True
2025-01-03
Caso Sala, Teheran non molla il suo uomo
Cecilia Sala (Getty Images)
La liberazione di Cecilia Sala, detenuta dal 19 dicembre nella prigione di Evin, a Teheran, è in cima alle priorità dell’esecutivo. Ieri, su mandato del ministro Antonio Tajani, il Segretario generale Riccardo Guariglia ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sabouri. Successivamente all’incontro, in cui entrambe le parti hanno avanzato le loro richieste, si è tenuto un vertice di governo a cui hanno presenziato, oltre al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e al ministro degli Esteri, anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e il Consigliere diplomatico del premier, Fabrizio Saggio.
La riunione è stata convocata dopo le ultime notizie arrivate sulle condizioni in cui si trova la giovane. Al contrario di quanto affermato da Teheran, infatti, l’ultima telefonata avuta dalla giornalista coi propri cari (il primo di gennaio) ha rivelato un trattamento tutt’altro che «dignitoso». La cella in cui è rinchiusa è lunga quanto lei sdraiata e, al suo interno, non è presente alcun materasso. La ventinovenne dorme sopra una coperta, non ha ricevuto il pacco inviato dall’ambasciata italiana, non ha visto nessuno dallo scorso 27 dicembre (quando ha potuto incontrare l’ambasciatrice Paola Amedei) ed è stata privata persino degli occhiali da vista.
Dopo il colloquio con Mohammad Reza Sabouri, durato circa un’ora, la Farnesina ha spiegato in un comunicato stampa che «da parte italiana è stata innanzitutto chiesta la liberazione immediata della connazionale, giunta in Iran con regolare visto giornalistico». «L’ambasciatore Guariglia», continua, «ha altresì ribadito la richiesta di assicurare condizioni di detenzione dignitose, nel rispetto dei diritti umani, di garantire piena assistenza consolare alla connazionale, permettendo all’Ambasciata d’Italia a Teheran di visitarla e di fornirle i generi di conforto che finora le sono stati negati». L’ambasciata iraniana ha invece definito «amichevole», in un post su X, il colloquio tenutosi al ministero degli Esteri. «L’ambasciatore del nostro Paese», si legge nel testo, «ha annunciato in questo incontro che sin dai primi momenti dell’arresto della signora Sala, secondo l’approccio islamico e sulla base di considerazioni umanitarie, tenendo conto del ricorrente anniversario della nascita di Cristo e dell’approssimarsi del nuovo anno cristiano, si è garantito l’accesso consolare all’ambasciata italiana a Teheran» e sono state «fornite alla signora Sala tutte le agevolazioni necessarie, tra cui ripetuti contatti telefonici con i propri cari». Di conseguenza, Teheran chiede di «accelerare la liberazione» e le stesse agevolazioni per Mohammad Abedini, il cittadino iraniano fermato a Milano tre giorni prima di Cecilia e accusato dalla giustizia Usa di fornire sostegno materiale ai pasdaran. Confermando, se mai ce ne fosse il bisogno, il legame tra le due incarcerazioni.
Le opposizioni, intanto, chiedono di essere coinvolte. Ieri il segretario del Pd, Elly Schlein, e il responsabile Esteri del partito, Peppe Provenzano, hanno diffuso una nota in cui invocano «la condivisione con tutte le forze politiche delle iniziative intraprese» per la liberazione della giornalista. Parole analoghe sono state pubblicate su suoi canali social da Matteo Renzi, secondo cui «in casi come questo è giusto che la Premier riunisca subito i leader di tutti i partiti o i capigruppo». Dopo il vertice, Palazzo Chigi ha reso noto che il sottosegretario Mantovano «ha dato immediata disponibilità al presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Lorenzo Guerini, a riferire al Copasir già domani mattina (oggi per chi legge, ndr), e quindi per suo tramite al Parlamento». Niente tavolo tra i leader, dunque.
«Il governo conferma l’impegno presso le autorità iraniane per l’immediata liberazione di Cecilia Sala, e, in attesa di essa, per un trattamento rispettoso della dignità umana», si legge inoltre nel comunicato. «Per quanto riguarda Mohammad Abedini, che è al momento in stato di detenzione cautelare su richiesta delle autorità degli Stati Uniti, il Governo ribadisce che a tutti i detenuti è garantita parità di trattamento nel rispetto delle leggi italiane e delle convenzioni internazionali».
