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2019-02-17
Brucia ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un morto fra i disperati
Ansa
Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.
Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».
Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista.
Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».
Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.
Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli.
La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale
Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna.
Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato».
«Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono».
Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta».
Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno.
Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi».
Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
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Fiamme nelle baracche degli extracomunitari: senegalese non sopravvive. Matteo Salvini annuncia lo sgombero: «Sicurezza e legalità evitano le tragedie».Le autorità tentarono di spostare i profughi in strutture adatte, ma loro si sono sempre opposti ai controlli. E i buonisti li spalleggiavano: «Odiano le videocamere». Risultato: nessuno li scheda, però bruciano vivi.Lo speciale contiene due articoli. Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista. Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brucia-ancora-la-tendopoli-di-san-ferdinando-un-morto-fra-i-disperati-2629161351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-ha-aiutato-gli-africani-a-restare-in-quella-trappola-letale" data-post-id="2629161351" data-published-at="1777454634" data-use-pagination="False"> La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna. Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato». «Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono». Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta». Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno. Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi». Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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