La Brigata ebraica: «L’Anpi è antisemita». Il Pd si spacca ancora e non sa con chi stare

Lo strascico di polemiche dopo le manifestazioni del 25 aprile è una tradizione consolidata almeno quanto i cortei che ogni anno celebrano la liberazione dall’occupazione tedesca. A differenza di quanto avvenuto in passato, però, quest’anno le tensioni non riguardano la differenza di veduta tra lo schieramento progressista e quello di centrodestra, ma l’esplosione delle contraddizioni all’interno della sinistra.
A fare da detonatore sono stati gli incidenti che in varie città d’Italia hanno visto vittime i manifestanti che volevano sfilare con la bandiera ucraina e quello di Milano, dove la delegazione della Brigata ebraica è stata allontanata in malo modo dal corteo.
Che hanno portato, per la prima volta nella storia, a sentire parlare di una violazione della legge Mancino non nei confronti di qualche movimento neofascista, ma nei confronti dell’Associazione nazionale partigiani.
Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, commentando quanto successo al corteo milanese il 25 aprile non ha usato mezzi termini. Per lui «frasi come “siete saponette mancate” o “Hitler ha fatto male a non finire il lavoro”, urlate contro la Brigata ebraica durante il corteo, non sono opinioni discutibili: sono violazioni della Legge Mancino». «A qualcuno», ha aggiunto, «non vanno bene le bandiere degli ebrei, non vanno bene quelle degli ucraini, non vanno bene quelle degli oppositori iraniani. C’è un problema serio e strutturale di intolleranza contro gli extracomunitari liberi e contro qualunque forma di democrazia e di resistenza al totalitarismo».
Poi l’affondo, che sembra quasi un’opa sulla gestione futura del 25 aprile: «L’intolleranza di parte del corteo non si combatte arretrando, ma andando avanti. Dobbiamo abituare il 25 aprile a ospitare le bandiere di tutti i 51 Paesi che componevano l’Alleanza che sconfisse il nazifascismo. Propongo che il corteo del 25 aprile venga ribaltato nei suoi contenuti: ogni anno, dal palco principale, dovrà parlare un rappresentante o un ambasciatore di uno dei Paesi Alleati. Non possiamo continuare a celebrare la Liberazione in modo autarchico e nazional-sovranista, ignorando che quella vittoria fu il frutto di un’alleanza internazionalista». Se non è un manifesto politico in piena regola poco ci manca.
La profondità della lacerazione a sinistra emerge anche dalle parole di Luciano Belli Paci, avvocato e figlio della senatrice a vita Liliana Segre, che dopo il corteo di sabato a Milano, in un’intervista a La Repubblica si è sfogato: «Sono un vecchio socialista, ma valuterò se rifare la tessera dell’Anpi, dove ero entrato nel 2016, quando era presidente Roberto Cenati, che aveva un modello inclusivo, plurale e grande cura per far considerare il 25 aprile una festa di tutti, oltre che una grande attenzione ai temi dell’antisemitismo, e per tenere dentro la comunità ebraica».
Per il figlio della Segre, «Pagliarulo (Gianfranco, presidente nazionale Anpi, ndr) e Minelli (Primo, presidente provinciale dell’Anpi di Milano, ndr) hanno ragione ad indignarsi quando il presidente della Comunità ebraica Meghnagi dice, calcando la mano, che loro sono antisemiti. Questo è un giudizio gravemente sbagliato, ma francamente non avere la solidarietà dall’Anpi per quello che è successo, mi sembra grave».
E anche dentro al Pd milanese le posizioni sono distanti. Ad esempio, in un post sui social Lorenzo Pacini, assessore del Municipio I, ha liquidato così, maiuscole comprese, le tensioni avvenute a margine del corteo: «La questione è semplice: se porti le bandiere di Israele, degli Usa, dello Scià di Persia, cartelli inneggianti a Trump, non gliene frega nulla a nessuno se sei ebreo, musulmano, buddhista o cattolico... Vieni contestato e cacciato dal corteo del 25 aprile». Contemporaneamente, sempre sui social, la presidente della commissione Pari opportunità della Città metropolitana di Milano Diana De Marchi, ha racconto di aver celebrato la ricorrenza in Ucraina: «Quest’anno per la prima volta non ero a Milano. Ho deciso di passare il mio 25 Aprile a Leopoli in rappresentanza di Città metropolitana di Milano Qui si vive la lotta per la libertà da conquistare ogni giorno. Un dolore profondo intrecciato nella quotidianità». Due posizioni diversissime, che parlano a fette di elettorato diverse e sostanzialmente inconciliabili tra loro.
Mentre la sinistra litiga, Ignazio La Russa rilancia sui social l’intervista al Corriere della Sera, rilasciata lo scorso 25 aprile, dall’ex presidente della Camera, Luciano Violante che torna sul suo celebre discorso del 9 maggio del 1996, quando in occasione del suo insediamento a Montecitorio spese parole per la riconciliazione tra vincitori e vinti e sulla necessità di comprendere le motivazioni di chi aveva combattuto dalla parte “sbagliata” durante la Guerra civile, dopo la caduta del fascismo. Nella card pubblicata dalla presidente del Senato si trovano l’immagine di Violante e il titolo del Corriere: «Ripenso ai ragazzi di Salò a 30 anni dal mio discorso: il nodo non è ancora sciolto». Per assurdo La Russa e Violante sono meno distanti dei vari pezzi della sinistra.



