Dopo il vertice, Giorgia Meloni ha ricevuto la madre di Cecilia, Elisabetta Vernoni, mentre nel corso della giornata ha avuto un contatto telefonico col padre, Renato Sala. La madre, interrogata dai giornalisti, ha poi espresso fiducia nell’operato del governo, sottolineando «un salto di qualità» del premier rispetto alle solite «rassicurazioni comprensibili». «È stata più precisa e più puntuale ed è questo che io volevo e questo ho avuto», ha spiegato. «La prima cosa sono condizioni più dignitose di vita carceraria», ha anche aggiunto, «e poi decisioni importanti e di forza del nostro Paese per ragionare sul rientro in Italia, su cui io non piango, non frigno e non chiedo tempi, perché è da capire il come: sono realtà molto particolari».
Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha chiesto l’immediato rilascio della giornalista italiana, mentre l’europarlamentare Ilaria Salis ci ha tenuto a evidenziare che le condizioni del carcere di Evin a Teheran sono peggiori di quelle da lei vissute a Budapest.
Gli Usa: «È pericoloso, stia in cella». E la Procura si oppone ai domiciliari
Niente domiciliari per Mohammad Abedini Najafabadi, l’iraniano arrestato a Malpensa lo scorso 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti e il cui destino, al momento, sembra legato a doppio filo a quello di Cecilia Sala, la giovane giornalista italiana rinchiusa nella prigione di Evin a Teheran. Questo, almeno, è il parere (non vincolante) trasmesso dalla Procura generale di Milano, in attesa che si pronunci la Corte d’appello (non prima del 14 gennaio). «La messa a disposizione di un appartamento e il sostegno economico da parte del consolato dell’Iran», si legge in una nota della pg Francesca Nanni, «insieme a un eventuale divieto di espatrio e obbligo di firma, non costituiscono una idonea garanzia per contrastare il pericolo di fuga del cittadino di cui gli Usa hanno chiesto l’estradizione».
Non ha convinto, dunque, la richiesta di arresti domiciliari del legale Alfredo De Francesco, nonostante il consolato iraniano si sia fatto garante del fatto che Abedini, ora detenuto nel carcere milanese di Opera, non tenterebbe la fuga. Nel parere espresso dalla Procura potrebbe aver pesato una lettera, trasmessa per via diplomatica dalla giustizia americana alcuni giorni prima dell’istanza di scarcerazione, in cui gli inquirenti del dipartimento di Giustizia statunitense sottolineano la pericolosità del soggetto e la necessità della detenzione in carcere. Nella nota inviata ai giudici della quinta sezione penale della corte d’Appello di Milano, le autorità Usa ricordano il caso dell’imprenditore russo Artem Uss, figlio di un oligarca vicino a Vladimir Putin, su cui gravava, anche in quel caso, una richiesta di estradizione. La Procura generale espresse parere contrario alla scarcerazione, ma la Corte d’appello agì diversamente. Uss, posto ai domiciliari a Milano, era poi riuscito a fuggire nel marzo del 2023. «Mi aspettavo il parere negativo all’istanza, non sono sorpreso», ha dichiarato l’avvocato De Francesco, il quale ha poi depositato ulteriore documentazione a sostegno della richiesta respinta. Il legale, questa volta, ha puntato sull’ambasciata iraniana (e non più sul consolato) come garante del fatto che il suo assistito non tenti la fuga.
Mohammad Abedini è accusato, insieme con un altro cittadino statunitense e iraniano arrestato nelle stesse ore negli Usa, di cospirazione per l’esportazione di componenti elettronici dagli Stati Uniti all’Iran in violazione delle leggi statunitensi sul controllo delle esportazioni e sulle sanzioni. Su Abedini, inoltre, pende l’accusa di aver fornito sostegno materiale al Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (i pasdaran), sostegno che si è poi tradotto in un attacco a una base militare in Giordania in cui sono morti tre militari Usa. In merito a tali accuse, i giudici di Milano si riservano «una approfondita e completa valutazione degli atti che verranno trasmessi dalle autorità» statunitensi.
