2020-09-23
Cannonate di Dibba contro i suoi capi: «Questa è la sconfitta più grande del M5s»
Alessandro Di Battista (Ansa)
Fra i pentastellati ora è rissa. Roberto Fico: «Siamo in crisi di identità». Max Bugani, capo staff di Virginia Raggi: «Ci sono gravi responsabilità».Sembrano passati due secoli, dal marzo 2018, da quel 33 per cento alle politiche che consegnò al M5s il ruolo di partito di maggioranza relativa: trattasi invece di soli due anni e mezzo. Oggi, dopo i risultati delle regionali, il disastro è sotto gli occhi di tutti. Il M5s riesce nell'impresa di non superare neanche la soglia di sbarramento fissata al 3% in Veneto: 2,7%, uno smacco senza precedenti, mai nella storia della regione guidata oggi da Luca Zaia il partito di maggioranza relativa in Parlamento era rimasto fuori dal consiglio regionale (5 anni fa prese il 10,4%, eleggendo 5 consiglieri); in Liguria, dove sosteneva insieme al Pd il candidato a presidente Ferruccio Sansa, il M5s raccoglie il 7,7% ed elegge due consiglieri: 5 anni fa prese il 22,3% e ne elesse 6; nelle Marche il M5s passa dal 21% del 2015, con 5 consiglieri eletti, all'8% di oggi, con 2 eletti; in Toscana nel 2015 i grillini presero il 15% e 5 consiglieri, mentre oggi hanno il 6% e un solo eletto; in Campania 5 anni fa il M5s raggiunse il 17% eleggendo 7 consiglieri, oggi ha il 9,9% e ne elegge la stessa quantità; infine in Puglia 5 anni fa il M5s prese il 18% ed elesse 6 consiglieri, oggi ha il 9,8% e ne elegge 5. Altro elemento da non sottovalutare: la vittoria dei Sì al referendum sul taglio dei parlamentari è stata tutt'altro che un plebiscito, considerato il 30% raccolto dal No, percentuale ben superiore alle attese.Questo il dato, che fa esplodere Max Bugani, ex socio di Rousseau e attuale capo staff del sindaco di Roma Virginia Raggi: «Non sfugge», scrive Bugani su Facebook, «il tracollo del M5s in ogni tornata elettorale, dalle europee del 2019 ad oggi, con gravi responsabilità in capo a chi da allora non ha mai voluto avviare un momento di riflessione interna, non ha avuto il coraggio di convocare stati generali, non ha minimamente gestito le precedenti regionali in Calabria e in Emilia lasciando i gruppi allo sbando, non ha mai preso alcuna posizione per costruire progetti seri nei territori, ed ha poi deciso di dimettersi non certo dopo aver preso atto del fallimento», aggiunge, riferendosi a Luigi Di Maio, «ma solo per lasciare una palla avvelenata in mano al suo successore (Vito Crimi, ndr), il quale per forza di cose era un traghettatore ma non aveva la legittimazione per prendere decisioni importanti. Un movimento che in due anni ha perso praticamente 8 milioni di voti rispetto a quegli 11 milioni del famoso 33% del 2018 non ha purtroppo assolutamente nessun motivo per esultare oggi. In regioni dove avevamo il 45% abbiamo il 10%», sottolinea Bugani, «in regioni dove avevamo il 15 abbiamo il 3%. Eppur si ride». Altro giro (sui social) altra corsa (a azzannare il vertici del M5s). La corrente interna Parole guerriere, poco più di una ventina di parlamentari tra i quali Carlo Sibilia, Giuseppe Brescia e Danila Nesci, ieri ha pubblicato su Facebook un post assai sibillino, dal titolo «Il M5s superi lo stato liquido, verticistico ed eterodiretto». Il M5s, scrivono i parolai guerrieri, «continua a perdere consensi e a non vedersi rappresentato nei territori. Un colosso politico rappresentato da più di 300 parlamentari a livello nazionale ma con pochi sindaci e senza neanche un presidente di Regione. Per superare questa condizione», aggiungono, «è ormai necessario che il M5s superi lo stadio di movimento liquido, verticistico ed eterodiretto e si evolva in un'organizzazione politica democratica, dotata di adeguati corpi intermedi (e di una scuola di formazione politica), ove ruoli e responsabilità siano ben definiti». Attacca anche Alessandro Di Battista: «Io credo che quella subita alle Regionali», dice il Dibba in diretta Facebook, «sia stata la più grande sconfitta della storia del M5s. Abbiamo perso ovunque, sia che andassimo da soli o in coalizione. Il risultato bellissimo del referendum viene dal Sì di tante persone che magari non apprezzano il Movimento, che lo detestano», aggiunge Di Battista, «mossi al voto dalla voglia di giustizia sociale, risparmio. Questo eccesso di esultanza è fuorviante e non giusto. In Campania siamo passati dal 17 al 10 per cento. Due anni fa alle politiche abbiamo sfiorato il 50%. È campano il ministro degli Esteri, il presidente della Camera, il ministro dell'Ambiente, il ministro dello Sport», azzanna il Dibba, riferendosi a Di Maio, Roberto Fico, Sergio Costa e Vincenzo Spadafora, «eppure abbiamo preso il 10%. Non parliamo oggi di alleanze, nemmeno di cambio tra capo politico e di governance. Il punto è l'identità che si ricostruisce solo con gli stati generali: un momento democratico, partecipato, in cui possano esprimersi i territori, gli attivisti». Randellate anche da Roberto Fico: «Il M5s», riflette il presidente della Camera, «ha perso nettamente le elezioni regionali. La crisi di identità non nasce con questa sconfitta ma è una cosa che va avanti da molto. L'elaborazione in corso degli stati generali ormai va avanti da troppo tempo e noi dobbiamo in tutti i modi provare a risolvere. Io nel nuovo direttivo? Sono sempre disposto a dare una mano al Movimento», risponde Fico, «ma io sono per un organo collegiale: dobbiamo ritrovare una forza interna che deriva solo dal confronto. Io dico no a guerre tra personalismi ed egocentrismi. No a guerre tra bande o tra governisti e puristi». Insomma, la situazione è tragica, e c'è ancora da risolvere la «grana» rappresentata dalla volontà di molti parlamentari di staccare il M5s dalla piattaforma Rousseau e da Roberto Casaleggio.
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)