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2019-02-17
Brucia ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un morto fra i disperati
Ansa
Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.
Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».
Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista.
Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».
Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.
Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli.
La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale
Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna.
Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato».
«Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono».
Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta».
Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno.
Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi».
Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
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Fiamme nelle baracche degli extracomunitari: senegalese non sopravvive. Matteo Salvini annuncia lo sgombero: «Sicurezza e legalità evitano le tragedie».Le autorità tentarono di spostare i profughi in strutture adatte, ma loro si sono sempre opposti ai controlli. E i buonisti li spalleggiavano: «Odiano le videocamere». Risultato: nessuno li scheda, però bruciano vivi.Lo speciale contiene due articoli. Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista. Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brucia-ancora-la-tendopoli-di-san-ferdinando-un-morto-fra-i-disperati-2629161351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-ha-aiutato-gli-africani-a-restare-in-quella-trappola-letale" data-post-id="2629161351" data-published-at="1779614234" data-use-pagination="False"> La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna. Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato». «Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono». Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta». Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno. Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi». Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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