True
2025-04-24
Fedeli in coda per l’addio a Francesco. Israele divisa sullo sgarbo di Bibi
La camera ardente per Papa Francesco (Ansa)
È iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti.
La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell.
Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri.
In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare.
Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio».
In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni.
Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.
L’atea Schlein scomunica il governo
Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco.
Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro».
Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa.
Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti».
Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
Continua a leggereRiduci
Una folla ordinata saluta per l’ultima volta Jorge Mario Bergoglio. Mentre arrivano le prime defezioni pesanti ai funerali: no di Pedro Sánchez e Donald Tusk, Viktor Orbán in forse. Vladimir Putin invierà il ministro della Cultura. Comunità ebraica presente.A Montecitorio il capo dei dem cerca la rissa anche al ricordo istituzionale del Pontefice: «Ipocriti». Matteo Renzi fa la predica sui migranti e Carlo Calenda lo rimette a posto: «Troppo egotismo».Lo speciale contiene due articoliÈ iniziato ieri l’omaggio della folla a papa Francesco a Piazza San Pietro, già più di 20.000 fedeli sono accorsi per omaggiarne la salma che a differenza degli altri Pontefici, per suo volere non è stata posta sul tradizionale catafalco. Tre se non quattro ore di fila per salutare il «Papa degli ultimi», come ormai è stato ribattezzato da tutti. La bara del Santo Padre sarà chiusa per sempre domani alle 20, in attesa della celebrazione dei funerali il mattino seguente alle 10. Si tratterà di una liturgia più semplice rispetto a quelle passate come già spiegato, al termine della quale seguirà la cerimonia di sepoltura. La tumulazione sarà presieduta dal Camerlengo, il cardinale Kevin Joseph Farrell. Imponente la macchina organizzativa che, anche fuori dal Vaticano, si sta occupando di curare l’addio a Francesco. Evento per il quale sono attese circa mezzo milione di persone e oltre 170 delegazioni dei capi di Stato di tutto il mondo. «Una grande sfida», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che non ha saputo nascondere un po’ di preoccupazione. «Ci sarà il combinato tra una quantità molto significativa di persone e la presenza di personalità internazionali con sistemi di protezione e sicurezza importanti. Questi due elementi renderanno complessa la gestione». Incarico affidato al capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, in raccordo con il prefetto, Lamberto Giannini, il presidente della Regione, Francesco Rocca, e il sindaco Gualtieri. In occasione dei funerali ci saranno cambiamenti della viabilità e una vasta area sarà chiusa al traffico. Ma la sicurezza dell’evento rappresenta la sfida più grande. Oltre ai tiratori scelti schierati sui palazzi ci saranno anche bazooka anti drone intorno a piazza San Pietro sabato. Si tratta di una sorta di dissuasori che, in caso di avvistamento di droni non autorizzati, riescono a inibire le onde radio guidandoli così fino a farli atterrare. Attivati i controlli in superficie, cielo e sottosuolo. Scattata la no fly zone e monitorato anche il fiume Tevere che scorre a poche centinaia di metri. Schierati dalla questura anche dispositivi di ultima generazione: immagini in 3D che consentono di assicurare una visuale a 360 gradi con una mobilità che supera il limite delle barriere fisiche dell’architettonica edilizia. «Vista la grande partecipazione che ci aspettiamo, abbiamo deciso di rendere pubblico il percorso», ha spiegato il prefetto Giannini. «Non abbiamo ancora stabilito quale sarà, ma lo comunicheremo in modo che i cittadini possano salutarlo anche in questo ultimo viaggio». In queste ore a esser messi sotto pressione sono treni e aerei. Il Gruppo Fs in coordinamento con la Protezione civile, ha attivato un piano straordinario di potenziamento dei trasporti verso Roma valido fino al 27 aprile attivando anche degli sconti per i biglietti. Aeroporti di Roma stima che ai 1,8 milioni di passeggeri attesi per i ponti si dovrebbero aggiungere almeno altre 15/20.000 persone. Purtroppo non mancano i casi di speculazione. Secondo il Codacons la spesa per il soggiorno in una struttura ricettiva in zona Vaticano può già superare i 2.500 euro a notte, prezzo che potrebbe ulteriormente salire nei prossimi giorni. Intanto prosegue la polemica legata al mancato omaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rompere con la sua dura presa di posizione, Raphael Schutz, ex ambasciatore presso la Santa Sede, che al Jerusalem Post ha dichiarato: «Non partecipare al lutto papale è un errore». Deve averlo pensato anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che sabato mattina sarà al funerale del Pontefice «nel rispetto dello Shabbat». Di Segni, in osservanza del giorno di festività ebraica che inizia al tramonto di venerdì e si conclude al tramonto di sabato, arriverà a San Pietro a piedi. Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, sarà presente ai funerali: «Un doveroso omaggio dell’ebraismo italiano tutto, per quello che il Pontefice rappresenta in Italia e nel mondo intero, nell’impegno reciproco per il dialogo e per ogni possibile sforzo nella affermazione della cultura di convivenza». Ci sarà anche Nader Akkad, imam della Grande moschea di Roma. «Per me era un amico e un fratello. Papa Francesco è il “nostro” Papa», le sue parole. Le partecipazioni che alimentano dibattito non finiscono qui. Per Taiwan, malgrado la situazione attuale con la Cina, parteciperà l’ex vicepresidente Chen Chien-jen. A comunicarlo ufficialmente è stato lo stesso governo che tiene molto al rapporto con la Santa Sede perché, nonostante la politica filocinese di Bergoglio, si tratta dell’unico Stato europeo a riconoscere la sovranità dell’isola. In Spagna monta invece una polemica sulla mancata presenza del premier, Pedro Sánchez, tra i pochi capi di Stato europei che non sarà presente. Il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, lo ha esortato a dare «spiegazioni». Anche il leader del Cremlino alla fine ha sciolto la riserva: parteciperà il ministro della Cultura, Olga Ljubimova, mentre mancherà il premier polacco, Donald Tusk (al suo posto il presidente, Andrzej Duda). Ancora incerta la presenza del presidente ungherese, Viktor Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camera-ardente-papa-francesco-funerali-2671834249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="latea-schlein-scomunica-il-governo" data-post-id="2671834249" data-published-at="1745450518" data-use-pagination="False"> L’atea Schlein scomunica il governo Ieri pomeriggio si è tenuta a Montecitorio la commemorazione istituzionale del Santo Padre. Ci si sarebbe potuti aspettare il cordoglio da parte di tutte le forze politiche, un momento libero da faziosità partitiche. E invece no: anche in questo momento la sinistra è riuscita a trovare un pretesto per attaccare il governo e strumentalizzare il pensiero di papa Francesco. Il premier, Giorgia Meloni, ha rammentato con commozione il suo rapporto personale con il Pontefice, notando che «sapeva essere determinato, ma quando parlavi con lui non esistevano barriere, potevi parlare di tutto e raccontarti senza timore di essere giudicato. Poteva vedere la tua anima. Come se per lui significasse dire: “Io ci sono per te”. Ti faceva sentire prezioso in quanto unico e irripetibile». «Sarò sempre grata», ha aggiunto, «per il tempo trascorso insieme, per gli insegnamenti e i consigli, non ultimo quello di “non perdere mai il senso dell’umorismo”, l’ultima cosa che mi aveva detto». Ha ricordato il grande onore che le aveva fatto, presenziando al G7 dello scorso anno per ammonire i grandi della Terra sulla centralità dell’uomo nel fermento tecnologico del nostro tempo. È stata la prima volta nella storia in cui un Papa ha preso parte a quell’evento politico. Da ultimo, «diceva che la diplomazia è un esercizio di umiltà, perché richiede di sacrificare un po’ dell’amor proprio per comprendere le ragioni e il punto vista dell’altro». Al premier sono seguite poi le voci dei presidenti delle rispettive Camere, che sono intervenuti in equilibrati elogi alla memoria del Pontefice. In più, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è inserito nella delicata questione sul messaggio di condoglianze diffuso dal governo israeliano e poi cancellato: «Ignoro se Benjamin Netanyahu abbia scritto o meno qualcosa; spero che lo faccia o che lo abbia fatto. Quello che so per cognizione diretta è che la comunità ebraica italiana non solo ha fatto l’atto formale di rendere omaggio ma è molto vicina al cordoglio. Ho ricevuto personalmente messaggi del capo della comunità ebraica di Milano e di alti esponenti della comunità di Roma», il commento di La Russa. Quindi ha preso parola l’emiciclo e la sinistra ha sollevato accuse di ipocrisia e vuota retorica verso il governo. «Il Papa non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli e oggi cerca di seppellire nella retorica il suo potente messaggio, di chi deporta i migranti, toglie i soldi ai poveri, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere», ha tuonato Elly Schlein, segretario del Pd, a cui la maggioranza, visti i toni, ha negato l’applauso. Subito dopo l’ex premier pentastellato, Giuseppe Conte: «Ora che non c’è più, papa Francesco viene universalmente celebrato da tutti. Nello scomposto teatro dell’ipocrisia dei vaniloqui, le celebrazioni coinvolgono anche chi ha continuato a ignorare i suoi messaggi di dolore per le ingiustizie nel mondo, i suoi moniti contro le parole di odio e la logica della guerra». E poi, poteva forse mancare il commento di Matteo Renzi, anche lui ex premier e ora leader di Italia viva? Nel suo discorso ha accusato di essere «filistei» coloro che «piangono e si commuovono per il Papa e non ricordano il grido di dolore che ci ha lasciato sui lager per migranti». Forse, per una volta, l’analisi migliore la sintetizza Carlo Calenda, che in un post su X ha scritto: «Nei ricordi degli incontri con papa Francesco, risulta che era d’accordo con Vittorio Feltri ma anche con Luca Casarini; con Emma Bonino, a cui chiedeva addirittura di continuare le sue battaglie, mentre censurava con durezza i medici che praticano l’aborto. Con Meloni ma anche con Renzi etc etc. C’è parecchia confusione, poca sobrietà e un tantino di egotismo».
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
Continua a leggereRiduci
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
Continua a leggereRiduci