Il campionario dei criminali impuniti che fanno festa grazie alla Cartabia

Il maxi depuratore della giustizia ideato da Marta Cartabia sta filtrando dalla grande cloaca giudiziaria i processi che nei corridoi dei tribunali italiani venivano definiti come «bagatellari», offendendo non poco chi da quei reati (diventati ormai carta straccia) è stato danneggiato e anche gli investigatori che hanno perso ore di lavoro per portare davanti a un giudice gli indagati. E, così, i fascicoli da buttare nel wc in pochi giorni hanno intasato la cronaca.
Nicola Aricò e Giuseppe Richichi a Reggio Calabria si erano guadagnati sul campo il soprannome di «assetati» per i colpi messi a segno sui vagoni merce dei treni in sosta a Villa San Giovanni, dai quali avrebbero trafugato circa 400 bottiglie di liquori tra il 2020 e il 2021. Le intercettazioni, riteneva la Procura, li avrebbero potuti inchiodare. A salvarli dal processo ci ha pensato la riforma approvata dal Governo dei migliori di Mario Draghi: sono stati prosciolti dal gup Stefania Rachele e la misura cautelare in carcere disposta nei loro confronti è stata revocata. Per i quattro furti contestati non c’era la querela della persona offesa (peraltro nemmeno mai individuata dalla Procura), atto che dal 30 dicembre è diventato obbligatorio per perseguire questi reati anche se i procedimenti sono già in corso. E al giudice del tribunale di Reggio Calabria non è rimasto altro da fare se non prosciogliere gli imputati «per mancanza di una condizione di procedibilità».
Ma ci si salva dal processo pure se non c’è la prova che l’imputato sia a conoscenza di essere stato accusato dalla Procura. Il gup, prevede la riforma, deve pronunciare la sentenza di non doversi procedere, con ordine di ricerca dell’imputato fino a quando il reato non sarà prescritto. E così, a Macerata, un trentunenne nigeriano accusato di rapina a mano armata l’altro giorno è stato prosciolto perché è riuscito a darsi alla macchia. L’imputato aveva incrociato un ragazzino di Civitanova e, mostrandogli una lama di cinque centimetri legata a un clipper tagliaunghie, lo aveva costretto a tirare fuori i soldi che aveva in tasca: una manciata di euro. Individuato e denunciato, il nigeriano, però, subito dopo è diventato irreperibile. E difficilmente un ufficiale giudiziario riuscirà ora a rintracciarlo per comunicargli le accuse. Il fascicolo rimarrà a marcire fino alla prescrizione.
Un caso simile a quello del nigeriano si è presentato ai giudici di Perugia. Un ungherese, nel 2008, era finito in un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione. Ma è irreperibile da anni e non ha mai ricevuto notizia del procedimento penale. Il processo, nel frattempo, è andato avanti in sua assenza. Ma durante l’ultima udienza i giudici, su segnalazione degli avvocati difensori, hanno dovuto prendere atto del mancato recapito di tutte le notifiche ed è scattato un rinvio al 31 gennaio al fine di emettere una sentenza di non doversi procedere in base all’articolo 420 quater appena riformato nel codice di procedura penale.
E, sempre per la riforma Cartabia, a Venezia è stato possibile scambiare una condanna da 8 mesi di reclusione (con patteggiamento) con una pena pecuniaria da poco più di 7.000 euro, che permetterà a un dipendente della Decal di Marghera ritenuto infedele e a un autotrasportatore, sorpresi un mese fa a trafugare oltre 13.000 litri di gasolio da un deposito di carburante (il primo aveva, secondo l’accusa, manomesso i contatori volumetrici per poter sottrarre il carburante, il secondo guidava la cisterna con la quale è stata trasportata la refurtiva), di non ritrovarsi con la fedina penale macchiata. Prima della riforma, i recidivi finivano in carcere. Ora potranno contare sulla sospensione condizionale della pena. Non solo. Potranno pagare la pena pecuniaria in comode rate: 30 euro al giorno. Prima della riforma, la quota era fissa a 250 euro al giorno. Ora va da un minimo di 5 a un massimo di 250, a seconda della gravità del reato e anche della condizione economica dell’imputato.
