puntualizza il presidente del Consiglio, «le famiglie italiane non avranno nulla da temere. Se c’è qualcuno che vorrebbe far saltare l’assegno unico, non è certo questo governo di centrodestra (che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità), ma qualche zelante funzionario europeo che ha aperto una procedura di infrazione e ha chiesto all’Italia di cancellare il requisito della residenza in Italia per i percettori dell’assegno non lavoratori, il requisito della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno sei mesi) e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Modifiche folli, ingiuste per le famiglie italiane e insostenibili per l’equilibrio dei conti dello Stato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-accordo-2669105923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ipotesi-ministro-tecnico-per-il-pnrr" data-post-id="2669105923" data-published-at="1725050970" data-use-pagination="False"> Ipotesi ministro tecnico per il Pnrr Giorgia Meloni ufficializza in Consiglio dei ministri la designazione del ministro come commissario Ue Raffaele Fitto usando parole di grande stima: «La nostra scelta», dice, «ricade su una persona che ha una grandissima esperienza e che ha saputo governare le deleghe che gli sono state affidate in questo governo con ottimi risultati: il ministro Raffaele Fitto. Comunicherò alla presidente Von der Leyen il nome e chiedo a tutti di rivolgere un applauso e un grande in bocca al lupo a Raffaele, che avrà davanti un compito estremamente complesso e allo stesso tempo entusiasmante. È una scelta dolorosa per me, credo anche per lui, e per il governo, ma è una scelta necessaria». Non sono parole di circostanza, quelle della Meloni. La Verità infatti può confermare con certezza che Raffaele Fitto è stato tra i più apprezzati, se non il più apprezzato in assoluto, a Palazzo Chigi. Silenzioso, discreto, mai una polemica, mai una parola fuori posto, Fitto ha portato avanti il suo lavoro sul Pnrr con un impegno incessante dal punto di vista della qualità e inappuntabile per quel che riguarda la qualità, riuscendo a portare in Italia senza problemi le decine di miliardi del Pnrr e facendosi apprezzare dalla Commissione europea per lo stile, il garbo, la competenza. Talmente prezioso, il lavoro di Fitto, che ora non sarà facile individuare la personalità da nominare al suo posto, quello di ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr. A quanto ci risulta, la soluzione potrebbe essere quella di individuare un tecnico di area al quale affidare le deleghe di Fitto, una figura non espressione diretta di un partito, per non aprire il balletto di rivendicazioni delle diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Chi conosce i meccanismi della politica infatti sa bene che spesso e volentieri la sostituzione obbligata di un ministro scatena bramosie e appetiti, e apre le porte al canonico dibattito sul «rimpasto»: non manca mai chi sostiene che una volta che si deve cambiare un componente del cdm, si può mettere in discussione anche l’operato di altri colleghi. In ogni caso, la scelta del successore di Fitto avverrà senza nessuna fretta: per le prossime settimane l’iter del Pnrr verrà gestito dai tecnici del ministero, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. A proposito di Palazzo Chigi: sembra remota la possibilità che la pratica Pnrr venga affidata a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. È circolato il nome di Alfredo Mantovano, ma a quanto ci risulta le responsabilità e gli impegni dell’ex magistrato nella sua funzione sono talmente onerosi da non permettergli di dedicarsi a un dossier così complesso. Già oberato di lavoro, Mantovano dovrebbe sostanzialmente sdoppiarsi in due per poter seguire anche il Pnrr. Da scartare, a quanto ci risulta, anche la prospettiva di «promuovere» a ministro uno dei sottosegretari di altri ministeri. Quindi, come dicevamo, la soluzione dovrebbe essere in due fasi: una transitoria nella quale si andrà avanti con la macchina del ministero, già abbondantemente rodata, e del resto nessuno potrà impedire a Fitto di dare qualche consiglio in caso di necessità; nel contempo si cercherà di individuare una figura dotata delle competenze necessarie per andare a ricoprire il ruolo che è stato del neo commissario europeo.
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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