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2022-11-10
Cambia il Superbonus, sale la flat tax. 50 miliardi per rivalutare le pensioni
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale.
Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse.
Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea».
In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.
Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.
«Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche»
«Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano».
La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti.
Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro.
Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
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Giancarlo Giorgetti: «Aliquota al 15% per il reddito aggiuntivo rispetto alla media dei 3 anni precedenti anche per i dipendenti. Risparmi dalla revisione del sussidio grillino e degli incentivi edilizi». Firmato l’adeguamento delle pensioni: +7,3% da gennaio. Oggi l’Aiuti 4.Il titolare del Tesoro sul Recovery: «Urgenti nuove norme. L’Ue deve decidere il prima possibile».Lo speciale contiene due articoli.Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale. Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse. Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea». In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambia-superbonus-flat-tax-pensioni-2658626023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="impossibile-realizzare-il-recovery-nei-tempi-previsti-senza-modifiche" data-post-id="2658626023" data-published-at="1668058645" data-use-pagination="False"> «Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche» «Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. 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Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano». La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti. Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro. Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.