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2022-01-14
C’è un esercito di guariti fantasma che il governo insegue con la siringa
Ansa
Non hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi.
Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali».
Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla.
Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18.
S’avvicina il picco della nuova ondata
Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute.
I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione.
Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base».
Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
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Per i conteggi ufficiali, a superare la malattia è stato un italiano su dieci. Ma tra asintomatici e «imboscati», la cifra potrebbe quasi raddoppiare. La politica non li monitora, né valuta se sia utile imporre loro altre dosi.Per la prima volta da circa un mese calano gli ingressi in terapia intensiva. Comincia a rallentare pure la crescita dei casi. Tuttavia i decessi tornano al livello di maggio 2021.Lo speciale contiene due articoliNon hanno fatto nulla di male, a parte ammalarsi in un Paese che complica tutto. Ma nella lotteria impazzita dei numeri ufficiali, per lungo tempo gonfiati per meglio spaventare il popolo, i «guariti» sono i veri paria della pandemia cinese. Ufficialmente, sono 5 milioni e mezzo, ma tra gli stessi televirologi, come l’ineffabile Massimo Galli, c’è il sospetto che siano tre o quattro milioni in più. Questi fantasmi che la perfetta macchina da guerra del Cts che ispira il ministro Roberto Speranza non sa bene come conteggiare (e se e quando vaccinare, e come e quando «liberare» con il green pass), in realtà sono anche abbandonati a sé stessi perché non si indaga a sufficienza su quale sia il loro stato di salute dopo che hanno sconfitto il Covid. Anche se non mancano le segnalazioni random dei vari specialisti, dagli psicologi ai diabetologi. Nelle ultime ore, dopo l’esplosione di quarantene vere e presunte, e il manifestarsi di un lockdown di fatto che rischia di minare la ripresa economica, il governo sta finalmente pensando di non enfatizzare più il dato dei contagiati. Un dato sciocco per definizione, perché riguarda dei non malati e si ritorce contro le stesse magnifiche e progressive sorti propagandate dal governo dei migliori e dal vaccinatore capo, il generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo. All’estremo opposto sta il dato meno studiato e strombazzato di tutti, ovvero quello sui cosiddetti guariti. Senza alcuna volontà di colpevolizzare nessun cittadino, visto che sono tutti padroni della propria salute fino a prova contraria, e tenendo presente che in Italia sono quasi vent’anni che siamo bombardati dalla famosa legge sulla privacy e dalle sue certificazioni, alzi la mano chi non conosce, o non sospetta, di qualcuno che ha fatto il Covid e se n’è stato bello zitto. A chi s’è semplicemente chiuso in casa fin quando gli è passata la febbre, va aggiunto anche chi non era sintomatico e, semplicemente, s’è preso il virus a sua insaputa. Su 60 milioni di italiani, i dati ufficiali dicono che finora ci sono stati 7.774.863 casi, con 139.559 morti, 2.134.139 positivi attualmente e 5.500.938 guariti. Insomma, poco più di un cittadino su dieci avrebbe contratto il virus. Almeno, per quel che ne sa il Sistema sanitario nazionale. Che però i casi (e i guariti) siano molti di più, come forse invece i morti sono di meno visto che almeno nella prima fase sono stati imputati al Covid anche infarti e incidenti stradali, è un sospetto che hanno in parecchi. La verità è scappata un paio di mesi fa al professor Massimo Galli, il primario del Sacco di Milano famoso per le battaglie pro vaccino e per essersi poi curato la variante Omicron a casa propria, con le invise cure monoclonali. L’infettivologo ha affermato su La 7 che «stiamo trasformando in no vax molte persone che in realtà non hanno bisogno di essere curate e vaccinate in questo momento». Per poi rivelare che «In Italia abbiamo secondo i dati 4,6 milioni di guariti dal Covid, ma probabilmente sono 7 milioni in tutto». Era il 4 novembre scorso e se attualizziamo il coefficiente usato da Galli, oggi dovremmo essere a non meno di 8,4 milioni di guariti «reali». Fino a poche settimane fa, gli esperti del governo sostenevano che i sopravvissuti al Covid avessero almeno un anno di tranquillità e che la loro carica di anticorpi fosse molto superiore a quella dei vaccinati. Poi si è sceso a sei mesi, infine li si è spinti a farsi due dosi di vaccino e ora anche il booster, bambini dai 12 anni in su compresi (dietro minaccia del ritorno in Dad). Per molti di loro, almeno per chi è venuto allo scoperto con la malattia, avere il green pass è stato ed è un rebus totale, complice il caos su chi dovesse certificarne (e comunicarne) l’avvenuta guarigione. Da una settimana, per il nuovo certificato verde potenziato serve il proprio medico di base. L’ultima beffa ai fantasmi del virus? Il super green pass è automatico solo per i guariti dal 6 gennaio in poi. E già, perché dopo migliaia di proteste e quesiti, il ministero della Salute ha spiegato che