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2019-02-17
Brucia ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un morto fra i disperati
Ansa
Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.
Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».
Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista.
Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».
Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.
Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli.
La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale
Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna.
Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato».
«Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono».
Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta».
Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno.
Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi».
Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
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Fiamme nelle baracche degli extracomunitari: senegalese non sopravvive. Matteo Salvini annuncia lo sgombero: «Sicurezza e legalità evitano le tragedie».Le autorità tentarono di spostare i profughi in strutture adatte, ma loro si sono sempre opposti ai controlli. E i buonisti li spalleggiavano: «Odiano le videocamere». Risultato: nessuno li scheda, però bruciano vivi.Lo speciale contiene due articoli. Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, tra gli immigrati che ci vivono è diffusa una leggenda: d'inverno arriva la morte. Sapevano che sarebbe successo ancora. Nella notte fra venerdì e sabato, tra le baracche improvvisate che ospitano centinaia di extracomunitari che lavorano in zona come raccoglitori di agrumi per pochi euro, la roulette russa innescata dal solito braciere di fortuna usato per riscaldare i tuguri ha indicato il capanno di Al Ba Moussa, 29 anni, senegalese noto nella tendopoli col nome italiano che aveva scelto: Aldo. È la terza vittima in poco più di un anno. Moussa aveva un permesso di soggiorno scaduto, come tanti altri africani che hanno scelto San Ferdinando, consapevoli che in quel non luogo sempre meno italiano e sempre più africano i pezzi di carta non contano. Sono gli immigrati di serie B: quelli che non costano (ma sarebbe meglio dire «rendono) 35 euro al giorno. Al Ba Moussa, che era in Italia dal 2015, e che aveva ottenuto la protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani, non aveva presentato neanche i documenti per il rinnovo. Poi, da clandestino, si era dato allo spaccio. Il lavoro da pusher lo ha portato dietro le sbarre: gli agenti del commissariato di Gioia Tauro il 31 dicembre scorso lo hanno ammanettato per detenzione di hashish ai fini di spaccio. Il 16 gennaio, dopo la convalida dell'arresto, è stato rilasciato e si è trasferito a San Ferdinando.Nel ghetto ci sono ancora le tracce dell'incendio della notte di Capodanno, che ha mandato in fumo una ventina di baracche senza però mietere vittime. A dicembre invece ci aveva rimesso le penne il gambiano Suruwa Jaithe, 18 anni. Era arrivato un anno prima, perché gli avevano fatto credere che in Italia si sarebbe laureato. E invece era finito anche lui a raccogliere arance. Come Becky Moses, nigeriana residente nella capitale dell'accoglienza, Riace, che dopo aver smontato dal lavoro nei campi si prostituiva nella sua baracca. Dove è morta. Poi è rimasta per mesi nel frigo dell'obitorio dell'ospedale, perché il sindaco della città propagandata come modello d'integrazione non disponeva il recupero della salma per i funerali. C'è voluta più di una lettera di sollecito prima che Mimmo Lucano - in quel momento ancora sulla poltronissima di re dell'accoglienza - decidesse di mettere mano al portafogli per le esequie. La Verità nella tendopoli era entrati già a luglio 2017: anticipammo ai lettori che le cose non sarebbero cambiate. E infatti nell'ultimo anno solo otto immigrati, tutti del Mali, hanno accettato uno dei 133 posti messi a disposizione nei vari progetti Sprar pensati come soluzione per svuotare un po' la bidonville, un girone dantesco capace di ospitare nella stagione della raccolta sino a 2.500 disperati. Ieri pomeriggio la Cgil ha organizzato la consueta fiaccolata e non ha perso occasione per attaccare il governo: «Il problema non si risolve con la solita ricetta persecutoria annunciata ancora una volta dal ministro dell'Interno».Ma questa volta dal Viminale vogliono trovare una soluzione definitiva. Già dalle prossime ore partirà il piano messo a punto per spostare almeno 40 immigrati regolari in strutture d'accoglienza regionali. Gli altri finiranno in una nuova tendopoli, come stabilito in sede di Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Reggio Calabria. «Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando», ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «L'avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa», ha detto il leader leghista. Gli altri immigrati - che pure potevano accedere ai Cara o ai Cas - hanno preferito rimanere nella baraccopoli calabrese. «Basta abusi e illegalità», ha chiosato Salvini. Si è piegato anche il governatore calabrese Mario Oliverio, tra i più grandi sostenitori di Mimmo Lucano, che ora ammette: «Non è più tempo di interventi rabberciati, ma di soluzioni chiare e risolutive».Il prefetto Michele Di Bari ha richiamato l'importanza «di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro, attraverso forme di accoglienza diffusa». Questo