In seguito a un incontro avvenuto ieri al ministero degli Esteri tra l’ambasciatore Mohammad Reza Sabouri e il segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia, l’ambasciata iraniana ha reso noto su X di aver chiesto la liberazione di Mohammad Abedini, «detenuto nel carcere di Milano con false accuse». Dopo aver decantato tutte le attenzioni rivolte dal regime di Teheran alla nostra connazionale in prigione, da cui invece arrivano notizie di segno opposto, il testo prosegue chiedendo «al governo italiano che, reciprocamente, oltre ad accelerare la liberazione del cittadino iraniano detenuto, vengano fornite le necessarie agevolazioni assistenziali di cui ha bisogno».
Continua a leggereRiduci
Antonio Tajani convoca l’ambasciatore che chiede di «accelerare la liberazione di Abedini». Giorgia Meloni sente i genitori della giornalista incarcerata in Iran. La madre: «Fiducia nel governo, servono decisioni di forza». Vertice a Palazzo Chigi: oggi Alfredo Mantovano al Copasir.Gli Usa: «Mohammad Abedini Najafabadi è pericoloso, stia in cella». Washington teme un secondo caso Artem Uss. A giorni dovrà esprimersi la Corte d’Appello.Lo speciale contiene due articoli.La liberazione di Cecilia Sala, detenuta dal 19 dicembre nella prigione di Evin, a Teheran, è in cima alle priorità dell’esecutivo. Ieri, su mandato del ministro Antonio Tajani, il Segretario generale Riccardo Guariglia ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sabouri. Successivamente all’incontro, in cui entrambe le parti hanno avanzato le loro richieste, si è tenuto un vertice di governo a cui hanno presenziato, oltre al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e al ministro degli Esteri, anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e il Consigliere diplomatico del premier, Fabrizio Saggio.La riunione è stata convocata dopo le ultime notizie arrivate sulle condizioni in cui si trova la giovane. Al contrario di quanto affermato da Teheran, infatti, l’ultima telefonata avuta dalla giornalista coi propri cari (il primo di gennaio) ha rivelato un trattamento tutt’altro che «dignitoso». La cella in cui è rinchiusa è lunga quanto lei sdraiata e, al suo interno, non è presente alcun materasso. La ventinovenne dorme sopra una coperta, non ha ricevuto il pacco inviato dall’ambasciata italiana, non ha visto nessuno dallo scorso 27 dicembre (quando ha potuto incontrare l’ambasciatrice Paola Amedei) ed è stata privata persino degli occhiali da vista.Dopo il colloquio con Mohammad Reza Sabouri, durato circa un’ora, la Farnesina ha spiegato in un comunicato stampa che «da parte italiana è stata innanzitutto chiesta la liberazione immediata della connazionale, giunta in Iran con regolare visto giornalistico». «L’ambasciatore Guariglia», continua, «ha altresì ribadito la richiesta di assicurare condizioni di detenzione dignitose, nel rispetto dei diritti umani, di garantire piena assistenza consolare alla connazionale, permettendo all’Ambasciata d’Italia a Teheran di visitarla e di fornirle i generi di conforto che finora le sono stati negati». L’ambasciata iraniana ha invece definito «amichevole», in un post su X, il colloquio tenutosi al ministero degli Esteri. «L’ambasciatore del nostro Paese», si legge nel testo, «ha annunciato in questo incontro che sin dai primi momenti dell’arresto della signora Sala, secondo l’approccio islamico e sulla base di considerazioni umanitarie, tenendo conto del ricorrente anniversario della nascita di Cristo e dell’approssimarsi del nuovo anno cristiano, si è garantito l’accesso consolare all’ambasciata italiana a Teheran» e sono state «fornite alla signora Sala tutte le agevolazioni necessarie, tra cui ripetuti contatti telefonici con i propri cari». Di conseguenza, Teheran chiede di «accelerare la liberazione» e le stesse agevolazioni per Mohammad Abedini, il cittadino iraniano fermato a Milano tre giorni prima di Cecilia e accusato dalla giustizia Usa di fornire sostegno materiale ai pasdaran. Confermando, se mai ce ne fosse il