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2022-11-10
Cambia il Superbonus, sale la flat tax. 50 miliardi per rivalutare le pensioni
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale.
Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse.
Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea».
In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.
Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.
«Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche»
«Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. Senza ritardi e senza sprechi, e concordando con la Commissione europea gli aggiustamenti necessari per ottimizzare la spesa, alla luce soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica. Perché queste materie si affrontano con un approccio pragmatico, non ideologico». Così aveva parlato Giorgia Meloni davanti alle Camere nel suo discorso di insediamento lo scorso 25 ottobre. Ieri il neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tenuto il punto intervenendo in un’altra sede istituzionale, quella delle commissioni speciali riunite di Camera e Senato: sul Pnrr «ribadisco la nostra ferma determinazione a portarlo a terra nel modo migliore possibile nei tempi più brevi possibili», ma «a quadro normativo attuale il piano così come approvato non si riesce a fare nei tempi previsti. Urge una modifica del quadro normativo e auspico che la discussione in sede europea», in particolare su Repower Eu, «arrivi più presto possibile a una positiva conclusione. Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano».
La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti.
Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro.
Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
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Giancarlo Giorgetti: «Aliquota al 15% per il reddito aggiuntivo rispetto alla media dei 3 anni precedenti anche per i dipendenti. Risparmi dalla revisione del sussidio grillino e degli incentivi edilizi». Firmato l’adeguamento delle pensioni: +7,3% da gennaio. Oggi l’Aiuti 4.Il titolare del Tesoro sul Recovery: «Urgenti nuove norme. L’Ue deve decidere il prima possibile».Lo speciale contiene due articoli.Il Superbonus edilizio «sarà rivisto in modo selettivo» perché questo governo «non ritiene equo destinare una massa di risorse così ingente a una limitatissima fetta di cittadini italiani, in modo indistinto per reddito e per prima e seconda casa, queste risorse potevano essere destinate in un altro modo». È inoltre allo studio l’estensione della soglia di ricavi e compensi che consente alle partite Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale, la cosiddetta flat tax incrementale. Dall’audizione del neo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alle commissioni speciali congiunte sulla Nadef cominciano a emergere i dettagli e il perimetro della manovra. Il documento di programmazione economica e finanziaria sarà presentato nell’arco massimo di tre settimane. Ieri, però, Giorgetti ha annunciato che verrà rivisto il Superbonus 110%. Sul tavolo del anche l’ampliamento della flat tax incrementale. Ovvero, spiega il ministro, la possibile «estensione della soglia di ricavi e compensi che consente ai soggetti titolari di partita Iva di aderire al regime forfetario e un regime sostitutivo opzionale per i contribuenti titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell’incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all’Irpef nei tre anni d’imposta precedenti». Per il futuro il governo pensa anche ad un intervento sugli extraprofitti «Sicuramente ci sarà una proposta da parte del governo sugli extraprofitti», spiega Giorgetti, «stiamo cercando di mettere a terra un sistema che funzioni». Al vaglio anche la possibilità di introdurre una misura simile a quella tedesca che consenta alle imprese di riconoscere ai dipendenti una indennità fino a 3.000 euro con esenzione totale delle tasse. Oggi, intanto, il Consiglio dei ministri darà il via libera al quarto decreto Aiuti da 9,1 miliardi, che confermerà fino a fine anno il credito di imposta per le imprese e la riduzione delle accise sui carburanti. «Il governo sta verificando la possibilità di impiegare le risorse disponibili della programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei per misure di riduzioni dei costi energetici di imprese e famiglie», ha anticipato ieri Giorgetti. La sfida vera è sulla manovra 2023: i circa 21 miliardi a disposizione verranno impiegati per fronteggiare l’emergenza energia, rinnovando le attuali misure anche nei primi mesi dell’anno prossimo. Per altro resta davvero poco. Il quadro è chiaro: «Le stime prefigurano una variazione negativa del Pil per l’ultima parte dell’anno» e per il 2023 «si prevede una variazione dello 0,3%, più contenuta rispetto a quanto ipotizzato a fine settembre», dice Giorgetti. All’incertezza delle prospettive economiche - con chiari rischi al ribasso, come conferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) - si sommano altre due voci di spesa: quella delle pensioni, che di qui al 2025 