È la conferma che non esiste alcuna pioggia di miliardi e che l’Italia da «percettore netto» tornerà a essere «contributore netto». Senza poter decidere in cosa investire.

Ora è arrivata anche la Ragioneria Generale dello Stato (Rgs) a confermare quanto abbiamo più volte scritto su queste colonne: i circa 190 miliardi di investimenti previsti dal Pnrr e finanziati dalla Ue con lo strumento Next Generation Ue (Ngeu) sono da restituire fino all’ultimo centesimo, oltre agli interessi. Non esistono sussidi, sovvenzioni, contributi a fondo perduto, o altri sinonimi di una presunta pioggia di miliardi che ci è stata spacciata come tale a partire dal quel decisivo Consiglio europeo del luglio 2020, dal quale la leggenda narra che il presidente Giuseppe Conte sia tornato con un assegno a dodici cifre per il nostro Paese.

L’occasione per fare definitiva chiarezza è stata offerta dal riepilogo dei rapporti finanziari tra l’Italia e la Ue aggiornato al 2021 che, grazie all’incasso dell’anticipo di 24,9 miliardi avvenuto ad agosto 2021, torna a mostrare un saldo positivo di circa 20,4 miliardi. Dato in netta controtendenza rispetto ai saldi ampiamente negativi, oscillanti tra 6 e 8 miliardi, registrati negli ultimi anni.

Tale eccezionale saldo positivo origina dal fatto che «dal punto di vista del bilancio europeo, lato Stato membro, tali accrediti (il Ngeu) sono considerati trasferimenti in entrata, in contrapposizione ai versamenti al bilancio Ue, nonostante essi provengano da una separata attività di raccolta fondi sui mercati finanziari da parte della Commissione europea». È tutto qua. Fino al 2026 – qualora riuscissimo a conseguire tutti gli oltre 500 obiettivi previsti semestre per semestre – il saldo finanziario con la Ue sarà gonfiato dagli accrediti di somme che la Ue non riceve a titolo definitivo dagli Stati membri, ma raccoglie indebitandosi sui mercati con l’emissione di titoli.

E dopo? Dopo verrà il diluvio dei rimborsi. Per le somme erogate a titolo di prestito, il fatto è perfino intuitivo, infatti la Rgs specifica che «ogni Stato membro dovrà restituire esattamente quanto ricevuto dall’Unione, più una quota trascurabile di interessi». La delusione – per chi ha creduto alla leggenda della pioggia dei miliardi – arriva quando i tecnici del Mef sottolineano che «i contributi ricevuti a titolo di sovvenzioni (grants), invece, saranno restituiti dagli Stati membri attraverso i bilanci futuri, che, oltre alle consuete spese per le politiche Ue, conterranno anche una voce specifica di “rimborso dei prestiti”, in base alla chiave Rnl di lungo periodo». Per essere sicuri che nessuno faccia scherzi, a Bruxelles hanno previsto che gli Stati debbano versare fino al 2% del Rnl (dal 1,4% ordinario).

Per comprendere questo passaggio, va specificato che, prima del Ngue, la Ue non aveva autonoma e significativa capacità di indebitamento e le entrate della Ue provenivano dagli Stati membri in proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, molto vicino ma non uguale al Pil) degli Stati membri (75/80% circa), oltre a entrate minori per dazi doganali e Iva (20% circa). Quelle medesime entrate venivano redistribuite agli Stati in relazione alle specifiche tipologie di azioni (fondi strutturali, Fesr, Fse, ecc…) ciascuna con la propria finalità socio-economica. Va da sé che questo criterio di redistribuzione ha sempre penalizzato l’Italia che è quindi strutturalmente contributore netto. Col Ngeu si è avuto un cambio epocale: le risorse da distribuire non sono più nei limiti di quelle versate dagli Stati, ma la Ue ha potuto indebitarsi e disporre così di risorse aggiuntive. Ma così perde di significato il saldo annuale entrate/uscite con la Ue, in quanto le prime comprendono somme che dovranno essere restituite dopo il 2026, con una base di ripartizione in base al Rnl, che è la stessa che ci ha sempre danneggiato. Se queste sono le premesse, non ha alcun senso affermare che l’Italia nel 2021 è stata beneficiario netto per 20,4 miliardi, se in quel saldo ci sono 24,9 miliardi da restituire dopo il 2026. Il saldo entrate/uscite dovrebbe comprendere solo somme acquisite a titolo definitivo, come accadeva prima del Ngeu, invece oggi confonde mele con pere. Infatti, la Rgs correttamente evidenzia gli effetti di tale illusione contabile e ricorda che «una volta cessati gli effetti finanziari del citato dispositivo, la posizione dell’Italia rispetto al bilancio Ue dovrebbe riprendere il trend di contributore netto».

Se depurassimo le entrate dalla componente Ngue, il saldo sarebbe negativo per 4,5 miliardi che, a sua volta già beneficia di maggiori entrate straordinarie per 3,4 miliardi per la rendicontazione finale dei fondi Fesr. Altrimenti il saldo scenderebbe ancora a -7,9 miliardi. Nel 2021 il nostro contributo al bilancio Ue è perfino salito a 20,2 miliardi dai 17 circa del biennio precedente, soprattutto perché versiamo in base al Rnl. E questo deve farci riflettere: quando leggiamo di maggiori spese della Ue, non bisogna dimenticare che il 13% circa è finanziato dall’Italia e quasi sempre torna indietro in misura inferiore.

Se, come qui dimostrato, gli investimenti del Pnrr sono finanziati con debito, la loro articolazione avrebbe dovuto essere decisa dal nostro Paese, non dalla Commissione. Perché si tratta, né più né meno, di denaro che i prossimi governi dovranno restituire. Quindi soldi nostri.

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