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2021-05-11
Cartabia ricatta col Recovery plan. Però prepara soltanto ritocchini
Marta Cartabia (Ansa)
È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).
E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.
Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».
Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.
Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.
Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs
Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro.
Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
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Il ministro lavora sui testi ereditati da Alfonso Bonafede: mancano idee e programmi su come riordinare la giustizia. Eppure il referendum Radicali-Salvini potrebbe aiutare il governo a intervenire sui nervi scoperti del settore.Manager della società di intercettazioni sotto inchiesta a Firenze per il caso Palamara.Lo speciale contiene due articoli.È una certa propensione alla vaghezza che preoccupa, più di ogni altra cosa, nelle anticipazioni della riforma della giustizia firmata Marta Cartabia secondo Repubblica. Il quotidiano romano ha infatti illustrato ieri alcune linee guida a cui il ministro della Giustizia starebbe lavorando in vista di una serie di scadenze impegnative, relative alla giustizia penale, a quella civile, e al Csm. Scadenze parlamentari che in teoria maturerebbero già tra giugno e luglio, anche se da più parti nella maggioranza si evocano decelerazioni verso settembre più che accelerazioni. E sullo sfondo resta sempre il Recovery plan, che presuppone interventi in materia di giustizia (proprio con tre leggi delega).E così ieri si è svolto un primo giro di tavolo, una riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera (tema: giustizia penale, per esaminare i 700 emendamenti già presentati dalle forze politiche, in attesa di quelli del governo), mentre in settimana dovrebbero arrivare al Senato i primi emendamenti del governo in materia di giustizia civile.Finora, come si diceva, il ministro ex giudice costituzionale sta predisponendo emendamenti, senza però cestinare i testi di partenza ereditati dal suo predecessore Alfonso Bonafede. Gli emendamenti sono e saranno frutto del lavoro di tre gruppi, ma sembra facile prevedere – diciamo così – che non avranno esattamente il marchio dell'incisività. Sul versante penale, si insiste sui tempi dei processi: giusto, ma il punto non può essere solo la rapidità dell'iter, bensì una reale terzietà del giudice e una vera equidistanza di chi giudica rispetto ad accusa e difesa. Fa una certa impressione, nelle anticipazioni di Repubblica, anche la raccolta di vaghissime buone intenzioni in materia di processo civile: «Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo studiato fino in fondo il caso». Ma guarda. A questo fine sarebbe attivato un «team» in aiuto del giudice (tanto per non perdere le abitudini: con 16.000 assunzioni) per farsi carico del «lavoro preparatorio»: si chiamerà «ufficio per il processo». Il libro dei sogni prosegue con la richiesta di «atti chiari e sintetici».Comunque, sulla prescrizione, ieri, una delle commissioni della Cartabia ha messo in campo due proposte. O sospendere il corso della prescrizione, per due anni, dopo la condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello. Oppure (tesi assolutamente alternativa) separare prescrizione del reato e processo. La prescrizione del reato (sul modello Usa) segnerebbe il momento a partire dal quale lo stato non può più agire (con un termine temporale collegato alla gravità del reato). Poi, se e quando il processo inizia, anche un solo giorno prima della prescrizione del reato, prosegue senza che la prescrizione possa più scattare.Tornando al punto politico di fondo, i più critici diranno: la propensione alla vaghezza è il marchio di fabbrica anche di una recente intervista della professoressa Cartabia, a colloquio con La Stampa lo scorso 25 aprile. Giustizialisti e garantisti? «Due ismi». Intercettazioni? «Per ora non le dico nulla, e non per reticenza ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Le correnti del Csm? «Io penso che le correnti non si possano e non si debbano eliminare: sono espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura. Quello che va eliminato sono le degenerazioni, le logiche spartitorie». Come si vede, una costante tendenza a smussare, attenuare, negare, svicolare. A ben vedere, però, c'è qualcosa di più profondo, che non può limitarsi alla propensione dell'attuale Guardasigilli a schivare porte e paletti, come una sciatrice. Il punto è tutto politico: poiché la Cartabia sa quanto siano divaricate le posizioni sulla giustizia nella sua maggioranza, cerca un denominatore comune, si sforza di tessere una tela minimamente condivisa. Il guaio è che, per farlo, rischia di eludere tutti i nodi. Da questo punto di vista, l'iniziativa referendaria preannunciata da Matteo Salvini e dal Partito Radicale ha un approccio opposto e più sincero, perché promette di prendere di petto ognuna delle questioni più controverse: dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti (non lo ricorda nessuno, ma anche Giovanni Falcone si espresse a favore) all'affermazione di una vera responsabilità civile dei magistrati (già sancita con il referendum che nacque dal tragico caso di Enzo Tortora, ma poi ridimensionata dall'«attuazione» parlamentare del referendum attraverso la legge Vassalli), passando per il sistema elettorale del Csm. Va sottolineato che molti degli storici quesiti radicali, oggi oggetto di probabile recupero da parte di Salvini, hanno già superato in altre occasioni il giudizio della Corte costituzionale. Sono dunque certamente ammissibili, e l'unico ostacolo sarà la raccolta delle firme (probabilmente tra luglio e settembre) per portare i quesiti davanti ai cittadini nella primavera del 2022. La domanda, dunque, sorge spontanea: a che serve immaginare riforme parlamentari minimaliste, quando incombe una prova referendaria con quesiti di grande impatto? Sono possibili due risposte: qualcuno (ostile a Salvini) dirà, come ha già fatto Repubblica, che il leader leghista «appicca il fuoco»; qualcun altro, più saggiamente, potrebbe invece spiegare alla Cartabia e a Mario Draghi che l'iniziativa congiunta Salvini-Pr potrebbe perfino - dal punto di vista del governo - togliere utilmente le castagne dal fuoco, lasciando che siano i cittadini a pronunciarsi, e evitando lacerazioni nella maggioranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartabia-recovery-plan-prepara-ritocchini-2652943396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="melillo-spegne-il-grande-orecchio-a-napoli-congelate-le-attivita-di-rcs" data-post-id="2652943396" data-published-at="1620694972" data-use-pagination="False"> Melillo spegne il «grande orecchio». A Napoli congelate le attività di Rcs Ancora un colpo di scena nel caso dell'ex magistrato Luca Palamara. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, ha sospeso le attività di Rcs spa, società che ha fatto le intercettazioni con il trojan (virus informatico) durante il celebre dopocena dell'hotel Champagne, quelle che hanno portato alla cacciata di cinque consiglieri del Csm «beccati» a discutere di nomine con due ex parlamentari del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti. Nel provvedimento dello scorso 4 maggio, «tenuto conto degli elementi fattuali acquisiti nell'ambito del procedimento penale n. 10937/2021, anche a seguito di coordinamento con le attività investigative di altre autorità giudiziarie […]» Melillo dispone «la sospensione, con effetto immediato, e fino a nuova disposizione, dell'affidamento alla società Rcs Spa di nuovi incarichi di fornitura di prestazioni funzionali per lo svolgimento di attività di intercettazione telematica passiva ed attiva […]». Come rivelato dalla Verità lo scorso 25 aprile, il responsabile delle captazioni di Rcs, l'ingegner Duilio Bianchi, è finito sotto inchiesta a Firenze con le accuse di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia, titolari del procedimento a carico di Palamara) e falsa testimonianza innanzi al Csm. L'uomo è accusato perché non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa dell'onorevole Cosimo Ferri (a sua volta incolpato di fronte alla sezione disciplinare del Csm per i fatti dell'hotel Champagne), che per ottenere i dati provenienti dal cellulare di Palamara, la sua divisione usava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. Circostanza rilevante che ha fatto scattare le indagini per scoprire quale server sia stato effettivamente utilizzato dalla società milanese per l'attività di captazione di Palamara. Secondo la Procura generale della Cassazione e gli inquirenti umbri, però, se il server napoletano, ancorché non dichiarato, si trovava nel perimetro del Palazzo di giustizia le intercettazioni del trojan sarebbero comunque utilizzabili. Secondo le difese sarebbero in ogni caso illegali. Prima di arrivare a qualunque decisione sarà importante stabilire se il server fosse all'interno della Procura di Napoli o in una vicina sede esterna di Rcs. Il procuratore Melillo, contatto dalla Verità, ha spiegato: «Stiamo svolgendo degli accertamenti proprio finalizzati a comprendere tutte queste cose. Il provvedimento è cautelativo e l'ho già adottato anche con altre società: ogni qual volta si determinino o criticità, o come dire, esigenze di approfondimento delle modalità con le quali vengono esercitate le prestazioni». Una delle poche certezze all'interno di questa storia è il fatto che alcuni uffici della Procura di Napoli, tra cui quello del procuratore, si trovano nel Centro direzionale di via Grimaldi, Isola E5, come risulta anche dalla carta intestata della Procura. Qui si troverebbero gli edifici A e B del palazzo di giustizia. Per la tesi difensiva quest'area sarebbe «esterna» alla Procura. Ma il vero problema riscontrato dagli inquirenti napoletani sarebbe un altro ed è stato ammesso dallo stesso Bianchi a Firenze. Il direttore di divisione ha spiegato che per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». Un'informazione di cui l'ufficio di Melillo sarebbe stato tenuto all'oscuro. Gli approfondimenti investigativi dovrebbero terminare «nel più breve tempo possibile». Entro la fine di maggio? «Non lo so, ma me lo auguro. Abbiamo affidato le verifiche ad una struttura di grande esperienza, il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, della polizia postale delle comunicazioni, ndr)» ha concluso Melillo.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.