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2022-10-07
Cabaret Letta: «Tutta colpa di Putin». E impugna la siringa: voglio i vaccini
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.
Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane».
Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».
Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.
Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».
Forza Italia in trincea per la Ronzulli
«Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico».
Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati».
La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata.
Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali.
Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Psicanalisi di gruppo per il Pd dopo la batosta elettorale. Il segretario uscente: «I governi di salvezza pubblica sono stati un errore. Vigileremo sulla campagna anti Covid». Paola De Micheli: mi candido contro la misoginia.Non va giù a Forza Italia il no di Giorgia Meloni alla Ronzulli: «Licia sarà sicuramente ministro». Antonio Tajani si inabissa: non ho ambizioni. Ancora braccio di ferro su Matteo Salvini al Viminale.Lo speciale contiene due articoli.Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane». Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cabaret-letta-tutta-colpa-putin-2658408570.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-in-trincea-per-la-ronzulli" data-post-id="2658408570" data-published-at="1665113482" data-use-pagination="False"> Forza Italia in trincea per la Ronzulli «Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico». Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati». La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata. Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali. Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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Le Forze dell'ordine durante la perquisizione della casa di Salim el Koudri (Ansa)
Dopo aver fatto piombare l’Italia nell’incubo del terrorismo islamico, Salim El Koudri, 31 anni, origini marocchine ma cittadinanza italiana, ha dato una versione confusa agli investigatori che lo hanno arrestato: non ha giustificato con il fanatismo ideologico il suo terribile gesto. Ma avrebbe parlato di emarginazione, forse anche di bullismo. In pratica, se ha preso l’auto e l’ha lanciata a 100 all’ora nel centro di Modena, falciando otto persone (e amputando due gambe a una donna), la colpa è della società italiana.
Sembrerebbe questa la prima giustificazione che avrebbe offerto il ragazzo al momento dell’arresto. Su di lui il nostro Antiterrorismo non aveva alcuna segnalazione. Non era entrato in nessun database di radicalizzati. Così come la sua famiglia. «Non ci sono elementi per poter qualificare come gesto terroristico quello di El Koudri, inteso come ideologicamente o religiosamente orientato, ma siamo di fronte a un grave disagio», ci spiega un investigatore. Il padre, Mohamed, era in attesa di ottenere la cittadinanza italiana. Un iter che era in dirittura d’arrivo. Non è difficile immaginare che cosa avrà pensato ieri il genitore quando ha avuto la notizia che tutto quello che aveva costruito nel nostro Paese era andato in frantumi.
Il figlio, quando è stato fermato, dopo avere travolto i passanti e ferito con un coltello un uomo che aveva provato a bloccarlo, secondo alcune testimonianze, non ha pronunciato frasi rituali come Allah Akbar, ma è apparso subito in stato confusionale, anche se i test per verificare l’assunzione di droga e alcol hanno dato esito negativo. Quindi El Koudri avrebbe preso la decisione di lanciarsi sui passanti senza essere obnubilato da alcuna sostanza. Ma solo da un profondo disagio interiore. Il ragazzo, negli anni passati, sarebbe stato in cura almeno sino all’anno scorso presso un centro di salute mentale di Modena. Il trentunenne, nato a Seriate (Bergamo), è residente a Ravarino, un paese di poco più di 6.000 abitanti a cavallo delle province di Modena e Bologna. Il sindaco Maurizia Rebecchi, contattata dalla Verità, ci ha detto: «Il primissimo pensiero va alle vittime, ai gravissimi feriti di questo atto. Mi lasci esprimere la vicinanza. So che l’attentatore è un cittadino italiano nato a Bergamo. La sua famiglia non ci era nota, perché non si è mai rivolta ai nostri servizi sociali. Questo nucleo aveva la propria autonomia e la propria vita come tante altre famiglie del nostro territorio».