peseranno per oltre 50 miliardi anche per effetto del meccanismo di indicizzazione all’inflazione, e appunto il Superbonus, che al 2026 costerà 37,8 miliardi di euro in più del previsto, un dato che a fine anno potrebbe salire ancora. In particolare, per gli anni 2023-2026, spiega il ministro: «I maggiori oneri determinano un maggior onere, con il conseguente peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno, che potrebbe pregiudicare l’adozione di altre tipologie di intervento. Peraltro, la stima degli oneri per il Superbonus 110% potrebbe subire un ulteriore incremento a fine anno considerando anche i dati al 30 settembre pubblicati da Enea». In sostanza, «bisognerà trovare delle forme di compensazione nello stesso settore, bisognerà diminuire alcune forme di aiuto per aumentarne altre in ambito fiscale e lo stesso vale per gli interventi in materia previdenziale». Le nuove stime di inflazione, ha sottolineato il titolare del Mef, determinano «una diversa ipotesi di indicizzazione, che comporta maggiori oneri per 7,1 miliardi nel 2024 e 5,6 miliardi nel 2025. Se consideriamo il periodo 2022-2025, la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi». A questo proposito, ieri Giorgetti ha anche firmato il decreto che dispone, a partire dal 1° gennaio, un adeguamento pari a +7,3% delle pensioni.Il taglio cuneo fiscale, oggetto anche dell’incontro con i sindacati, verrà «in qualche modo» riproposto, mentre l’opzione di andare in pensione con 41 anni di contributi «non è esclusa» ma la logica da seguire per finanziare la misura sarà comunque quella di trovare le coperture compensando con riduzioni in qualche altra voce della previdenza e dell’assistenza. «Qualche economia può derivare dal reddito di cittadinanza e dalla sua manutenzione, qualche voce potrà essere finanziata in altro modo», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambia-superbonus-flat-tax-pensioni-2658626023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="impossibile-realizzare-il-recovery-nei-tempi-previsti-senza-modifiche" data-post-id="2658626023" data-published-at="1668058645" data-use-pagination="False"> «Impossibile realizzare il Recovery nei tempi previsti senza modifiche» «Spenderemo al meglio i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi concessi a prestito all’Italia dal Next generation Eu. 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Questo ci permetterebbe di rendere realistico e implementabile il piano». La Meloni e il suo esecutivo non hanno intenzione di riscrivere o di stravolgere il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nella messa a terra del Pnrr e della manovra finanziaria non si potrà non tener conto dei nuovi dati che implacabilmente continuano a rappresentare una situazione economica completamente stravolta rispetto a quella in cui ci trovavamo quando è stato chiuso l’accordo. Le materie prime hanno subito un rincaro anche del 35% e l’indice dei prezzi al consumo aumenta del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua; +58,8% per abitazioni, acqua, elettricità e carburanti. Sulla possibilità che il Repower possa aprire la discussione a una revisione del Pnrr, da Bruxelles gli ha fatto eco il collega Raffaele Fitto. In un punto stampa a margine dell’incontro avuto ieri con gli eurodeputati italiani, il ministro per gli Affari Ue, la coesione e il Pnrr ha sottolineato come il Repower Eu per l’Italia abbia «anche dei limiti» e che allo stesso tempo «il Pnrr è stato programmato prima dello scoppio della guerra». La seconda questione, ha poi aggiunto «è legata alla disponibilità finanziaria che altri Paesi hanno di poter accedere alla quota residua dei prestiti». Per Fitto «il tema degli investimenti è quello centrale. Quindi serve una maggiore flessibilità su quel fronte, una richiesta che l’Italia ha sempre fatto e che va riproposta. Ci confronteremo spero positivamente con il commissario Paolo Gentiloni e con la Commissione» guidata da Ursula von der Leyen «per individuare un percorso nell’interesse del nostro Paese», ha chiosato. L’agenda resta serrata. L’Italia deve raggiungere 55 obiettivi al 31 dicembre di quest’anno. «Al momento ne abbiamo raggiunti, centrati con certezza 25, sui gli altri 30 ci sono delle situazioni differenti», ha spiegato Fitto. Ricordando anche la scadenza del giugno del prossimo anno «perché un malvezzo che dobbiamo modificare è quello di aspettare il mese prima per fare il conto di ciò che manca», ha aggiunto, «Noi dobbiamo raggiungere gli obiettivi del 31 dicembre di quest’anno ma da subito porci gli obiettivi a giugno del 2023 per evitare quest’affanno che non aiuta e non risolve le questioni», ha evidenziato il ministro. Intanto, nel documento presentato ieri in audizione dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, presso le commissioni speciali di Senato e Camera, si legge che «la realizzazione, in particolare, della crescita attesa per gli investimenti nel 2023 (34,7%) necessiterà di uno sforzo straordinario da parte di tutti i soggetti attuatori».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».