il tampone negativo riattiva il green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività, ovvero quello vecchio. Ma per avere il nuovo green pass dei guariti, che fa scattare i sei mesi di libertà, è appunto il medico di base che deve inserire il certificato sulla piattaforma. Con regole così, è chiaro che c’è chi si fa il Covid in religioso silenzio e poi fa finta di nulla. Poi c’è l’altra faccia del fantasma, se così si può definire, ovvero che cosa succede dopo che si è avuto il Covid. Con fatica, dall’estate scorsa, si parla di «long Covid», per indicare una serie di problemi che il virus lascia alle sue spalle, a cominciare da un senso di forte stanchezza, fragilità respiratoria, palpitazioni, dolori articolari, disturbi dell’olfatto e del gusto, depressione. Quanti di questi 5,5 milioni di italiani (o forse 8) hanno patologie causate dal Covid e qual è il confine esatto del concetto di guarigione? Cts e governo ne parlano poco per un motivo molto semplice: non ci sono soldi e medici per affrontare anche questi malanni. Che però possono essere anche molto gravi. Ed è proprio di ieri la notizia che i bambini colpiti dal Covid sono a maggior rischio di diabete, come ha scoperto uno studio dei Cdc (Centers for disease control and prevention) statunitensi su oltre 80.000 ragazzi under 18. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-un-esercito-di-guariti-fantasma-che-il-governo-insegue-con-la-siringa-2656397375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="savvicina-il-picco-della-nuova-ondata" data-post-id="2656397375" data-published-at="1642029864" data-use-pagination="False"> S’avvicina il picco della nuova ondata Calano, per la prima volta in tre settimane, i ricoveri in terapia intensiva e rallenta la crescita dei letti occupati in area medica. Sono i dati delle realtà ospedaliere del bollettino quotidiano sul Covid, pubblicato ieri dal ministero della Salute. I nuovi accessi nei reparti ordinari sono stati di 242 persone, aumento inferiore rispetto al +727 del giorno prima, ma sono gli otto ricoveri in meno nelle terapie intensive a invertire una tendenza iniziata quasi un mese fa. Anche il numero dei contagi è in riduzione: 196.224 i nuovi casi (era 220.532 martedì) a fronte di 1.190.567 tamponi: il tasso di positività segna infatti 16,5%, come accade ormai da quasi una settimana. Proprio rispetto agli ultimi sette giorni, il fattore di crescita risulta intorno a 1,04: se si confermasse l’andamento, tecnicamente potremmo essere in una fase tra lo stabile e decrescente della curva. Attualmente, a fronte di 2,2 milioni di positivi, sono quindi 17.309 le persone ricoverate, 1.669 in rianimazione. Il numero dei decessi (313) ieri ha segnato un nuovo record, tornando ai livelli di maggio, ma sul dato - che è in crescita anche in Gran Bretagna - pesano le mancate registrazioni dei giorni precedenti. Proprio su questo aspetto, l’epidemiologa Stefania Salmaso, in un’intervista alla Stampa osserva che «non sappiamo abbastanza dei decessi Covid», aggiungendo che tante morti potrebbero essere dovute a inefficienze del sistema sanitario. «Bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità (altre malattie già presenti, ndr), le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero», secondo l’ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Spiega la Salmaso che interpretare i tanti morti come conseguenza del fatto che il Covid sia particolarmente perfido con anziani e fragili «non basta a spiegare la frequenza di decessi. Ci potrebbe essere qualche inefficienza del sistema sanitario, penso per esempio alla quantificazione della quota prevenibile con antivirali entro cinque giorni dall’infezione. Mentre i vaccini sono offerti a tutti, questi farmaci sono a rischio disuguaglianza e serve una campagna sul tema che coinvolga i medici di base». Non meraviglia il dibattito sull’utilità dei numeri quotidiani della pandemia, visto che, come si ripete da più parti, quasi due terzi dei positivi non è sintomatico e, soprattutto, molti casi si scoprono al momento del ricovero per altre cause, ma finiscono nel calderone del totale. Mentre lo stesso Donato Greco, infettivologo del Cts, sostiene che il bollettino dovrebbe diventare settimanale, Lucia Bisceglia, presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), difende i numeri quotidiani perché sono permettono di «intercettare sul nascere i segnali di allerta». Nel coro di chi invita a non contare i positivi, ma a studiare i ricoveri c’è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv). «Continuare a conteggiare ogni giorno le persone positive a Covid», come se nulla da inizio pandemia fosse cambiato, dice il clinico all’Adnkronos, «non è giusto e rischia di confondere, di terrorizzare e di condizionare la popolazione». Lo specialista suggerisce di focalizzare l’attenzione «sui ricoveri, indicando cioè solo quelli per Covid e non quelli con Covid» visto che, in uno studio su sei ospedali, «in quasi il 30% dei ricoverati con Omicron l’infezione da Sars-Cov-2 viene vista per caso, su pazienti ospedalizzati a causa di altre malattie».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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