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2021-05-11
Cartabia ricatta col Recovery plan. Però prepara soltanto ritocchini
Marta Cartabia (Ansa)
È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).
E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.
Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».
Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.
Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.
Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs
Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro.
Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
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Il ministro lavora sui testi ereditati da Alfonso Bonafede: mancano idee e programmi su come riordinare la giustizia. Eppure il referendum Radicali-Salvini potrebbe aiutare il governo a intervenire sui nervi scoperti del settore.Manager della società di intercettazioni sotto inchiesta a Firenze per il caso Palamara.Lo speciale contiene due articoli.È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartabia-recovery-plan-prepara-ritocchini-2652943396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melillo-spegne-il-grande-orecchio-a-napoli-congelate-le-attivita-di-rcs" data-post-id="2652943396" data-published-at="1620694972" data-use-pagination="False"> Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro. Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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Il cantiere di via Zecca Vecchia a Milano
Al centro dell’indagine coordinata dalla Procura vi è il maxi-progetto per la realizzazione di una struttura alberghiera da quasi 200 stanze, con cinque piani fuori terra e cinque interrati. Secondo l’accusa, si tratta di un’operazione illegittima, poiché l’intervento, con una Superficie Lorda di Pavimento (Slp) di oltre 7.200 metri quadrati, viola palesemente i limiti edificatori dell’area, fissati a 2.550.
Il Tribunale del Riesame ha dato piena ragione alla tesi accusatoria. Nelle motivazioni si legge che l’intervento non può essere qualificato come una «ristrutturazione», bensì come una vera e propria «nuova costruzione». Per le sue dimensioni e il suo impatto, avrebbe richiesto un Piano Attuativo, uno strumento urbanistico complesso mai approvato, e non un semplice permesso di costruire convenzionato. I giudici hanno quindi ritenuto pienamente sussistente il fumus commissi delicti, ovvero la plausibilità del reato contestato, validando l’intero lavoro investigativo della Procura.
Perché, allora, il cantiere è stato dissequestrato? La decisione si fonda su un aspetto puramente cautelare: la mancanza del cosiddetto «periculum in mora», cioè il pericolo attuale e concreto che il reato prosegua o si aggravi. I giudici hanno osservato che i lavori di costruzione non sono mai partiti e, soprattutto, non è stato rilasciato alcun permesso. L’elemento decisivo è stato il «preavviso di diniego» emesso dallo stesso Comune di Milano il 30 aprile 2026: un atto che, di fatto, blocca il progetto e rende il rischio di un’edificazione imminente non più attuale.
La Procura esce dunque da questa fase con un impianto accusatorio rafforzato in vista del processo di merito. La partita, infatti, non è chiusa. L’annullamento del sequestro è legato a una situazione contingente. Qualora il quadro dovesse cambiare, ad esempio con un improvviso via libera da parte del Comune, la Procura potrà richiedere nuovamente il vincolo sull’area, forte di una pronuncia che ha già riconosciuto la solidità delle sue tesi.
Il sindaco di Milano dovrebbe riflettere su questa ordinanza e avviare un esame autocritico serio di quanto avvenuto nel settore urbanistico a Milano negli ultimi dieci anni.
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