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2022-11-10
Cambia il Superbonus, sale la flat tax. 50 miliardi per rivalutare le pensioni
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale.
Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse.
Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea».
In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.
Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.
«Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche»
«Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano».
La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti.
Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro.
Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
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Giancarlo Giorgetti: «Aliquota al 15% per il reddito aggiuntivo rispetto alla media dei 3 anni precedenti anche per i dipendenti. Risparmi dalla revisione del sussidio grillino e degli incentivi edilizi». Firmato l’adeguamento delle pensioni: +7,3% da gennaio. Oggi l’Aiuti 4.Il titolare del Tesoro sul Recovery: «Urgenti nuove norme. L’Ue deve decidere il prima possibile».Lo speciale contiene due articoli.Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale. Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse. Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea». In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambia-superbonus-flat-tax-pensioni-2658626023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="impossibile-realizzare-il-recovery-nei-tempi-previsti-senza-modifiche" data-post-id="2658626023" data-published-at="1668058645" data-use-pagination="False"> «Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche» «Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano». La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti. Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro. Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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