vale per i migranti regolari. Per gli irregolari, invece, scatteranno le misure previste dal decreto sicurezza.Altre 15 baracche, oltre alla stamberga divenuta la tomba di Moussa, sono andate in cenere. Memori di quanto accaduto nel luglio 2017, quando un gigantesco incendio con fiamme alte 20 metri polverizzò 100 casotti, i Vigili del fuoco hanno allestito un presidio proprio all'esterno del campo, grazie alla loro tempestività è stato possibile contenere subito ulteriori, gravi effetti. Ora non resta che ricostruire - a livello giudiziario - cosa sia accaduto. La Procura ha delegato la squadra mobile e gli agenti sono già all'opera nella baraccopoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brucia-ancora-la-tendopoli-di-san-ferdinando-un-morto-fra-i-disperati-2629161351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-ha-aiutato-gli-africani-a-restare-in-quella-trappola-letale" data-post-id="2629161351" data-published-at="1779434185" data-use-pagination="False"> La sinistra ha aiutato gli africani a restare in quella trappola letale Anno del signore 2017, giorno 6 del mese di ottobre. Un anno e quattro mesi fa. La polizia si presenta all'ingresso della baraccopoli di San Ferdinando, gli agenti hanno l'ordine di eseguire lo sgombero definitivo di quel ghetto della vergogna. Non è un blitz: nei giorni precedenti, la polizia ha comunicato attraverso dei volantini la data dell'intervento e la nuova destinazione degli immigrati, il magazzino Rizzo, una struttura che è stata attrezzata per ospitare 250 persone. Qualcosa va storto, anzi tutto: i migranti si rifiutano di lasciare quel tugurio, preferiscono restare lì piuttosto che trasferirsi in un centro che rispetta le norme di sicurezza. «Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato», titola entusiasta Left, rivista di sinistra che ospita le vignette del compagno Vauro. Leggere qualche riga dell'articolo di quel giorno, alla luce di quanto accaduto ieri, è agghiacciante: «La polizia», scrive Left, «ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel magazzino Rizzo, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo ghetto legalizzato, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato». «Occorre avere i documenti in regola»: è questo il problema, come ammesso anche dal giornale sinistrato, che esulta per il mancato sgombero. Non solo: «Una parte degli ospiti», scrive ancora Left, «di quello che era conosciuto come ghetto di Rosarno, infatti, era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l'ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l'invadente controllo delle telecamere, l'obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono». Le cronache di quei giorni dei quotidiani locali raccontano che i migranti si sono opposti al trasferimento perché «vogliono case e non tende». «A nulla sono valsi», leggiamo sul sito quotidianodelsud.it «i richiami ai pericoli costanti di mancanza di igiene, di infiltrazioni di acqua o del rischio incendi fatti dal questore vicario di Reggio Calabria, Roberto Pellicone. Niente da fare: loro da lì non vogliono andar via. A quel punto le scelte erano due: tentare di usare la forza o la ragionevolezza, con il rinvio del trasferimento. Si è optato per questa seconda scelta». Tra i più agguerriti oppositori del trasferimento dei migranti, c'è «Campagne in lotta», organizzazione di sinistra con le radici ben piantate a Roma. Tra le leader di Campagne in lotta c'è Veronica Padoan, figlia dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo. Alla Padoan, e ad altri militanti, essersi opposti a un altro tentativo di sgombero, aver tentato di convincere i migranti a non muoversi dal ghetto, nell'agosto precedente, costerà un foglio di via e il divieto di mettere piede a Rosarno. Di «resistenze e incomprensioni dei migranti, fomentati dai soliti agitatori di professione italiani», scrive Avvenire, l'8 ottobre 2017, nella cronaca dello sgombero mancato. «Si arriva così a venerdì scorso, giorno fissato per il completamento del trasferimento. Ma è tardi. I migranti resistono. Incredibilmente», prosegue Avvenire, «preferiscono la baraccopoli. Forse, sospettano gli investigatori, ci sono altri interessi poco limpidi». Dunque, in questi anni, c'è stato chi, da sinistra, ha istigato i migranti che si trovavano in questo megatugurio a rifiutare sistemazioni alternative, decenti, sicure. C'è stato chi ha cavalcato il malcontento degli «ospiti» della baraccopoli e ha contribuito a farli rimanere lì, in quelle baracche e rischio incendio, li ha convinti a rifiutare il trasferimento in strutture dove magari non avrebbero potuto cucinare quello che volevano, dove forse avrebbero dovuto sopportare il sistema di videosorveglianza, ma dove non avrebbero corso il rischio di morire inceneriti. Perché? Le risposte sono diverse: si va dalla questione puramente «ideologica», ovvero dalla voglia matta di schierarsi a tutti i costi contro chiunque voglia far rispettare le regole, ad altri scenari - più inquietanti - sui quali dovrà far luce la magistratura. In serata il Viminale ha diffuso i dati sullo stato delle ricollocazioni: «Nell'area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone. Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73. Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell'area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti, si provvederà allo sgombero».
Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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