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2019-02-17
Brucia ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un morto fra i disperati
Ansa
Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.
Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».
Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista.
Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».
Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.
Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli.
La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale
Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna.
Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato».
«Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono».
Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta».
Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno.
Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi».
Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
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Fiamme nelle baracche degli extracomunitari: senegalese non sopravvive. Matteo Salvini annuncia lo sgombero: «Sicurezza e legalità evitano le tragedie».Le autorità tentarono di spostare i profughi in strutture adatte, ma loro si sono sempre opposti ai controlli. E i buonisti li spalleggiavano: «Odiano le videocamere». Risultato: nessuno li scheda, però bruciano vivi.Lo speciale contiene due articoli. Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista. Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brucia-ancora-la-tendopoli-di-san-ferdinando-un-morto-fra-i-disperati-2629161351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-ha-aiutato-gli-africani-a-restare-in-quella-trappola-letale" data-post-id="2629161351" data-published-at="1778719256" data-use-pagination="False"> La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna. Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato». «Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono». Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta». Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno. Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi». Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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