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2022-10-07
Cabaret Letta: «Tutta colpa di Putin». E impugna la siringa: voglio i vaccini
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.
Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane».
Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».
Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.
Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».
Forza Italia in trincea per la Ronzulli
«Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico».
Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati».
La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata.
Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali.
Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
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Psicanalisi di gruppo per il Pd dopo la batosta elettorale. Il segretario uscente: «I governi di salvezza pubblica sono stati un errore. Vigileremo sulla campagna anti Covid». Paola De Micheli: mi candido contro la misoginia.Non va giù a Forza Italia il no di Giorgia Meloni alla Ronzulli: «Licia sarà sicuramente ministro». Antonio Tajani si inabissa: non ho ambizioni. Ancora braccio di ferro su Matteo Salvini al Viminale.Lo speciale contiene due articoli.Due gufate al governo di centrodestra che neppure ancora c’è. Scuse surreali come la guerra in Ucraina, che avrebbe fermato le magnifiche e progressive sorti del Pd. La convinzione che ora serva un segretario «donna e giovane», tanto per non rincorrere, con qualche anno di ritardo, Giorgia Meloni. Se Enrico Letta voleva dimostrare di essere arrivato al capolinea, non poteva offrirne saggio migliore. Nella sua relazione alla direzione nazionale del Nazareno, ieri il segretario uscente ha preso la parola «con il cuore pieno di amarezza» e ne ha riversata altrettanta su un partito che da giorni si ammazza di chiacchiere noiose, tra autocandidature, proposte di autoscioglimento, cambi di nome, filippiche su segretari più giovani e più donna.Letta è riuscito a lamentarsi di un format che ha imposto egli stesso ai compagni di partito, dopo che domenica 25 settembre il Pd ha preso il 19% (contro il 18,8% del Pd renziano nel 2018). Per il congresso ci vogliono «tempi giusti», ha detto all’assise nazionale, «non dev’essere né un X Factor sul miglior segretario da fare in quaranta giorni, ma nemmeno un congresso che rinvia alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l’inizio della nuova primavera». Preoccupazione tardiva, quando da giorni fioccano candidature e autocandidature, da Paola De Micheli («Mi candido contro misoginia di uomini e donne») a Stefano Bonaccini, da Emily Schlein a Dario Nardella. Il tutto condito dalle bordate contro il segretario uscente di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Rosy Bindi, solo per fermarsi alle ultime 48 ore. E sempre per la serie «alla larga da X Factor», Letta junior ha aggiunto: «Ringrazio quanti mi hanno chiesto un impegno di più lungo periodo ma lo riterrei un errore per voi e per il partito: ho iniziato la mia militanza politica da giovane, sono stato ministro nel 1998 ed è giusto che il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane». Una donna non più giovanissima, Monica Cirinnà, sonoramente bocciata alle urne, nel suo intervento gli ha subito ricordato che non basta parlare di «più giovani» e «più donne». «Non ho mai sentito la parola matrimonio egualitario sulla tua bocca, segretario», ha rinfacciato la Cirinnà al microfono, inconsapevole di essere una dimostrazione vivente del fatto che sostituire i diritti dei lavoratori e degli ultimi con i diritti civili e degli animali non è stato molto pagante. A Letta, invece, qualche sospetto è venuto e infatti a un certo punto ha fatto questa pallida autocritica: «Siamo andati alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno».Però, alla fine, ci si è messo anche il destino cinico e baro, vestendo i panni di Vladimir Putin. Per il segretario in disarmo, alla fine di gennaio, dopo la rielezione di Sergio Mattarella, «un successo fondamentale», il Pd era in buona salute e addirittura in crescita. Ma poi, sostiene Letta togliendosi l’elmetto del soldato, «la guerra, per le responsabilità di governo che ci siamo assunti, ci ha messo in una condizione nella quale la nostra capacità espansiva è stata interrotta». «Non rinnego la nostra scelta», si è subito affrettato a precisare, «c’è bisogno di assumersi delle responsabilità anche se si paga il conto in termini elettorali. Siamo stati dalla parte giusta della storia quel 24 febbraio». In sostanza, tra le nuove teorie, in questo avvincente concorso a premi del Pd post batosta spunta anche quella consolatoria di essere stati dalla parte giusta della storia. Si tratta della consueta retorica del centrosinistra «forza generosa», che però andrebbe anche completata con la considerazione che il partito è stato anche capace di restare al governo per anni senza aver vinto le elezioni. Generosissimi. Già medico del Pd malato, Letta ieri ha trovato anche il modo di fare il medico degli italiani, assicurando che il partito controllerà