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2021-05-11
Cartabia ricatta col Recovery plan. Però prepara soltanto ritocchini
Marta Cartabia (Ansa)
È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).
E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.
Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».
Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.
Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.
Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs
Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro.
Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
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Il ministro lavora sui testi ereditati da Alfonso Bonafede: mancano idee e programmi su come riordinare la giustizia. Eppure il referendum Radicali-Salvini potrebbe aiutare il governo a intervenire sui nervi scoperti del settore.Manager della società di intercettazioni sotto inchiesta a Firenze per il caso Palamara.Lo speciale contiene due articoli.È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartabia-recovery-plan-prepara-ritocchini-2652943396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melillo-spegne-il-grande-orecchio-a-napoli-congelate-le-attivita-di-rcs" data-post-id="2652943396" data-published-at="1620694972" data-use-pagination="False"> Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro. Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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L’operazione odierna rappresenta la prosecuzione delle indagini economico-finanziarie condotte dal Nucleo PEF di Aosta, su delega e con il coordinamento della Procura della Repubblica, che avevano fatto emergere un articolato sistema di riciclaggio legato alla casa da gioco valdostana. Le indagini avevano inoltre portato al sequestro di denaro contante, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, nei confronti di oltre trenta persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tali condotte sarebbero state rese possibili anche dall’inerzia dell’amministratore e di altri dirigenti, che non avrebbero adottato un sistema organizzativo adeguato a prevenire la commissione dei reati contestati. In particolare, sarebbero emerse significative carenze nella struttura organizzativa dell’ente, unite a un atteggiamento sostanzialmente passivo che avrebbe favorito, nel tempo, il consolidarsi di fenomeni illeciti, soprattutto in materia di corruzione e riciclaggio.
I vertici del casinò, pur non risultando direttamente coinvolti nei reati contestati, avrebbero ignorato numerosi segnali d’allarme senza intervenire in modo concreto ed efficace, omettendo di adempiere agli obblighi di controllo e segnalazione previsti anche dalla normativa antiriciclaggio.
Secondo l’impostazione accusatoria, questa condotta configurerebbe la cosiddetta «colpa di organizzazione»: la società, infatti, pur essendosi formalmente dotata di procedure e modelli di prevenzione previsti dal Decreto Legislativo n. 231/2001, non ne avrebbe garantito un’effettiva applicazione.
Alla luce di queste criticità, il Tribunale della prevenzione ha disposto un’attività di «tutoraggio» affidata a due Amministratori giudiziari nominati dalla stessa Autorità. Per un periodo iniziale di un anno, i due professionisti eserciteranno specifici poteri di amministrazione con l’obiettivo di rimuovere le carenze emerse e rafforzare i sistemi di controllo interno.
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