Le notizie ieri sera erano ancora frammentarie. Quello che siamo riusciti a sapere, grazie a Internet, è che Salim, dopo aver frequentato le scuole superiori a Modena (il liceo scientifico Tassoni), ha conseguito una laurea triennale in Economia. Il giovane aveva un profilo Instagram, che però, quando lo abbiamo cercato, risultava bloccato e i suoi contenuti rimossi. Restavano solo le tracce di scatti e reel da fotografo non professionista.
La sua attività social è stata rapidamente setacciata dagli specialisti dell’Antiterrorismo guidati da Lucio Pifferi, ma, nell’immediatezza, non ha offerto elementi d’interesse. Salim attualmente sarebbe disoccupato, anche se in passato è stato un lavoratore interinale. Da qui, forse, la sensazione di trovarsi in una condizione di emarginazione. Salim ha anche una sorella, Carmen, 33 anni, anche lei laureata. Su Internet appare come una ragazza dallo stile occidentale. In una foto compare con un tailleur e un top. In un’altra durante un viaggio all’estero. Indossa jeans occidentali e nessun velo islamico. Papà Mohammed ha 63 anni, la madre, Fatima, 57. Nessuno dei due compare nell’archivio della Camera di commercio per un qualche tipo di attività imprenditoriale svolta nel nostro Paese.
Entrambi i figli compaiono in un elenco degli alunni ammessi alle borse di studio per l’anno scolastico 2010-2011. Insomma, si tratterebbe di una famiglia insospettabile. Quasi invisibile. Nessun precedente penale, nessun problema di radicalizzazione.
Eppure proprio in quell’humus di apparente assoluta normalità, Salim avrebbe iniziato a covare una rabbia sorda contro il mondo che lo circonda. Che, a suo giudizio, non lo avrebbe accolto nel modo giusto. E che dopo la laurea gli avrebbe voltato le spalle.
Di fronte a un quadro del genere non è facile immaginare delle contromisure o dare un giudizio. Di questo dovrà occuparsi la magistratura. Ma di certo è un segnale preoccupante che nella ricca Emilia, un giovane italo-marocchino, apparentemente più inserito di tanti altri suoi coetanei, abbia deciso di lanciarsi contro ignari passanti per fare una strage, rovinando anche la propria vita e quella dei famigliari. Ieri sera, quando il giornale è andato in stampa, erano ancora in corso le perquisizioni a casa dell’uomo. L’analisi di cellulare e computer sarà fatta con le garanzie previste dalla legge e, quindi, occorrerà qualche tempo per sapere se emergeranno elementi che potranno chiarire il senso di un gesto che al momento sembra non averne.
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Monica Montefalcone durante un'immersione. Nel riquadro, con la figlia Giorgia (Ansa)
Si trovavano a Vaavu, un piccolo atollo con meno di 2.200 abitanti. Desideravano vedere una grotta a oltre 50 metri di profondità, nonostante le norme locali proibiscano di oltrepassare i 30. «Bisogna essere sub esperti per arrivare a quelle profondità e loro lo erano», racconta un incursore di Marina alla Verità. «Quando muore un gruppo in questo modo si tratta molto spesso di un’intossicazione da monossido e forse in questo caso potrebbe esserci stata una miscela di gas sbagliata», prosegue. Ma non è l’unica possibilità. Perché nelle grotte capita di perdersi: «Si solleva del sedimento e non si trova più la via per uscire». La pista sulla dinamica dei decessi si potrà iniziare a intuire guardando il contenuto delle bombole: «Se sono ancora piene è perché sono morti per intossicazione da monossido o per una miscela sbagliata. Se invece sono finite è perché si sono persi».
