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2025-04-24
Fedeli in coda per l’addio a Francesco. Israele divisa sullo sgarbo di Bibi
La camera ardente per Papa Francesco (Ansa)
È iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti.
La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell.
Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri.
In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare.
Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio».
In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni.
Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.
L’atea Schlein scomunica il governo
Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco.
Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro».
Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa.
Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti».
Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
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Una folla ordinata saluta per l’ultima volta Jorge Mario Bergoglio. Mentre arrivano le prime defezioni pesanti ai funerali: no di Pedro Sánchez e Donald Tusk, Viktor Orbán in forse. Vladimir Putin invierà il ministro della Cultura. Comunità ebraica presente.A Montecitorio il capo dei dem cerca la rissa anche al ricordo istituzionale del Pontefice: «Ipocriti». Matteo Renzi fa la predica sui migranti e Carlo Calenda lo rimette a posto: «Troppo egotismo».Lo speciale contiene due articoliÈ iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti. La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell. Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri. In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare. Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio». In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni. Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camera-ardente-papa-francesco-funerali-2671834249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="latea-schlein-scomunica-il-governo" data-post-id="2671834249" data-published-at="1745450518" data-use-pagination="False"> L’atea Schlein scomunica il governo Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco. Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro». Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa. Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti». Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
iStock
Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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