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2022-10-07
Cabaret Letta: «Tutta colpa di Putin». E impugna la siringa: voglio i vaccini
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.
Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane».
Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».
Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.
Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».
Forza Italia in trincea per la Ronzulli
«Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico».
Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati».
La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata.
Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali.
Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Psicanalisi di gruppo per il Pd dopo la batosta elettorale. Il segretario uscente: «I governi di salvezza pubblica sono stati un errore. Vigileremo sulla campagna anti Covid». Paola De Micheli: mi candido contro la misoginia.Non va giù a Forza Italia il no di Giorgia Meloni alla Ronzulli: «Licia sarà sicuramente ministro». Antonio Tajani si inabissa: non ho ambizioni. Ancora braccio di ferro su Matteo Salvini al Viminale.Lo speciale contiene due articoli.Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane». Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cabaret-letta-tutta-colpa-putin-2658408570.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-in-trincea-per-la-ronzulli" data-post-id="2658408570" data-published-at="1665113482" data-use-pagination="False"> Forza Italia in trincea per la Ronzulli «Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico». Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati». La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata. Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali. Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
Sergio Mattarella (Ansa)
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
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Nicole MInetti (Ansa)
Anzi, proprio ieri la Procura generale ha fatto sapere di non aver ricevuto dall’Interpol elementi significativi tali da ribaltare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa dal Quirinale.
È un passaggio che pesa anche sull’inchiesta del Fatto Quotidiano, che a questo punto rischia di ridimensionarsi molto rispetto alle premesse delle scorse settimane. Qualche verifica in più sulle fonti uruguaiane e sugli atti già disponibili avrebbe forse evitato di riaprire una vicenda delicatissima che riguarda un bambino malato.
Del resto, il dato è rilevante. Se dalle prime risposte fosse emerso «un elemento immediatamente ostativo», gli uffici guidati dalla procuratrice generale Francesca Nanni, con il sostituto pg Gaetano Brusa, lo avrebbero trasmesso subito al ministero della Giustizia e da lì al Quirinale. Certo, gli accertamenti non sono conclusi, ma per ora non c’è un fatto capace di imporre una modifica del giudizio già dato sulla domanda di clemenza.
Va ricordato che le verifiche affidate all’Interpol riguardano la regolarità della procedura di adozione in Uruguay, la posizione giudiziaria di Minetti e Cipriani all’estero, gli spostamenti tra Uruguay, Italia, Ibiza e Stati Uniti, e il profilo personale dell’ex consigliera regionale: cioè se dopo le condanne per i casi Ruby e Rimborsopoli, abbia davvero preso le distanze dalla vita precedente, senza nuove pendenze e con un percorso stabile di reinserimento. Dai primi accertamenti non risultano precedenti penali, denunce o indagini in corso per favoreggiamento della prostituzione in Uruguay e in Spagna a carico di Minetti e del compagno.
I legali, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, hanno depositato nuova documentazione alla Procura generale, integrando gli atti già prodotti. In una nota, annunciano di aver preso atto che i primi accertamenti sembrano confermare il parere favorevole sulla grazia. Allo stesso tempo accusano alcuni media di ignorare i documenti depositati e annunciano azioni giudiziarie a tutela dei danneggiati e della privacy del bambino.
Nel frattempo, dall’Uruguay arrivano nuovi elementi sulla storia familiare del minore. I giornali locali continuano a ricostruire il profilo di María de los Ángeles González Colinet, madre biologica del bambino, oggi scomparsa. La donna era una tossicodipendente e aveva precedenti penali, compresa una condanna per omicidio durante una rapina. Dopo quella vicenda sarebbe tornata in carcere per il furto in un esercizio commerciale a Maldonado.
E spunta anche un’altra testimonianza. Un ex compagno della donna sostiene che González Colinet avrebbe provato a occuparsi del bambino nei primi mesi di vita e che sarebbe andata più volte al centro dell’Inau per vederlo. L’uomo racconta di averla accompagnata e che, dopo alcuni accessi consentiti, le sarebbe stato impedito di entrare. Dall’Inau invitano però alla cautela: finché l’inchiesta amministrativa interna non sarà conclusa «non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no», anche perché i fatti risalgono a una precedente amministrazione. I registri dell’ospedale Pereira Rossell indicano che la madre rimase con il neonato per i primi otto giorni; poi intervenne l’Inau e i contatti non furono più continui. Di sicuro il padre biologico, Antonio Javier Cozar Vicente, non è mai stato trovato.
C’è poi il capitolo Ana Mercedes Nieto, l’avvocata morta nel 2024 in un incendio con il marito, Mario Cabrera. Qui la novità è rilevante perché corregge alcune ricostruzioni circolate nei giorni scorsi. Sempre secondo un rapporto dell’Inau, Nieto intervenne nel procedimento come avvocata d’ufficio del padre biologico. La sua fu però una difesa tecnica: non presentò alternative alla revoca della potestà genitoriale, non si oppose all’adozione piena e non mise mai in discussione la situazione di abbandono del minore, la dichiarazione di adottabilità o l’idoneità della famiglia Cipriani. In altre parole, Nieto non risulta dalle carte come una figura che cercò di bloccare l’adozione.
Resta poi ancora aperta l’audit interno dell’Inau. L’ente vuole verificare perché sia stata esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata. Secondo alcuni quotidiani di Montevideo, la coppia aveva ricevuto una valutazione tecnica positiva, ma a carico dell’uomo risultava una denuncia per maltrattamenti presentata da un’ex compagna. Non va mai dimenticato che la sentenza definitiva di adozione, aveva valorizzato il legame affettivo costruito dal bambino con Minetti e Cipriani: li chiamava «mamma» e «papà». Infine, non ci sono dubbi che anche sul fronte sanitario la scelta di Boston fosse coerente con la gravità del caso: il Boston Children’s Hospital è una struttura di riferimento, mentre il ricorso preliminare a specialisti di fiducia del San Raffaele e dell’Ospedale di Padova rientrava in una normale valutazione prima di un intervento delicato. Cade così anche la ricostruzione secondo cui la coppia non si sarebbe rivolta a medici in Italia. Un dettaglio che, raccontato diversamente, ha contribuito ad alimentare tanto rumore per nulla.
Ma il caso Minetti crea scompiglio anche in tv. Secondo l’Adnkronos, da Mediaset trapela dispiacere per la decisione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di intraprendere un’azione risarcitoria nei confronti di Bianca Berlinguer e dell’azienda: «Nessuna indulgenza verso le parole di Sigfrido Ranucci, ma in diretta tutto può accadere e il ministro ha potuto smentire».
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