bisogno, il legame tra le due incarcerazioni.Le opposizioni, intanto, chiedono di essere coinvolte. Ieri il segretario del Pd, Elly Schlein, e il responsabile Esteri del partito, Peppe Provenzano, hanno diffuso una nota in cui invocano «la condivisione con tutte le forze politiche delle iniziative intraprese» per la liberazione della giornalista. Parole analoghe sono state pubblicate su suoi canali social da Matteo Renzi, secondo cui «in casi come questo è giusto che la Premier riunisca subito i leader di tutti i partiti o i capigruppo». Dopo il vertice, Palazzo Chigi ha reso noto che il sottosegretario Mantovano «ha dato immediata disponibilità al presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Lorenzo Guerini, a riferire al Copasir già domani mattina (oggi per chi legge, ndr), e quindi per suo tramite al Parlamento». Niente tavolo tra i leader, dunque.«Il governo conferma l’impegno presso le autorità iraniane per l’immediata liberazione di Cecilia Sala, e, in attesa di essa, per un trattamento rispettoso della dignità umana», si legge inoltre nel comunicato. «Per quanto riguarda Mohammad Abedini, che è al momento in stato di detenzione cautelare su richiesta delle autorità degli Stati Uniti, il Governo ribadisce che a tutti i detenuti è garantita parità di trattamento nel rispetto delle leggi italiane e delle convenzioni internazionali». Dopo il vertice, Giorgia Meloni ha ricevuto la madre di Cecilia, Elisabetta Vernoni, mentre nel corso della giornata ha avuto un contatto telefonico col padre, Renato Sala. La madre, interrogata dai giornalisti, ha poi espresso fiducia nell’operato del governo, sottolineando «un salto di qualità» del premier rispetto alle solite «rassicurazioni comprensibili». «È stata più precisa e più puntuale ed è questo che io volevo e questo ho avuto», ha spiegato. «La prima cosa sono condizioni più dignitose di vita carceraria», ha anche aggiunto, «e poi decisioni importanti e di forza del nostro Paese per ragionare sul rientro in Italia, su cui io non piango, non frigno e non chiedo tempi, perché è da capire il come: sono realtà molto particolari».Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha chiesto l’immediato rilascio della giornalista italiana, mentre l’europarlamentare Ilaria Salis ci ha tenuto a evidenziare che le condizioni del carcere di Evin a Teheran sono peggiori di quelle da lei vissute a Budapest.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-sala-teheran-non-molla-2670733074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-e-pericoloso-stia-in-cella-e-la-procura-si-oppone-ai-domiciliari" data-post-id="2670733074" data-published-at="1735902276" data-use-pagination="False"> Gli Usa: «È pericoloso, stia in cella». E la Procura si oppone ai domiciliari Niente domiciliari per Mohammad Abedini Najafabadi, l’iraniano arrestato a Malpensa lo scorso 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti e il cui destino, al momento, sembra legato a doppio filo a quello di Cecilia Sala, la giovane giornalista italiana rinchiusa nella prigione di Evin a Teheran. Questo, almeno, è il parere (non vincolante) trasmesso dalla Procura generale di Milano, in attesa che si pronunci la Corte d’appello (non prima del 14 gennaio). «La messa a disposizione di un appartamento e il sostegno economico da parte del consolato dell’Iran», si legge in una nota della pg Francesca Nanni, «insieme a un eventuale divieto di espatrio e obbligo di firma, non costituiscono una idonea garanzia per contrastare il pericolo di fuga del cittadino di cui gli Usa hanno chiesto l’estradizione». Non ha convinto, dunque, la richiesta di arresti domiciliari del legale Alfredo De Francesco, nonostante il consolato iraniano si sia fatto garante del fatto che Abedini, ora detenuto nel carcere milanese di Opera, non tenterebbe la fuga. Nel parere espresso dalla Procura potrebbe aver pesato una lettera, trasmessa per via diplomatica dalla giustizia americana alcuni giorni prima dell’istanza di scarcerazione, in cui gli inquirenti