Caro Zingaretti, parlate di stabilità e lei si dimette
Nicola Zingaretti (Ansa)

Caro Nicola Zingaretti, le scrivo questa cartolina perché ho letto che avrebbe intenzione di dimettersi da presidente del Lazio per farsi eleggere in Parlamento. Dicono i bene informati che resta un unico dubbio, e cioè se lei si dimetterà a fine agosto o a fine settembre, cioè prima o dopo le elezioni. In ogni caso la regione (…)

(…) che oggi lei amministra andrebbe a elezioni anticipate. E la cosa mi sorprende non poco. Lei sta per candidarsi in un partito che negli ultimi giorni si è riempito la bocca con la parola stabilità. Che ha ripetuto mille volte che è da irresponsabili anticipare le elezioni, anche solo di qualche mese. Che bisogna fare di tutto per mantenere in piedi i governi sino alla fine del mandato. E poi, questo partito, nella regione Lazio fa cascare un governo e manda tutti a elezioni anticipate solo per darle una poltrona in Parlamento?

Se non altro il governo Draghi è caduto per una crisi seria. Alla Regione Lazio, invece, non c’è nessuna crisi. La maggioranza è stabilissima. Le elezioni anticipate sarebbero proclamate solo nel suo interesse personale. Molto egoistico, mi lasci dire. Lei aveva chiesto i voti agli elettori laziali proponendo cinque anni di governo: perché se ne va prima ? Perché c’è uno strapuntino che le fa più comodo? E le sembra serio? Quando nel marzo 2021 si era dimesso dalla carica di segretario Pd aveva detto che si vergognava perché «nel partito si pensa solo alle poltrone». Beh, e lei a cosa sta pensando?

Esattamente un anno fa, alla fine di una lunga intervista su Sette del Corriere della Sera, le chiesero se avrebbe fatto il parlamentare. E lei rispose: «Non lo so. Prima lo spirito di servizio». Lo spirito di servizio? E quale servizio è, mandare una regione a elezioni anticipate per un seggio in Parlamento? Forse anche questo fa parte dell’operazione simpatia, come la chiamava Striscia La Notizia, prendendo di mira i suoi strafalcioni: «Ci vuole un confronto prurale», «faremo la riforma piscale», con una «rete disfusa» senza «avere paura». Una volta lei volle celebrare il presidente Mattarella: pubblicò sui social una foto tarocca. Un’altra (1 maggio 2020) volle rendere omaggio ai lavoratori della sanità e lo fece pubblicando una foto di medici cinesi. Sono cose che capitano. O che tapitano, come direbbe lei.

Diplomato odontotecnico senza aver mai ricostruito un molare, iscritto a lettere dove è riuscito a dare soltanto tre esami, nella sua vita lei non ha mai svolto un vero lavoro. A metà degli anni Ottanta era già segretario della sezione romana della Fgci, poi da lì ha scalato tutti i gradini della carriera politica. Come stratega di partito si ricordano alcune sue geniali intuizioni, come quando disse «Conte è il punto di riferimento dei progressisti». Si è vista com’è finita. Come governatore della Regione si ricordano alcune sue geniali uscite, come quando nel febbraio 2020 arrivò a Milano per l’aperitivo con la parola d’ordine «non fermarsi, normalità». Pochi giorni dopo era a letto con il Covid. E come amministratore del denaro pubblico si ricordano alcuni suoi geniali investimenti come gli 11 milioni di euro buttati per mascherine e tute mai arrivati. Aveva affidato gli acquisti a una ditta di lampadine e a un’azienda di prodotti per il benessere sessuale e poi si è stupito perché l’affare non è andato a buon fine. Ora l’ultima trovata geniale: si prepara a calpestare una regione per soddisfare le sue egoistiche ambizioni. Che lo spirito di servizio sia con con lei. E con la sua poltrona.

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