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2022-10-07
Cabaret Letta: «Tutta colpa di Putin». E impugna la siringa: voglio i vaccini
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.
Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane».
Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».
Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.
Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».
Forza Italia in trincea per la Ronzulli
«Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico».
Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati».
La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata.
Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali.
Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Psicanalisi di gruppo per il Pd dopo la batosta elettorale. Il segretario uscente: «I governi di salvezza pubblica sono stati un errore. Vigileremo sulla campagna anti Covid». Paola De Micheli: mi candido contro la misoginia.Non va giù a Forza Italia il no di Giorgia Meloni alla Ronzulli: «Licia sarà sicuramente ministro». Antonio Tajani si inabissa: non ho ambizioni. Ancora braccio di ferro su Matteo Salvini al Viminale.Lo speciale contiene due articoli.Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane». Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cabaret-letta-tutta-colpa-putin-2658408570.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-in-trincea-per-la-ronzulli" data-post-id="2658408570" data-published-at="1665113482" data-use-pagination="False"> Forza Italia in trincea per la Ronzulli «Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico». Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati». La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata. Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali. Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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