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2022-01-14
C’è un esercito di guariti fantasma che il governo insegue con la siringa
Ansa
Non hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi.
Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali».
Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla.
Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18.
S’avvicina il picco della nuova ondata
Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute.
I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione.
Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base».
Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
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Per i conteggi ufficiali, a superare la malattia è stato un italiano su dieci. Ma tra asintomatici e «imboscati», la cifra potrebbe quasi raddoppiare. La politica non li monitora, né valuta se sia utile imporre loro altre dosi.Per la prima volta da circa un mese calano gli ingressi in terapia intensiva. Comincia a rallentare pure la crescita dei casi. Tuttavia i decessi tornano al livello di maggio 2021.Lo speciale contiene due articoliNon hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi. Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali». Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla. Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-un-esercito-di-guariti-fantasma-che-il-governo-insegue-con-la-siringa-2656397375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="savvicina-il-picco-della-nuova-ondata" data-post-id="2656397375" data-published-at="1642029864" data-use-pagination="False"> S’avvicina il picco della nuova ondata Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute. I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione. Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base». Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
Roberto Gualtieri (Ansa)
Tutte fesserie, noi lo sapevamo e ora lo cominciano a pensare anche gli allocchi che in buona fede o meno ci avevano creduto. Era puro euro-fanatismo. La moda dell’elettrico dunque potrebbe subire un brusco stop. La svolta imposta dall’Europa sulla transizione green non solo ha scombussolato le programmazioni dei grandi marchi automobilistici ma ha soprattutto rovinato la filiera della componentistica meccanica italiana, il cuore pulsante dell’automotive, ciò che ci ha resi e che ci rende una eccellenza nel mondo (si prega di evitare le battute sull’andamento della Ferrari nei gran premi di Formula 1...); ma ora quella svolta non è degna nemmeno di una zona franca dal punto di vista economico. Anche le auto ecologiche devono versare l’obolo come tutte le altre, quelle vecchie e inquinanti: mille euro per ottenere il pass annuale che consente il passaggio nelle zone a traffico limitato. Una stangata vera e propria, non c’è che dire. Che si accoppia alla seconda misura - il pagamento dei parcheggi con le strisce blu per le mild hybrid - che sta dentro lo stesso provvedimento firmato dall’assessore alla mobilità, Eugenio Patané, il quale si è così giustificato: l’obiettivo è decongestionare il centro. No, l’obiettivo è fare cassa. E fregare coloro che si erano fidati della politica e dei suoi incoraggiamenti cambiando l’auto e passando al miracolo elettrico. L’elettrico non è un miracolo più per nessuno, anzi inizia a diventare un problema: gli incentivi non ci sono, l’usato non tira e i benefit si stanno esaurendo. Per non dire del costo dell’energia e delle scomodità della ricarica, specie nelle aree dove ora vogliono far pagare l’accesso. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’Europa la fregatura è servita: fanno di tutto per portarti dentro la «loro» scelta e poi ti lasciano col cerino in mano, un po’ come quando hanno ridotto il denaro contante a favore delle carte elettroniche salvo poi lasciarci in balia dei loro «padroni» quasi tutti americani. Con le auto elettriche e con le batterie invece ci stanno facendo invadere dai cinesi, le cui quote di export in Europa e in Italia sono in continua crescita: complimenti alla Von Der Leyen e al suo vecchio sodale che era l’olandese Frans Tiemmerman! Per colpa delle scelte di quella Europa si è creato il crash che stiamo vivendo: dopo aver realizzato lo scambio prima industriale poi commerciale verso l’elettrico vendendo la favola del cambiamento climatico, la gente li ha seguiti convinta di essere premiata e ora ecco che proprio i sindaci dem li frega uniformando i balzelli, tanto per i motori termici quanto per i veicoli Bev! «L’incremento significativo delle elettriche in circolazione ha portato un conseguente aumento delle autorizzazioni di accesso alle Ztl», spiega in una nota il Comune, «Con le macchine a batteria che viaggiano in quelle aree, il traffico sale e la disponibilità di stalli di sosta diminuisce, specie nel centro storico». Non ho capito: si aspettavano quindi che la gente non comprasse auto elettriche oppure l’unico scenario che avrebbero voluto e che vorrebbero è far scomparire le auto dalla scena? Suvvia, la morale è presto fatta: la somma di sinistra, verdi e Unione Europea scatena il caos. E produce danni all’economia. Come al solito.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 febbraio 2026. La deputata di Azione Federica Onori, dalla conferenza sulla sicurezza di Monaco, commenta la posizione dell'Europa (e dell'Italia) sull'Ucraina.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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La banca del Vaticano offre due Etf che puntano sulle Borse, uno per l’Europa e uno per Wall Street. Tra i titoli preferiti c’è Nvidia, ma pure Deutsche Telecom, un colosso del lusso, ma un solo titolo di Piazza Affari. Ecco su chi punta la finanza cattolica.