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2022-10-07
Cabaret Letta: «Tutta colpa di Putin». E impugna la siringa: voglio i vaccini
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.
Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane».
Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».
Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.
Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».
Forza Italia in trincea per la Ronzulli
«Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico».
Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati».
La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata.
Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali.
Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Psicanalisi di gruppo per il Pd dopo la batosta elettorale. Il segretario uscente: «I governi di salvezza pubblica sono stati un errore. Vigileremo sulla campagna anti Covid». Paola De Micheli: mi candido contro la misoginia.Non va giù a Forza Italia il no di Giorgia Meloni alla Ronzulli: «Licia sarà sicuramente ministro». Antonio Tajani si inabissa: non ho ambizioni. Ancora braccio di ferro su Matteo Salvini al Viminale.Lo speciale contiene due articoli.Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane». Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». 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Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico». Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati». La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata. Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali. Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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