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2022-11-10
Cambia il Superbonus, sale la flat tax. 50 miliardi per rivalutare le pensioni
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale.
Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse.
Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea».
In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.
Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.
«Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche»
«Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano».
La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti.
Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro.
Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
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Giancarlo Giorgetti: «Aliquota al 15% per il reddito aggiuntivo rispetto alla media dei 3 anni precedenti anche per i dipendenti. Risparmi dalla revisione del sussidio grillino e degli incentivi edilizi». Firmato l’adeguamento delle pensioni: +7,3% da gennaio. Oggi l’Aiuti 4.Il titolare del Tesoro sul Recovery: «Urgenti nuove norme. L’Ue deve decidere il prima possibile».Lo speciale contiene due articoli.Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale. Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse. Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea». In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambia-superbonus-flat-tax-pensioni-2658626023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="impossibile-realizzare-il-recovery-nei-tempi-previsti-senza-modifiche" data-post-id="2658626023" data-published-at="1668058645" data-use-pagination="False"> «Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche» «Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano». La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti. Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro. Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (secondo da sinistra) presente alla cerimonia di firma del contratto di concessione della zona franca di Misurata (Ansa)
Con il nuovo terminal container della Free Zone inaugurato a Misurata, frutto di un investimento privato da oltre 2,7 miliardi di dollari di Msc e un fondo qatarino, Roma consolida il proprio ruolo non solo in Libia ma nel Mediterraneo, tra Piano Mattei, economia, energia e stabilità regionale.
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».
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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Questo (nuovo) scontro è scoppiato dopo giorni di fibrillazione tra Washington e Ottawa su vari fronti. Trump era infatti arrivato ai ferri corti con il premier canadese, Mark Carney, sia sulla Groenlandia sia sulla questione dello scudo missilistico Golden Dome. Senza poi dimenticare il nodo del Board of Peace per Gaza.
Più in generale, è però sempre stata la Cina a rappresentare la questione di maggior dissidio tra l’amministrazione Trump e il Canada. Negli ultimi dodici mesi, Ottawa si è ulteriormente avvicinata a Pechino. Inoltre, i canadesi temono il fatto che Washington abbia incamerato il petrolio venezuelano: un elemento, questo, che rischia di assestare un duro colpo alle forniture di greggio che Ottawa storicamente garantisce agli Stati Uniti. Tutto questo ha quindi portato Carney a rafforzare ulteriormente i propri rapporti con la Repubblica popolare. Non a caso, a metà gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e rinsaldare le relazioni bilaterali con il Dragone.
Ora, è abbastanza chiaro come la politica filocinese di Carney entri in rotta di collisione con il rilancio della Dottrina Monroe, promosso da Trump: un rilancio che punta a estromettere dall’Emisfero occidentale l’influenza politico-economica di potenze considerate ostili. Agli occhi della Casa Bianca, le manovre pro Pechino di Ottawa vengono quindi percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale. E questo ha contribuito ad alimentare le tensioni tra Trump e il Canada nelle ultime settimane.
Sotto questo aspetto, il fatto che, come abbiamo visto, il presidente americano e Carney non si intendano sul Golden Dome è abbastanza significativo. Non dimentichiamo infatti che, l’anno scorso, la Repubblica popolare aveva criticato il progetto statunitense di scudo missilistico. Tutto questo per dire che il nodo principale nei rapporti tra Washington e Ottawa è di natura geopolitica e geostrategica. E che rientra nella politica di Trump volta a contrastare le ambizioni cinesi nell’Emisfero occidentale.
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