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2022-01-14
C’è un esercito di guariti fantasma che il governo insegue con la siringa
Ansa
Non hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi.
Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali».
Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla.
Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18.
S’avvicina il picco della nuova ondata
Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute.
I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione.
Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base».
Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
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Per i conteggi ufficiali, a superare la malattia è stato un italiano su dieci. Ma tra asintomatici e «imboscati», la cifra potrebbe quasi raddoppiare. La politica non li monitora, né valuta se sia utile imporre loro altre dosi.Per la prima volta da circa un mese calano gli ingressi in terapia intensiva. Comincia a rallentare pure la crescita dei casi. Tuttavia i decessi tornano al livello di maggio 2021.Lo speciale contiene due articoliNon hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi. Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali». Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla. Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-un-esercito-di-guariti-fantasma-che-il-governo-insegue-con-la-siringa-2656397375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="savvicina-il-picco-della-nuova-ondata" data-post-id="2656397375" data-published-at="1642029864" data-use-pagination="False"> S’avvicina il picco della nuova ondata Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute. I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione. Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base». Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
Getty Images
A Zahedan, nel Sud-Est dell’Iran, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui dimostranti e sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla riunita dopo la preghiera del venerdì. Immagini di agenti della polizia che sparano sui civili circolano su Internet. Anche a Yazd vi sono stati scontri tra la folla e la polizia nella notte. Secondo l’organizzazione norvegese Iran Human Rights i morti sarebbero ora 45, tra cui otto minorenni. I media statali parlano di 21 morti, tra cui diversi membri delle forze di sicurezza.
Il leader supremo del Paese, l’imam Sayyid Ali Khamenei, ieri ha utilizzato ampiamente il social di Elon Musk, X, per diffondere una serie di messaggi minacciosi nei confronti degli Stati Uniti e dei manifestanti. «I nostri nemici non conoscono l’Iran. In passato, gli Stati Uniti hanno fallito a causa della loro pianificazione errata. Anche oggi, i loro piani sbagliati li porteranno al fallimento», si legge in un post. E poi, in un altro: «Oggi la nazione iraniana è ancora più equipaggiata e armata di quel giorno (prima della rivoluzione, ndr). Sia la nostra forza spirituale sia le nostre armi convenzionali non possono essere paragonate a quelle che avevamo prima». E ancora: «Tutti dovrebbero sapere che la Repubblica islamica dell’Iran, fondata con il sacrificio di diverse centinaia di migliaia di persone onorevoli, non si tirerà indietro di fronte a coloro che causano distruzione».
Il leader in esilio del People’s Mojahedin organization of Iran, Maryam Rajavi, molto coccolata in Europa, ha espresso il suo sostegno alle manifestazioni. L’Europa ha alzato timidamente il capino e ha detto qualcosa per bocca della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che in un videomessaggio ha elogiato «una generazione che vuole liberarsi dal giogo dell’oppressione» e ha dichiarato che «l’Europa li ascolta».
A Metsola ha risposto a muso duro l’ambasciata iraniana su X, ancora una volta: «Respingiamo inequivocabilmente le dichiarazioni interventiste dei deputati al Parlamento europeo, inclusa il presidente, sugli affari interni dell’Iran. La loro ipocrisia e il loro approccio basato su doppi standard nei confronti di diritti e principi sono disgustosi». Dopo aver frenato nei giorni scorsi su un intervento militare americano a sostegno dei manifestanti, ieri l’erede dello scià Reza Pahlavi, ancora su X, ha lanciato un drammatico appello a Donald Trump: «Signor presidente, questo è un appello urgente e immediato alla sua attenzione, al suo sostegno e alla sua azione», dice Pahlavi nel suo post, «Ho chiamato la gente in piazza per lottare per la propria libertà e per sopraffare le forze di sicurezza con la forza dei numeri. Ieri sera ci sono riusciti. La sua minaccia a questo regime criminale ha anche tenuto a bada i suoi delinquenti. Ma il tempo è prezioso. La gente tornerà in piazza tra un’ora. Le chiedo aiuto. Lei ha dimostrato di essere un uomo di pace e di parola. Ti prego, sia pronto a intervenire per aiutare il popolo iraniano». Il sessantaquattrenne figlio del deposto scià Mohammad Reza Pahlavi vive negli Stati Uniti, è sostenuto dall’opposizione iraniana in esilio e ha molti estimatori anche all’interno del paese.
Durante le manifestazioni di questi giorni si sono viste molte bandiere dell’Iran risalenti a prima della rivoluzione del 1979 e cori sono stati indirizzati verso l’erede dello scià. Tuttavia, né i giovani né le scarse strutture politiche di opposizione esistenti in Iran lo vedono come possibile soluzione alla crisi del regime. Pahlavi si presenta, però, come possibile leader di un governo di transizione nel caso di una caduta della Repubblica islamica. Nei mesi scorsi ha reso pubblico un piano per la ricostruzione economica dell’Iran dopo la caduta del regime, delineando uno stato liberale e democratico aperto all’Occidente.
Il suo entourage ha fatto sapere che martedì prossimo Pahlavi sarà a Mar-a-Lago per un evento privato ma, al momento, non è fissato un appuntamento con Donald Trump.
Il quale, dal canto suo, ha confermato un’altra volta di essere pronto a intervenire in Iran. Si sprecano in queste ore le operazioni di guerra psicologica sui social, tra voci di attacchi congiunti di Usa e Israele, infiltrazioni del servizio segreto israeliano, il Mossad, tra i manifestanti e paventati, improbabili, attacchi preventivi degli iraniani su Israele. Da giorni ormai si susseguono voci incontrollate (e incontrollabili) di preparativi per un clamoroso abbandono del Paese da parte dei vertici del regime di Teheran. La situazione può, in effetti, precipitare da un momento all’altro. Potremmo essere molti vicini all’epilogo di un regime oscurantista e repressivo, ossessionato, come ha scritto Azar Nafisi, dal «potenziale sovversivo di una ciocca di capelli».
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Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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