del dipartimento di Giustizia statunitense sottolineano la pericolosità del soggetto e la necessità della detenzione in carcere. Nella nota inviata ai giudici della quinta sezione penale della corte d’Appello di Milano, le autorità Usa ricordano il caso dell’imprenditore russo Artem Uss, figlio di un oligarca vicino a Vladimir Putin, su cui gravava, anche in quel caso, una richiesta di estradizione. La Procura generale espresse parere contrario alla scarcerazione, ma la Corte d’appello agì diversamente. Uss, posto ai domiciliari a Milano, era poi riuscito a fuggire nel marzo del 2023. «Mi aspettavo il parere negativo all’istanza, non sono sorpreso», ha dichiarato l’avvocato De Francesco, il quale ha poi depositato ulteriore documentazione a sostegno della richiesta respinta. Il legale, questa volta, ha puntato sull’ambasciata iraniana (e non più sul consolato) come garante del fatto che il suo assistito non tenti la fuga. Mohammad Abedini è accusato, insieme con un altro cittadino statunitense e iraniano arrestato nelle stesse ore negli Usa, di cospirazione per l’esportazione di componenti elettronici dagli Stati Uniti all’Iran in violazione delle leggi statunitensi sul controllo delle esportazioni e sulle sanzioni. Su Abedini, inoltre, pende l’accusa di aver fornito sostegno materiale al Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (i pasdaran), sostegno che si è poi tradotto in un attacco a una base militare in Giordania in cui sono morti tre militari Usa. In merito a tali accuse, i giudici di Milano si riservano «una approfondita e completa valutazione degli atti che verranno trasmessi dalle autorità» statunitensi. In seguito a un incontro avvenuto ieri al ministero degli Esteri tra l’ambasciatore Mohammad Reza Sabouri e il segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia, l’ambasciata iraniana ha reso noto su X di aver chiesto la liberazione di Mohammad Abedini, «detenuto nel carcere di Milano con false accuse». Dopo aver decantato tutte le attenzioni rivolte dal regime di Teheran alla nostra connazionale in prigione, da cui invece arrivano notizie di segno opposto, il testo prosegue chiedendo «al governo italiano che, reciprocamente, oltre ad accelerare la liberazione del cittadino iraniano detenuto, vengano fornite le necessarie agevolazioni assistenziali di cui ha bisogno».
Narendra Modi e Ursula von der Leyen (Ansa)
Non solo Donald Trump ha sancito, con i dazi, l’inevitabile fine del free trade; non solo il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha ribadito sbattendoci in faccia, a Davos, che la globalizzazione ha fallito; ma perfino i numi tutelari dell’Ue, Mario Draghi in testa, hanno sentenziato che il modello di crescita basato su esportazioni e salari bassi non è più sostenibile. Francesco Giavazzi, il fu cantore dell’austerità espansiva, ha suggerito di «aumentare la domanda interna in Europa (più consumi, più investimenti o anche più spesa pubblica)»: smettere, dunque, di pensare solo a esportare e far crescere i salari. Eppure, il valzer dell’ipocrisia trova sempre ballerini zelanti.
Gli squilibri nel commercio globale hanno contrassegnato la storia degli ultimi almeno 150 anni e, benché le nostre classi dirigenti fingano si tratti di un unicum, i tentativi di estendere la teoria dei vantaggi comparati sull’intera scena internazionale sono già falliti in passato. Perché la tentazione di vincere la corsa all’export comprimendo i salari è troppo forte, e alla fine a rimetterci sono i lavoratori, la gente comune, gli elettori. Che oltre ad arrabbiarsi, sono costretti a indebitarsi per sostenere i propri consumi, con il risultato che prima o poi arriva pure una bella crisi finanziaria a suonare la sveglia. Ma le élite europee, vinte dalla sinistra arroganza di sentirsi a priori dalla parte della ragione, ignorano tanto la storia quanto i loro alleati. «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori», spiegava Lutnick al forum di Davos. «E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi».