che il nuovo governo faccia il suo dovere sulla campagna vaccinale Covid. Davvero, anche nella grave ora precongressuale, il Partito Terapeutico non conosce riposo.Per chi pensa che il Pd sia in realtà impegnato da giorni in una vasta autoricognizione ombelicale, ecco invece che cosa succederà al governo. Governo, ben intesi, che ancora non c’è. Letta ha garantito che «la luna di miele con questo governo avrà vita breve per le modalità in cui nasce, per la sostanza politica e perché ha attorno un clima deteriorato per la situazione internazionale». Tra i motivi c’è che «qualunque idea programmatica è venuta già meno rispetto alle tante promesse di campagna elettorale». Diciamo che il segretario si è portato avanti e ha parlato come se avesse appena finito di ascoltare il discorso del premier incaricato per il voto di fiducia. E ha anche una strategia per quando cadrà il Meloni Uno: «Dobbiamo sapere che quando questo governo cadrà dovremo chiedere subito elezioni anticipate, senza governi di salvezza pubblica». In attesa che cada, non c’è problema perché, per Letta, «l’opposizione ci farà bene».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cabaret-letta-tutta-colpa-putin-2658408570.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-in-trincea-per-la-ronzulli" data-post-id="2658408570" data-published-at="1665113482" data-use-pagination="False"> Forza Italia in trincea per la Ronzulli «Non ci dormo la notte», sospira Giorgia Meloni pensando alle emergenze che la attendono a Palazzo Chigi. Non dormono bene, però, neanche i suoi alleati, ovvero Lega e Forza Italia, alle prese con i veti imposti dalla Meloni sulle proposte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la composizione della squadra di governo. Non si tratta di veti, hanno ripetuto in coro i colonnelli della Meloni, ma il senso è quello: Giorgia non vuole arrivare al Quirinale con il nome di Salvini al ministero dell’Interno, per evitare di farselo bocciare dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a causa del processo per la vicenda Open Arms. La Meloni, che come ha scritto ieri La Verità ha avuto i primi contatti preliminari con il Quirinale in un contesto collaborativo, sta mettendo a punto la squadra di governo puntando su una nutrita pattuglia di tecnici. Ed è lo stesso partito a ribadirlo in una nota in cui illustra le intenzioni della premier in pectore per un governo «politico, forte e coeso, con un programma chiaro, un mandato popolare e un presidente politico». Non c’è solo la Lega, però, a non gradire i metodi della Meloni: dalle parti di Forza Italia, il «no» all’ingresso nel governo di Licia Ronzulli, considerata non idonea a sedere nel Consiglio dei ministri, suscita, per usare un eufemismo, irritazione: «Si tratta di un veto inaccettabile», dice alla Verità un esponente molto autorevole di Forza Italia, «e tra l’altro questo modo di comunicarcelo, tra detto e non detto, allusioni e mezze frasi, non va bene. Licia farà parte del governo, siamo noi a indicare i nostri rappresentanti, non certo Fratelli d’Italia». E i tecnici? «Può sceglierne quanti ne vuole», aggiunge il nostro interlocutore, «saranno tutti in quota Fratelli d’Italia. Già sui collegi siamo stati penalizzati». La senatrice di Fdi Isabella Rauti usa un giro di parole per descrivere la situazione: «Non c’è nessun veto su nessuno», commenta la Rauti a Radio 24, «e in nessuna casella ma è chiaro che nessuna casella può essere scelta da sola. Deve essere un ragionamento complessivo sulle varie caselle dei ministeri chiave. Veti non ce ne sono, ci sono delle trattative, dei confronti in corso per arrivare ad un governo che non sia però una matematica, una geometria ma che sia, anche soprattutto, il riconoscimento di figure di livello. Non si tratta», aggiunge la Rauti, «di dare dei contentini o di risolvere delle beghe interne ai partiti, ma di scegliere all’interno delle varie componenti della maggioranza i più rappresentativi, i più competenti, i migliori». Aridaje, direbbe la romana Rauti, con il «governo dei migliori»: almeno questa formula, che non ha portato bene all’esecutivo guidato da Mario Draghi, andrebbe, se possibile, archiviata. Chi non ha alcun problema è Antonio Tajani: il coordinatore nazionale di Forza Italia, già presidente del parlamento europeo, ha un curriculum di livello assoluto. La sua posizione ideale sarebbe quella di ministro degli Esteri, ma lui si tiene cauto: «Farò quello che deciderà Berlusconi», dice Tajani, «non ho ambizioni particolari. Berlusconi deciderà i nomi da indicare al futuro presidente del Consiglio. I destini di ciascuno di noi vengono dopo gli interessi nazionali. Berlusconi, Meloni e Salvini stanno lavorando per individuare le migliori persone che possano rivestire incarichi di governo nei prossimi anni», aggiunge Tajani, «forti anche del consenso dei cittadini, potranno fare un’ottima squadra di governo da proporre al Capo dello Stato. Sarà sicuramente di altro profilo», conclude l’esponente azzurro, «darà delle risposte positive agli italiani e all’Europa e sarà riconosciuto con considerazione anche dagli Stati Uniti».
