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2025-04-24
Fedeli in coda per l’addio a Francesco. Israele divisa sullo sgarbo di Bibi
La camera ardente per Papa Francesco (Ansa)
È iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti.
La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell.
Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri.
In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare.
Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio».
In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni.
Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.
L’atea Schlein scomunica il governo
Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco.
Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro».
Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa.
Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti».
Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
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Una folla ordinata saluta per l’ultima volta Jorge Mario Bergoglio. Mentre arrivano le prime defezioni pesanti ai funerali: no di Pedro Sánchez e Donald Tusk, Viktor Orbán in forse. Vladimir Putin invierà il ministro della Cultura. Comunità ebraica presente.A Montecitorio il capo dei dem cerca la rissa anche al ricordo istituzionale del Pontefice: «Ipocriti». Matteo Renzi fa la predica sui migranti e Carlo Calenda lo rimette a posto: «Troppo egotismo».Lo speciale contiene due articoliÈ iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti. La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell. Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri. In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare. Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio». In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni. Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camera-ardente-papa-francesco-funerali-2671834249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="latea-schlein-scomunica-il-governo" data-post-id="2671834249" data-published-at="1745450518" data-use-pagination="False"> L’atea Schlein scomunica il governo Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco. Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro». Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa. Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti». Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.