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2021-05-11
Cartabia ricatta col Recovery plan. Però prepara soltanto ritocchini
Marta Cartabia (Ansa)
È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).
E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.
Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».
Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.
Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.
Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs
Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro.
Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
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Il ministro lavora sui testi ereditati da Alfonso Bonafede: mancano idee e programmi su come riordinare la giustizia. Eppure il referendum Radicali-Salvini potrebbe aiutare il governo a intervenire sui nervi scoperti del settore.Manager della società di intercettazioni sotto inchiesta a Firenze per il caso Palamara.Lo speciale contiene due articoli.È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartabia-recovery-plan-prepara-ritocchini-2652943396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melillo-spegne-il-grande-orecchio-a-napoli-congelate-le-attivita-di-rcs" data-post-id="2652943396" data-published-at="1620694972" data-use-pagination="False"> Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro. Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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