(IStock)
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
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L'ingresso de Le Constellation a Crans Montana (Ansa)
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
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Il premier giapponese Takaichi Sanae (Ansa)
Un risultato che i mercati hanno immediatamente interpretato come un segnale di stabilità e di cambio di passo, premiando Tokyo con nuovi massimi storici della Borsa e un inatteso rafforzamento dello yen. «È l’inizio di una responsabilità molto pesante per rendere il Giappone più forte e più prospero», ha dichiarato la Takaichi dopo il voto, rivendicando un mandato chiaro a realizzare quel «importante cambio di politica» invocato dagli elettori. D’altronde, ha ribadito, «nessuno verrà in aiuto di una nazione che non ha la determinazione di difendersi con le proprie mani».
Dietro il linguaggio della sicurezza nazionale e del rafforzamento delle difese, il cuore della sua agenda resta però economico: rilanciare la crescita, sostenere i redditi e rafforzare la resilienza del Paese in una fase di profonde incertezze globali. La reazione degli investitori è stata eloquente. Il Nikkei, la Borsa del Sol Levante, ha superato quota 57.000 punti con un rialzo record di oltre il 4%, mentre lo yen si è rafforzato fino a 156,5 sul dollaro, in controtendenza rispetto alle settimane precedenti. Gli operatori scommettono su una maggiore stabilità politica e su politiche fiscali più espansive, pur restando vigili sull’enorme zavorra del debito pubblico, che secondo il Fondo monetario internazionale sfiora il 230% del Pil, il livello più alto al mondo.
Takaichi ha promesso una politica fiscale «responsabile ma proattiva», cercando un equilibrio delicato tra stimolo all’economia e disciplina dei conti. Il punto più controverso del programma è la sospensione per due anni dell’imposta sui consumi sui prodotti alimentari, una misura popolare ma costosa, che aprirebbe un buco stimato in circa 5 trilioni di yen l’anno (27 miliardi di euro), ovvero il 6% delle entrate tributarie. La premier ha escluso il ricorso a nuovo debito, aprendo invece il dibattito sull’utilizzo delle ingenti riserve di valuta estera del Giappone, pari a circa 1.400 miliardi di dollari.
Proprio questo dossier ha iniziato a inquietare i mercati obbligazionari. Il rendimento del titolo di Stato decennale è salito al 2,27%, e diversi analisti avvertono che un aumento della spesa pubblica potrebbe esercitare ulteriori pressioni sulla curva dei rendimenti, soprattutto sulle scadenze ultra-lunghe. Secondo alcune previsioni di Ing, il tasso a dieci anni potrebbe avvicinarsi al 2,5%, un livello che il Giappone non vedeva da decenni. Il governo sottolinea però che l’emissione di nuove obbligazioni resterà sotto controllo: 29,6 trilioni di yen nel prossimo anno fiscale, il secondo consecutivo sotto la soglia dei 30 trilioni. Un segnale rivolto soprattutto agli investitori, che temono una deriva espansiva insostenibile del debito.
«La vittoria non dà carta bianca per spendere», avvertono da Aberdeen Investments, ricordando che l’Ldp resta un partito tradizionalmente attento alla disciplina fiscale. Al centro del dibattito c’è anche il ruolo delle riserve valutarie, cresciute grazie allo yen debole e ai rendimenti dei Treasury americani. Alcuni esponenti dell’opposizione spingono per un uso più aggressivo di questi asset, ipotizzando persino la creazione di un fondo sovrano. Ma dal ministero delle Finanze guidato da Satsuki Katayama arrivano segnali di cautela: le riserve sono considerate un pilastro della stabilità valutaria e una riduzione eccessiva potrebbe limitare la capacità di intervenire sul mercato dei cambi, soprattutto se lo yen dovesse tornare sotto pressione verso la soglia critica di 160 contro il dollaro.
Yen e dollaro sono «sposati» per vari motivi principali. Il primo è che la divisa nipponica, visto che per decenni i prestiti costavano poco, è usata dalla finanza per indebitarsi allo scopo di comprare qualsiasi cosa in dollari. Di conseguenza se gli interessi sui titoli di Stato giapponesi dovessero ancora salire, magari con un aumento dei tassi da parte della Bank of Japan per frenare l’inflazione, parecchi investitori potrebbero essere costretti a vendere per coprire il rincaro degli interessi da restituire, con evidenti ricadute su Borse e Bitcoin. Ma poi i giapponesi sono i principali detentori di debito americano, con 1.200 miliardi di dollari investiti in Treasury. Ecco perché il presidente Donald Trump il 19 marzo a Washington incontrerà Takaichi per riaffermare «l’unità incrollabile» tra Giappone e Usa. un messaggio uscito nel giorno in cui la Cina ha dato istruzioni alle banche di iniziare a vendere e limitare gli acquisti di titoli di Stato statunitensi, in quanto teme che «il debito statunitense possa esporre le banche a brusche oscillazioni». Banzai.
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Lo ha dichiarato l’europarlamentare di Fratelli d'Italia Alberico Gambino durante la sessione plenaria di Strasburgo.