Recuperare i corpi, e quindi anche le bombole, non è facile. Nella serata di ieri, infatti, è partito un team finlandese specializzato in recuperi subacquei. Poche ore prima, però, è morto il sub che si era messo alla ricerca delle salme. Si chiamava Mohammed Mahdi, era un uomo delle Forze nazionali di difesa maldiviane e quel mare lo conosceva come le sue tasche. Come i quattro turisti italiani, anche lui è sceso nella grotta. Ha cercato ovunque per trovare un segno del loro passaggio. Nel momento in cui è risalito in superficie ha iniziato ad accusare i sintomi della malattia da decompressione. L’azoto crea bolle nel sangue e nei tessuti. Il corpo inizia a pesare, le vertigini danno alla testa, fino a quando, nelle forme più gravi, arriva il crollo e quindi la morte. Un altro decesso. I giornali parlano di maledizione della grotta. Non è così. Non c’entra la scaramanzia, la buona o la cattiva sorte. La maledizione vera la porta addosso chi è rimasto. Carlo Sommacal è due volte vittima. Ha perso sua moglie, Monica Montefalcone, e la loro figlia, Giorgia. Entrambe inghiottite dalla grotta: «Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto cinquemila immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà». Usa il presente. Non riesce a spingersi all’imperfetto o, peggio ancora, al passato remoto. «Mi hanno detto che il corpo ritrovato non è quello di mia moglie». Il corpo di madre e figlia è ancora lì. Nessuno sa dove. «Di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo», prosegue.
Carlo, anche se non vuole, deve cercare di farsi forza: «Lo devo a mio figlio Matteo. Ho perso tre persone in pochi mesi: prima mio fratello, adesso mia moglie e mia figlia. Io provo a resistere ma lui non so come reagirà». Continua, mentre parla, a pensare alla moglie: «È una “tedesca”: alle 11 si va a messa, alle 19.30 si cena. E guai a farla ritardare di un solo minuto. E anche su quelle cose lì delle immersioni. Sarà stato il destino, tutte le precauzioni possibili loro ce le hanno».
Eppure non è bastato. La morte arriva, prende e scappa, portando con sé amori, sogni e aspirazioni. Come quelli di Giorgia, che si doveva laureare tra un mese in ingegneria biomedica. Non potrà più farlo. E nemmeno suo fratello, Matteo, potrà festeggiare il compleanno con sua mamma e sua sorella. Racconta infatti Carlo: «Mio figlio fa il compleanno il 22 maggio. E intanto le stava preparando la festa di laurea di nascosto». Come è normale che sia, padre e figlio non hanno dormito. Il marito di Monica ha passato tutta la notte sul balcone. Pensieri, sigarette. E la carta che diventa rossa e poi fumo che corre verso il cielo: «Sul poggiolo», racconta Carlo, «abbiamo dei vasi di fiori e non ho mai visto un bocciolo. Oggi c’erano. È un segno per me, sono Monica e Giorgia che mi stanno parlando, che mi dicono di stare tranquillo». Ma farlo non è facile. «Non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui. Loro si erano trasferiti da Milano quando sono nati i miei figli. Giorgia stava sempre con loro. Li andava a trovare, giocava a carte con loro».
Di fronte alla morte si torna bambini. Ci si continua a chiedere: perché? Perché è successo? Perché proprio a loro? Perché è capitato mentre facevano una cosa che amavano? Un po’ come Cristo sulla Croce: «Padre, perché mi hai abbandonato?». Lo stesso fa Carlo: «Vorrei tanto incontrare Dio un giorno e chiedergli perché si è accanito con noi. Monica era sempre sorridente, sempre solare. Onesta e soprattutto scrupolosa». Perché? Orietta Stella, la legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat che ha venduto il pacchetto per la crociera subacquea nella quale hanno perso la vita cinque italiani, è partita per le Maldive. «Voglio capire cosa è accaduto a queste povere persone», dice all’Ansa mentre entra in aeroporto, «e voglio seguire il recupero dei loro corpi». È il perché umano, quelle delle cause materiali e degli errori umani. Ma resta il perché più alto. Quello che Carlo chiede a Dio.
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