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2019-02-17
Brucia ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un morto fra i disperati
Ansa
Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.
Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».
Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista.
Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».
Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.
Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli.
La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale
Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna.
Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato».
«Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono».
Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta».
Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno.
Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi».
Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
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Fiamme nelle baracche degli extracomunitari: senegalese non sopravvive. Matteo Salvini annuncia lo sgombero: «Sicurezza e legalità evitano le tragedie».Le autorità tentarono di spostare i profughi in strutture adatte, ma loro si sono sempre opposti ai controlli. E i buonisti li spalleggiavano: «Odiano le videocamere». Risultato: nessuno li scheda, però bruciano vivi.Lo speciale contiene due articoli. Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista. Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brucia-ancora-la-tendopoli-di-san-ferdinando-un-morto-fra-i-disperati-2629161351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-ha-aiutato-gli-africani-a-restare-in-quella-trappola-letale" data-post-id="2629161351" data-published-at="1781251520" data-use-pagination="False"> La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna. Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato». «Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono». Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta». Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno. Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi». Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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