A Cassino, dopo il furto di un camion carico di calcinacci da un’azienda di San Giorgio a Liri, era finito nei guai un rumeno indicato come «già noto alle forze di polizia». Il giovane è stato accusato di furto aggravato con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Ma siccome non ha rispettato la misura cautelare, è finito pure ai domiciliari. Martedì scorso si è presentato in aula per il processo con giudizio abbreviato e ha scoperto che la persona offesa, che ormai aveva recuperato la refurtiva, ha deciso di ritirare la querela. Il giudice ha quindi dovuto prendere atto, come prevede la riforma Cartabia, della «perdita di efficacia della misura cautelare» e ha dovuto rimettere il rumeno in libertà. E siccome il furto non è più tra i reati perseguibili d’ufficio, anche il procedimento penale è finito alle ortiche.
A Lecco una guardia giurata era finita a processo con l’accusa di lesioni aggravate e violenza privata. Nel 2019 stava viaggiando insieme a un collega su un autobus quando si è accorto che un senegalese appena salito a bordo non aveva obliterato il biglietto. E, per questo, lo aveva invitato a scendere dal mezzo. Dopo un’accesa discussione il vigilantes avrebbe estratto perfino la pistola. Poi riuscì a spingere il senegalese giù dal bus. Lo straniero, durante la colluttazione, riportò delle ferite giudicate come guaribili in tre giorni. E se per le lesioni, dopo un esame dei video recuperati da alcune telecamere fisse sulla strada, è arrivata dal giudice l’assoluzione con formula piena, l’accusa di violenza privata è caduta per effetto della riforma Cartabia sulla procedibilità a querela. Che nel fascicolo non c’era.
Anche il procedimento per lo speronamento di una volante della polizia dopo il furto in una pasticceria di San Sisto (Perugia) finirà in una bolla di sapone. Gli imputati sono due. E i fatti risalgono al 2016, quando un pensionato che stava portando il cane a spasso chiamò il 113 perché aveva visto una persona entrare nell’esercizio commerciale dopo aver divelto la saracinesca. Gli agenti trovarono uno dei due accusati con le mani nella marmellata, mentre stava cercando di aprire il registratore di cassa. Con un guizzo, il ladro riuscì a dileguarsi e a salire in auto per fuggire, speronando la volante. Ormai, però, era stato riconosciuto dai poliziotti, che in poco tempo l’hanno identificato e poi rintracciato a casa della sorella. Qui il marito della sorella, per difendere il cognato, si è scagliato contro gli agenti. E se il ladro è finito a processo per il furto, il cognato è stato accusato di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Agli atti, però, manca la querela. E ora la riforma Cartabia potrebbe chiudere la questione con un non luogo a procedere.
Tra l’agosto 2020 e il maggio 2021 undici bancomat sono stati assaltati in provincia di Treviso. I ladri rubavano delle automobili con le quali si presentavano davanti ai bancomat, poi con degli esplosivi artigianali facevano saltare le parti blindate degli atm e a quel punto era facile portare via il contante. Gli investigatori hanno stimato il bottino in 180.000 euro. Ma il processo contro quella che la stampa locale ha soprannominato la «banda dei giostrai», undici persone accusate di associazione a delinquere, uso di esplosivi e furto, sembra essere parzialmente a rischio. Per alcuni dei furti delle auto usate mancano le querele delle parti offese. Come per alcuni dei colpi ai bancomat (già peraltro risarciti alle Poste e agli istituti di credito dalle rispettive assicurazioni). E così, sulla base delle nuove norme volute dalla Cartabia, alcuni dei furti spariranno dai capi d’imputazione e non potranno essere perseguiti. Gli imputati ringraziano.