La risposta dell’Unione europea? Prima ha firmato il trattato del Mercosur, provvidenzialmente rinviato dall’Europarlamento; poi ha siglato l’accordo di libero scambio - più propriamente un reciproco abbassamento dei dazi doganali - tra l’Ue e l’India. Che, contrariamente alle pervicaci illusioni tedesche, finirà come i rapporti commerciali con la Cina: più che per noi (o meglio: la Germania) avere accesso a un mercato di 1 miliardo e passa di abitanti, saranno loro, con un serbatoio di manodopera a basso costo pressoché illimitato, a godere di uno dei mercati più ricchi del pianeta. Ma al di là degli istinti suicidi della Germania, ormai storicamente assodati, è proprio l’indirizzo politico dell’Unione a essere del tutto anacronistico. In primo luogo, a scatenare la guerra commerciale sono stati Europa e Cina, invadendo gli Usa di merci attraverso salari bassi e svalutazioni competitive. Un modello di crescita export-led che, in Europa, ha inchiodato il potere d’acquisto dei cittadini e depresso i consumi (e infatti oggi lo sconfessano tutti). Di fronte alla prevedibile reazione americana (prevedibile se non altro perché già successo, vedi il Giappone negli anni Ottanta), perfino i più fieri sostenitori dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», tra tutti i già citati Draghi e Giavazzi, hanno invocato un cambio di paradigma e il rilancio dei consumi interni.
Eppure, l’Unione europea è rimasta ancorata al suo modello fallimentare: la ricerca quasi ottocentesca di nuovi mercati di sbocco per vendere le proprie merci altrove. Chi, come Tajani, parla di un nuovo rilancio del mercato unico guidato da Italia e Germania che, testualmente, «condividono un modello di crescita orientato all’export», esprime una contraddizione: il rilancio del mercato interno è incompatibile con il modello di crescita export-led. O uno, o l’altro.
Con buona pace di Sergio Mattarella e tutti coloro che, dopo un repentino risveglio, da qualche tempo piangono i bassi salari, l’azione politica dell’Ue, invocata dagli stessi come baluardo di democrazia, pace e benessere, va nella direzione contraria: perpetuare un sistema di compressione salariale. Eppure non una parola, nessun monito, nessuna «strigliata». Che Bruxelles manchi di visione strategica, d’altronde, è evidente sotto ogni punto di vista. Ieri, il Financial Times ci ha avvertito che gli investimenti nel settore chimico europeo sono crollati di oltre l’80% nel 2025 e le chiusure di impianti sono raddoppiate, menzionando il forte rischio di una dipendenza dalla Cina per le materie prime necessarie ai settori dell’automotive, della sanità e della difesa. In questo caso, la trama del suicidio ha contorni ancora più surreali: oltre ad aver messo le nostre imprese in concorrenza con Paesi dove il costo del lavoro è inferiore al nostro, le abbiamo anche zavorrate con il Green deal. Un combinato disposto di idoizie che ora ci costringe a importare. E se a distruggere ci vuole poco, a ricostruire servirà tempo. Similmente, un gruppo di società italiane - tra cui Barilla - ha inviato una lettera alla Commissione Ue chiedendo di non alzare i dazi sulla porcellana cinese al 79% a partire da marzo, ricordando che quasi il 60% della porcellana europea è ormai importata da Pechino (tradotto: non ne produciamo più).
Basterebbe questo per rispondere a quanti continuano a berciare di difesa dell’ordine mondiale, gli stessi che sono andati in sollucchero per il discorso a Davos del premier canadese, Mark Carney, il quale ha addirittura scomodato il dissidente slovacco Václav Havel: l’ordine mondiale che costoro si ostinano a difendere non è quello nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale, in larga parte demolito, ma quello neoliberale costruito a partire dagli anni Ottanta. Quello che ha garantito la vittoria del grande capitale e che ha depauperato il Vecchio continente, nonché quello che ha trasformato la Cina nella fabbrica del pianeta. A vivere nella menzogna, tanto per riprendere Havel, siamo noi europei che ci crogioliamo nella nostra presunta innocenza.
Continua a leggereRiduci
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
Continua a leggereRiduci
La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
Continua a leggereRiduci